Archivi categoria: Uncategorized

I RASOI DI TRUMP E DI ORBAN CHIARISCONO GLI SCHIERAMENTI DELL’AGONE MONDIALE

Di Silvano Danesi

Tump ha spezzato l’asse Bush- Clinton e ha messo in chiaro gli schieramenti in campo nella guerra mondiale “senza confini” in atto. Orban ha chiarito gli schieramenti europei. Tutto non è come prima.

Siamo nella terza guerra mondiale, una guerra “senza limiti”, descritta in un libro della fine degli anni Novanta da due ufficiali cinesi: Quiao Liang e Wang Xiangsui (Guerra senza limiti – L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione).

E’ una guerra che si gioca sul piano dell’hard power, del soft power, dell’economia, della finanza, delle armi vere e proprie, di quelle batteriologiche e della tecnologia.

In questa guerra senza limiti il virus, nato nei laboratori cinesi e tenuto nascosto dalla Cina per mesi,  oggettivamente ha disastrato le economie occidentali, mentre quella cinese si è subito ripresa, viaggia con un Pil in crescita consistente e il Dragone, mentre l’Occidente era bloccato dai lock down ha allargato la sua influenza nei settori strategici delle materie prime. Questo è un fatto.

La pandemia ha messo in chiaro, con un’evidenza ormai incontestabile, che esistono cartelli che intendono governare il mondo, riducendo la sovranità degli Stati, trasformando i popoli in un esercito di consumatori e eliminando il ceto medio produttivo a tutto favore delle multinazionali e della finanza internazionale.

La narrazione della pandemia, avendo come obbiettivo la riduzione della democrazia, ha messo in evidenza come l’uso dei media sia ormai sottoposto al controllo del cartello pubblicitario, che detta le regole e indica i contenuti e le modalità dell’informazione.

Le migrazioni pilotate hanno reso evidente un progetto di sostituzione etnica.

Il pensiero unico delle élite ha messo in evidenza il progetto di eliminare alcuni dei fondamenti dell’umanità e di instaurare un relativismo esistenziale dove tutto è fungibile e trasformabile.

L’uso della tecnologia ha rivelato il suo retroterra cosmista e transumanante.

Dietro a queste evidenze, sempre più evidenti e cogenti, a tal punto da mettere in discussione la libertà individuale e di pensiero, la socialità, i rapporti inter umani, c’è la strategia di pochi che, sulla base di un accumulo enorme di ricchezza, pensano di poter governare il pianeta secondo i criteri di un totalitarismo feudale mascherato da filantropia.

Al blocco del Filantropo si è accodata un parte della Chiesa cattolica, dopo le dimissioni “spintanee” di Papa Benedetto XVI e la nomina di Jorge Mario Bergoglio, fortemente voluta dal Gruppo di san Gallo, la cui linea politica è in sintonia con quella delle élite mondialiste.

L’entrata sulla scena politica di Donald Trump ha ulteriormente evidenziato la presenza di due mondi che si contrappongono: da una parte quello globalista e mondialista delle élite finanziarie del nuovo feudalesimo, che scambiano la protezione con la cessione di sovranità e di libertà; dall’altro quello dell’alleanza tra produttori, della sovranità degli Stati, del rapporto tra Stati e nazioni basato sulla reciprocità.

Lo scontro attuale in atto negli Usa è il frutto di questo chiarimento trumpiano degli schemi a confronto. Un chiarimento che ha spezzato la trasversalità precedente tra Democratici e Repubblicani e che è stato reso evidente in questi giorni da uno dei fatti più eclatanti della sua presidenza: il licenziamento di Henry Kissinger e di tutto il comitato per la politica di difesa del Pentagono.

In pratica Trump ha licenziato l’artefice della liaison dangereuse tra il blocco dei Bush e quello dei Clinton. Una liaison  che aveva creato un asse trasversale delle élite finanziarie che ha prodotto la delocalizzazione produttiva in Cina, il disastro mediorientale, il globalismo e il pensiero unico politicamente corretto che è il soffocamento della libertà.

Una pulizia mai vista. La pulizia riguarda gli uomini dei Bush e dei Clinton, a dimostrazione che è un in atto uno scontro colossale.

Gli 11 consiglieri  sono gli ex segretari di Stato Henry Kissinger e Madeleine Albright, l’ammiraglio in pensione Gary Roughead, che ha servito come capo delle operazioni navali, Jane Harman, un tempo membro di rango del Comitato per i servizi segreti della Camera, Rudy de Leon, un ex direttore operativo al Pentagono. Rimossi anche l’ex leader della maggioranza alla Camera Eric Cantor e David Mc Cormick, un ex sottosegretario del Dipartimento del Tesoro durante l’amministrazione di George W. Bush. Rimossi Jamie Gorelick, un vice procuratore dell’amministrazione Clinton e Robert Joseph, un capo negoziatore nucleare statunitense che ha convinto la Libia a rinunciare alle armi di distruzione di massa. Estromesso anche l’ex vice consigliere per la sicurezza nazionale di Bush JD Crouch II e Franklin Miller, un ex alto funzionario della difesa.

Esclusi, infine, l’ambasciatore Paula Dobriansky e l’ex senatore James Talent, R-Mo

La mossa di Trump spezza l’asse tra il Gop dei Bush e il clan Clinton e rende ulteriormente evidenti i confini dei due schieramenti in campo e non è una mossa di breve respiro, ma uno spartiacque destinato a durare nel tempo. Trump ha trasformato il Gop da partito dei conservatori a partito dei produttori, rendendo evidente che i Dem sono il partito della finanza.

In questa dinamica di chiarimento mondiale si colloca la lettera del primo ministro ungherese Viktor Orban al finanziere Soros, che trascina sul proscenio i manovratori occulti.

Ecco cosa scrive Orban: “Molti credono che il primo ministro di un Paese non debba entrare in discussione con George Soros. La loro argomentazione riguarda il fatto che Soros sia un criminale economico, perché ha fatto i soldi attraverso la speculazione, rovinando la vita di milioni di persone e persino ricattando intere economie nazionali. Affermano che così come i governi non devono negoziare con i terroristi, allo stesso modo i primi ministri non debbano discutere con i criminali economici. Eppure ora sono costretto a farlo, perché in un articolo apparso sul sito di Project Syndicate il 18 novembre, lo speculatore e miliardario di origine ungherese George Soros ha esplicitamente impartito ordini ai leader dell’Unione europea. Nel suo articolo dà loro istruzioni su come punire severamente quegli Stati membri che non vogliono entrare a far parte di un impero europeo unificato sotto la bandiera di una “società aperta” globale. Nel corso della storia, le nazioni dell’Europa hanno sempre rappresentato la sua forza. Sebbene di origini diverse, le nazioni europee hanno condiviso le radici comuni della nostra fede. Il fondamento delle nostre comunità è stato il modello familiare europeo, che a sua volta si basa sulle tradizioni giudaico-cristiane. È stata la libertà cristiana a garantire la libertà di pensiero e di cultura e a creare una concorrenza positiva tra le nazioni del continente. Questa magnifica fusione di contrasti ha reso l’Europa la potenza leader del mondo attraverso secoli di storia.
Ogni tentativo di unificare l’Europa sotto l’egida di un impero è fallito. Così l’esperienza storica ci dice che l’Europa tornerà ad essere grande se le sue nazioni diventeranno di nuovo grandi e resisteranno ad ogni forma di ambizione imperiale. Ancora una volta, potenti forze si stanno muovendo per sradicare le nazioni d’Europa e unificare il continente sotto l’egida di un impero globale. Il network di Soros, che è penetrato nella burocrazia europea e nella sua élite politica, lavora da anni per rendere l’Europa un continente di immigrati. Oggi il network di Soros, che promuove una società globale aperta e cerca di abolire i contesti nazionali, è la più grande minaccia che gli stati dell’Unione Europea abbiano mai affrontato. Gli obiettivi del network sono evidenti: creare società aperte multietniche e multiculturali accelerando le migrazioni, e smantellare il processo decisionale nazionale, mettendolo nelle mani dell’élite globale”.

Viktor Orban, con la sua lettera, mette in chiaro, in Europa, come ha fatto Donald Trump in America, che i due schieramenti in essere sono: da una parte l’Europa dei burocrati e delle élite asserviti a Soros, alla finanza e al globalismo e, dall’altra, l’Europa dei popoli e delle nazioni, dell’economia reale, delle radici.
“L’Unione Europea  – afferma ancora Orban – continua a vivere molte difficoltà: dal 2008 una crisi economica di proporzioni mai viste da generazioni; dal 2015 una crisi migratoria; e nel 2020 una devastante pandemia globale. L’Europa non si è ancora ripresa dalle sue precedenti crisi, quindi l’impatto della pandemia di coronavirus ha il potenziale per indurre una crisi addirittura superiore alle precedenti. Ci sono già segnali evidenti: in molti paesi il debito pubblico, i tassi di disoccupazione e la situazione economica generale hanno raggiunto dei livelli critici. La necessità di una solidarietà europea, di nazioni europee che si uniscano per aiutarsi a vicenda, non è mai stata così forte.
Durante tutte queste crisi, lo speculatore – che si definisce filantropo – non ha considerato gli interessi dei cittadini europei, ma ha agito a proprio vantaggio. Come dimenticare quando attaccò il fiorino ungherese e la più grande banca ungherese durante la crisi economica, e quando pianificò di accelerare, distribuire e finanziare il reinserimento degli immigrati durante la crisi migratoria; e ora propone che gli Stati membri si puniscano a vicenda, invece di promuovere la solidarietà e l’assistenza reciproca”.

L’accenno al filantropo evoca il Filantropo di Soloviev e colloca il filantropismo dei finanzieri nella giusta accezione.
“Il network diretto da George Soros – accusa Orban – ora nemmeno esita più ad esercitare un’ingerenza evidente. Vuole mettere più pressione che mai sugli Stati nazionali. Sta mettendo i popoli d’Europa l’uno contro l’altro. Il sistema operativo del suo network è labirintico ed è presente in vari scenari della vita pubblica. Sul libro paga di George Soros c’è una lunga lista di politici, giornalisti, giudici, burocrati e agitatori politici mascherati da membri di organizzazioni della società civile. E sebbene il miliardario accusi tutti i suoi nemici di corruzione, lui stesso è l’uomo più corrotto del mondo. Paga e corrompe chiunque sia possibile – e quelli che non può comprarsi vengono calunniati, umiliati, intimiditi e distrutti dalla sua rete attraverso una formidabile arma: i battaglioni mediatici di sinistra. Molti burocrati di alto profilo dell’UE lavorano con il network di Soros per creare un impero unificato. Vogliono costruire un sistema istituzionale che, sotto l’egida della società aperta, cerchi di imporre il pensiero unico, una cultura unica e un modello sociale unico alle nazioni libere e indipendenti d’Europa. Cercano di revocare il diritto di ogni popolo di decidere il proprio destino. Questo è anche lo scopo della loro proposta sullo “Stato di diritto”, che in realtà non riconosce lo Stato di diritto, ma di forza. Sarebbe più onesto chiamarlo “dominio della maggioranza”. Le differenze tra noi sono evidenti. Soros vuole una società aperta, mentre noi vogliamo una società sicura. Secondo lui, la democrazia può essere solo liberale, mentre noi pensiamo che possa essere cristiana. Secondo lui, la libertà può solo servire all’autorealizzazione, mentre noi crediamo che la libertà possa essere usata anche per seguire gli insegnamenti di Cristo, per servire il proprio paese e per proteggere le nostre famiglie. La base della libertà cristiana è la libertà di decidere. Questo è ora in pericolo”.

Il riferimento alla “libertà di decidere” come base della civiltà cristiana è, in altri termini, il libero arbitrio, ossia il fondamento dell’essere umano, senza il quale l’essere umano non è più umano e l’umanità non è più l’umanità.
“Noi della parte orientale dell’UE – prosegue Orban – sappiamo molto bene cosa significa essere liberi. La storia delle nazioni dell’Europa centrale è stata una lotta implacabile per la libertà contro i grandi imperi, una battaglia ripetuta per conquistare il nostro diritto di decidere i nostri destini. In prima persona abbiamo amaramente sperimentato che ogni tentativo imperiale ci ha portato alla schiavitù. Ce ne sono ancora parecchi della generazione dei combattenti per la libertà – nell’ex blocco orientale, dall’Estonia alla Slovenia, da Dresda a Sofia – che possono ricordare personalmente cosa voglia dire opporsi alla tirannia, allo Stato assoluto e alla sua versione comunista: intimidazione, rovina materiale e morale, abuso fisico e mentale. Non ne vogliamo più. I leader occidentali che hanno vissuto tutta la loro vita in un mondo dove hanno ereditato la libertà e lo stato di diritto, ora dovrebbero ascoltare coloro che hanno combattuto per la libertà e che – sulla base delle loro esperienze di vita personale – possono distinguere tra lo stato di diritto e la tirannia, o lo Stato assoluto. Tali leader occidentali devono accettare che nel 21° secolo non rinunceremo alla libertà che abbiamo ottenuto combattendo alla fine del 20° secolo. La battaglia a favore o contro il nuovo impero di Bruxelles non è ancora stata decisa. Bruxelles sembra arrendersi, ma molti stati nazionali continuano a resistere. Se vogliamo preservare la nostra libertà, l’Europa non deve soccombere al network di Soros”.

Non v’è dubbio che la lettera di Viktor Orban è un documento epocale, in quanto chiarisce gli schieramenti in campo nel mondo, esattamente come Donald Trump, e assesta un colpo mortale all’Europa dei burocrati e delle élite.

Non è, a questo punto, fuori contesto, il veto sul bilancio dell’Unione, che non è un capriccio sovranista, ma il chiaro avvertimento di una guerra in atto.

La lettera di Orban attua, nel Ppe, il partito di maggioranza in Europa, quello che Trump ha attuato nel Gop.

Dalle due sponde dell’Atlantico parte lo stesso messaggio, che riguarda l’insieme del panorama geopolitico. Riguarda il Medioriente, dove Trump ha restaurato il rapporto con i Sunniti e ha creato le condizioni della pace con Israele. Riguarda il Mediterraneo. Riguarda i Balcani, dove Trump aveva disteso i rapporti tra i serbi e i kosovari. Riguarda i rapporti con Putin.

Il licenziamento di Kissinger da parte di Trump e la lettera di Orban hanno stabilito i confini del conflitto in atto. Tertium non datur. O si sta da una parte o si sta dall’altra. Per il Conte del Grillo e i suoi sodali è un avvertimento esistenziale. Stare con i piedi in due scarpe o nelle scarpe di Bergoglio per l’Italia è esiziale.

L’EUROPA DEL QUARTO REICH ALLA PROVA DELLA STORIA

La finanza internazionale, con soggetti come Soros, supportata da politici come Clinton, ha costruito un’ideologia mondialista tesa a determinare un imperialismo finanziario che metta in scacco gli stati nazionali e ha introdotto il pensiero unico politicamente corretto, che è divenuto un dogma limitante la libertà di espressione.

Questa ideologia è totalitaria, in quanto nega ogni realtà che non si adegui a quello che l’ideologia stessa intende propinare a tutti noi.

“Ogni dissenso è, in quanto tale – scrive Yoram Hazony – ritenuto volgare, incompetente e incolto, se non addirittura indice di una mentalità fascista”. [1]

A questo compito repressivo si sono subito accodati i lacchè di quel complesso ideologico che Pasolini definiva fascismo di sinistra, che danno del fascista a tutto coloro che non si adeguano al pensiero unico e non si rendono conto di essere al servizio del Quarto Reich, che ha fatto dell’Europa unita la versione economica e ideologica dell’Impero germanico.

Il pensiero unico politicamente corretto, come moderno dogma del globalismo, trova la sua origine nelle utopie, nate tutte sul paradigma della Repubblica di Platone e tragicamente trasformatesi in distopie. L’utopia comunista, ultimo esempio tragico, si è trasformata nello stalinismo sovietico e, ora, nel nazicomunismo cinese.

A legittimare l’idea del governo mondiale c’è anche lo scritto di Emanuele Kant: “Per la pace perpetua” (1795), dove il filosofo tedesco avanzava l’idea, per l’Europa, della formazione di una federazione repubblicana di popoli liberi (Civitas gentium), indicata come l’unico mezzo atto a sostituire lo stato di guerra con lo stato di pace.

Ogni membro di questa federazione, secondo Kant, continuerebbe a formare uno Stato particolare, avente la sua autonomia, la sua Costituzione, il suo Potere Legislativo, il suo Potere Giudiziario, il suo Potere Esecutivo, il suo Governo. Questi Stati particolari, però, costituirebbero e manterrebbero sopra loro uno Stato federale, la cui Legislatura, il Tribunale, il Consiglio esecutivo, avvolgerebbero e reggerebbero l’insieme formato dagli Stati.

Scrive Kant: “Non deve alcun Stato indipendente (poco importa se piccolo o grande) poter essere acquisito da un altro per mezzo di eredità, scambio, compera o donazione. Uno Stato non è (come il territorio in cui ha sede) un bene, un avere (patrimonium). È società d’uomini su cui nessuno, tranne essa stessa, può comandare o disporre”.

La Natura, sostiene Kant, “adopera due mezzi per distogliere i popoli dal frammischiarsi; la diversità delle lingue e delle religioni: questa, invero, trae con sé una predisposizione ad odiarsi e pretesti a guerre, ma colla crescente civiltà e le progredenti relazioni fra gli uomini, conduce pure ad una maggiore uniformità di principii e ad un accordo per la pace, che è prodotto ed assicurato dall’equilibrio di tutte le forze, non già dal loro indebolimento, come avviene col dispotismo che si fonda sulla tomba della libertà”.

L’uniformità di principi non può essere imposta con dei trattati e con la costruzione di un assetto federativo basato su una moneta, su una banca centrale e su un apparato burocratico, ma su un lungo processo, anche secolare, di condivisione e di maturazione di idee comuni.

L’idea di democrazia, per affermarsi in una parte del mondo, non in tutto, è partita dall’Atene del quinto secolo per essere ancora un prodotto imperfetto del pensiero umano. La stessa idea di libertà individuale si è affermata solo recentemente e non è condivisa in tutto il mondo.

L’idea di Kant si colloca pertanto nel solco delle utopie, che nella storia si sono trasformate in distopie.

Un’idea federale d’Europa ci viene anche da Carlo Cattaneo, il quale dopo il 1848 si fece sostenitore di un assetto federale dell’Italia e anche dell’Europa (gli Stati Uniti d’Italia e d’Europa), scrivendo, a questo proposito, in una notazione del 1833, un riferimento diretto agli Stati Uniti d’America, “nazione possente” e non “una greggia di piccole colonie sbrancate, invidiose, nemiche, costrette a vivere coll’armi alla mano, perpetuamente, come gli europei”.

Cattaneo afferma che “solo al modo della Svizzera e degli Stati Uniti può accoppiarsi libertà e unità. Così solamente si adempie il precetto del Fiorentino [Machiavelli] che il popolo, per conservare la libertà, deve tenervi sopra le mani. (Da Castagnola, 6 febbraio 1850). Da Lugano, 30 settembre 1850, Carlo Cattaneo, con una sintesi lapidaria scrive: “Stati uniti d’Europa; ogni popolo padrone in casa sua”. “Stati uniti – spiega Cattaneo – è una gran parola che può sciogliere molti problemi in Italia e in tutta Europa e può prevenire cento mille controversie. Qual altra cosa sarebbe stata se Kossuth, invece di proclamare l’ambiziosa repubblica dei Magyarok, avesse proclamato li Stati Uniti del Danubio; quanti odj e quante opposizioni di meno in Servia, in Croazia, in Transilvania; qual felice mezzo termine per trasformare le Kronländer in Freyländer, l’impero austriaco in una Svizzera gigantesca e invincibile! E come non potevano Trieste e Venezia e Milano appoggiare il patto di federazione come una semplice alleanza, come facevano da principio con la Svizzera i Grigioni e i Ginevrini? (…) Io credo che il principio federale, come conviene agli Stati conviene anche agli individui. Ognuno deve conservare la sua sovranità personale”. (Da Castagnola, agosto 1851).

Infine, Cattaneo scrive:“I popoli devono statuire sin dal primo istante la libertà, la sovranità, ma devono darsi immediato soccorso come fanno i loro nemici, e devono farne pubblico patto (…). Un patto federale vuole una dieta, un congresso, una costituente che lo scriva e che lo sancisca”. (Da Castagnola, 29 ottobre 1851).

L’attuale forma di Unione Europea è ben lontana da quella di Cattaneo e riguardo all’Unione, Noam Chomsky, il maggior linguista vivente scrive: “Non è meno eclatante il declino della democrazia in Europa, dove il processo decisionale sui temi di maggior rilevanza si è spostato nelle mani delle burocrazie di Bruxelles e dei poteri finanziari che esse in larga misura rappresentano. Il loro spregio della democrazia è emerso nella reazione furibonda al referendum di luglio 2015: era inaccettabile l’idea che il popolo greco potesse dire la sua sulle sorti della sua società, fatta a pezzi dalle disumane misure di austerity della Troika, ossia Commissione Europea, Banca Centrale europea e Fondo monetario internazionale(in questo caso i referenti politici del Fmi, non quelli economici, che avevano invece criticato quelle misure devastanti). Obiettivo dichiarato delle politiche di rigore era ridurre il debito greco; in realtà esse hanno aumentato il debito in rapporto al Pil, il tessuto sociale è stato ridotto a brandelli, e la Grecia è diventata un canale per far transitare i cospicui pacchetti di salvataggio delle banche francesi e tedesche che avevano concesso prestiti rischiosi”. [2]

L’Europa di Maastricht e l’imperialismo germanico

Il globalismo è una versione del vecchio imperialismo, con l’obbiettivo di una tirannide corrispondente ad un impero universale.

Scrive Yoram Hazony che, “non dissimilmente dai marxisti dello scorso secolo, anche i liberali possiedono una grandiosa teoria su come porteranno la pace e la prosperità economica al mondo, abbattendo ogni confine e fondendo l’intero genere umano sotto il dominio planetario. Infatuati dalla lucidità e dal rigore intellettuale della loro visione, disdegnano il laborioso processo di consultazione con le moltitudini di nazioni che ritengono debbano abbracciare il loro punto prospettico circa il giusto e il bene. Non diversamente da altri imperialisti, sono pronti a esprimere disprezzo, disappunto e feroce livore non appena la loro visione di pace e prosperità incontri l’opposizione di coloro che, a parer loro, avrebbero altrimenti goduto di immensi benefici, semplicemente sottomettendosi”. [3]

Il ritornello della globalizzazione, delle frontiere aperte, del pensiero unico politicamente corretto si è in gran parte sviluppato in Europa dopo il trattato di Maastricht (1992) che ha dato vita, dopo la caduta del muro di Berlino, in gran parte tradendo il pensiero dei padri dell’Europa Unita, all’Unione Europea come un nuovo sistema imperialista a trazione franco-tedesca: una sorta di Quarto Reich, accompagnato dal sogno napoleonico dei francesi.

Dietro le quinte fanno capolino, come spesso è accaduto nella storia, il Sacro Romano Impero dei Franchi e il Sacro Romano Impero degli Ottoni: due sogni di restaurazione imperiale di dinastie di stirpe germanica.

L’Unione Europea si è, di fatto, trasformata in un rinnovato impero germanico, anche se nominalmente governato da Bruxelles.

L’altro grande progetto imperiale riguarda l’ordine mondiale americano, con il quale l’Europa si trova a fare i conti, essendo molte delle nazioni che la compongono membri della Nato.

Per quanto riguarda l’Europa, il continuo tentativo egemonico germanico, per stare a tempi recenti, risale al Kaiser Guglielmo II, il quale, secondo Hazony, dopo che si erano instaurati gli imperi coloniali, ritenne che avrebbe potuto competere con lo Stato mondiale britannico, peraltro già in una posizione di schiacciante predominio globale, soltanto se avesse potuto eliminare la Francia, l’unica vera potenza nell’Europa continentale, se fosse riuscito a riunire l’Europa centrale a quella orientale sotto una «reggenza» tedesca. “La necessità di imprimere un cambio radicale e permanente nelle politiche europee dimorava dietro alla determinazione dell’impero germanico a ingaggiare una Weltkrieg, una guerra mondiale”. [4]

La Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale rispondono pertanto ad un unico fine: “il tentativo di unificare l’Europa sotto un imperatore tedesco”. [5]

L’idea non è tramontata e il nazismo, di fatto, non è mai morto.

Nel dopoguerra i nazisti hanno ottenuto la protezione dell’intelligence americana (Foster Dulles) e della Chiesa cattolica (Ratlines), che hanno consentito l’espatrio di migliaia di criminali nazisti nella Spagna di Franco, nell’Argentina di Peron e in Brasile, dove hanno costituito delle vere e proprie aree sotto il loro controllo. Werner von Braun, che con i suoi esperimenti in Germania ha fatto uccidere migliaia di lavoratori forzati e di prigionieri dei lager, è stato utilizzato e ripulito. Klaus Barbie, il boia di Lione, ha lavorato per i servizi americani. Negli anni Cinquanta del secolo scorso dei 200-250 mila nazisti implicati nello sterminio degli ebrei, solo 500 sono stati condannati dai tribunali tedeschi. Nel 1952 la Ford-Werke, ramo tedesco della Ford Motor Company, ha riassunto tutti in suoi principali dirigenti degli anni del nazismo. Friedriche Flick, azionista di maggioranza della Daimbler-Benz o di dirigenti di IG Farben e della Krupp, condannati a Norimberga, hanno potuto rientrare tranquillamente nella vita pubblica.

La “denazificazione” in Germania si è risolta con il rientro in tutti gli ambiti dei settori statali e privati degli ex nazisti.

Nel 1953 l’ex sindaco nazista di Marburg, Theodor Bleck, occupava il posto di segretario di Stato al ministero degli Interni e circa il 60 per cento dei capi dei dipartimenti ministeriali erano ex nazisti.

All’ex spia nazista Reinhard Gehlen all’inizio degli anni Cinquanta è stato affidato l’incarico del nuovo servizio segreto della Rft.

Paul Dickopf, dopo aver fatto parte della Kripo, la polizia criminale nazista e dopo essere stato ufficiale dei servizi segreti delle SS, è divenuto uno degli uomini di punta del Bundeskriminalamt, l’ufficio centrale delle forze armate tedesche istituito nel 1951 ed è stato alla presidenza dell’Interpol dal 1968 al 1972.

Dati completi della sopravvivenza del nazismo si trovano nel documentatissimo libro di Guido Caldiron, I segreti del Quarto Reich.[6]

Il Quarto Reich in forma economica

Il Quarto Reich, che ha la stessa logica del II e del III, è stato progettato in forma economica ed ha assunto forma e potere dopo la caduta del muro di Berlino e la stipula del Trattato di Maastricht, dove si è evitata la formulazione di una Costituzione europea, per affermare in principio di sussidiarietà che si è dimostrato una chimera, essendo il sussidio stato operato solo a vantaggio tedesco, con la connivenza dei francesi.

Mario Draghi, che si è opposto nei fatti al Quarto Reich economico ha detto: “Oggi tre quarti dei cittadini dell’Eurozona sono a favore della moneta unica. […] Ma i cittadini europei si aspettano che l’euro dia la stabilità e la prosperità promesse ed è nostro dovere ricambiare la loro fiducia e sanare quelle parti dell’Unione che tutti sappiamo essere incomplete”.

Appunto: sanare quelle parti dell’Unione che tutti sappiamo essere incomplete e l’incompletezza è soprattutto quella della democrazia, perché l’Unione è tutto fuorché un’entità democratica.

La Merkel, che ha ricevuto la fiaccola del testimone del mondialismo da Obama (che sta bene assieme alla Lanterna, simile al premio Nobel preventivo dato all’ex inquilino della Casa Bianca), urla contro Trump perché fa gli interessi dell’America. E lei cosa fa? Voleva che la Germania fosse il general contractor per l’Europa e le è rimasta in mano una lampada.

L’Unione è un fantasma. E lo è anche in politica estera, in un momento storico nel quale stanno cambiando gli assetti geopolitici nel mondo. La Cina, con la nuova ferrovia sta accorciando le distanze con Iran, Iraq e Pakistan. La presenza di Netanyahu a Mosca fa pensare ad una svolta nei rapporti tra Putin e Israele, con la Siria che potrebbe entrare direttamente nella sfera russa, abbandonando la sponda iraniana a tutto vantaggio della sicurezza israeliana. La politica di Trump, che ha annunciato lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, si accompagna alle dichiarazioni del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman , il quale ha detto che israeliani e palestinesi hanno diritto ad un loro stato, riconoscendo così il diritto di Israele ad esistere. Il Bahrein, a sua volta, ha riconosciuto il diritto di Israele ad esistere. Nel mondo arabo si stanno determinando novità importanti per il nuovo assetto del Medioriente. La mossa di Trump di uscire dall’accordo con l’Iran va in questa direzione, mentre, come dice Edward Luttwak, esperto statunitense di strategia, “gli Europei sono dei veri irresponsabili”, perché “non si rendono conto del pericolo dei missili balistici iraniani”.

Luttwak, nell’ottobre del 2107, aveva visto lungo anche sulla deriva europea, dovuta all’incapacità oppressiva dell’Unione buro-finanziaria e mondialista. In Europa, aveva detto, “si sta rompendo un equlibrio. Le persone non possono più accettare un sistema che opprime le popolazioni, sono stufe marce di subire la presenza delle élite europee il cui unico pensiero è la globalizzazione. Sempre più persone vogliono difendere la propria identità, la propria tradizione, il proprio territorio”.

Luttwak aveva stigmatizzato anche la politica di papa Francesco, “che rappresenta perfettamente quelle élite che vogliono imporre il loro pensiero”, ossia le élite del mondialismo.

E così, a distanza di pochi mesi dalle esternazioni di Luttwak, il Papa emerito Benedetto XVI, che continua ad essere Papa a tutti gli effetti, scrive un libro dal titolo: “Liberare la libertà”, dove difende il diritto dei popoli a mantenere e difendere la loro identità e stigmatizza l’attuale Europa dei tecnocrati che cerca di imporre un pensiero unico positivista.

A che servono le prediche degli euroentusiasti? A nulla, perché i veri nemici dell’Unione non sono gli euroscettici, i sovranisti, e via discorrendo, ma gli egoismi tedeschi, la grandeur dei francesi, la protervia dei finanzieri, l’ottusità dei burocrati e la debolezza di Stati, come quello italiano, che, per essere politicamente corretti, sono solo in costante regime di correzione da parte di chi dirige la danza dei fantasmi.

Così, mentre Usa, Russia, Cina stanno definendo la nuova geopolitica, l’Unione ectoplasmatica si aggira in Europa come un fantasma raggelante.

Il vero nemico dei possibili e auspicabili Stati Uniti d’Europa non è il sovranismo; è il fantasmismo.

Il trattato di Maastricht è la morte dell’idea di Europa unita

Cosa uccide l’idea di un’Europa unita? Il Trattato di Maastricht. Per quale motivo lo dice bene Yoram Hazony. “Dal momento – scrive il filosofo israeliano – che le decisioni su quali obbiettivi possano essere meglio perseguiti dal governo federale europeo dimorano nelle mani di funzionari del governo stesso, non vi è limite alcuno al costante assottigliarsi dell’autorità dei singoli Stati nazionali membri, se non l’autocontrollo e la disciplina dei suddetti funzionari”, e “il principio di sussidiarietà dell’Unione Europea non è altro che un eufemismo per «impero»: le nazioni costituenti l’Unione Europea sono indipendenti sintantoché il governo europeo decide che lo siano”. [7]

Ora l’Unione Europea, ossia il Quarto Reich sotto mentite spoglie, è stretto tra la morsa cinese (che con la Via della Seta è all’arrembaggio dell’Italia, dell’economia e della tecnologia europee) e l’appartenenza alla Nato, che non risponde alle logiche germaniche, ma a quella dell’impero americano.

La scelta è obbligata. Non si può più stare con i piedi in due scarpe. O si sta con il Quarto Reich, la cui logica e molto simile a quella del nazicomunismo cinese, o si sta con la Nato e con gli Usa. In altri termini, o si sta con un’area democratica o si sta con le dittature.

C’è un terzo convitato, nel gioco della geopolitica, che sta a guardare: la Russia di Putin, che rivendica un posto ben preciso nella catena di comando. L’Europa della Nato e gli Usa hanno tutto il vantaggio ad attrarre la Russia in una vasta area di paesi democratici che isoli la Cina.

L’attuale governance italiana, che si sottrae alla verifica della democrazia, sta consegnando l’Italia alla Cina, senza tener conto che il Bel Paese è membro della Nato e che il comandante in capo delle forze armate Nato è il presidente degli Stati Uniti.

L’Italia, con questa governance, rischia di essere un vaso di coccio esposto a tutte le intemperie, mentre il Quarto Reich sta crollando e la finanza che lo ha assecondato sta assistendo allo sgretolarsi del globalismo imbelle.

©Silvano Danesi

[1] Yoram Hazony, Le virtù del nazionalismo, Guerini e associati.

[2] Noam Chomscky, Chi sono i padroni del mondo, Ponte alle Grazie

[3] Yoram Hazony, Le virtù del nazionalismo, Guerini e associati.

[4] Yoram Hazony, Le virtù del nazionalismo, Guerini e associati.

[5] Yoram Hazony, Le virtù del nazionalismo, Guerini e associati.

[6] Guido Caldiron, I segreti del quarto Reich edito da Newton Compton

[7] Yoram Hazony, Le virtù del nazionalismo, Guerini e associati.

 

Per un nuovo rapporto strategico tra Europa e Africa

Il tema generale di un’alleanza tra Europa e Africa ha un’indubbia valenza strategica, ma necessita di essere calato nella realtà odierna, al fine di mantenere valida l’istanza di fondo nel mentre si attuano i passi possibili di un cammino non facile.

La prima essenziale difficoltà risiede nel principio identitario dei due soggetti: un’Europa in crisi di valori e di prospettive e un’Africa violentata nei secoli a più riprese e da vari attori e non riconosciuta nei suoi valori.

Europa e Africa oggi condividono una nuova violenza: quella di una presenza islamica che non accetta i principi della laicità dello stato, della democrazia, del libero pensiero, della pari dignità degli esseri umani, siano essi uomini o donne, al di là dei convincimenti religiosi, dei gusti sessuali, delle opzioni politiche.

L’Europa ha conquistato quei principi nel corso di un percorso lungo e faticoso e grazie ai quei principi è oggi nel mondo un’oasi di pace, di democrazia e di tolleranza, dopo essere stata per secoli luogo di guerre intestine e di genocidi.

Questi principi vanno difesi e la tolleranza va coltivata, ma non oltre il limite nel quale si trasforma in complicità.

La debolezza dell’Europa odierna è dovuta ad una crisi di democrazia e di valori.

Tale debolezza non è frutto del caso, ma di una ben precisa strategia politica delle multinazionali e della finanza internazionale, che hanno voluto l’Europa delle banche e della burocrazia e non quella dei popoli, espropriando progressivamente governi e parlamenti e spostando la fonte della legittimazione democratica dalla cittadinanza al moloch buro-finanziario autoreferenziale.

Tale spostamento della fonte della legittimazione democratica è anche all’origine della fragilità economica e dei valori. Riguardo a questi si è innestato un falso confronto tra cristianesimo e relativismo, quando la vera questione è la ricomposizione delle varie radici laterali che alimentano la radice cristiana e il riconoscimento delle radici d’Europa, anche di quella preesistenti al cristianesimo, perché l’inconscio collettivo dei popoli europei sia riconosciuto dando luogo a un processo di reintegrazione dell’identità.

La civiltà europea, in tempi difficili quali sono quelli che viviamo, necessita del riconoscimento di tutte le sue radici, per recuperare un’identità che tendenze oicofobiche rischiano di farci perdere.

L’oicofobia, nell’accezione offertaci dal filosofo inglese Roger Scruton, è l’esatto opposto della xenofobia e possiamo descrivere questo atteggiamento mentale, ampliando un poco l’accezione greca, come avversione per la propria casa e per il proprio retaggio. I suoi sintomi appaiono evidenti e precisamente: la tendenza, in qualunque situazione conflittuale, a schierarsi con “loro” contro di “noi” e il bisogno irrefrenabile di denigrare usi e costumi, cultura e istituzioni che siano tipicamente “nostri”.

Il recupero di una dimensione valoriale europea è, pertanto, più che mai essenziale.

L’Europa ha radici di immenso valore per l’intera umanità e le conquiste ideali, politiche e sociali dei popoli d’Europa sono tali da costituire dei beni irrinunciabili.

L’illusione di un’integrazione dell’Islam rischia di dare vita a nuovi mostri.

Mentre cresce l’acquiescenza nei confronti dell’Islam, riprende forza il mai sopito antisemitismo, alimentato da una rinnovata alleanza tra i nazisti (mai scomparsi) e i Fratelli Musulmani, nati e cresciuti con il Mein kampf fra le mani.

Un’Europa debole e che ha perso le coordinate fondamentali che accordo può fare con l’Africa?

L’Africa, i cui popoli sono considerati “carne senz’anima” nella percezione delle multinazionali che si sono sostituite agli stati colonialisti, necessita di un riscatto democratico.

Un’alleanza tra Europa e Africa, dunque, presuppone una reidentificazione forte dell’Europa nei suoi valori, la trasformazione dell’Europa da moloch buro-finanziario in entità federale democratica e, per quanto riguarda l’Africa, necessita di un “piano Marshall” capace di creare economie locali sufficientemente autonome e una classe media imprenditoriale diffusa. Economie che non siano asservite alle multinazionali. Impresa davvero difficile, che può essere attuata da un’Europa dei popoli e delle nazioni, depurata dai residui del colonialismo.

In questo quadro si pone la questione del neocolonialismo francese nei confronti dei 14 paesi africani del Centro Africa.

Le risorse attuali a disposizione vanno pertanto concentrate in presidi sicuri, rafforzando in Africa la presenza di governi democratici e di economie capaci di rapportarsi con quelle europee sulla base della reciproca convenienza.

 

E’ necessario ripartire dai valori europei e dalle radici d’Europa attuando un nuovo rapporto con le nazioni africane. Un nuovo rapporto mondato da ogni residuo coloniale. Un rapporto di collaborazione e di reciprocità.

Il destino d’Europa è strettamente legato a quello dell’Africa e se l’Unione Europea non vuole perdere l’appuntamento con la storia deve profondamente rinnovarsi e chiedere a tutti gli stati membri una linea di condotta coerente.

In questo quadro appare sempre più improponibile la linea del Vaticano, che predica l’accoglienza e parla di poveri e di sfruttati, ma non è in grado di alzare la voce con la Francia per chiedere la fine del colonialismo brutale che impedisce ai paesi del Centro Africa di evolversi. La linea politica del Vaticano si colloca obiettivamente in quella del mondialismo finanziario clintoniano e sorosiano.

Silvano Danesi

In Europa la danza dei fantasmi

Un fantasma si aggira per l’Europa: l’Unione europea; e non saranno le prediche a trasformare l’ectoplasma in una solida struttura capace di avere un ruolo geopolitico all’altezza delle trasformazioni epocali in atto.
In questi giorni, nei quali si profila in Italia un possibile governo composto da due forze non propriamente filo Unione, si sprecano le prediche e gli appelli alla necessità di stare in Europa, ma, come al solito, le prediche sono funzionali solo a nascondere la realtà. E la realtà è che l’Unione europea è un mostro buro-finanziario che fa acqua da tutte le parti. Il famoso asse franco tedesco è a pezzi. Ad Aquisgrana Emmanuel Macron ha accusato la Germania di feticismo in materia politica di bilancio e di surplus commerciale. Il presidente francese è stato esplicito: “A Berlino non può esserci un feticismo perpetuo per i surplus commerciali e di bilancio, perché questi sono fatti a spese degli altri”.
Cosa significa? Semplice. Significa che la Germania, da quando ha ritrovato l’unità ha accumulato un tesoro grazie all’euro e a spese degli altri partner, i quali sono stati costretti a non sforare il limite del 3 per cento del deficit, mentre il Quarto Reich ha evitato di stare nei limiti imposti al surplus commerciale a all’avanzo di bilancio.
Angela Merkel ha riconosciuto che tra i due paesi le distanze sono evidenti e, ricevendo la Lampada della pace ad Assisi (per quale merito non si sa!) ha detto che noi tutti “dobbiamo andare oltre i nostri interessi”. Ecco: proprio così, ma come sempre le prediche valgono per gli altri.
Se è legittimo per la Germania fare i propri interessi, alla faccia dei partner europei non si capisce perché chi rivendica di fare altrettanto è un sovranista pericoloso.
Mario Draghi, che si è opposto nei fatti al Quarto Reich economico, ha detto: “Oggi tre quarti dei cittadini dell’Eurozona sono a favore della moneta unica. […] Ma i cittadini europei si aspettano che l’euro dia la stabilità e la prosperità promesse ed è nostro dovere ricambiare la loro fiducia e sanare quelle parti dell’Unione che tutti sappiamo essere incomplete”.
Appunto: sanare quelle parti dell’Unione che tutti sappiamo essere incomplete e l’incompletezza è soprattutto quella della democrazia, perché l’Unione è tutto fuorché un’entità democratica.
La Merkel, che ha ricevuto la fiaccola del testimone del mondialismo da Obama (che sta bene assieme alla Lanterna, simile al premio Nobel preventivo dato all’ex inquilino della Casa Bianca), urla contro Trump perché fa gli interessi dell’America. E lei cosa fa? Voleva che la Germania fosse il general contractor per l’Europa e le è rimasta in mano una lampada.


L’Unione è un fantasma. E lo è anche in politica estera, in un momento storico nel quale stanno cambiando gli assetti geopolitici nel mondo. La Cina, con la nuova ferrovia sta accorciando le distanze con Iran, Iraq e Pakistan. La presenza di Netanyahu a Mosca fa pensare ad una svolta nei rapporti tra Putin e Israele, con la Siria che potrebbe entrare direttamente nella sfera russa, abbandonando la sponda iraniana a tutto vantaggio della sicurezza israeliana. La politica di Trump, che ha annunciato lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, si accompagna alle dichiarazioni del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman , il quale ha detto che israeliani e palestinesi hanno diritto ad un loro stato, riconoscendo così il diritto di Israele ad esistere. Il Bahrein, a sua volta, ha riconosciuto il diritto di Israele ad esistere. Nel mondo arabo si stanno determinando novità importanti per il nuovo assetto del Medioriente. La mossa di Trump di uscire dall’accordo con l’Iran va in questa direzione mentre, come dice Edward Luttwak, esperto statunitense di strategia, “gli Europei sono dei veri irresponsabili”, perché “non si rendono conto del pericolo dei missili balistici iraniani”.
Luttwak, nell’ottobre del 2107, aveva visto lungo anche sulla deriva europea, dovuta all’incapacità oppressiva dell’Unione buro-finanziaria e mondialista. In Europa, aveva detto, “si sta rompendo un equlibrio. Le persone non possono più accettare un sistema che opprime le popolazioni, sono stufe marce di subire la presenza delle élite europee il cui unico pensiero è la globalizzazione. Sempre più persone vogliono difendere la propria identità, la propria tradizione, il proprio territorio”.
Luttwak aveva stigmatizzato anche la politica di Papa Francesco, “che rappresenta perfettamente quelle élite che vogliono imporre il loro pensiero”, ossia le élite del mondialismo.
E così, a distanza di pochi mesi dalle esternazioni di Luttwak, il Papa emerito, Benedetto XVI, che continua ad essere Papa a tutti gli effetti, scrive un libro dal titolo: “Liberare la libertà”, dove difende il diritto dei popoli a mantenere e difendere la loro identità e stigmatizza l’attuale Europa dei tecnocrati che cerca di imporre un pensiero unico positivista.
A che servono le prediche degli euroentusiasti? A nulla, perché i veri nemici dell’Unione non sono gli euroscettici, i sovranisti, e via discorrendo, ma gli egoismi tedeschi, la grandeur dei francesi, la protervia dei finanzieri, l’ottusità dei burocrati e la debolezza di Stati, come quello italiano, che, per essere politicamente corretti, sono solo in costante regime di correzione da parte di chi dirige la danza dei fantasmi.
Così, mentre Usa, Russia, Cina stanno definendo la nuova geopolitica, l’Unione ectoplasmatica si aggira in Europa come un fantasma raggelante.

Il vero nemico dei possibili e auspicabili Stati Uniti d’Europa non è il sovranismo; è il fantasmismo.

Silvano Danesi

A rischio la tenuta democratica del Paese

“I numeri grandi e senza controllo degli sbarchi mettono a rischio la tenuta democratica del Paese”. Parola di Marco Minniti, Ministro dell’Interno.
Non è un’affermazione da poco, in quanto prende finalmente atto di una realtà che cova sotto la cenere e che potrebbe diventare esplosiva.
Quanto è accaduto a Macerata è un segnale preoccupante di quanto cova sotto traccia, ma che potrebbe diventare davvero una bomba, se la follia di una sinistra che ha portato la testa all’ammasso delle sorosiane teorie mondialiste, ovviamente dirette dalla finanza, porterà la situazione dell’immigrazione al punto di rottura.
Anziché guardare in faccia la realtà, la sinistra tira in ballo l’antifascismo, come se la questione fosse quella di un fascismo risorgente che non c’è, se non nelle intenzioni di frange minoritarie che fanno alla pari con quelle dell’estrema sinistra.
Accade così che, mentre le persone responsabili cercano di smorzare la caldaia bollente, gli scherani degli opposti estremismi si combattono in manifestazioni che coinvolgono poche centinaia di persone, sempre le stesse, e che finiscono inevitabilmente in scontri violenti.
Perché tanta insistenza della sinistra sulla questione degli immigrati? Una questione ideale? Chi ci crede è un povero ingenuo. Dietro l’angolo ci sono gli interessi di un mondo dell’accoglienza che in questi anni ha fatto i miliardi sulla pelle dei disperati. E questo è un dato chiaro, basta guardare le numerose indagini in corso. Ma questo non basta.
Dietro l’angolo c’è la strategia di Soros e della Open Society Foundation, con la teoria del finanziare americano che vuole un mondo in cui cancellare le frontiere, per evitare che ci siano barriere allo spostamento di merci e di persone. Una teoria che si ammanta di buonismo e di egualitarismo, ma che nasconde una tracotante volontà di dirigere il mondo dalla plancia di comando della finanza, con il mercato che non ha più ostacoli e con una massa amorfa di esseri umani grigi e indifferenziati, tutti ottimi consumatori e schiavi della produzione e del mercato.
E’ semplicemente assurdo che la sinistra abbia perso la testa per le teoria di George Soros? No, non è assurdo, perché la Open Society Foundation paga, finanzia, orienta.
Soros ha speso 450 milioni di euro per una campagna che tende a ricondurre la Gran Bretagna in Europa, alla faccia di un referendum che ha visto il popolo inglese esprimere un’idea contraria. In Israele, che si appresta a rimpatriare, con dote di soldi e garanzie, oltre 400 mila clandestini, Soros è stato accusato da Netanyahu di finanziare i dissidenti. In Russia, Putin, che ha le idee chiare, nel 2015 ha messo al bando la Open Society.
George Soros ha finanziato la campagna elettorale di Hillary Clinton in ragione di 10,5 milioni di dollari e la sinistra italiana ha da tempo imparato a baciare la pantofola del clan Clinton.
Il buonismo della sinistra italiana non ha nulla a che fare con l’etica, ma con una strategia mondiale, della quale è parte anche Papa Francesco, che non a caso, nel frattempo, perde continuamente quote di credenti in un’Europa sempre più laicizzata e islamizzata.
Se la strategia della sinistra continuerà a portare in Italia masse sempre crescenti di immigrati, la caldaia sociale potrebbe esplodere. E allora il tema non sarà il fascismo e l’antifascismo, ma la guerra civile, che sarà una guerra dei poveri, perché i ricchi e, con loro, molti leader della sinistra vestita di cachemire, vivono dove gli immigrati non ci sono o, se ci sono, servono a tavola in divisa, come nelle vecchia fattorie dell’America del Sette e Ottocento, che in fatto di immigrati la sa lunga. Il know how delle navi negriere si è trasformato in quello dei moderni mercanti, che guidano gli sbarchi. Ma la sinistra finge di non capire e grida al fascismo degli italiani.

Silvano Danesi

Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic

Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic (in effetti Urmenschen, primitivi) sono di fatto gli attuali autentici razzisti poiché considerano se stessi dotati di una mente superiore, corroborata da una superiore cultura, che fa di loro un’élite alla quale si dovrebbe guardare come ad un faro di luce illuminante il cammino di noi poveri mortali, ossia gregge, bestioline inconsapevoli.

Chi non è d’accordo con le idee degli Übermenschen della sinistra radical chic è, se gli va bene, un ignorante, un rozzo, un buzzurro, ma spesso è “percepito” (gli Übermenschen, dotati di suprema sensibilità “percepiscono”) come razzista e, in quanto tale, fascista e nazista. Di Stalin, gli Übermenschen, non si ricordano mai e nemmeno di Tito, che ha infoibato poveri italiani innocenti ovviamente “percepiti” come fascisti. A un certo tipo di sinistra il popolo non è mai piaciuto, in quanto insieme indifferenziato. A un certo tipo di sinistra piaceva parlare di classe operaia, di proletariato: uno stato sociale ben definito, che esprimeva una sua élite: l’aristocrazia operaia, alla quale fungevano da suggeritori i soliti intellettuali dell’Übermensch pensiero. Il Lumpenproletariat faceva schifo già ai tempi, figuratevi oggi. Fatto si è che di Ür pensiero in Ür pensiero gli Übermenschen della sinistra radical chic hanno trasformato la sinistra in un’area radicale di massa e i partiti della sinistra in partiti radicali di massa, con una particolare sensibilità per la finanza e per le banche. Dei poveri non si curano e nemmeno dei lavoratori, siano essi dipendenti o indipendenti. Così capita che il ceto medio produttivo e i lavoratori, nonché il popolo dei poveri, guardino a destra. E allora l’Übermensch pensiero, anziché porsi domande in merito, lancia strali. Il popolo guarda a destra? Siamo di fronte ad una deriva populista e fascista. Che schifo. Che ribrezzo questo popolo che non capisce l’elevato pensiero e guarda a tirare a campare, tartassato per garantire sprechi e disastri bancari, nonché debiti altrui (tedeschi e francesi), addossati agli Italiani da governi imposti. Il popolo non ne può più di “accoglienza” fatta su misura per favorire il mercato del lavoro di riserva (una volta si chiamava: esercito di manodopera di riserva) ad uso e consumo di lor Signori e di fatto terreno di caccia di interessi poco puliti? Il popolo è fascista.

Un esempio eclatante della spocchia degli Übermenschen è dato dalla curatrice del museo Guggenheim di New York ha risposto alla Casa Bianca, che aveva chiesto, come di consueto, un quadro (in questo caso un Van Gogh) per la Sala Ovale, offrendo un water dell’artista Cattelan. Questa perfetta rappresentante degli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic, tronfi della loro superiorità culturale, da vera e propria minus habens non ha saputo distinguere tra la sua avversione per l’uomo Trump e uno dei simboli più significativi dell’America, ossia la Sala Ovale. Non è il signor Trump che voleva un quadro, ma l’istituzione Casa Bianca. Che pena questi Dem bavosi di rabbia e con il cervello ormai in pappa.

Un altro esempio, tutto italiano, è la laurea honoris causa a Soros, il finanziere che ha speculato sulla pelle degli Italiani.

Nel 1988 a Georg Soros, fondatore e consigliere del Quantum Group, Presidente del Soros Fund e dell’Open Society Foundations, venne chiesto di partecipare insieme ad un gruppo di investitori al piano di cambiamento di gestione della banca francese Société Générale. Soros rifiutò e preferì agire individualmente sfruttando l’occasione.Questa mossa gli costò una condanna per insider da parte del tribunale francese, che dopo vari ricorsi confermò nel 2006 la multa al magnate della finanza. Multa confermata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonostante l’ennesimo tentativo di ricorso provato da Soros.

Nel 1992 Soros vendette allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline in un’operazione pronti contro termine; questa mossa, che costrinse il Regno Unito ad abbandonare il Sistema monetario europeo e che valse a Soros il soprannome di “L’uomo che sbancò la banca d’Inghilterra”, gli fruttò oltre 1 miliardo di dollari. Quel giorno, che passò alla storia con il nome di “mercoledì nero”, costò al tesoro britannico 3,4 miliardi di sterline.

Sempre nel 1992, precisamente il 16 settembre, Soros effettuò la stessa identica operazione nei confronti della lira italiana.

Mentre in Francia è stato incriminato, con conferma della condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, e in Paesi come la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia si vuole nei suoi confronti l’ergastolo o addirittura la pena di morte, in Italia le cose sono andate diametralmente all’opposto: l’Università di Bologna, la più antica università al mondo, lo ha premiato con una laurea in economia honoris causa. La cerimonia si svolse in presenza di Romano Prodi (che di Soros presentò anche l’edizione italiana del libro autobiografico) e fu presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dello stesso Prodi.

Il popolo, che si è sonoramente rotto le scatole degli elevati pensieri degli Übermenschen della sinistra radical chic e della schiera di loro servizievoli politici, in America li ha mandati al diavolo, eleggendo Trump, che ha rotto il gioco.

Anche gli Italiani hanno ora l’occasione di mandare gli Übermenschen a pensare a casa. Del resto, le loro dimore, di solito, non sono case popolari.

Silvano Danesi

La peste puritana made in Usa

Negli States ne hanno inventata una nuova: vietato abbracciarsi.

Il puritanesimo è come la peste, malattia infettiva, che va messa in quarantena e per essere combattuta necessita di antibiotici e di molta igiene.

peste

La peste che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352 uccise almeno un terzo della popolazione del continente.

Dietro la follia della regolamentazione dell’abbraccio, i nipotini di Cromwell, come il loro avo Oliver, hanno in testa ben altro che il rigore morale; hanno in testa il potere.

In questi anni, il nuovo feudalesimo finanziario, travestito da mondialismo buonista, ha tentato, in parte riuscendovi, di costruire un uomo senza qualità, grigio consumatore, gregge per i nuovi pastori della religione del mercato.

L’operazione è in gran parte fallita, per nostra fortuna, visto che, come nel 1300, i due terzi della popolazione sono stati risparmiati dal totale asservimento mediatico, ma non bisogna dimenticare mai che la strategia è ancora pesantemente in atto.

Con capacità camaleontica, e sulla base di una prassi antica e consolidata, vedendo messa in mora l’operazione economico finanziaria, gli strateghi del nuovo feudalesimo si rivolgono al moralismo, tentando, non solo di costruire un gregge di uomini e donne senza qualità, grigi consumatori, ma anche e peggio, una immensa schiera di robot anaffettivi e, conseguentemente depressi, che scaricheranno le loro frustrazioni, ovviamente, manifestando una continua ricerca di surrogati all’affetto, frequentando centri commerciali, comprando di tutto e di più, trasferendo i loro abbracci all’ultima serie di telefonini o all’ultimo capo firmato, bello o brutto che sia, purché trendy.

peste

Oddio, non posso più abbracciare nessuno, dalle donne devo stare lontano (lo stesso vale per le signore a proposito degli uomini), se faccio un complimento rischio la denuncia. Viva la frigida castità, senza alcun contatto fisico di alcun tipo. Viva la distanza. Viva l’incomunicabilità.

L'absinthe

Eppure, accidenti, che frustrazione, che depressione, che tristezza. Che voglia di abbracci. Che fare? Un giro a guardar vetrine, così con un bell’acquisto riempio i buchi affettivi e faccio contenti i puritani.

Per combattere la peste ci vogliono gli antibiotici e allora mandiamo a farsi friggere i puritani, le loro finte proposte moraliste, che nascondono la loro vera natura, quella di untori, di propagatori del virus e adottiamo sane regole igieniche mentali, corroborate da spirito critico. I nipotini di Cromwell non vogliono il nostro bene, badano al portafogli.

Silvano Danesi

Sottomissione: la parola magica del mondalismo finanziario.

L’islamismo è un’ideologia perfettamente funzionale al mondialismo finanziario e al sorospensiero al quale afferiscono le teorie del multiculturalismo. Il mondialismo finanziario, travestito da democraticismo multiculturale, ha come obbiettivo l’uomo nuovo senza qualità: un perfetto grigio uniforme consumatore mondiale standardizzato e obbediente alle logiche di un mercato dominato dal novello Dittatore: il feudalesimo finanziario.

L’idea di fondo è che un uomo nuovo non ha patria, non ha storia, non rivendica identità, se non quella di una finta fratellanza universale. Da qui anche le recenti follie della distruzione dei monumenti della storia americana, che fanno la pari con le follie islamiche di distruzione delle vestigia del passato.

Senza una propria storia e senza identità si è Nessuno: personaggi in cerca di autore, obbedienti al nuovo autore mondiale, sottomessi alla sua regia e agli ordini dei vassalli, dei valvassori e dei valvassini.

Ed ecco che compare la parola magica: sottomissione, che nella lingua araba è islam.

Dei tre monoteismi l’Islam è il più adatto ad essere l’ideologia dell’Impero del novello Dittatore. Mammona, il novello Dittatore, si traveste, ma il suo credo, da diffondere tra i popoli del mondo, è sottomissione.

L’Ebraismo non fa proseliti; è una religione elitaria, riservata ad un popolo e non si presta alla bisogna.

Il Cristianesimo, divenuto nel IV secolo il collante ideologico del morente Impero romano d’Occidente, è figlio di un padre: la religione ebraica e di una madre: la cultura greca. Nei secoli il Cristianesimo si è modificato, adattato, modellato sui paradigmi della cultura europea, assorbendone le radici e divenendo a sua volta radice. Finché ha retto il radicamento, il Cristianesimo è stato coautore, sia pure con alterne vicende  e con fasi di assoluta intolleranza, dei fondamenti della civiltà occidentale. Oggi si assiste al suo allontanamento dall’Occidente e al suo stemperarsi in un mondialismo che tenta di allinearsi alle esigenze del novello Dittatore, ma senza speranza alcuna, poiché il novello Dittatore ha come paradigma ideologico un solo credo: sottomissione.

Il dio dell’amore, per quanto usato nei secoli, tradendolo, per sottomettere e violentare, non è il dio della sottomissione e non è utile al novello Dittatore. Non a caso è lasciato alla sua deriva, al vuoto delle chiese, alla progressiva scomparsa dei fedeli, in compagnia con il rinascente antiebraismo, montante in Europa, che fa degli Ebrei e dello Stato di Israele un continuo bersaglio polemico.

L’Islam , al contrario, è coccolato, in quanto perfettamente in linea con il mondialismo dell’uomo senza qualità, in quanto è sottomissione.

La religione islamica impone l’applicazione della Shari’ah e, conseguentemente, impone uno Stato teocratico.

Gli Stati membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, il 5 agosto 1990, alla fine della XIX Conferenza, hanno sottoscritto una “Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam” ove all’art. 12  è scritto: “Ogni uomo ha il diritto, nel quadro della Shari’ah, di muoversi liberamente….”.

La Shari’ah viene richiamata più volte e all’articolo 25 è scritto: “La Shari’ah Islamica è la sola fonte di riferimento per l’interpretazione di qualsiasi articolo della presente Dichiarazione”.

Nella introduzione alla Dichiarazione Universale Islamica dei diritti umani elaborata il 19 settembre 1989 è scritto che i diritti umani nell’Islam sono fermamente collegati all’idea che Dio, e Lui solo,  “sia il Legislatore e la Fonte di tutti i diritti umani…” e che la Dichiarazione è “basata sul Corano e sulla Sunna del Profeta…”.

Inoltre è scritto che ogni “individuo ha il diritto di esprimere il suo pensiero e le sue convinzioni purché rimanga nei limiti prescritti  dalla Legge”, ove per legge si intende, ovviamente, la Shari’ah.

Queste affermazioni sono in netto contrasto con la Civiltà occidentale e con le sue storiche e faticose conquiste. La Civiltà occidentale, se non vuole tradire se stessa, non può sottomettersi alla Shari’ah, che non è la legge di uno Stato sovrano, dove la fonte del diritto è l’essere umano libero e dove la legge e liberamente espressa da un parlamento liberamente eletto. Nella Shari’ah non c’è libertà, ma sottomissione a un dio, il cui volere, secondo i credenti musulmani, è espresso nel Corano.

Possiamo ipotizzare che un islamico accetti la separazione tra Stato e Islam, come va affermando qualche irriducibile benpensante?

Qualche isolato eroico tentativo è stato fatto, ma per ora quelli che hanno teorizzato una riforma dell’Islam sono stati tutti eliminati. Ismailiti e Al Mamun insegnano.

Se si considera la perfetta corrispondenza di obbiettivi tra il mondialismo e l’Islam si comprendono le ideologie corollarie tendenti a distruggere l’identità occidentale; si comprende perché a Benedetto XVI, le cui dimissioni sembrano più dovute ad una spinta che ad una sponte, è stato messo accanto Francesco primo; si comprende per quale motivo, in Inghilterra, una bambina cristiana è stata affidata ad una famiglia musulmana, come se non ci fossero nel Regno Unito di Sua Maestà, capo della Chiesa anglicana, famiglie cristiane disponibili; si capisce la simpatia nei confronti dell’Islam delle correnti politiche catto comuniste radical chic del mondialismo; si capisce il motivo per il quale ogni critica all’Islam viene stigmatizzata con il termine islamofobia, mentre chi vilipende il Cristianesimo o l’Ebraismo è considerato semplicemente uno che esprime opinioni; si capisce la logica dell’invasione dell’Europa.

Il novello Dittatore, ossia il feudalesimo finanziario, del resto, è in gran parte partecipato da stati islamici dai connotati tribali, divenuti agenti finanziari, nel secolo scorso, grazie al petrolio.

Interessi coincidenti producono ideologie coincidenti da propinare all’uomo nuovo senza qualità, perfetto credente e perfetto consumatore.

Se nell’apparente situazione caotica nella quale sembra versare l’Occidente si introduce la parola magica sottomissione, quasi per incanto il puzzle si compone e tutto diventa chiaro.

Silvano Danesi

Migrazioni o deportazioni di massa?

Superior stabat agnus…. Il lupo oggi non stravolge più in modo facilmente smascherabile, come nella favola di Fedro, la verità dei fatti; si è travestito da agnello e si confonde nel gregge.

E’ in atto una deportazione di massa epocale di esseri umani dall’Africa all’Europa e se ne annuncia una, altrettanto epocale, dalla Cina all’Africa.

Per quanto riguarda la deportazione dall’Africa all’Europa, quella che viene chiamata migrazione è un trasferimento dove è sempre più evidente e dimostrato che c’è una rete di lupi travestiti da agnelli che lucrano sulla nuova tratta degli schiavi.

Il primo business del trasferimento è quello sporco, ormai evidente (salvo a chi ha le fette di salame sugli occhi, o meglio: le vuole avere), della cosiddetta  accoglienza e delle strutture della stessa, in combutta con mafie di varia specie, scafisti, caporali del lavoro nero, lenoni della prostituzione, mercanti di organi.

Altri agnelli accolgono i disperati della transumanza (si, transumanza, perché quelli del lavoro sporco li trattano come bestie) sui loro battelli finanziati da agnelli miliardari. Si dice che i finanziatori lo facciano perché così leniscono una sorta di senso di colpa. L’interpretazione psicologica fa ridere. Gli agnelli finanziatori lo fanno perché hanno come riferimento il nuovo verbo della Montagna Incantata (che con il discorso della Montagna ha ben poco a che fare) che fornisce loro la copertura ideologica per il rifornimento di un esercito di riserva di manodopera a basso costo funzionale ai loro interessi. Interessi meno evidenti di quelli che fanno il lavoro sporco, ma altrettanto concreti, anzi, concretissimi. L’accoglienza è il modo per avere a disposizione una riserva di lavoratori senza diritti civili, disposti a qualsiasi condizione di lavoro, a tutto vantaggio per i profitti e con buona pace per un welfare in pericolo e per le sorti della democrazia, della quale agli agnelli finanziatori non importa nulla, anche se la proclamano come un credo assoluto e se ne ergono a soli veri interpreti.

Nel frattempo, il potere cinese, il cui massimo rappresentante è stato accolto con ampi abbracci dai Signori della Montagna Incantata, sta organizzando un esodo forzato di massa che farà dell’Africa, tra cinquanta anni un secondo continente giallo. La Cina, mentre l’Europa si consuma nelle beghe di cortile, si sta trasferendo in uno dei territori più ricchi di risorse energetiche di tutto il pianeta.

Il potere cinese ha costruito vere e proprie China Town, attualmente deserte, ma perfettamente funzionanti, in Angola, Nigeria, Guinea equatoriale, Ciad, Sudan, Zambia, Zimbawe e Mozambico. Una nuova città, costruita in Angola, è costituita di 750 palazzi e potrebbe ospitare  (ospiterà) oltre cinquecento mila persone.

Nell’ultimo decennio la Cina ha traslocato in Africa quasi un milione di cinesi, ma entro il 2020, ossia dopodomani, Pechino ha progettato un esodo calcolabile tra i 300 e i 500 milioni di cinesi.

Siamo in presenza di un disegno mondiale di trasferimenti di intere fasce di popolazione, di deportazioni travestite da migrazione, progettate e condotte da lupi travestiti da agnelli.

A queste migrazioni è funzionale l’ideologia dell’uomo senza qualità, senza patria, senza genere, senza identità: un perfetto signor nessuno da sfruttare a piacimento, sia come lavoratore, sia come consumatore. Un perfetto signor nessuno, convinto di essere un agnello finalmente emancipato per mano di soccorrevoli agnelli, che invece sono lupi famelici.

Superior stabat agnus, longeque inferior agnus. La storia ora è da riscrivere così.

Tuttavia: “Attenti al lupo”. Se lo smascherate ulula, non bela.

Silvano Danesi

Trump introduce realismo in un mondo di pazzi

“Lo sbigottimento dinanzi alla decadenza non può non assalirci, con un senso di fallimento profondo, se ci poniamo sul solco della civilizzazione occidentale. Comprendiamo che siamo al tramonto con un chiarore di morte indicibile”.

Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano, di questo sbigottimento scrive nel suo: “Un nuovo mondo – La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali” (Guerini e associati), proponendo anche una cura al tramonto: “Ricostruire una leadership intellettuale e morale dell’Occidente, senza esitazioni e senza mistificazioni”.

9788862506885_0_0_1648_80

Il punto principale da cui partire è una “nuova pace di Westfalia”, quella che concluse la guerra dei Trent’anni , dopo la folle gestione del Medio Oriente, prima di Bush Jr e poi di Obama, per porre fine alle guerre mesopotamiche e consentire la ricostruzione e la ripresa di quelle aree del mondo.

Le lotte intra arabe, travestite da lotte religiose, si sono trasformate in guerre tra medie potenze regionali. Una nuova pace di Westfalia è, pertanto, l’inizio di una fase di stabilità.

In questo quadro il ruolo stabilizzatore della Russia è fondamentale.

Sapelli attacca poi frontalmente la politica tedesca e la sua logica teutonico-deflattiva, che definisce “rigorismo luterano” e “ordoliberismo devastatore”, con Schaeuble che impone all’Europa una “politica economica suicida”. Sapelli denuncia “la deflazione secolare imposta dalla Germania, tramite l’Euro e l’UE, al resto del mondo sempre più finanziarizzato e, quindi, incapace di riprendere gli investimenti in beni capitali, di rianimare la domanda interna e, di conseguenza, la produttività del lavoro”.

L’Europa così com’è non funziona, in quanto le sua istituzioni “sono state forgiate […] dalla volontà macro-economica della finanza globale piuttosto che da quella della diplomazia globale”; e così l’Europa è andata in frantumi.

Da qui la necessità di riformare i trattati, abbandonando il funzionalismo e guardando ad un’Europa federale o confederale.

L’analisi di Sapelli  punta poi l’obbiettivo sulla questione delle questioni: come contenere la Cina, che guarda caso ha come referente principale in Europa la Merkel, che vuole essere il general contractor con il Dragone.

Clinton e Blair, dice Sapelli, con la deregolamentazione del mercato finanziario hanno consentito l’entrata della Cina nel WTO e ora i cinesi, la cui economia è comunque in crisi,  non solo varano con la nuova “Via della seta” un colossale programma di costruzione infrastrutturale, ma mettono in campo anche la Banca mondiale delle infrastrutture, in alternativa al Fondo monetario internazionale.

Poiché la posta in gioco per il dominio mondiale non si gioca più in Europa, ma in Africa, l’Italia – scrive Sapelli – deve lavorare con l’Egitto a stabilizzare la Libia e deve aiutare, così come del resto dovrebbe fare l’Europa, gli africani a realizzare un “nuovo nation and state building”, perché la questione della costruzione di stati-nazione è centrale per avere interlocutori validi e affidabili.

Riguardo all’ingresso del nuovo presidente degli Stati Uniti sullo scenario mondiale, Sapelli scrive: “Trump introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

Parole profetiche, visto il viaggio del presidente Usa in Arabia Saudita e in Israele e il confronto a muso duro con la Signora Quarto Reich.

Silvano Danesi