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L’intolleranza dei monoteismi

Nel politeismo, meglio: nell’enoteismo (è il caso, ad esempio, dei Celti e degli Egizi), Dio rimane inconoscibile ed è conosciuto tramite gli dèi, che ne sono gli aspetti manifesti, ovvero le forme pensiero che la mente riesce a concepire in quanto archetipi. Nel cosmoteismo la base è la natura e non  c’è spazio per l’antagonismo religioso.

Nell’antichità, in quanto cosmiche le religioni erano internazionali. Le divinità cosmoteiste e politeiste erano traducibili e, di conseguenza, il concetto di falsa religione non esisteva. Gli dèi delle religioni straniere non erano considerati falsi e fittizi, ma divinità simili o uguali alle proprie, solo con un nome diverso.

Nel III millennio a.C. si ha il passaggio dalle religioni cosmogoniche a quelle solari, con la progressiva sostituzione della religione della Dea Madre con quelle patrilineari.

In Egitto la rivoluzione eliopolitana (III millennio), pone le basi per la controreligione del dio unico, perfezionata, mille anni dopo, da Akhenaton. Il faraone, da corpo simbolico del principio creatore, originariamente uomo che doveva realizzare Mâat (il giusto equilibrio)  sulla Terra, si propone come figlio di Ra e suo unico interprete. Il clero eliopolitano si lega strettamente alla monarchia faraonica.  I Testi delle piramidi, fatti scrivere da Unas, rappresentano, in questo contesto, il tentativo di rimettere in ordine la tradizione.

Akhenaton, mille anni più tardi,  introduce la distinzione tra un dio vero e i falsi dèi, dando origine ad una controreligione che divide e rende intraducibili gli dèi altrui. Esiste un solo dio, Aton e Akhenaton è suo figlio. Non solo, ma lui e la sua “sacra famiglia”, ossia Nefertiti e le figlie, sono i soli a poter far da tramite tra gli uomini e l’unico dio. La religione di Aton introduce così una sorta di settarismo intollerante che nessuno degli dèi tradizionali aveva conosciuto. [i] L’elaborazione teologica dell’Aton presenta forti connotazioni assolutistiche. Akhenaton affermava che il nuovo culto era vero e unico, ma aveva tolto agli Egiziani quella partecipazione intima e personale, quell’essere abitati dagli dèi, che da secoli ne aveva fatto il più devoto e religioso dei popoli e aveva chiesto loro di avere fede in un’astrazione concettualmente inafferrabile.

I cortigiani non pregavano l’Aton direttamente, ma attraverso il giovane faraone che assieme alla famiglia reale si poneva come unico tramite del culto divino. E’ un ritorno alla teoria eliopolitana, quando il sovrano “Figlio di Ra” era il tramite con gli dèi e l’uomo comune era solo lontano spettatore di una cerimonia che si svolgeva in sfere e su piani diversi.[ii]

Con il monoteismo la fobia del diverso sostituisce la tolleranza dell’analogo. Qui troviamo le premesse per le guerre sante, le crociate, i progrom, le persecuzioni. Non può esservi monoteismo “senza brama di supremazia. Dopo che si è riusciti a garantire una posizione prioritaria all’«Uno e Unico» solo facendo indietreggiare gli altri candidati, ecco che il controllo sui retrocessi si configura come un problema cronico. Già nella primissima matrice monoteistica, si delineano i contorni delle caselle che saranno poi coperte dagli avversari di turno del Dio unico. La nuova contrapposizione lascia trapelare presto la sua tendenza polemica. L’uno vero e ultra terreno contro i molti falsi e terreni”.[iii]

In effetti è da secoli che Dio viene offerto sul filo della spada. Le conversioni di quelli che di volta in volta si sono trovati ad essere “infedeli” sono sempre avvenute con il ferro e con il fuoco. I Druidi, di queste conversioni forzate, sono vittime illustri. I monoteismi classici si manifestano “come veicoli di fanatismo universalistico”, in quanto “in ogni monoteismo è insito un habitus mentale di «presa del mondo»”. Con il monoteismo si afferma un “universalismo offensivo”, si costituisce una “militarismo universalistico” del quale l’Islam si configura, sin dai suoi esordi, “come la forma più marcata”.[iv]

Il Dio cosmogonico si manifesta attraverso la natura. Con l’enoteismo le varie divinità sono epiclesi del dio unico, il Tutto, che rimane inconoscibile ed è immanente, in quanto ogni aspetto della vita è Dio e, al contempo, è trascendente, in quanto è dal suo ritrarsi, dal suo essere anche altro che si rende possibile l’identità delle sue infinite manifestazioni. E’ un Dio da conoscere attraverso la sua manifestazione essendo Egli il punto limite della conoscenza. Il dio Uno-Tutto del cosmoteismo, dunque, invita alla conoscenza.

Gli antichi percorsi iniziatici, per quel che ci è dato sapere, erano intesi a condurre l’uomo verso la conoscenza. Una conoscenza progressiva, che avveniva per gradi e portava, alla fine del percorso, all’epopteia conoscitiva, ossia alla visione somma, all’illuminazione. Il rapporto con la divinità si concretizzava in un percorso di conoscenza. E’ quanto avviene anche in quello che Peter Sloterdijk chiama il suprematismo oggettivo o ontologico. Un suprematismo “cui non spettano le qualità dell’essere persona, bensì quelle di un principio, di un’idea. A tale suprematismo, che termina in un Essere altissimo e senza nome, si attaglia esclusivamente un discorso che tratta dei principi primi e ultimi di una natura cosale, sovrapersonale e strutturale. …. Non è né monarca, né giudice; è una fonte dell’esistenza, che dalla sua perfezione insuperabile irradia una perfezione derivata: il Cosmo. Non gli spetta nessuna facoltà di comando; gli si confà, piuttosto, una trasmissione di sé per la sovrabbondanza…. La posizione dell’uomo in un contesto mondiale suprematizzato ontologicamente e cosmologicamente non è interpretabile come schiavitù o servilismo. Un corretto essere-nel mondo esige piuttosto la coscienza di far parte di rapporti d’ordine universale. Qui si tratta, in senso ambizioso, del comprendere: bisogna adeguare il processo di comprensione ai provvedimenti superiori dell’essere. L’ascesa ha luogo sulla scala dei concetti universali”.[v]

La religione cosmogonica ed enoteistica è una struttura aperta e, in quanto tale, liberatoria. Ogni conoscenza viene considerata provvisoria: un passo nel lungo cammino. Con l’alfabeto archetipico degli dèi si compongono frasi infinite; si cammina sulla via della conoscenza.

Mosè, sulla cui identità con Akhenaton o comunque con un uomo molto prossimo ad Akhenaton si stanno affermando studi sempre più circostanziati, ai quali rimandiamo[vi], introducendo la conoscenza di dio come rivelazione, ha sostituito la conoscenza con l’obbedienza.

Il dio monoteista è l’ipostasi dell’uomo e delle sue esigenze normative e la religione monoteista una struttura chiusa. L’uomo non è più un viandante in cammino sulla via della conoscenza, ma un suddito ossequiente, obbediente a un dio le cui leggi, guarda caso, hanno come tramite le gerarchie sacerdotali, che, contrariamente al loro nome, non conducono al sacro, ma lo rappresentano e lo mediano.

Un dio ri-velato è nuovamente velato, mentre la conoscenza è svelamento, soluzione dell’enigma, risposta alla domanda e, in quanto risposta, responsabilità (abilità alla risposta).

Un dio rivelato è un dio che parla per il tramite dei suoi interpreti; è un dio che pretende obbedienza e, ovviamente, i custodi dell’obbedienza sono i custodi della “vera” religione e hanno dunque il diritto di combattere quelle false e di punire chi non è d’accordo. Mosè ha cominciato subito, poi sono arrivate le crociate, le guerre sante islamiche, i roghi cristiani.

All’origine di tanta tracotanza c’è quell’eresia del sole, che ha trasformato il faraone in figlio di Ra, quindi in un dio, e che è divenuta, con Akhenaton una controreligione intollerante.

Vi è, inoltre, nel passaggio dalla religione cosmogonica a quella solare, una implicita riduzione dell’orizzonte, che porterà in seguito all’antropocentrismo e all’idea che la Terra sia al servizio dell’uomo, creata per lui. Un’idea che è la fonte dei guai che sono sotto gli occhi di tutti.

Una recentissima scoperta di scienziati europei, raggiunta grazie al radio telescopio di Grenoble, ha consentito di accertare la presenza di una molecola di zucchero (glicoaldeide) che fluttua nello spazio ai confini della Via Lattea, a 26.000  anni luce dalla Terra, nella nube stellare G31. Fa parte di quelle molecole capaci di assemblarsi attraverso reazioni chimiche sempre più complesse fino a raggiungere lo stadio del DNA e dell’ RNA, ossia degli elementi che consentono la vita di organismi in grado di riprodursi. È una scoperta che avvalora la tesi della panspermia, ovvero della nascita della vita nello spazio. Siamo “Figli delle stelle”, ma gli uomini hanno dimenticato di esserlo e al posto di Dio hanno messo la loro ipostasi.

Il monoteismo non è, dunque, l’idea che esiste un unico dio, conoscibile attraverso gli dèi archetipi, le sue manifestazioni, un cammino di avvicinamento, l’illuminazione, ma l’affermazione di un dio unico normativo, che delega ad una classe sacerdotale il suo potere.

Troviamo un esempio di cosa si intenda per unico Dio in una religione politeista in un inno ad Amon. “Uno è Ammone, che si tiene nascosto ad essi, che si cela agli dèi, nessuno conosce la sua natura. Egli è più lontano del cielo e più profondo degli inferi. Nessun dio conosce il suo vero aspetto, la sua immagine non appare nei rotoli delle scritture. Egli è troppo misterioso per essere svelato, troppo grande per essere investigato, troppo potente per essere conosciuto. Nessun dio può chiamarlo per nome, egli è simile a Ba, colui che tiene nascosto il proprio nome come il proprio segreto”.

Amon è il tre volte nascosto, il cui nome significa, appunto, nascosto: il Nascosto tre volte nascosto.

Il dio dei grandi misteri non ha nome, né forma.  Il dio monoteista ha nome e forma. Quindi è uno degli dèi, che sono solo aspetti manifestati dell’unico dio inconoscibile. Yavhe è un dio medianita. Allah è una divinità tribale araba pre islamica.

“Nell’epoca in cui Maometto cominciava la sua predicazione – scrive in proposito Toufica Fahd – predominava alla Mecca il culto di Hubal, un’antica divinità accanto alla quale c’era la triade femminile citata nel Corano (LIII, 19-20), vale  a dire al ‘Uzzà, al –Lāt e al-Manāt […].  Al ‘Uzzà, la principale delle tre, al punto che le altre due venivano considerate «le sue due figlie», aveva come padre al-Lāh. Le tre erano chiamate banāt al-Lāh, «le figlie di al-Lāh». Al-Lāh, forma assimilata di Al Ilāh, l’equivalente dell’accadico Il e del cananaeo El, indicava, come questi ultimi, la divinità impersonale e si confondeva normalmente con la prima persona della trinità costituita dal Padre, dalla Madre e dal Figlio. L’importanza assunta dalla Madre al’Uzzà, dal figlio Hubal e dalle due figlie al-Lāt e Manāt, aveva finito con l’eclissare Allāh, il padre di tutti, il Dio universale. La missione di Maometto consisterà nel restituire la sua funzione di primo e unico ad Allāh, come avevano fatto Abramo con Elohīm e Mosè con Yavhe”.[vii]

Prendere uno degli dèi, ossia un aspetto del divino e farlo diventare l’unico dio, significa introdurre l’intolleranza, bloccare il processo della conoscenza e sostituire alla libera ricerca l’accettazione e l’obbedienza.

Gli dèi sono modalità conoscibili, modelli che la nostra mente riesce a concepire, nella continua tensione verso la conoscenza di un Dio che rimane nascosto. Gli dei sono principi, leggi naturali, aspetti psicologici dell’uomo.

Le religioni cosmogoniche consentivano e, anzi, stimolavano, attraverso il rapporto con il macrocosmo nei suoi vari aspetti, la conoscenza del microcosmo. Conoscere se stessi era una via per conoscere l’altro da sé e conoscere l’altro da sé era una via per conoscere se stessi.  Così in alto come in basso.

La religione ri-velata, dogmatica, impone regole, inibisce la conoscenza dell’altro da sé  e la conoscenza di sé, all’evoluzione sostituisce la confessione, alla liberazione la sottomissione. La religione ri-velata è la religione del potere materiale e temporale; è la religione del limite e della divisione (dia-ballein).

[i] Franco Cimmino, Storia delle piramidi Euroclub

[ii] Franco Cimmino, Storia delle piramidi Euroclub

[iii] Peter Sloterdjk, Il furore di Dio, Cortina

[iv] Le parti virgolettate sono riferite a: Peter Sloterdjk, Il furore di Dio, Cortina

[v] Peter Sloterdjk, Il furore di Dio, Cortina

[vi] Vedi, ad esempio: Hamed Hosman, I faraoni dell’antico Egitto, Profondo Rosso edizioni

[vii]Toufic Fahd, Storia dell’Islamismo, a cura di Henri Charles Puech, Euroclub

La tolleranza, virtù dell’incontro, e i suoi limiti.

Il tema della tolleranza, impostosi con la forza della necessità nell’Europa insanguinata dalle guerre di religione e affermatosi con la forza della ragione, è uno dei temi centrali della riflessione massonica ed è divenuto uno dei paradigmi della civiltà europea, madre della cosiddetta civiltà occidentale.

Il tema si è imposto come drammatica necessità anche nella prima metà del XX secolo, quando i figli dell’idea dello Stato etico, nuova religione laica, hanno insanguinato il vecchio continente, portando la protervia del potere del Leviatano a livelli orribili di inumanità.

Fascismo, comunismo, nazismo hanno massacrato l’Europa dalla Manica agli Urali e hanno seminato nel mondo i loro semi malefici, che ancora oggi danno origine a piante velenose e infestanti.

Nello scorcio di fine millennio e, drammaticamente, in questo esordio  di inzio del nuovo secolo e del nuovo millennio, il tema della tolleranza si impone con la forza della necessità per l’insorgere minaccioso della violenza del fanatismo islamico, che intende costituire nel mondo uno stato teocratico contrario ad ogni principio di libertà individuale e di pensiero e alieno ad ogni forma di democrazia.

Libertà personale e di pensiero, democrazia, parità dei sessi, sono conquiste del continente europeo e sono frutti delicati, prodotti grazie anche al fertilizzante offerto dal pensiero massonico.

La tolleranza, non a caso, è considerata la prima virtù del Libero Muratore.

Nei documenti massonici la tolleranza viene descritta come metodo e come valore in quanto “permette a uomini di carattere e condizioni diverse di sedere fraternamente” in comune e “di lavorare per gli stessi scopi con il più assoluto, affettuoso, reciproco rispetto, ovvero in piena uguaglianza e fratellanza”.

La tolleranza come metodo e valore, rende possibile attuare quanto è detto nei documenti massonici in relazione alle definizioni di libertà, morale, virtù.

“Da parte nostra – si legge a conclusione delle descrizioni scritte nei documenti massonici a proposito di libertà, morale e virtù  – vi abbiamo proposto le definizioni che la Libera Muratoria ha adottato qualche secolo fa , pur sapendo che Libertà, Morale, Virtù non sono principi perfettamente uguali in ogni tempo o presso ogni popolo”.

Questa affermazione introduce il concetto di tolleranza come virtù degli incontri, che presuppone capacità di identificazione e che, generando una rete empatica, ha come esito pratiche di rispetto personale.

Rispetto anzitutto di se stessi, in quanto ogni incertezza significativa sulla nostra identità ci conduce ad essere stranieri a noi stessi. E la nostra identità inizia con la conoscenza del nostro corpo, delle sue potenzialità, dei suoi limiti, in quanto la sua animalità obbedisce all’istinto. Conoscere il nostro corpo significa conoscere la hyle e per dirla in termini gnostico-valentiniani, il nostro essere ilici. Vi è poi la conoscenza della nostra psiché o anima (il nostro essere psichici) e, dulcis in fundo, del nostro spirito (gli gnostici direbbero pneuma).

Perché cito lo gnosticismo? Per il fatto che è una delle grandi correnti di pensiero che ispira l’esperienza latomistica e che, se non compresa o compresa ad usum, può condurre a pesanti conseguenze.

Nel caso personale un guasto evidente deriverebbe dall’identificazione con la hyle, ma guasti altrettanto evidenti si produrrebbero nell’identificazione con la psiché o con il pneuma. In questo ultimo caso, il ritenersi pneumatici, l’identificarsi con la sola parte spirituale, produrrebbe un’inflazione tragica e patologica.

La via da seguire è quella del riconoscimento dell’identità trinitaria dell’essere umano che è ilico, psichico e pneumatico (coporeo, animato e spirituale), ossia quella del dialogo costante tra le parti che si riconoscono come unità e si tollerano, ossia si incontrano e si comprendono. L’alternativa è la nevrosi.

Conoscere la propria animalità è essenziale alla determinazione della propria moralità, ossia dell’idea di noi stessi nel contesto sociale, poiché, come ci avverte Jung, “la natura pulsionale dell’uomo si trova costantemente a urtare contro le limitazioni imposte dalla civiltà”. [i] Essenziale al determinarsi della propria moralità è altresi il conoscere la propria anima e il proprio spirito.

L’essere stranieri a se stessi è fonte di nevrosi, poiché la “nevrosi è una frattura con sé stessi. La causa di questa frattura deriva, nella maggior parte degli uomini, dal fatto che la coscienza vorrebbe tener fede al suo ideale morale, mentre l’inconscio tende a un proprio ideale immorale (almeno nel senso attuale) che la coscienza vorrebbe rinnegare”.[ii]

L’imperativo iniziatico: “Conosci te stesso” di apollinea e, pertanto, di iperborea tradizione primordiale derivazione, è dunque anzitutto l’invito all’incontro, ossia alla tolleranza.

E qui si apre la riflessione su un altro aspetto, che riguarda la luce e le tenebre.

Il conoscere se stessi implica, infatti,  fare i conti con l’altra faccia della nostra natura, ossia con l’Ombra.

“C’è qualcosa di terribile – afferma Jung – nello scoprire che l’uomo ha anche un lato oscuro, una parte in ombra che non consiste soltanto in piccole debolezze e in piccoli difetti, ma è dotata di una dinamica addirittura demoniaca” [iii], laddove il termine demoniaco va inteso nel suo significato originario di daimon, che non risponde ai criteri imposti dal SI (la psiché collettiva), ma a quelli del SÉ, che è al centro dell’inconscio.

La lotta tra il lato chiaro e il lato oscuro ha ispirato molte opere letterarie, come il Faust di Goethe, Il signore degli anelli, di Tolkien e, più recentemente, Harry Potter, per citarne alcune molto conosciute. Significativo il ruolo dell’Ombra nel Gioco delle perle di vetro di Herman Hesse.

Queste opere, citate come esempio, sono aspetti attuali di un’antica disquisizione iniziatica riguardante il “bene” e il “male” come coesistenti e irriducibilmente opposti (es. gnosticismo radicale manicheo) oppure, intesi come poli di un’unica realtà e svestiti da connotazioni soteriologiche, come coesistenti e, nel loro rapporto “polemico”, generatori di energia e di vitalità (il polemos di Eraclito).

La morte iniziatica, dunque, è tolleranza, ossia incontro delle tre parti della trinità umana che si riconoscono nella loro unità, essendo la trinità la necessaria dinamis dell’unità, ossia la necessaria modalità del suo transito nel mondo del manifesto.

Gli iniziati, “seguendo l’antico assioma mistico: «Liberati da ciò che hai, e allora riceverai», … devono infatti rinunciare a quasi tutte le loro illusioni più care per far emergere in sé qualcosa di più profondo, più bello, più vasto”. [iv]

Il conoscere noi stessi è pertanto il presupposto essenziale per ogni ulteriore incontro basato sul criterio di tolleranza, perché il conoscere se stessi è la sperimentazione della tolleranza della nostra unità nella nostra trinità.

Traslato sul piano sociale, ossia degli incontri con gli altri esseri umani, il concetto declina in termini che attengono alla polis. Il prevalere delle masse consegnerebbe l’umanità alla materialità, all’istintualità, alle passioni; il prevalere dell’aspetto psichico ad un’intellettualità algida; il prevalere dell’aspetto pneumatico ad una presunzione disincarnante.

L’orrido baratro  dell’umanità si raggiunge quando l’aspetto ilico, armato dell’aspetto psichico, si spaccia per pneumatico, cosicché l’iniziato a Mammona si presenta come il rappresentante del Divino. E’ l’antica storia della controiniziazione, sempre pronta a presentarsi sulla scena del mondo.

La saggezza è la tolleranza che agisce nella trinità umana e la mantiene nella coscienza della sua unità e, sul piano sociale e politico, è la dinamica tra la massa, l’intellettualità e la spiritualità; dinamica polemica continuamente alla ricerca dell’equilibrio e dell’unità.

La tolleranza presuppone la reciprocità

Presupposto essenziale della virtù dell’incontro, ossia della tolleranza, è la reciprocità. Se non c’è reciprocità c’è intolleranza.

L’intolleranza – ci avverte Salvatore Veca – si mostra come “promessa di reciprocità violata e negata, non mantenuta”. [v]

La tolleranza sociale,  come virtù della convivenza di differenti mondi identitari, ha come imprescindibile il principio di reciprocità.

Lo stesso concetto contenuto nel trinomio Libertà, Uguaglianza, Fraternità, se lo si astrae dal suo significato storico politico, legato alla Rivoluzione francese, è comprensibile solo se si fa riferimento al valore della tolleranza. La tolleranza come valore esercitato rende i Fratelli uguali nell’esercizio della tolleranza stessa, che ne accoglie la diversità e i limiti e le provvisorietà delle posizioni personali e identitarie di gruppo, di clan, di religione, ecc.

La tolleranza tra diversi fa necessariamente i conti con l’idea del mondo che ogni individuo ha.

Il concetto è ben espresso dal vocabolo tedesco weltanschauung, che, suggerisce Jung, può essere definito non solo come “concetto di mondo”, ma anche come “la maniera con cui si guarda al mondo: visione del mondo e della vita” e aggiunge: “E’ lecito parlare di visione del mondo solo quando si è almeno fatto seriamente il tentativo di formulare concettualmente o intuitivamente il proprio orientamento, cioè di comprendere perché ed a quale scopo si agisce e si scrive in questa o in qualla maniera”. [vi]

“Ogni più alto stato di coscienza – afferma Jung – è condizione di una visione del mondo. Ogni coscienza di ragioni e di intenti è, in germe, una visione del mondo. Ogni accrescimento dell’esperienza e della conoscenza significa un ulteriore passo nell’evoluzione della visione del mondo. Modificando l’immagine che egli si crea del mondo, l’uomo pensante modifica anche se stesso. L’uomo il cui sole gira ancora attorno alla terra è diverso da quello la cui terra è un satellite del sole. Non per nulla il pensiero dell’infinito di Giordano Bruno rappresenta uno degli inizi più importanti della coscienza moderna”. [vii]

“In altri termini – sostiene ancora Jung – non è indifferente avera una visione del mondo e avere l’una piuttosto che l’altra, poiché non soltanto noi creaiamo un’immagine del mondo, ma questa, di rimando, modifica anche noi”. [viii]

“L’errore fondamentale di ogni visione del mondo – ci avverte Jung – è la sua singolare tendenza ad essere considerata essa stessa come la verità delle cose… “. [ix]

E qui si annidano il fanatismo e l’intolleranza.

Come afferma Voltaire, “bisogna dunque che gli uomini comincino con non essere fanatici per meritare la tolleranza”. [x]

Il fanatismo si è spesso presentato vestito dai panni delle religioni. Oggi ne abbiamo una prova evidente nel fanatismo islamico, ma l’Europa ha conosciuto nel passato gli orrori del fanatismo cristiano al quale sono rivolte le osservazioni di Voltaire e di quanti, tra il ‘600 e il ‘700 hanno indirizzato le loro riflessioni al concetto di tolleranza.

Bayle, nel Commentaire philosophique contesta la lettura agostiniana del versetto biblico (Luca XIV, 23) “costringerli ad entrare” con il quale si giustificava il ricorso alla forza nelle conversioni. Oggi c’è chi vuol costringere il mondo a convertirsi alla sharia.

“Ci sono – scrive il teologo cattolico Vito Mancuso – una fede vera e una fede falsa. La fede vera si nutre delle interrogazioni radicali della vita perché sa di essere al servizio della vita e pensa di valere non per se stessa, ma unicamente in funzione del cammino verso la verità. E’ la verità che salva, non la fede. La fede ha senso solo se, senza identificarsi con la verità, pone se stessa al servizio della verità in quanto fiducia che la verità esista, e poi sua ricerca appassionata (infatti, non si cerca una cosa se non se ne conosce, o almeno se ne spera, l’esistenza). La fede falsa, invece, non cerca; sa già, è ideologia”. [xi]

Il fanatismo si è anche rivestito con i panni delle ideologie, come quelle del comunismo, del nazismo e del fascismo, figlie dello Stato etico hegeliano. “La filosofia di Hegel è, per Popper, apologia di Stato prussiano e del mito dell’orda; costituisce l’arsenale dei moderni movimenti totalitari…”. [xii]

La tolleranza politica è elemento costitutivo degli stati liberali e del liberalismo. Lo stato di diritto è lo stato che elimina la violenza e che è intollerante unicamente con gli intolleranti.

Quando la tolleranza si muta in connivenza.

In questa intolleranza con gli intolleranti cominciamo ad intravvedere il limite della tolleranza. Un limite che, se non osservato, può tramutarsi in accondiscendenza, connivenza, vigliaccheria.

La reciprocità implica il possesso della “regolare intelligenza”, qualità essenziale del Libero Muratore.

Potremmo anche definirla “intelligenza cosmica”, poiché il termine cosmo, oltre a indicare quello fisico, quello al quale guardavano gli antichi, oltre al significato più noto di ordine, significa disposizione, struttura, regola, conformità alla regola, ossia regolarità.

Non è questa la sede per approfondire il significato di cosmo, che Cicerone voleva principio regolatore e governante, animato, ossia Dio, a differenza degli gnostici che lo riducevano a tenebra governata dal demiurgo. Antica questione, questa, che si agita nel mondo iniziatico, con evidenti conseguenze individuali e sociali.

Regolare intelligenza significa capacità di intelligenza delle regole, anche quella del cosmo e della natura e, tra queste, per quanto ci riguarda in relazione con la tolleranza, quelle che garantiscono la libertà, essenziale condizione per seguire la via della conoscenza.

Nessuna tolleranza con chi vuole imporre la sottomissione.

La tolleranza, virtù dell’incontro, non può pertanto essere esercitata nei confronti di chi non vuole l’incontro, ma la sottomissione, la conversione, l’adesione ad un’ideologia, ad una religione, ad uno schema. Qui la virtù della tolleranza ha il suo limite e deve trasmutarsi nella virtù del respingimento dell’intollerante che vuol sottomettere. Alla tracotanza e all’aggressione si risponde con la forza della legittima difesa. Altrimenti non si è tolleranti; si è vigliacchi.

Tra la tolleranza e la libertà di pensiero vi è un rapporto biunivoco inseparabile.

Nell’Avvertimento degli editori all’edizione di Kehl del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire, il concetto è espresso in modo chiaro: “Libertà di pensiero e tolleranza sono sinonimi”. “Tutte le volte che gli uomini hanno la libertà di discutere – afferma ancora l’Avvertimento – la verità finisce per trionfare da sola”.

“Si conosce abbastanza – scrive Voltaire – quanto sono costate le dispute dei cristiani intorno al dogma: hanno fatto scorrere il sangue, sia sui patiboli, sia nelle battaglie, dal quarto secolo fino ai giorni nostri”. [xiii]

Nell’Editto di Milano (313) si afferma che “…..la libertà è garantita anche ad altri che desiderino seguire le loro proprie pratiche religiose….. ciascuno abbia la libertà di scegliere e di adorare qualsiasi divinità preferisca”. Tuttavia, pochi decenni dopo, con l’Editto di Teodosio, il cristianesimo è diventato intollerante e persecutore non solo delle religioni tradizionali, ma anche dell’ebraismo.

Nel VI secolo Cassiodoro, ministro di Teodorico, scrive: “Non possiamo imporre la religione, perché nessuno è costretto a credere contro la propria volontà”, o, anche: “poiché Dio sopporta l’esistenza di tante religioni, noi non osiamo imporne una sola”.

Sono ideali di tolleranza nati nel seno del diritto romano e subito contraddetti dalla violenza del cristianesimo imperante.

Altri ideali di tolleranza li troviamo in una dichiarazione di Giacomo VII di Scozia, erede di un regno celtico che è durato per secoli e fino al quando Giacomo VI lo ha unificato con quello d’Inghilterra.

Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra, successore di Carlo II e ultimo regnante della dinastia Staurt prima dell’avvento nel 1714 degli Hannover, emanò per iscritto una Dichiarazione per la libertà di coscienza (4 aprile 1687) che gli costò il trono. Nel documento proponeva la libertà religiosa per tutti.

“E’ nostra costante e ponderata opinione – scriveva Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra – che la Coscienza non debba essere vincolata, né le persone costrette in questioni di pura religione. La costrizione è sempre stata contraria alla nostra inclinazione, in quanto riteniamo che non sia nell’interesse dei governi che distrugge danneggiando il commercio, spopolando i paesi e scoraggiando gli stranieri. E infine, non ha mai ottenuto lo scopo per cui è stata impiegata…. Dichiariamo quindi che è nostro regale volere e piacere che, d’ora in avanti, l’applicazione di tutte e qualsivoglia sanzioni penali (in materia ecclesiastica) per non andare in Chiesa, o non ricevere il Sacramento o non conformarsi in qualsiasi altro modo alla religione di Stato, o per l’esercizio della religione in qualsivoglia maniera, sia immediatamente sospesa; e l’ulteriore applicazione di dette sanzioni penali è sospesa con la presente dichiarazione […]. E onde evitare che la Libertà ora concessa metta in pericolo la Pace e la Sicurezza del nostro Governo nella pratica della medesima, abbiamo ritenuto opportuno decretare e comandare, e con la presente decretiamo e comandiamo che tutti i nostri affezionati sudditi si sentano liberi di incontrare e servire Dio a loro modo e maniera…”. [xiv]

Un lascito morale, quello di Giacomo VII di Scozia e I d’Inghilterra raccolto dalla Massoneria.

La tolleranza, a livello personale, presume la consapevolezza che tutta la nostra conoscenza è e resta fallibile.

“Sapere di  essere ignoranti; sapere di non sapere nulla, nulla di assolutamente certo: in questa consapevolezza consiste, per Popper, la saggezza”. [xv]

Nel Dizionario Filosofico, Voltaire definisce così la tolleranza: “E’ una conseguenza necessaria della nostra umanità. Noi tutti siamo fallibili, e inclini all’errore: perdoniamoci dunque l’un l’altro la nostra follia. Questo è il primo principio del diritto naturale”.

Da tale cosapevolezza della fallibilità del nostro sapere deriva il concetto che tollerante è colui che consente all’altro, agli altri, di criticare (falsificare) le sue conoscenze, ma secondo un principio di reciprocità: io consento a te (voi) di criticare le mie conoscenze e tu (voi) consenti a me di criticare le tue (le vostre).

“La teoria che la verità è manifestata, visibile a tutti, solo che lo vogliano – scrive in proposito Popper -, è alla base di quasi ogni forma di fanatismo”. [xvi]

La verità è orthotes, esatta corrispondenza, quando riguarda le questioni della razionalità, ma è a-letheia, uscita dal nascondimento, quando riguarda la grande regola implicita che è all’origine delle regole cosmiche. Se la verità è “rivelata” è per il semplice motivo che qualcuno dice di averla conosciuta e che subito dopo di nuovo si è velata ai più. Nel concetto di “rivelazione” si nasconde la truffa di chi fa della propria verità la verità universale.

Se la verità coincide con l’archè, allora è un punto limite della conoscenza e pertanto il percorso verso la verità, che è anche il compimento della libertà, è il continuo indagare gli errori della conoscenza, con la critica e l’autocritica. In questo consiste la razionalità, che è solo una delle facoltà umane.

“Per «razionalità» – scrive Popper – intendo semplicemente un’attitudine critica verso i problemi, la prontezza ad imparare dai nostri errori e l’attitudine a ricercare in modo conscio i nostri errori e i nostri pregiudizi. Per «razionalità» intendo quindi l’attitudine all’eliminazione dell’errore attuata in modo critico e cosciente”. [xvii]

La razionalità presiede alla verità come orthotes. La tolleranza, virtù dell’incontro, è amore di Sophia, ossia della conoscenza divina che si svela (a-letheia) nell’incontro e nel reciproco riconoscimento che fa dire all’essere umano: “Io sono quello”.

Ecco dunque che nello scenario irrompe la filo-sophia, l’amore per Sophia, la conoscenza divina. “La filosofia, la sola filosofia – scrive Voltaire- , questa sorella della religione, ha disarmato mani che la superstizione aveva così a lungo insanguinate”. [xviii]

La filosofia è razionalità critica, che presiede alla verità come orthotes, ma è anche amore per Sophia e in quanto amore è tensione verso; è apertura a; è disponibilità all’incontro: è tolleranza

La tolleranza, nella sua accezione più elevata, è, pertanto, epopteia, il cui vero significato, da epi (sopra) e da optomai (guardare), è sorvegliare, per cui l’epopta è il sur-vegliante, colui che vede sopra: vede oltre il velo, oltre la barriera che lo separa dall’incontro.

L’incontro con il Divino non è sottomissione; è amore e pertanto, anche qui, chi intende la tolleranza, virtù dell’incontro, come sottomissione alla “legge di Dio” devia dalla ricerca della verità, perché intende solo imporre la propria legge, che è legge degli uomini da imporre ad altri uomini. Ogni rivelazione assurta a norma è una deviazione controiniziatica a danno dell’incontro.

L’abbandono di sé alla volontà divina poco ha a che fare con le norme scritte dagli uomini e contrabbandate per legge di Dio. L’abbandono di sé alla volontà divina è un fatto del tutto personale, vero e unico segreto intrasmissibile dell’iniziato giunto allo stadio più alto dell’iniziazione grazie alla tolleranza, ossia alla virtù dell’incontro.

[i] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[ii] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[iii] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[iv] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[v] Salvatore Veca, Introduzione a Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[vi] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[vii] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[viii] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[ix] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[x] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[xi] Vito Mancuso-Corrado Augias, Disputa su Dio, Mondadori

[xii] Dario Antiseri, Introduzione a Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, Il Mulino

[xiii] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[xiv] Citazione in:Laurence Garner, La linea di sangue del Santo Graal, Newton Compton

[xv] Dario Antiseri, Introduzione a Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, Il Mulino

[xvi] Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’intelligenza, Il Mulino

[xvii] Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’intelligenza, Il Mulino

[xviii] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

Contro il mondialismo nichilista un mondo di Patrie

Il vescovo Nicolas Djomo, aprendo l’incontro panafricano dei cattolici, ha detto che “l’identità culturale e spirituale di un popolo è una ricchezza e solo un mondialismo nichilista può pensare che gli uomini e i popoli si possano sradicare e trapiantare ovunque”.

Ottimi concetti, che andrebbero applicati a tutti i popoli, e che evocano il concetto di patria, troppo spesso dimenticato o volutamente deformato.

La patria è il luogo dei padri, ossia degli antenati e riassume, per un uso invalso da secoli per cui il maschile comprende il femminile, anche la matria, ossia il luogo delle madri, delle antenate.

E’ pur vero che secondo la leggenda edenica siamo tutti figli di Adamo ed Eva, ossia di terra (Adama: terra rossa) e acqua (Eva: acqua), ossia della materia, nella quale è inclusa l’intelligenza, ma nei millenni l’umanità si è differenziata, ha elaborato idee e modi di vivere diversi l’uno dall’altro che hanno rappresentato e rappresentano l’identità dei popoli.

Le patrie sono esattamente questo: l’insieme di tradizioni, di usi e di costumi, di idee di sè e del mondo, che identificano un popolo e lo fanno diverso da un altro.

Il mondialismo nichilista, mascherato da buonismo della fratellanza universale, ha come obbiettivo l’annullamento delle diversità,  delle patrie, delle tradizioni, per creare una massa indifferenziata di esseri umani senza storia, docili pecore da tosare da parte di una ristretta élite di “illuminati”.

La fratellanza universale, così concepita, ossia tradotta in un mondo senza frontiere e senza identità, è la mascheratura di una strategia mondialista nichilista e i buonisti di tutte le latitudini non si rendono conto di essere solo lo strumento di un obbiettivo delinquenziale del quale si sono fatti corifei alcuni economisti americani, i quali ipotizzano un mondo nel quale si svolgerebbe una selezione naturale.  Naturale un corno, perché la natura è saggia e la selezione naturale, se così fosse e se fosse vera, dovrebbe includere anche il circolo degli “illuminati”. La selezione a cui pensano gli economisti del nichilismo mondiale è quella che esclude i grandi aggregati finanziari e le multinazionali e riserva la giungla a tutto il resto del mondo.  E’ il mondialismo di Obama.

Siamo ben lontani dalle idee e dalle proposte di Eleanor Roosvelt, la quale, in qualità di presidente e di membro con maggiore influenza della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, fu la forza motrice della creazione, nel 1948, dello statuto delle libertà che sarà sempre considerato il suo retaggio: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Non si deve percorrere la strada di un mondo senza patrie, ma di un mondo dove le patrie si armonizzano, si riconoscono nelle reciproche diversità, si rispettano e si aiutano.

Ma questa è l’epoca della rincorsa al nichilismo. Ha ragione Lutwak nel dire che in Europa, alle invasioni barbariche seguirono cinquecento anni di secoli bui e ce ne vollero altri trecento perché l’Europa conoscesse un Rinascimento.  E l’invasione attuale è il frutto di una politica americana che ha incendiato l’Africa e il Medio Oriente, creando i presupposti di un voluto esodo biblico.

Ad alimentare il nichilismo ci pensa il fondamentalismo islamico, il quale è memore delle modalità iniziali con le quali l’Islam si è affermato, saccheggiando le carovane meccane, ovviamente con tanto di giustificazione divina: “Ma non voi li uccideste, bensì Dio li uccise, e non eri tu a lanciar le frecce, bensì Dio le lanciava; e questo per provare i credenti con prova buona, poiché Dio è ascoltatore sapiente”.  I talebani sono stati armati e istruiti dall’America. I dirigenti dell’Isis sono uomini dell’ex esercito di Saddam, noto uomo della Cia, al tempo nel quale l’America aveva come alleati i Sunniti.

Obama ha stravolto le alleanze. Prima ha scelto come elemento di stabilizzazione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord la Turchia, che guarda caso ha in testa l’islamizzazione d’Europa. Poi, ha promosso le primavere arabe, che si sono dimostrate essere guidate dai Fratelli Musulmani, nati sotto le insegne di Hitler. Non contento ha coperto la guerra a Gheddafi voluta da francesi e inglesi e supportata dal cretinismo italiano. Risultato: la destabilizzazione della Libia e la formazione di un corridoio per l’invasione dell’Europa.

Ancora non contento, l’oriundo keniota, ha stretto alleanza con gli sciiti iraniani, noti nazisti e nemici giurati di Israele.

Infine, per non farsi mancare nulla, ha alimentato il conflitto con la Russia in Europa, mettendo in condizione gli stati europei di perdere commesse in base alle sanzioni decise nei confronti di Putin.

La strategia di indebolimento dell’Europa e di islamizzazione del continente europeo non è più una fola, ma una realtà che qualcuno vuole e persegue con scientifico disegno.

Un disegno nel quale si accomodano i cristislamici, affetti da mondialismo nichilista, pronti a buttare alle ortiche una tradizione millenaria.

A questi disegni nichilisti va opposto il concetto di patria, di luogo dei padri, degli antenati, delle tradizioni, delle radici, che non possono essere sciolte in una sorta di melassa nichilista.

Se il vescovo Nicolas Djomo può, a ragione, rivendicare per gli africani il concetto fondamentale che “l’identità culturale e spirituale di un popolo è una ricchezza e solo un mondialismo nichilista può pensare che gli uomini e i popoli si possano sradicare e trapiantare ovunque”, lo stesso concetto vale anche per noi, per le nostre tradizioni, per i nostri valori, per l’eredità che ci hanno lasciato i padri.

E’ un concetto fondamentale, perché non vogliamo un mondo nichilista, indifferenziato, governato da un grumo di ricchi sedicenti “illuminati” e popolato da una massa di pecore da tosare, ma un mondo di Patrie, che collaborano, riconoscendo le differenze e rispettando le reciproche identità.

Fionnbharr

Salvare il cristianesimo

La tentazione è forte, ma come ogni tentazione va evitata. Meglio non essere tentati e usare la ragione.

Quale è la tentazione? Quella di prendere atto che la nemesi storica esiste e che oggi i cristiani subiscono le stesse angherie alle quali hanno sottoposto, nei secoli, interi popoli.

Come non ricordare i “santi” che hanno distrutto gli antichi luoghi di culti pagani? Come non ricordare lo sterminio, perpetrato in nome di Cristo, degli Aztechi e dei Maya: non solo uomini e donne, ma intere culture, sottratte all’umanità. Come non ricordare la distruzione degli alberi sacri al druidismo ad opera di fanatici divenuti “santi”. Come non ricordare Torquemada o i roghi sui quali sono finiti migliaia di eretici, migliaia di donne considerate streghe alleate di Satana, migliaia di pagani resistenti alla nuova religione, divenuta religione ufficiale dell’Impero romano e poi impero essa stessa. Come non ricordare la mistica Margherita Porete, arsa viva con il suo libro, o Giordano Bruno, che ha introdotto il concetto di infinito in un mondo in cui la proterva auctoritas voleva piegare la ricerca ad una interpretazione demenziale dei testi sacri. Come non ricordare Arnaldo da Brescia o Ipazia, eroina di un paganesimo ellenizzante colto e raffinato, scarnificata dai fanatici di Cristo.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, tanti sono i misfatti della Chiesa cattolica apostolica romana commessi in nome di Cristo.

La tentazione è forte, ma non bisogna farsi tentare.

Verrebbe voglia di dire: “Cari cristiani, in questi tempi bui vi massacrano, distruggono le vostre chiese, impediscono il vostro culto, ma è stato quello che voi avete fatto per secoli, eliminando culti e luoghi di culto, sterminando interi popoli, distruggendo culture millenarie. Ora tocca a voi”.

La tentazione è forte, ma non ci si deve lasciar tentare ed è necessario usare la ragione.

E la ragione ci dice che oggi dobbiamo salvare il cristianesimo, perché è un pezzo importante della cultura occidentale, essendo incardinato, come ci ricorda Benedetto XVI, nel pensiero greco.

L’intera storia del cristianesimo si dipana nei secoli con filosofi e teologi che mantengono le loro riflessioni all’interno dei grandi filoni del pensiero greco ed ellenistico. Non mancano quelli, come in particolare gli Irlandesi, che si sono avvalsi delle linee di pensiero della tradizione druidica.

Il cristianesimo è strettamente legato alla cultura europea e ne costituisce un elemento importante.

Ecco perché la ragione ci dice di non indulgere in tentazioni, ma di salvare e valorizzare la pluricentenaria riflessione filosofica e teologica del cristianesimo, alla quale si accompagnano molteplici forme artistiche che sono una ricchezza europea a disposizione del mondo.

Salvare è il verbo adatto, poiché il cristianesimo sta per essere eliminato fisicamente dal fondamentalismo islamico nei luoghi dove è nato e si è sviluppato in Medioriente ed è costantemente reso debole e indifeso nell’Europa,  che ne è stata la culla per secoli, dall’ignavia degli stessi cristiani, incapaci di arginare la deriva con la quale accettano le condizioni vessatorie di un Islam protervo.

Doug Barrow, esperto di politica estera del Cato Institute, scrive: “Stiamo assistendo all’omicidio di massa e al tentativo di sradicare il cristianesimo da dove è nato” e Roger Scruton scrive a sua volta: “E’ inaccettabile che i musulmani in occidente reclamino il diritto di praticare la loro religione, costruire moschee e madrasse, sfruttare la libertà che la nostra società sancisce, mentre vietano ai cristiani che vivono nei loro paesi di fare lo stesso”.

I laici europei, oggi, hanno il dovere di salvare la tradizione cristiana. Lo stesso vale per coloro i quali seguono le antiche religioni del continente.  Il druidismo, vittima della protervia cristiana, e tuttavia vivo e operante, oggi sente il dovere di essere a fianco dei cristiani che   vogliono salvare la loro tradizione, la loro cultura, che è anche un importante elemento della cultura europea e dell’occidente.

Fionnbharr

Duw, il Logos dei Druidi

In Inghilterra la “Charity Commission”, l’ente governativo incaricato di regolare tutte le pratiche religiose nel Regno Unito, ha stabilito che l’adorazione dei Druidi per gli spiriti che pervadono il mondo della natura può aspirare allo status di vera e propria religione.

Dopo un’indagine durata quattro anni, la Charity Commission ha concluso che il druidismo fornisce un insieme di pratiche coerenti e strutturate per l’adorazione di un essere supremo e che queste sortiscono un impatto morale benefico sulla comunità dei fedeli. (Estratto da: La Stampa – 2.10.2010).

Eduard Panchaud scrive: “Quando esaminiamo attentamente il carattere dei fatti relativi alle credenze religiose della Gallia, noi riconosciamo due sistemi di idee, due corpi di simboli e di superstizioni assai distinti: l’una tutta sensibile, derivante dall’adorazione dei fenomeni naturali o accettante gli dèi propri dei popoli vicini, l’altra fondata su un monoteismo metafisico misterioso, che conosce il Dio creatore e il Dio della provvidenza”. [1]

Panchaud è uno studioso delle tradizioni celtiche ed è un “ministro dell’Evangelo”.

Di diverso avviso il parroco di Bishopton, Edward Davies, il quale ritiene che i Druidi non conoscessero l’unità di Dio, o della “grande prima causa”, anche se afferma di avere qualche “ragione di concludere che essi conoscessero la sua esistenza e la sua provvidenza attraverso lo spesso velo delle superstizioni”. [2]

Ora, questa idea, permanente in chi ha studiato il druidismo con la lente del cristianesimo, che i Druidi non conoscessero il Dio unico e provvidente, o fossero, di volta in volta, politeisti o animisti, non corrisponde assolutamente alla teologia druidica, che mi pare più compiutamente delineata, in alcuni suoi tratti fondamentali, dal grande celtista Jean Markale.

Per i Druidi, scrive Jean Markale, la creazione è continua e perpetua e Dio non è, ma diviene. [3] Conseguentemente, secondo Markale, il pensiero di Eraclito è vicino a quello druidico[4], laddove la natura e l’universo sono regolati dal Logos, dove parola, ragione, meglio, relazione, sono verità e sinonimo di divinità. Il Logos eracliteo è l’ordine universale espresso e riversato nella molteplicità del divenire, è il ritmo dell’universo, è la legge universale che opera nel mondo, una legge divina che guida magistralmente il mondo, una mente che muove il cosmo attraverso il cosmo stesso: “Una è la sapienza, conoscere la mente che per il mare del Tutto ha segnato la rotta del Tutto” (Eraclito – FR 13 Diano).

Non esiste, pertanto, una separazione tra un dio creatore immobile e trascendente e una natura creata, in divenire. Non c’è un dio primordiale. “Dio – scrive Markale – era il compimento dell’azione collettiva di tutti gli esseri e questi esseri provenivano semplicemente da un Dio «tutto» solo in potenza”.[5] E potenza, flaith in irlandese, è il fondamento naturale di tutte le cose.

Possiamo, pertanto pensare, ad un ordine universale, attuato dal Duw, che compare nelle Triadi bardiche come demiurgo, ossia come Logos ordinatore di una natura increata, eternamente esistente, così come eternamente esistente è il Dio tutto in potenza, il quale, “crea” nell’ordinare la natura, in un eterno divenire che è perenne trasformazione e al contempo manifestazione dell’ordine divino.

In questo divenire del Dio “creatore” si intravvede anche la ragione dell’esperienza del “creato”, in quanto questa esperienza è al contempo l’esperienza di Dio. L’esperienza di ogni singola individualità diviene, pertanto, come elemento di un divenire infinito, dove la potenza ordinatrice fa esperienza di se stessa, accrescendo il suo bagaglio informativo. In questa idea del divino acquista senso l’affermazione di Panchaud di un “monoteismo metafisico misterioso”, in quanto nell’esperienza ordinante ed improntante di una materia eternamente esistente, il “Puro pensiero” accresce se stesso attraverso l’esperienza dell’ordinare e le esperienze degli ordinati.

Nei Barddas, raccolta di testi druidici antichi fatta da Iolo Morganwg (al secolo Edward Williams) ed editata in inglese con traduzione e note del reverendo J.Williams ab Hitel M.A. (ora disponibile in italiano grazie all’impegno della Collegio druidico nazionale, diretto da Alessandro Topi, con traduzione di Enrico Selleri e edito da Anguana Edizioni) si legge che il “male” Cytraul, è destituito di vita e di intenzione; è una cosa di necessità e non di volontà, priva di essere e di vita nell’ambito dell’esistenza e della personalità, ma anche che Dio (Duw), “dopo essersi unito con ciò che è privo di vita, ossia con il male, con l’intenzione di sottometterlo alla vita, ha impartito l’esistenza della vitalità agli esseri animati e viventi e così la vita si impossessò di ciò che è morto”.

Un concetto, quello espresso nei Barddas, che riecheggia quello platonico, in base al quale il divenire è il dato primario e originario, il primitivo caos, al di là del quale il pensiero non sente ancora il bisogno di risalire. Platone enuncia che “il non essere è, e quindi, che la realtà è un miscuglio di essere e non essere; questo non essere è altro dall’essere, è l’inseparabile negatività, col cui concorso l’essere si genera”. [6] E’ il demiurgo che da uno stato originario di confusione e di disordine fa uscire l’ordine.

Anche Aristotele concepisce il rapporto tra la forma e la materia come un rapporto tra l’essere e il non essere, dov’è meglio caratterizzato il valore di pura idealità dei termini e il significato della loro unione.

Il Duw, il Dio dei Druidi, è dunque il Logos, la Parola ordinante, che è Verità, in quanto disvelamento del velato. I Druidi veneravano il potere della parola, che era munita di forza e di vitalità. Attraverso la verità, dicevano, “la terra perdura”. La Verità era la Parola e la Parola sacra e divina non doveva essere profanata. [7] “Per i Druidi e per i Bramini, il principio donatore della vita e alla base del potere era la parola di verità causa ultima di tutti gli esseri”. [8]

Nella dottrina druidica “si assisteva – scrive ancora Markale – ad una sublimazione della natura in quanto manifestazione divina. Era grazie ad essa che si comunicava con Dio. Ma la natura non consisteva solamente nelle montagne, nei fiumi, nelle foreste, era anche l’essere umano nella sua dimensione corporea. La carne non era maledetta, bensì esaltata allo stesso modo dello spirito, poiché in definitiva corpo e anima non erano che le due facce della medesima realtà. Non esisteva conseguentemente alcuna interdizione sessuale. Le proibizioni erano invece di natura magica, con riferimento a una visione globale dei rapporti tra l’individuo e il mondo circostante, senza alcuna connotazione moralistica”. [9]

“L’uomo – scrive Markale – non è rinchiuso nella materia, ma si espande in essa, perché il mondo è in perpetuo divenire. Il che esclude ogni idea di caduta, di un Satana, spirito del male, che avrebbe creato un mondo imperfetto caricatura dell’opera di Dio. Satana non è celtico, è persiano. E se i cristiani gli hanno dato la parvenza e gli attributi del dio gallico Cernunnos, il dio cornuto, è perché non riuscivano a sbarazzarsi di questo ingombrante personaggio, espressione di forza e di fecondità. E se non c’è Satana, non c’è neppure un problema del male metafisico. Il male era semplicemente l’imperfezione degli esseri, imperfezione normale in un’evoluzione perenne: era piuttosto il «perfetto», cioè il «compiuto», a equivalere al nulla. Conseguentemente, il male in tutte le sue forme (ingiustizie, violenze, malattie, sofferenze) non era che una serie di incidenti di percorso necessari per pervenire a uno stato superiore”. [10]

Fionnbharr

[1] Eduard Panchaud, Le druidisme; ou, Religion des ancians Gaulois – Losanna 1865

[2] Edward Davies, The mithology and rites of the British Druids, London 1809

[3] Jean Markale, Il Druidismo, Mediterranee

[4] Jean Markale, Il Druidismo, Mediterranee

[5] Jean Markale, L’enigma dei Catari, Sperling

[6] Guido de Ruggiero, La filosofia greca, Laterza.

[7] Peter Berresford Ellis, Il segreto dei Druidi – Piemme

[8] Peter Berresford Ellis, Il segreto dei Druidi – Piemme

[9] Jean Markale, L’enigma dei Catari, Sperling

[10] Jean Markale, L’enigma dei Catari, Sperling

Cristianesimi senza Aldilà

In Spagna si demoliscono le stazioni della via Crucis per non offendere l’Islam. In Germania e in Francia le chiese sono vendute e trasformate in moschee.

La continua eliminazione dei simboli cristiani è il frutto dell’ignavia dei cristianesimi europei i quali, eredi delle mai sopite guerre di religione intestine, preferiscono tendere la mano all’Islam anziché superare le antiche divisioni e stringere un’alleanza in nome delle comuni radici.

Cattolici, riformati, ortodossi, continuano a rimanere separati in nome di dispute teologiche che li hanno divisi nei secoli e dietro le quali si nascondono questioni di potere terreno e di dominio territoriale ed economico.

Le chiese cristiane si sono mondanizzate e progressivamente trasformate in agenzie sociali, che fanno concorrenza alle strutture statali, con la loro conseguente progressiva politicizzazione.

Ai cristianesimi manca da molto tempo l’Aldilà, essendosi volti quasi esclusivamente all’aldiquà.

Così le chiese parlano di accoglienza, di povertà, di ecologia, di fame nel mondo, entrando nel merito delle responsabilità e delle soluzioni. Temi importantissimi che, tuttavia, non danno alcuna risposta alle millenarie domande dell’essere umano sulla vita e sulla morte e, soprattutto, sul dopo morte.

La politicizzazione ha prodotto un Cristo comunista, al quale si affianca un Cristo socialista, il ché, ovviamente, fa in modo che ci siano un Cristo liberale e, perché no?, un Cristo nazionalsocialista.

Cooperative, banche, istituti scolastici, università, ospedali, immensi patrimoni immobiliari, interventi in tutte le aree del sociale relativizzano, laicizzano, mondanizzano, creano collusioni, intrecci di interesse e di potere, troppo spesso anche non leciti.

Inutile prendersela con il relativismo e con il laicismo. I due “ismi” non sono un nemico esterno, ma un fattore interno divenuto strutturale. Accade così che in un periodo di crisi quale è quello che stiamo vivendo, il paradiso di Allah diventi un riferimento attraente. A tal punto attraente da essere considerato raggiungibile anche attraverso la negazione della vita propria e altrui.

Dalla mondanizzazione deriva gran parte dell’ignavia delle chiese cristiane e il loro tendere la mano all’Islam in nome del politicamente corretto e di una malintesa alleanza delle “religioni del Libro” o “del Dio unico” che, tuttavia, esclude quella ebraica, sempre più ostracizzata, la quale è indiscutibilmente l’origine di quella religione mediorientale alla quale si richiamano cristiani e islamici.

Si avverte addirittura una sorta di transfert, quasi che il paradiso di Allah e il rigorismo dell’Islam fungano da compensazione alla perdita dell’Aldilà dei cristianesimi mondanizzati.

Le chiese cristiane e i cristiani in questa deriva hanno perso il significato profondo della loro identità, che è occidentale, così come opportunamente ricordato da Benedetto XVI nella Lectio Magistralis di Ratisbona.

Se quanto ha affermato Benedetto XVI ha un fondamento di verità (ortotes), ossia corrisponde ai fatti, il cristianesimo ha ben poco di parentale con l’Islam, che è una religione mediorientale, basata su schemi mentali mediorientali, illiberale e che implica una società teocraticamente diretta.

I cristianesimi e, conseguentemente le chiese cristiane, hanno maggiori affinità con le culture religiose antiche europee, genericamente definite pagane, così come dimostrano, ad esempio Dionigi Areopagita, Severino Boezio, lo stesso Sant’Agostino, San Tommaso e Alberto Magno, che hanno incardinato il pensiero cristiano in quello dei grandi filosofi della Grecia classica e dell’ellenismo.

Che cosa sarebbe il cristianesimo senza Platone e Aristotele? Cosa sarebbe il cristianesimo senza il cristianesimo celtico che, sin dai primi secoli, è stato un importante componente della cultura che ha formato l’Europa? I monaci irlandesi, scozzesi, britanni hanno contribuito in larga parte a quel fenomeno dell’Alto Medioevo che è stato definito “ricristianizzazione”.

San Colombano, San gallo, Sant’Orso, i monaci di Iona, i Culdei, i Tironianensi hanno conservato e diffuso le culture classiche greca e latina e l’antica sapienza druidica, la cui teologia traspare nelle opere tramandate nei secoli. E’ una teologia di grande valore, anche se poco conosciuta, e rappresenta un prezioso dono che ci viene dal passato. Il druidismo, mai morto, nonostante le offese del tempo e degli uomini, è ora conosciuto da un sempre maggior numero di uomini e donne ed è religione riconosciuta in Inghilterra.

E’ in queste radici che l’Europa deve tornare a riconoscersi, in un’alleanza filosofica, teologica, spirituale, operativa, che ridia speranza all’umanità.

Ivan Kupala, il solstizio slavo

Ivan Kupala, la festività slava con origini pagane legata al solstizio d’estate. Celebrata sin dalla notte dei tempi tra il 6 e il 7 luglio in Polonia, Russia, Bielorussia e Ucraina, subì numerosi tentativi di repressione da parte del Cristianesimo, che tuttavia non riuscì a sradicarla.
La notte della vigilia (Notte di Tvorila) è entusiasticamente celebrata dai giovani dell’Est, vestiti in costume, con le ragazze che si ornano i capelli di fiori, danno prova del loro coraggio saltando fuochi e facendo il bagno nudi in laghi e fiumi per purificarsi e fortificare il fisico.

Riti pagani in Lettonia

Da Focus.it

Articolo di Franco Capone

http://www.focus.it/cultura/storia/gli-ultimi-pagani#.VYfKff1tN5w.facebook

Alba del 21 giugno, solstizio d’estate: il giorno dell’anno in cui la luce solare dura di più e vince sulla notte. Uomini con corone di foglie di quercia e donne con ghirlande di fiori campestri invocano nei loro canti il dio Dievs, le dee Laima e Mara, e varie divinità che soprintendono ai tanti aspetti della natura. Si accendono fuochi sacri e si fanno offerte di cibo a querce, laghi e sorgenti. E si fanno bagni rituali nudi, in un lago.

Tutto questo accade oggi, nell’anno 2015, fra gli ultimi pagani d’Europa, in Letgallia, regione agricola della Lettonia, piccola repubblica ex sovietica che si affaccia sul mar Baltico.

 

Nel frattempo lui, il Sole tanto invocato, si fa appena vedere: le troppe nubi di una settimana di pioggia lo nascondono. Ma questa rimane la sua festa, la festa della luce: dopo un inverno rigido e con troppe ore al buio, il Sole sorge alle 4 del mattino e irradia da dietro le nuvole la sua luce, pallida, ma preziosa.

È tempo di risveglio della natura e cresce la voglia di uscire, di stare insieme. «Si festeggia all’antica, come migliaia di anni fa» osserva l’antropologo Cesare Poppi, che con noi ha osservato e valutato questi riti. La festa continua il 23 giugno, giorno di san Giovanni, qui chiamato Janis, festa nazionale della Lettonia.

COMPROMESSO. Ma è la festa di san Giovanni più pagana del mondo. Qui il santo imposto dalla Chiesa fu adattato alla tradizione locale: la festa della luce, al solstizio d’estate, c’era da molto prima che si parlasse di cristianesimo. In alcuni villaggi si fa ancora il 21 giugno, ma in genere la celebrazione è spostata al 23, festa nazionale di san Giovanni-Janis, senza che questa perda la sua origine pagana: tutti sanno che con il santo si festeggia in realtà il Sole. «La Lettonia, anticamente Latvia» spiega Poppi «fu l’ultima roccaforte pagana a essere cristianizzata in Europa. Lo fu solo parzialmente nel XIII secolo, quando arrivarono i cavalieri teutonici cacciati dalla Terra Santa, dopo la sconfitta crociata. Ma fino al XVIII-XIX secolo, la grande maggioranza degli abitanti della Latvia non accettò la religione cristiana, o comunque continuò a praticare anche il culto pagano». Legati all’antica tradizione, i contadini non volevano essere come i loro padroni germanici, che con i sudditi non si comportavano affatto “cristianamente”.

Era una resistenza di sfruttati, che si cementò condividendo canti popolari, i dainas, in cui erano mantenuti vivi la devozione per i propri dèi e i valori di solidarietà della comunità contadina, l’idea che l’uomo non fosse il padrone, ma solo uno degli elementi della natura, nel rispetto dei suoi ritmi.

LA FESTA PAGANA DEL SOLSTIZIO (9:37)

ESSERE, NON AVERE. «La lingua lettone è considerata una delle più antiche della famiglia indoeuropea, da cui vengono quelle moderne come il portoghese, l’italiano, il francese, il tedesco e l’inglese» spiega l’antropologo. «Per esempio diev (in latino deus, diva) corrisponde al sanscrito diev, che significa splendore, luce, e quindi Sole». Da diev viene infatti la divinità locale Dievs. In lettone, non esiste il verbo “avere”. I lettoni dicono “essere a me”. Ciò deriva dall’idea originale che l’uomo riceve i beni della natura, non li possiede.

Sulla base di una prima trascrizione di migliaia di dainas presenti nel folclore locale, lo storico lettone Ernests Brastinu e un gruppo di intellettuali locali ricostruirono, all’inizio del Novecento, le coordinate della religione pagana tradizionale: i nomi e il ruolo delle divinità, l’etica e la visione del mondo. Chiamarono questa religione Dievturiba, da dievturis, coloro che ricevono Dievs.

REPRESSIONE. Questa religione divenne fondamento del nazionalismo lettone. Stalin fece di tutto per perseguitare e deportare i dievturis, ma il corpus dei dainas e la ritualità radicata nel folclore sono rimasti intatti. La religione è poi diventata legale con l’indipendenza dall’ex Unione Sovietica.

La cittadina di Malpis offre un esempio di come si sono conservati i riti arcaici. Qui vi è anche una scuola per la diffusione della cultura popolare e l’antica religione lettone, diretta da Andris Kapustz e dalla moglie Aida Rancane, entrambi studiosi di folklore e musicisti. E nella festa di questa cittadina si nota la continuità fra la cultura popolare contemporanea lettone e quella dell’età del Bronzo. Forse del Neolitico. «Sono elementi di una cultura europea già a quel tempo globalizzata» spiega Poppi. «La parte centrale del rito è la costruzione, in legno, della “porta di san Giovanni”, orientata in modo da inquadrare perfettamente il Sole all’alba del solstizio. È la stessa pratica astronomica-rituale che fu consacrata in grande a Stonehenge, l’equivalente della basilica di san Pietro in una diffusa religione europea dell’età del Bronzo».

La cuspide della porta forma una specie di X: «è il simbolo dello iumis, la coppia di gemelli che portano fertilità, continuità e armonia, ancora presente nelle case rurali dei lettoni».

IN CORTEO. A Malpis, il 21 giugno come a san Giovanni, si muove un corteo che diffonde inni sacri. Con tappe davanti alle case per scambiare offerte (formaggio, pane, birra, orzo non fermentato e fiori) e auguri di salute e fecondità, per la famiglia come per il bestiame e i raccolti. Tutti sono invitati a unirsi al corteo. Ci si ferma sotto una grande quercia, manifestazione di un dio maschile, per lasciare offerte all’albero e intonare preghiere. Giunti poi su una collina, viene accesa una pira sacra che durerà tutta la notte. I fedeli bruciano le corone del solstizio dell’anno prima e fanno offerte al fuoco. Altre offerte sono poste su una piccola zattera e inviate attraverso la corrente di un fiume a Upes mate, una delle madri delle acque.

«Si celebra in questo modo il matrimonio tra fuoco e acqua, fra maschile e femminile» spiega Poppi. Viene quindi incendiata una ruota che rappresenta il Sole ed è poi fatta rotolare in pendenza. Più lontano andrà, maggiore sarà il successo dei prossimi raccolti.

Le donne non sposate eseguono un altro rito: ognuna lancia una corona di fiori su una quercia, elemento maschile, sperando che rimanga appesa a un ramo. Per ogni tentativo fallito è previsto un altro anno di nubilato. «Siamo di fronte al modello ancora vivente dei riti agrari che si praticavano già migliaia di anni fa» osserva ancora l’antropologo.

Nella notte di san Giovanni-Sole i giovani vengono invitati a cercare il fiore della felce. Che però non esiste. In realtà è una metafora con cui gli adulti consentono ai ragazzi di appartarsi, per fare l’amore. Non si contano in questa notte le tende (rigorosamente per 2), sparse nei campi e fra le betulle.

PANTHEON BALTICO. Al centro di queste feste ci sono i dainas, brevi racconti e detti cantati che insegnano comportamenti virtuosi e parlano di dèi. Nel corpus di 500 mila dainas raccolti dagli studiosi, 4 mila si riferiscono a Dievs, il dio supremo. Seguendo la loro variazione si può pensare che il dio fosse all’inizio impersonale, una forza che pervade tutte le cose e sia poi diventato dio del cielo e della luce.

«Laima, la dea del fato» spiega Valdis Celms , membro autorevole della religione dievturiba «fa da mediatrice, in una trinità, fra Dievs e Mara. Quest’ultima è responsabile della costruzione e dell’equilibrio del mondo materiale. Si manifesta nelle cose, negli eventi naturali e negli esseri viventi». Mara presiede alla nascita, al corso della vita e alla morte. Insomma, una Grande madre di probabile provenienza neolitica. Ha decine di aiutanti, o meglio figure specializzate in cui si trasforma: Madre dei fiumi (Upes mate), del vento e degli uccelli (Veja mate), Madre della pioggia (Lietus mate).

Persino le foglie, i fiori e i funghi hanno una specifica madre: in ordine, Lapu mate, Ziedu mate e Senu mate. Poi, madre delle strade e protettrice dei viandanti (Cela mate), della fertilità (Zemes mate), dei campi (Lauku mate), del lino (Linu mate), del bestiame (Lopu mate), del mare (Juras mate), dei morti (Velu mate o Kapu mate)… e così via, fino a 60 madri.

Nel calendario lettone sono 8 le feste pagane, 2 per stagione. Solstizi ed equinozi i principali appuntamenti. Nel giorno più lungo, 21-23 giugno, la festa della luce (Janis); per il più corto, 21 dicembre, il Ziemassvetki. Per gli equinozi, Liela (21 marzo) e Mikeli (21 settembre). I riti di passaggio dievturiba, oltre al matrimonio e al funerale, sono il fidanzamento e il ricevimento del nome che sostituisce il battesimo.

SPIRITO E ANIMA. Secondo i dievturi una persona è fatta di tre parti: augums (corpo), dvesele (anima) e velis (spirito). Ne decidono il destino, prima della nascita, Laima e le sorelle Karta e Dekla (come le tre Moire greche o le Norme nordiche). Con la morte, le tre parti si separano: il corpo torna alla terra e l’anima a Dievs. Lo spirito è una sorta di ombra (alla greca) che ha memoria del pensiero del defunto. Per un periodo resta vicino ai vivi. Nel Veli, festa dei morti, gli spiriti sono invitati a entrare nelle case. Più tempo passa, più il ricordo si attenua nelle nuove generazioni e lo spirito di un defunto sale a quote superiori fino a raggiungere l’altro mondo (Vinsaule), situato dietro il Sole, dove continuerà a esistere.

«Alcuni credono nella reincarnazione, ma la nostra antica religione non ne parla», puntualizza Olgert Auns, il dievturo più anziano. «La nostra fede è un sistema di vita. Anche se il destino di una persona è dato dall’inizio, nel quadro tracciato da Laima sono ampi i margini di manovra per rendere la vita felice e virtuosa, vivendo bene con gli altri, in equilibrio con la natura».

«E proprio a questo servono i riti agrari» conclude Poppi. «Se lo storico Fernand Braudel diceva che i fenomeni storici vanno giudicati sulla lunga durata, allora possiamo dire che in Lettonia abbiamo assistito a pratiche di un’Europa globalizzata con una comune cultura, almeno 3 mila anni prima della nascita dell’Unione europea».

 

La penitenza deve finire

Pascal Bruckner, nel suo “La tirannia della penitenza – Saggio sul masochismo occidentale”, mette a fuoco una delle sindromi disarmanti che stanno indebolendo l’Occidente, rendendolo vulnerabile: il senso di colpa.

Qualsiasi cosa accada nel mondo o sia accaduta, per i penitenti, che si scatenano in dietrologie complottiste,  è colpa dell’Occidente. I penitenti così si flagellano e flagellano la cultura occidentale, esaltando le magnifiche sorti e progressive di culture a loro dire non contaminate dai mali dell’Occidente.

La penitenzialità, che si traduce nell’accoglienza riparatrice o  nell’incapacità a distinguere tra i valori, si trasforma in oicofobia, la quale nell’accezione offertaci dal filosofo inglese Roger Scruton, è l’esatto opposto della xenofobia e possiamo descrivere questo atteggiamento mentale, ampliando un poco l’accezione greca, come avversione per la propria casa e per il proprio retaggio.

Scrive Roger Scruton (Manifesto dei conservatori), Cortina Editore:”Nessuno che sia nato nell’Inghilterra postbellica può permettersi il lusso di non essere consapevole della compiaciuta derisione rivolta alla nostra lealtà nazionale da parte di chi non avrebbe nemmeno libertà di critica se gli inglesi, anni fa, non fossero stati pronti a morire per il loro paese. La lealtà di cui la gente ha bisogno quotidianamente, e che può affermare nel vivere sociale spontaneo e spensierato, è oggi sistematicamente ridicolizzata o, perfino, demonizzata dalle élite mediatiche e dal mondo della cultura. La storia nazionale viene insegnata come una favola di vergogna e decadenza. L’arte, la letteratura e la musica della nostra nazione sono state praticamente separate dalle principali vicende della vita, e gli usi e costumi, le tradizioni locali e le cerimonie nazionali sono sistematicamente e aspramente criticati. Il ripudio dell’idea nazionale è il risultato di un particolare stato d’animo che si è sviluppato nel mondo occidentale a partire dalla Seconda guerra mondiale e che prevale tra le élite intellettuali e politiche. Non esiste termine adeguato per definire questo atteggiamento, ma i suoi sintomi appaiono subito evidenti, e precisamente: la tendenza, in qualunque situazione conflittuale, a schierarsi con “loro” contro di “noi” e il bisogno irrefrenabile di denigrare usi e costumi, cultura e istituzioni che siano tipicamente “nostri”. È l’esatto opposto della xenofobia e possiamo descrivere questo atteggiamento mentale “oicofobia”, che significa (ampliando un po’ l’accezione greca) avversione per la propria casa e per il proprio retaggio. Da un punto di vista psicologico, l’oicofobia è una fase tipica e normale dello sviluppo della mente degli adolescenti, mentre negli intellettuali tende a divenire permanente. …….L’oicofobia non è nemmeno un tratto tipicamente inglese e, tanto meno, britannico (gli scozzesi sembrano esserne relativamente privi). Quando Sartre e Foucault tracciano il ritratto della mentalità “borghese” — la mentalità dell’Altro nella sua Alterità — descrivono l’onesto francese comune ed esprimono disprezzo per il suo modo di vedere la cultura nazionale”. “L’oicofobo  – scrive ancora Roger Scruton  – è ai propri occhi il difensore di un universalismo illuminato in antitesi a uno sciovinismo locale, ed è appunto l’ascesa di un tipo del genere che ha portato alla crescente crisi di legittimità negli stati-nazione europei. Stiamo assistendo a una massiccia espansione del fardello legislativo sulle popolazioni d’Europa e a un attacco senza tregua proprio a quelle lealtà che farebbero sì che tale peso fosse volontariamente accettato. In Olanda e in Francia tutto ciò ha già avuto un effetto deleterio che non si deve escludere che presto dilaghi ovunque, e il risultato potrebbe non essere quello che gli oicofobi si aspettano”.

Il politicamente corretto che nasconde l’ignavia

 Una forma cronica di oicofobia penitenziale è dilagata sotto il falso aspetto della “correttezza politica” e si è violentemente rivelata nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001, riversando disprezzo su quella cultura che si pretendeva avesse provocato gli attacchi, con l’evidente implicazione di essere dalla parte dei terroristi.

Il politicamente corretto fa si che non si possa criticare l’Islam, altrimenti si è islamofobi, che non si possa essere critici nei confronti di culture, ideologie  e religioni e che, addirittura, come fa Obama in America e come hanno fatto molti politici in Europa, non si chiamino più terroristi islamici gli assassini che sparano e gettano bombe nei paesi dell’Occidente, ma esaltati locali, criminali comuni.

Il politicamente corretto è, per chiamarlo con il suo nome, ignavia e, a volte, quando l’ignavia si trasforma in irresponsabilità, vigliaccheria.

Il politicamente corretto, invece, non si applica quando si devono criticare le nostre tradizioni, perché i penitenti oicofobici, per fare il loro quotidiano mea culpa, sputano sulle loro origini e sulla loro cultura, rinnegandola.

Riscopriamo l’autostima

L’Occidente non ha fatto sempre scelte giuste, come la storia dimostra, ma ha elaborato idee fondamentali di convivenza, quali la libertà individuale, la democrazia, la parità tra uomo e donna, la libertà di pensiero e di parola. Senza la libertà non esiste la dignità dell’essere umano.

Come si può non riconoscere l’abissale distanza di civiltà che esiste tra chi, come noi, ama e propugna la libertà e chi predica la sottomissione alle regole di una religione che diventano anche regole dello Stato? Come non capire che la teocrazia è incompatibile con la civiltà dell’Occidente? Come non capire che l’Occidente non può farsi carico di tutti i problemi del mondo? I penitenti si chiedono cosa possono fare per il Sud del mondo piuttosto che chiedersi che cosa il Sud del mondo possa fare per se stesso.

I ritorno dell’antisemistismo

Tuttavia, i penitenti oicofobici, tra le loro immense colpe, degne della costante fustigazione, non annoverano l’antisemitismo; proclamano il politicamente corretto, dimentichi di quanto è accaduto in Europa agli Ebrei ed elaborano nuove teorie antiebraiche.

Nel grande confessionale penitenziale oicofobico, gli europei penitenti assolvono se stessi dai crimini contro gli ebrei, celebrando i palestinesi come vittime, poco importa in che modo crudele essi agiscano; e dipingendo gli israeliani come nazisti dei nostri giorni, poco importa quanto sia necessaria una loro autodifesa. Nello stesso tempo plaudono all’accordo con Teheran, dimentichi che la teocrazia iraniana è una delle centrali del terrorismo internazionale che ha dichiarato guerra all’Occidente e che vuole annientare Israele.

Obama si gudagna il Nobel

L’America degli Occidentali, proprio come l’Europa, si sbarazza del crimine della Shoah, abbandonando Israele e nel contempo, con una politica da dilettanti allo sbaraglio, disastra il Medio Oriente.

Per Obama non vale il vecchio saggio detto romano: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Per Obama, che probabilmente ha un cuore sciita, vale il contrario: se vuoi la guerra, prepara la pace. Ma si sa, deve pur guadagnarsi il premio Nobel che gli hanno dato in anticipo e gratis. Tanto i guai se li ritroveranno i suoi successori e, ovviamente, anche noi europei, che della sua politica insensata siamo vittime.

Fionnbharr

I Druidi e la tolleranza

Si narra che quando San Guénolé si recò al letto di morte di re Gradlon vi trovò un druida. I due divennero amici, anche se, quando il cristiano intese insegnare al druida la parola di Cristo, questi aveva rifiutato, nonostante avesse precedentemente invitato il santo ad erigere una chiesa dedicata “all’Addolorata Madre del tuo Dio”, dove le persone ammalate potessero trovare la salute e tutti la pace. La compassione di San Guénolé nei confronti del druida “lo portò a offrirgli un rifugio nell’abazia di Landevenéc. Il druida declinò, dicendo che preferiva i suoi “sentieri boscosi”. “Non è forse vero che tutte le strade conducono ad un unico grande punto centrale?” fu la sua battuta di congedo. E’ una filosofia che il nostro mondo moderno, nella sua intolleranza, trova difficile accettare”.[i]

[i] Peter Berresford Ellis, Il segreto dei Druidi, Piemme