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Migrazioni o deportazioni di massa?

Superior stabat agnus…. Il lupo oggi non stravolge più in modo facilmente smascherabile, come nella favola di Fedro, la verità dei fatti; si è travestito da agnello e si confonde nel gregge.

E’ in atto una deportazione di massa epocale di esseri umani dall’Africa all’Europa e se ne annuncia una, altrettanto epocale, dalla Cina all’Africa.

Per quanto riguarda la deportazione dall’Africa all’Europa, quella che viene chiamata migrazione è un trasferimento dove è sempre più evidente e dimostrato che c’è una rete di lupi travestiti da agnelli che lucrano sulla nuova tratta degli schiavi.

Il primo business del trasferimento è quello sporco, ormai evidente (salvo a chi ha le fette di salame sugli occhi, o meglio: le vuole avere), della cosiddetta  accoglienza e delle strutture della stessa, in combutta con mafie di varia specie, scafisti, caporali del lavoro nero, lenoni della prostituzione, mercanti di organi.

Altri agnelli accolgono i disperati della transumanza (si, transumanza, perché quelli del lavoro sporco li trattano come bestie) sui loro battelli finanziati da agnelli miliardari. Si dice che i finanziatori lo facciano perché così leniscono una sorta di senso di colpa. L’interpretazione psicologica fa ridere. Gli agnelli finanziatori lo fanno perché hanno come riferimento il nuovo verbo della Montagna Incantata (che con il discorso della Montagna ha ben poco a che fare) che fornisce loro la copertura ideologica per il rifornimento di un esercito di riserva di manodopera a basso costo funzionale ai loro interessi. Interessi meno evidenti di quelli che fanno il lavoro sporco, ma altrettanto concreti, anzi, concretissimi. L’accoglienza è il modo per avere a disposizione una riserva di lavoratori senza diritti civili, disposti a qualsiasi condizione di lavoro, a tutto vantaggio per i profitti e con buona pace per un welfare in pericolo e per le sorti della democrazia, della quale agli agnelli finanziatori non importa nulla, anche se la proclamano come un credo assoluto e se ne ergono a soli veri interpreti.

Nel frattempo, il potere cinese, il cui massimo rappresentante è stato accolto con ampi abbracci dai Signori della Montagna Incantata, sta organizzando un esodo forzato di massa che farà dell’Africa, tra cinquanta anni un secondo continente giallo. La Cina, mentre l’Europa si consuma nelle beghe di cortile, si sta trasferendo in uno dei territori più ricchi di risorse energetiche di tutto il pianeta.

Il potere cinese ha costruito vere e proprie China Town, attualmente deserte, ma perfettamente funzionanti, in Angola, Nigeria, Guinea equatoriale, Ciad, Sudan, Zambia, Zimbawe e Mozambico. Una nuova città, costruita in Angola, è costituita di 750 palazzi e potrebbe ospitare  (ospiterà) oltre cinquecento mila persone.

Nell’ultimo decennio la Cina ha traslocato in Africa quasi un milione di cinesi, ma entro il 2020, ossia dopodomani, Pechino ha progettato un esodo calcolabile tra i 300 e i 500 milioni di cinesi.

Siamo in presenza di un disegno mondiale di trasferimenti di intere fasce di popolazione, di deportazioni travestite da migrazione, progettate e condotte da lupi travestiti da agnelli.

A queste migrazioni è funzionale l’ideologia dell’uomo senza qualità, senza patria, senza genere, senza identità: un perfetto signor nessuno da sfruttare a piacimento, sia come lavoratore, sia come consumatore. Un perfetto signor nessuno, convinto di essere un agnello finalmente emancipato per mano di soccorrevoli agnelli, che invece sono lupi famelici.

Superior stabat agnus, longeque inferior agnus. La storia ora è da riscrivere così.

Tuttavia: “Attenti al lupo”. Se lo smascherate ulula, non bela.

Silvano Danesi

Trump introduce realismo in un mondo di pazzi

“Lo sbigottimento dinanzi alla decadenza non può non assalirci, con un senso di fallimento profondo, se ci poniamo sul solco della civilizzazione occidentale. Comprendiamo che siamo al tramonto con un chiarore di morte indicibile”.

Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano, di questo sbigottimento scrive nel suo: “Un nuovo mondo – La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali” (Guerini e associati), proponendo anche una cura al tramonto: “Ricostruire una leadership intellettuale e morale dell’Occidente, senza esitazioni e senza mistificazioni”.

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Il punto principale da cui partire è una “nuova pace di Westfalia”, quella che concluse la guerra dei Trent’anni , dopo la folle gestione del Medio Oriente, prima di Bush Jr e poi di Obama, per porre fine alle guerre mesopotamiche e consentire la ricostruzione e la ripresa di quelle aree del mondo.

Le lotte intra arabe, travestite da lotte religiose, si sono trasformate in guerre tra medie potenze regionali. Una nuova pace di Westfalia è, pertanto, l’inizio di una fase di stabilità.

In questo quadro il ruolo stabilizzatore della Russia è fondamentale.

Sapelli attacca poi frontalmente la politica tedesca e la sua logica teutonico-deflattiva, che definisce “rigorismo luterano” e “ordoliberismo devastatore”, con Schaeuble che impone all’Europa una “politica economica suicida”. Sapelli denuncia “la deflazione secolare imposta dalla Germania, tramite l’Euro e l’UE, al resto del mondo sempre più finanziarizzato e, quindi, incapace di riprendere gli investimenti in beni capitali, di rianimare la domanda interna e, di conseguenza, la produttività del lavoro”.

L’Europa così com’è non funziona, in quanto le sua istituzioni “sono state forgiate […] dalla volontà macro-economica della finanza globale piuttosto che da quella della diplomazia globale”; e così l’Europa è andata in frantumi.

Da qui la necessità di riformare i trattati, abbandonando il funzionalismo e guardando ad un’Europa federale o confederale.

L’analisi di Sapelli  punta poi l’obbiettivo sulla questione delle questioni: come contenere la Cina, che guarda caso ha come referente principale in Europa la Merkel, che vuole essere il general contractor con il Dragone.

Clinton e Blair, dice Sapelli, con la deregolamentazione del mercato finanziario hanno consentito l’entrata della Cina nel WTO e ora i cinesi, la cui economia è comunque in crisi,  non solo varano con la nuova “Via della seta” un colossale programma di costruzione infrastrutturale, ma mettono in campo anche la Banca mondiale delle infrastrutture, in alternativa al Fondo monetario internazionale.

Poiché la posta in gioco per il dominio mondiale non si gioca più in Europa, ma in Africa, l’Italia – scrive Sapelli – deve lavorare con l’Egitto a stabilizzare la Libia e deve aiutare, così come del resto dovrebbe fare l’Europa, gli africani a realizzare un “nuovo nation and state building”, perché la questione della costruzione di stati-nazione è centrale per avere interlocutori validi e affidabili.

Riguardo all’ingresso del nuovo presidente degli Stati Uniti sullo scenario mondiale, Sapelli scrive: “Trump introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

Parole profetiche, visto il viaggio del presidente Usa in Arabia Saudita e in Israele e il confronto a muso duro con la Signora Quarto Reich.

Silvano Danesi

Nel tempo del dio denaro, dei banchieri e dei burocrati

 

Nel tempo del dio denaro i parametri hanno sostituito i dogmi e banchieri e burocrati gli ecclesiasti e i sacrestani.

Non cambia il popolo degli sfruttati, i quali non possono nemmeno definirsi popolo, in quanto moltitudine, perché l’élite dei corifei del dio denaro la moltitudine la disprezzano e non deve avere nome.

Il fatto è che la globalizzazione, voluta da banchieri e burocrati, ha azzerato la classe operaia e la borghesia ed è rimasto solo il popolo: massa indifferenziata, spregevole, non degna di un solo sguardo da parte dei corifei del potere, soprattutto quando sono raffinati intellettuali.

Banchieri e burocrati, con i loro parametri, dopo aver creato la massa indifferenziata dei consumatori, servi del bancomat (obbligatorio, come la gleba), hanno compiuto, come avviene in tutte le religioni che si rispettino, il miracolo della conversione.

E’ così accaduto che i democratici, spesso accompagnati dall’aggettivo progressisti, sono diventati i pifferai magici della massa informe detta popolo, a tutto vantaggio dei nuovi signori del mondialismo finanziario feudale.

Volete un esempio? Leggetevi il libro di Alan Friedman, che sicuramente non ama Trump, e troverete, senza aspettare l’ultimo capitolo, i colpevoli del disastro di quasi un decennio di depressione, con corollario di caimani all’opera per depredare le tasche del popolo e ridurlo in miseria.

Scrive Friedman: “Fu proprio durante la presidenza Clinton che vennero piantati i semi  di ciò che in seguito divenne la peggiore crisi globale mai vista nel mondo finanziario. Molto prima del collasso della Lehman Brothers del 2008, la squadra di Bill Clinton cooperava con la Federal  Reserve di Alan Greenspan per consentire la pericolosa vendita dei derivati e la cartolarizzazione dei mutui subprime. Nel corso degli anni Novanta la deregulation finanziaria procedette come se alla Casa Bianca ci fosse un repubblicano.  Il presidente Bill Clinton, insieme al Segretario al Tesoro Robert “Bob” Rubin e al suo successore Lawrence “Larry” Summers, e di comune accordo con il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan , consentì cospicui interventi che aprirono la porta alla crescita di un mercato virtualmente privo di controllo dei subprime, cartolarizzati e aggregati. Fu con la benedizione dell’amministrazione Clinton che il pericoloso volume di trading dei derivati fece un balzo in avanti, preparando la strada, insieme al mercato dei mutui subprime, all’incombente disastro finanziario. Fu sempre sotto Clinton che la legge Glass-Steagall dell’epoca di Roosvelt venne abrogata. Era una legge promulgata dopo la Grande Depressione per proteggere i risparmiatori: obbligava  le banche a tenere separate le operazioni tradizionali – ad esempio, la raccolta dei depositi e l’emissione dei prestiti – da quelle di investimento, come il mercato degli stock e dei bond. Durante gli anni di Clinton, il mondo finanziario venne liberato da ogni controllo governativo, addirittura in misura maggiore di quanto fosse avvenuto con Reagan. A Wall Street dominava l’avidità e Washington guardava altrove”. [1]

Avete capito? Non è la sfiga che ha creato la depressione, ma una banda di disgraziati che hanno scientificamente deciso un piano per ridurci in miseria.

Volete i complici europei della banda americana?

Scrive Friedman: “Clinton faceva parte dell’ondata di democratici progressisti favorevoli al business, la cosiddetta “terza via” che presto avrebbe trovato i suoi cugini d’oltreoceano nel New Labour di Tony Blair e nell’Ulivo di Romano Prodi. La terza via di Clinton significava tagli alla spesa per il welfare, riduzione del carico fiscale in stile reaganiano, e una politica di deregolamentazione delle attività delle grandi banche di Wall Street”. [2]

Ora negli States ha vinto Trump. Cosa farà non si sa, ma resta il fatto che la tanto declamata Obamacare, al di là delle chiacchiere, è fallita da sola, senza aspettare il nuovo inquilino della Casa Bianca.

Dopo Clinton è arrivato Obama, al quale i Signori del feudalesimo finanziario hanno assegnato il premio Nobel per la pace preventivo.  Una sorta di avvertimento del tipo: stattene buono e in pace e non rovinare i nostri piani. L’importante è che tu sappia reggere la parte del buono. Appunto: democratico progressista.  Nel frattempo a fare disastri ci pensava la signora Hillary, grazie alla quale abbiamo la Libia nel caos, il Medio Oriente fuori controllo e l’islamismo wahabita (lo stesso che finanziava la campagna della signora e la sua fondazione) all’attacco dell’Europa. In regalo aggiuntivo masse di disperati del continente africano che si riversano sull’Europa per fornire mano d’opera a basso costo e mettere fuori gioco gli Europei.

Sapete come definisce Friedman la signora Hillary? La “Lady Macbeth della famosa dinastia Clinton, un’opportunista cinica convinta di poter vantare una sorta di diritto di nascita alla presidenza”. [3] Per fortuna gli americani l’hanno mandata a casa.

I danni dei Clinton li conosciamo bene, perché ci hanno messo con le pezze al culo da dieci anni e hanno disastrato l’Europa.

Cosa farà Trump non lo sappiamo, ma peggio di così non potrà fare.

A proposito, vi ricordate il marchese del Grillo? “Io so io e voi non siate un c….”. Ecco, pensate la frase in bocca a un finanziere, uno di quelli che si riuniscono a Davos con i cinesi, che sono molto democratici.

Popolo, zitto, perché se alzi la voce sei pure populista, e quando uno è ista è come se avesse la peste.

Silvano Danesi

[1] Alan Friedman, Questa non è l’America, Newton Compton Editore

[2] Alan Friedman, Questa non è l’America, Newton Compton Editore

[3] Alan Friedman, Questa non è l’America, Newton Compton Editore

 

Gli Occhionero, il fumo negli occhi e la merda mediatica.

Anche un bambino di prima elementare, leggendo con attenzione i giornali dell’11 gennaio 2017 e guardando le notizie diffuse dai media, avrebbe potuto trarre la conclusione che i due fratelli Occhionero fossero agenti di qualche agenzia di intelligence straniera. C’era da chiedersi quale, anche se non era così difficile darsi una risposta.

Si è preferito, invece, spargere tonnellate di fumo sui massoni, “Fratelli d’Italia” e sulla Massoneria occulta che trama, trama e ancora trama. Tonnellate di fumo, a titoli di scatola, senza pudore e senza onore.

Pessimo giornalismo, al limite della cialtroneria, del quale dovrebbero vergognarsi quasi tutte le testate italiane.

Spargendo fumo a tonnellate, i mezzi di comunicazione hanno evitate di porre, a titoli di scatola, la domanda vera: “Cosa hanno fatto in tutti questi anni i nostri servizi di intelligence per mettere in sicurezza gli interessi della Repubblica Italiana? E se sono stati fermi, chi li ha tenuti fermi? ”.

Siamo una colonia e questo è un dato di fatto.

Seconda domanda: “Ora che è in atto una guerra interna ai servizi di intelligence americani, chi ha tolto il coperchio al pentolone dei due Occhionero e chi prima il coperchio lo teneva ben saldo?”.

Veniamo alle deduzioni del bambino dell’asilo.

Il fatto che Giulio Occhionero fosse iscritto ad una loggia del Grande Oriente d’Italia non significa pressoché niente. Una loggia, per dimensione e per importanza, è assimilabile alla sezione di partito di un paesetto di provincia o  di un quartiere di periferia e il suo Maestro Venerabile conta come il due di coppe quando il gioco alla briscola è a bastoni: nulla.

I massoni non sono spie, ma sono tra gli spiati dagli Occhionero, dato che gli stessi giornali dell’11 gennaio scrivono che nella cartellina “Bros” dei due agenti al servizio di stati stranieri ci sono 524 account di posta elettronica di altrettanti massoni infettate dal malware e quindi messi sotto controllo.

Lo stalinismo dei mezzi di comunicazione italiani, degno della Stasi, è inquietante in quanto la caccia ad un nemico finto copre l’esigenza di ricerca del nemico vero e della verità su cosa siano effettivamente i due agenti e per quale agenzia straniera lavorino.

Che nel mondo tutti spiino tutti è un fatto e non è una novità. La parte inquietante della vicenda è che i nostri apparati di sicurezza non garantiscono la sicurezza.

La caccia al tesoro non è, francamente, difficile. I due fratelli Occhionero sono: l’una cittadina americana e l’altro residente a Londra.

I server dove hanno depositato i files rubati dagli account infettati sono negli Stati Uniti.

La società dei due fratelli, la Westlands Securities spa (registrata in California e terminale di una serie di società organizzate a scatole cinesi), ha svolto consulenze per il governo statunitense in alcune infrastrutture del porto di Taranto, principale base delle Marina Militare italiana e sede dell’ammiragliato.

Il malware usato si chiama Eye Pyramid, occhio della piramide, ossia il simbolo che campeggia sul dollaro americano e che non è un simbolo massonico, ma degli Illuminati di Baviera, ossia di quell’Ordine degli Illuminati, organizzato il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt sulla base di un modello gesuitico. Weishaupt è successivamente entrato nella Massoneria, nel 1777, secondo una logica entrista degna dei suoi ispiratori.

Si è tirata in ballo la P4, senza ricordare che la madre di tutte le P, ossia la P2, è stato un regalo velenoso fatto al Grande Oriente da un agente della Cia, tale Frank Gigliotti e che una vasta letteratura in merito alla loggia diretta dall’ex SS Licio Gelli porta ad un cervello degno di Giano bifronte: da una parte la Cia e dall’altra il Vaticano.

E ci risiamo.

Oggi, 12 gennaio 2017, con loro somma vergogna, sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione non compare la notizia che finalmente si è capito (come il bambino dell’asilo dell’11 gennaio) che non i massoni italiani, grandi tramatori per staliniana definizione, ma la Cia, ossia l’agenzia di intelligence degli Stati Uniti, durante la presidenza di Obama, spiava politici, manager, giornalisti, massoni, apparati dello Stato, la nostra intelligence, e via elencando.

Onore a “Il Giornale”, che la mette in prima pagina e in apertura. E gli altri? Che figura di merda (ogni eufemismo è del tutto sconveniente). Il 12 gennaio pagine e pagine occupate dall’articolo 18 e da gravissimi fatti di cronaca.

Sulle tonnellate di fumo buttate in faccia ai lettori silenzio assoluto. Che figura di merda.

Tra gli spiati ci sono anche giornalisti e direttori di giornale, ossia quelli che hanno messo alla gogna i massoni e non la Cia, che viene invece finalmente tirata in ballo da Il Giornale, il quale rimane uno dei pochi media seri a non buttare fango e a ritirare la mano.

La macchina del fango è in azione è c’è da aspettarsi che nei prossimi giorni e nei prossimi mesi butti merda in quantità.

Negli Usa è in atto una guerra tra agenzie di intelligence e al loro interno. Probabilmente le prime vittime di questa guerra sono i due fratelli Occhionero, che si sono improvvisamente trovati allo scoperto. Molte altre vittime seguiranno, in una guerra all’ultimo colpo dovuta all’arrivo dello tsunami Trump e dalla resistenza all’ultimo sangue della squadra della ormai ex presidenza Obama e del clan Clinton.

L’importante è che la grande macchina dello spruzza merda non diventi il giocattolo consueto in mano ai media italiani, che per ora, con la storia degli Occhionero e con i titoli a scatola sui massoni, di merda hanno solo fatto una gran bella figura.

Silvano Danesi

 

 

 

 

La favola dei tre orticelli

C’era una volta…..

Anche questa favola, come tutte le favole che si rispettano, comincia così.

L’ho scovata in un vecchio baule relegato in soffitta, su una vecchia pergamena ingiallita e logora.

C’era una volta un orticello biologico. L’orticello era in un grande parco, vicino ad una casa bianca e a prendersene cura era un’energica signora, che ogni giorno controllava lo stato delle sue piante, le innaffiava amorevolmente e, quando era il momento, le coglieva per offrirle al marito e alle figlie sul grande tavolo posto in una stanza ovale, dalla quale si potevano vedere un grande viale e un lago artificiale.

La signora dell’orticello della casa bianca aveva suscitato le simpatie di tutte le signore bene del mondo, amanti della natura, le quali avevano costruito orticelli in giardino, sui balconi e sulle terrazze delle loro case urbane, dove coltivavano verdure biologiche nate da semi non geneticamente modificati, in barba alle cattive multinazionali.

L’orticello della casa bianca era divenuto il simbolo di un Eden mondiale di pace e di bontà: un mondo pulito, fatto di lattughe, di coccinelle, di uccellini cinguettanti, dove ognuno curava il proprio orticello.

Il marito della signora della casa bianca coltivava altri orticelli. Li chiamavano orticelli di guerra, ma lui aveva ricevuto, prima ancora di coltivare, il Nobel per la pace, così che la coltivazione degli orti potesse assomigliare a quella della moglie. Gli orticelli del marito si chiamavano “primavere”, “interventi umanitari”, “dissuasioni belliche”, “azioni deterrenti”. Per gli orticelli di guerra il marito della signora della casa bianca produceva sementi speciali: pistole, mitragliatrici, droni, aerei, mine, carri armati, elicotteri, ma lasciava poi la cura delle sementi ai giardinieri locali, perché i suoi orticelli, a differenza di quello della moglie, erano sparsi in tutti il mondo. Lui però, per tener fede al suo Nobel per la pace, sognava un orto grande, dove piantare sementi nuove, importanti.

In famiglia c’erano anche un nonno e una nonna e un prozio, che coltivava il sorosiano sogno della ultraglobalizzazione, concepito in un chalet di Davos. Vi ricordate Davos, il luogo della Montagna incantata, dove il protagonista del romanzo di Thomas Mann mangiava nella stessa sala delle “russe da bene” e delle “russe da poco” e si gongolava nella sua malattia, salvo poi essere trascinato nella realtà dallo scoppio della guerra mondiale? Ecco, dopo Davos c’è, come insegna Mann, una guerra mondiale. Un grande orto, dove piantare grandi sementi.

La famigliola della casa bianca aveva una nonna, un nonno e un prozio.

La nonna, il nonno e il prozio coltivavano orticelli finanziari.

La nonna e il nonno avevano una società di iniziative globali e, come Paperon de Paperoni, erano circondati da gold men: uomini d’oro, ma anche da bucanieri, come Morgan. I loro orticelli erano invisibili, non avevano zolle, non avevano bisogno di semi: producevano derivati e sub prime, strane verdure venefiche, vendute come farmaci. I loro orticelli producevano il nulla rivestito di cedole. Con i loro orticelli avevano avvelenato il mondo con tanto di quel veleno che nessuno sapeva più come sistemare le cose. Tuttavia un modo c’era. Un modo semplice. Scaricare tutte le sementi virtuali e i loro prodotti nell’orto del nipote, quello grande, che il nipote sognava, giusto per rendere onore al suo Nobel per la pace. L’operazione non sarebbe stata semplice, ma nel frattempo, l’orticello della signora della casa bianca avrebbe distratto l’attenzione. Le signore bene sarebbero state ecologicamente in pace.

Poi, come in molte favole, arrivò il lupo cattivo, dal nome inquietante: Trumpo, evocante le “trompe” del giudizio universale. Trumpo era un vero lupo mannaro. Assalì l’orticello ecologico. Distrusse gli orticelli di guerra, ma, soprattutto, infranse il grande sogno del grande orto.

Poi, giunse il giorno del Giudizio. Il lupo cattivo si trovò a fare i conti con gli orticelli finanziari, con il “Grande Veleno” sparso per il mondo, con gli uomini d’oro e con i bucanieri.

Qui, purtroppo, la narrazione si interrompe ……… . C’è solo una riga finale di difficile interpretazione. Pare che il lupo, in effetti, fosse un agnello travestitosi da lupo. Un’antica favola dice: “Superior stabat lupus, inferior agnus” e in quel caso la colpa di inquinare l’acqua fu attribuita all’agnus. Sapremo mai come finì la nostra storia? Il lupo vero, travestito da nonna, come nella favola di Cappuccetto rosso, è sempre bravissimo a trasferire le colpe all’agnus, ma non è detto che l’agnus sappia cambiare la favola. In fondo è solo una favola. E se l’agnus fosse il cacciatore?

 

 

 

 

La Civiltà perduta che ha costruito le piramidi nel 36.420 a.C.

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Una civiltà prediluviana, dotata di conoscenze scientifiche e tecnologiche di altissimo livello, ha costruito, sulla piana di Giza, in Egitto, nello Zep Tepi (il Primo Tempo), ossia nel 36.420 a.C., una serie di monumenti megalitici che riproducono gli asterismi presenti nel cielo coevo.

Questa antica civiltà potrebbe essere quella dell’uomo Sapiens-Sapiens (datata all’incirca 73 mila anni a.C.) o quella dell’intervento sul nostro pianeta di una razza aliena che ha dato vita all’essere umano evoluto.

Lasciando aperto l’interrogativo, l’archeologo Armando Mei, appartenente alla linea scientifica che ricerca oltre gli schemi obsoleti dell’egittologia ufficiale, ci dà, nel suo libro: “Il Segreto degli Dèi” (Amazon ed.) la dimostrazione matematica che le piramidi attribuite a Cheope, Chefren e Micerino, la Sfingee altri edifici della piana di Giza, sono opera di una civiltà che li ha costruiti per essere la testimonianza di pietra della loro esistenza in un preciso momento della storia: il 36.420 a.C.

Questa dimostrazione matematica mette in evidenza la colpevole e voluta censura su ogni approccio alla conoscenza dell’esistenza di una civiltà antichissima e mette in scacco le teorie darwiniane dell’evoluzione.

L’autore rilegge l’intera piana di Giza considerandola frutto di un progetto unitario, i cui autori avevano “la totale conoscenza delle caratteristiche geofisiche del pianeta, l’applicazione ingegneristica di valori matematici, quelli del π (pi-greco) ed il Φ (phi – greco)” e una conoscenza dettagliata del cielo, delle stelle e dei pianeti del sistema solare.

“Giza – scrive Armando Mei – contiene la forza delle leggi della fisica, la bellezza delle tecniche dell’ingegneria, la saggezza dell’uso dei numeri, la sublime condivisione dell’architettura Celeste”.

Su questa antica civiltà evoluta, probabilmente cancellata dalla storia da eventi catastrofici attorno all’undicesimo millennio a.C. “sembra – asserisce l’autore – sia in vigore una sorta di coprifuoco sulla Verità sull’evoluzione della specie”.

L’Egitto dinastico è l’erede di questa antica civiltà perduta. “A mio parere – scrive infatti l’autore – i sacerdoti egizi, naturalmente di epoca dinastica, custodivano un Sapere ereditato da una civiltà precedente”.

“Chi ha edificato il complesso monumentale di Giza – scrive Armando Mei – ha trasmesso tutta la scienza umana ai posteri, utilizzando gli strumenti propri della geometria sacra”.

L’antica civiltà perduta è quella di Osiride, riconosciuto assieme a Iside quale “divinità” portatrice di civilizzazione. Ambedue, Osiride e Iside, nella teologia eliopolitana sono descritti come figli del cielo Nut e della terra Geb: un riferimento che li colloca come iniziatori della razza umana intelligente.

L’autore ricorda in propositoil Kore Kosmu di Ermete Trismegisto, laddove Horus interroga Iside.

“E dopo ciò, Horus disse: «Madre, come la Terra ebbe la fortuna di ricevere l’emanazione di dio?». Iside rispose: «Mi rifiuto di narrarne la nascita, poiché non è lecito raccontare l’origine del tuo concepimento, mio potente Horus, nel timore che in seguito gli uomini vengano a conoscere la genesi degli dèi immortali, dico solo questo: il dio monarca, l’ordinatore e l’artefice dell’universo, – … – concesse per poco tempo il grandissimo padre tuo Osiride e la grandissima dea Iside, perché portassero aiuto al mondo che era privo di tutto. Essi riempirono di vita la vita umana. Essi misero fine alla crudeltà selvaggia delle uccisioni reciproche. Essi consacrarono agli dèi progenitori templi e sacrifici. Essi concessero leggi e cibo e riparo ai mortali”.

A questo punto i riferimenti si intrecciano con quelli della tradizione massonica.

Nel Rituale di 2°Grado, infatti, si legge: “L’Architettura ebbe la sua culla in Egitto, paese originario della Libera Muratoria”.

Nel Rituale del 4° Grado si legge: “Qui si manifesta la saggezza della Massoneria; essa è la sola che agisca sui suoi adepti con una lunga serie di iniziazioni secondo il procedimento dei sacerdoti dell’’Egitto, di cui riconosce l’insegnamento come il punto di partenza. Questo procedimento fu anche quello delle grandi Scuole filosofiche dell’antichità. Fu quello delle valenti Corporazioni di Maestri d’Arte che durante il Medio Evo conservarono nel mistero delle loro Logge la libertà di pensiero, allora impossibile a praticarsi pubblicamente”.

Negli Old Charges si fanno espliciti riferimenti a Euclide, Pitagora e Ermete Trismegisto come ai fondatori antichi della Massoneria.

 

Il mito di Osiride, della sua morte e della sua ricomposizione-resurrezione ad opera di Iside è chiaramente il sostrato egizio sul quale è stata compilata la leggenda massonica di Hiram.

Nel Libro dei Morti (meglio: “Per salire alla Luce”), si legge: “Io sono il Maestro dell’Opera che pone la sacra arca sul proprio supporto”.

Il riferimento del Kore Kosmu al dio monarca, ordinatore e artefice dell’universo, richiama il massonico Grande Architetto dell’Universo.

Di questa importante ricerca di Armando Mei e delle sue molteplici implicazioni per la storia dell’Umanità e anche, si parva licet componere magnis, per quella della Massoneria, parleremo nel convegno: “L’Egitto dei Neter” in programma a Napoli, nella sede dell’Istituto di studi filosofici, il 18 marzo 2017.

                                                          Silvano Danesi

Il fallito non è Renzi, ma Napolitano e una strategia internazionale

Non mi è mai stato simpatico, ma mi piacciono le persone che si assumono le loro responsabilità. A fronte di una prassi consolidata, che ha fatto registrare negli anni le dichiarazioni dei politici tartufi, volte a negare la sconfitta con sofismi vomitevoli, Matteo Renzi ha dato prova di essere un uomo, ammettendo la sconfitta e assumendosene la responsabilità. Chapeau.

Fatta questa premessa, credo si debba dire, con altrettanta chiarezza, che lo sconfitto non è Matteo Renzi, ma una linea politica che Matteo Renzi, con indubbio impegno, ha incarnato e rappresentato.

Tale linea politica è composta da più elementi.

Il primo è dovuto all’acquiescienza al globalismo clintonian-obamiano, voluto dal globalismo neo feudale finanziario e delle multinazionali, che in Italia ha avuto come massimo responsabile l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (il vero sconfitto), il quale ha consegnato il Paese alla sudditanza all’Europa dei finanzieri e dei burocrati con governi proni alle direttive feudal-burocratiche di un’Unione che non è mai stata un vero stato federale dei popoli. Renzi ha tentato un colpo di reni in fase finale, contestando i diktat eurogermanici ed euroburocratici, ma fuori tempo massimo. Il globalismo clintonian-obamiano è in crisi dopo lo tsunami dovuto al voto americano che ha premiato Trump e l’Unione è a pezzi.

E’ cambiata la musica e sono cambiati non solo i suonatori, ma anche il direttore d’orchestra. E’ cambiato lo scenario internazionale.

Il secondo è il tentativo di rimettere in campo una pseudo Democrazia Cristiana (con gli ex comunisti in ginocchio e ossequianti) come perno di un centrismo politico eterodiretto da una Chiesa politica, quella stessa che Benedetto XVI ha indicato come ormai superata.

“Io sono certo – affermava profeticamente nel 1969 Joseph Ratzinger – di ciò che rimarrà alla fine, non la chiesa del culto politico, ma la chiesa della fede. Una chiesa che non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a pochi anni fa, ma una chiesa che conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

Il terzo è il tentativo di mantenere a tutti i costi, con alchimie istituzionali esproprianti del potere del voto popolare, il potere della Casta, che ha nei politici solo la facciata riconoscibile, ma che dietro le quinte aveva come protagonisti i fautori del primo elemento.

Renzi era l’attore sulla scena di un copione che il popolo ha capito essere contrario ai propri interessi e molto funzionale ai poteri della finanza internazionale, delle multinazionali e dei feudatari degli stessi.

Tragico e miserevole è il tentativo dei vari attori sulla scena politica italiana di appropriarsi della vittoria del No.

Il No a valanga segna il fallimento di una strategia internazionale e come tale va valutato, in sintonia con la vittoria di Trump, con la Brexit e con i vari sussulti identitari e popolari che si registrano nel mondo e, in particolare, in Europa.

Onore delle armi a Matteo Renzi, ottimo interprete di una strategia sbagliata e perdente, ma nessuna acquiescenza ai sofismi irritanti di chi tenta di cavalcare la vittoria del No.

Lo scenario è cambiato e se non si vuole cadere nell’abisso, è ora di voltare pagina. Anzi: è ora di cambiare il copione.

Silvano Danesi

 

 

Gli scrigni di Elémire Zolla

Leggere una pagina a caso è aprirsi a panorami , a mondi, a suggestioni, a sensazioni, ad emozioni, a incontri, ad “aure” e a “camere delle meraviglie”.

Ogni pagina è uno scrigno di tesori.

Impossibile, pertanto, ogni sintesi di: “Archetipi”, “Aure”, “Verità segrete”, “Dioniso errante”, i quattro saggi di Elémire Zolla che l’editore Marsilio offre racchiusi in un unico volume con un saggio introduttivo di Grazia Marchianò, dal quale traggo solo questo pensiero: “Che cosa è mai l’interesse spirituale? Evidentemente non un tornaconto egoistico o altruistico, entrambi egocentrici, ma il tenace intento di affinare la qualità dei nostri sentimenti, pensieri e atti. Ne risulteranno un sentire, un pensare e un agire per il fine esclusivo che ci impegna”.

Da “Archetipi”, saggio essenziale per comprenderne la potenza, estraggo alcuni concetti riguardanti gli archetipi politici, ossia la “degenerazione” della funzione archetipale.

Zolla ci spiega come i sapienti, per comunicare la loro conoscenza illuminativa, la traducano in cosmogonie e in storie di dèi e del come la degenerazione di tali traduzioni del mondo archetipale le trasformi nel “mito di fondazione di un regime, nella giustificazione di un’autorità”.

“I simboli dell’illuminazione interiore  – scrive Zolla – diventano archetipi politici e le moltitudini ne restano incantate; non li possono comprendere, ma avvertono vagamente un soffio d’altro mondo e così restano magnetizzate da ciò che fu e non è più la luce della conoscenza”.

Così il mito di Romolo celebra la comunità nell’atto in cui nasce, quello di Augusto l’universalità di Roma. Costantino incarna il mito dell’impero universale sacro, al quale si opporrà quello teocratico del Sacro Romano Impero.

I due miti daranno luogo, in Europa, alla lotta delle investiture e al confronto tra guelfi e ghibellini.

“L’archetipo dell’impero – scrive Zolla – s’è trasferito negli Stati Uniti, retti dal complesso mitico importato nel 1776 per novus ordo seculorum, com’è scritto sui biglietti da un dollaro” [in effetti: novus ordo seclorum, ndr].

In “Aure” ogni pagina ci trasmette il fascino di mondi scomparsi o in via di sparizione in un Occidente in declino, suscitando in noi una romantica nostalgia.

Nel saggio “Verità segrete” Zolla è profetico e con una frase icastica fissa l’immagine dell’orizzonte ideale  nel quale ci costringe l’ideologia della globalizzazione consumistica: “L’aldilà della quotidianità è l’apoteosi dell’immondezzaio”.

Del tempo della globalizzazione che ci consegna ad un nuovo feudalesimo dell’impero finanziario, con i suoi vassalli, valvassori e valvassini; che vuole costruire l’uomo neutro, senza patrie, senza radici, senza ideali, mero consumatore della quotidianità, Zolla profeticamente scrive: “ La quotidianità è lo stato dell’uomo che ha smesso di alienare da sé la religione, la divinità, lo spirito, ha cessato cioè di proiettare fuor di sé le antenne che gli possono consentire di cogliere gli stati superiori dell’essere.  Un urlo di orrore sfugge a chi per un momento si ridesti dal mondo del quotidiano e si veda circondato da gente che in questa oppressione vive senza nemmeno avvertire l’asfissia: conversa di fatterelli, di squadre sportive, di spettacoli televisivi, di vicende da rotocalco, sta sommersa nell’immondizia come in un bagno di vapore che la stordisce. Chi vive del quotidiano nel quotidiano non saprebbe più infilare un sillogismo all’altro, la deduzione lo spossa, la sintesi lo urta, se gli si parla di vita interiore crede che si intenda il fantasticare della sua mente ignara di significati”.

L’uomo quotidiano è l’uomo neutro, del quale scrive Claudio Risé; è il nuovo servo della gleba, metamorfosata nel debito pubblico.

“Con l’invenzione del debito pubblico mai ammortizzato – scrive Zolla – torna visibile la schiavitù; con la parte del reddito individuale destinato a pagare il debito pubblico se ne creano i titoli e il suddito, illuso di essere un libero cittadino, è venduto, pignorato, sottomesso alla banca col titolo che rappresenta la sua quota-lavoro: egli «è» quel titolo”.

L’uomo del quotidiano è senza immaginazione e poiché chi è “versato nella scienza dell’immaginazione sa cogliere le tenui premonizioni d’una catastrofe” e sa  che quando “mutano i sogni”, la “città è prossima al crollo”, all’uomo del quotidiano appartiene l’inconsapevolezza del disastro; va incontro agli eventi come un animale al macello; è l’armento sacrificale del gregge degli ignari.

Infine, Zolla è profeta anche quando ci propone un dialogo tratto dalla novella politica di B.Disraeli Coningsby:

 “ – Per conto mio non c’è errore più volgare di credere che le rivoluzioni siano dovute a ragioni economiche. Senza dubbio, queste hanno la loro parte nel precipitare una catastrofe, ma di rado ne sono la causa. Non conosco un periodo, ad esempio, in cui il benessere materiale in Inghilterra  fosse così diffuso come nel 1640. Il paese era moderatamente popolato, l’agricoltura progredita, il commercio florido, eppure l’Inghilterra stava alle soglie, dei mutamenti più sconvolgenti e violenti della sua storia.

  • Fu un movimento religioso.
  • Ammettiamolo; la causa, dunque, non fu materiale.

L’immaginazione dell’Inghilterra si sollevò contro il governo. Il che dimostra, allora, che quando quella facoltà si scatena in una nazione, pur di seguirne l’impulso, si sacrificherà persino il benessere materiale”.

Dialogo di evidente attualità, in questo scontro di civiltà alimentato da un’ideologia della morte, il cui immaginario è un paradiso costruito trasformando la Terra in un inferno di violenze  e di costrizione.

Il volume di Marsilio, che racchiude quattro saggi di Zolla, non è da leggere; è da studiare, meditare, introiettandone i messaggi antichi di una tradizione che è base per un futuro dell’Umanità non offeso dalla tracotanza delle ideologie.

Silvano Danesi