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A rischio la tenuta democratica del Paese

“I numeri grandi e senza controllo degli sbarchi mettono a rischio la tenuta democratica del Paese”. Parola di Marco Minniti, Ministro dell’Interno.
Non è un’affermazione da poco, in quanto prende finalmente atto di una realtà che cova sotto la cenere e che potrebbe diventare esplosiva.
Quanto è accaduto a Macerata è un segnale preoccupante di quanto cova sotto traccia, ma che potrebbe diventare davvero una bomba, se la follia di una sinistra che ha portato la testa all’ammasso delle sorosiane teorie mondialiste, ovviamente dirette dalla finanza, porterà la situazione dell’immigrazione al punto di rottura.
Anziché guardare in faccia la realtà, la sinistra tira in ballo l’antifascismo, come se la questione fosse quella di un fascismo risorgente che non c’è, se non nelle intenzioni di frange minoritarie che fanno alla pari con quelle dell’estrema sinistra.
Accade così che, mentre le persone responsabili cercano di smorzare la caldaia bollente, gli scherani degli opposti estremismi si combattono in manifestazioni che coinvolgono poche centinaia di persone, sempre le stesse, e che finiscono inevitabilmente in scontri violenti.
Perché tanta insistenza della sinistra sulla questione degli immigrati? Una questione ideale? Chi ci crede è un povero ingenuo. Dietro l’angolo ci sono gli interessi di un mondo dell’accoglienza che in questi anni ha fatto i miliardi sulla pelle dei disperati. E questo è un dato chiaro, basta guardare le numerose indagini in corso. Ma questo non basta.
Dietro l’angolo c’è la strategia di Soros e della Open Society Foundation, con la teoria del finanziare americano che vuole un mondo in cui cancellare le frontiere, per evitare che ci siano barriere allo spostamento di merci e di persone. Una teoria che si ammanta di buonismo e di egualitarismo, ma che nasconde una tracotante volontà di dirigere il mondo dalla plancia di comando della finanza, con il mercato che non ha più ostacoli e con una massa amorfa di esseri umani grigi e indifferenziati, tutti ottimi consumatori e schiavi della produzione e del mercato.
E’ semplicemente assurdo che la sinistra abbia perso la testa per le teoria di George Soros? No, non è assurdo, perché la Open Society Foundation paga, finanzia, orienta.
Soros ha speso 450 milioni di euro per una campagna che tende a ricondurre la Gran Bretagna in Europa, alla faccia di un referendum che ha visto il popolo inglese esprimere un’idea contraria. In Israele, che si appresta a rimpatriare, con dote di soldi e garanzie, oltre 400 mila clandestini, Soros è stato accusato da Netanyahu di finanziare i dissidenti. In Russia, Putin, che ha le idee chiare, nel 2015 ha messo al bando la Open Society.
George Soros ha finanziato la campagna elettorale di Hillary Clinton in ragione di 10,5 milioni di dollari e la sinistra italiana ha da tempo imparato a baciare la pantofola del clan Clinton.
Il buonismo della sinistra italiana non ha nulla a che fare con l’etica, ma con una strategia mondiale, della quale è parte anche Papa Francesco, che non a caso, nel frattempo, perde continuamente quote di credenti in un’Europa sempre più laicizzata e islamizzata.
Se la strategia della sinistra continuerà a portare in Italia masse sempre crescenti di immigrati, la caldaia sociale potrebbe esplodere. E allora il tema non sarà il fascismo e l’antifascismo, ma la guerra civile, che sarà una guerra dei poveri, perché i ricchi e, con loro, molti leader della sinistra vestita di cachemire, vivono dove gli immigrati non ci sono o, se ci sono, servono a tavola in divisa, come nelle vecchia fattorie dell’America del Sette e Ottocento, che in fatto di immigrati la sa lunga. Il know how delle navi negriere si è trasformato in quello dei moderni mercanti, che guidano gli sbarchi. Ma la sinistra finge di non capire e grida al fascismo degli italiani.

Silvano Danesi

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Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic

Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic (in effetti Urmenschen, primitivi) sono di fatto gli attuali autentici razzisti poiché considerano se stessi dotati di una mente superiore, corroborata da una superiore cultura, che fa di loro un’élite alla quale si dovrebbe guardare come ad un faro di luce illuminante il cammino di noi poveri mortali, ossia gregge, bestioline inconsapevoli.

Chi non è d’accordo con le idee degli Übermenschen della sinistra radical chic è, se gli va bene, un ignorante, un rozzo, un buzzurro, ma spesso è “percepito” (gli Übermenschen, dotati di suprema sensibilità “percepiscono”) come razzista e, in quanto tale, fascista e nazista. Di Stalin, gli Übermenschen, non si ricordano mai e nemmeno di Tito, che ha infoibato poveri italiani innocenti ovviamente “percepiti” come fascisti. A un certo tipo di sinistra il popolo non è mai piaciuto, in quanto insieme indifferenziato. A un certo tipo di sinistra piaceva parlare di classe operaia, di proletariato: uno stato sociale ben definito, che esprimeva una sua élite: l’aristocrazia operaia, alla quale fungevano da suggeritori i soliti intellettuali dell’Übermensch pensiero. Il Lumpenproletariat faceva schifo già ai tempi, figuratevi oggi. Fatto si è che di Ür pensiero in Ür pensiero gli Übermenschen della sinistra radical chic hanno trasformato la sinistra in un’area radicale di massa e i partiti della sinistra in partiti radicali di massa, con una particolare sensibilità per la finanza e per le banche. Dei poveri non si curano e nemmeno dei lavoratori, siano essi dipendenti o indipendenti. Così capita che il ceto medio produttivo e i lavoratori, nonché il popolo dei poveri, guardino a destra. E allora l’Übermensch pensiero, anziché porsi domande in merito, lancia strali. Il popolo guarda a destra? Siamo di fronte ad una deriva populista e fascista. Che schifo. Che ribrezzo questo popolo che non capisce l’elevato pensiero e guarda a tirare a campare, tartassato per garantire sprechi e disastri bancari, nonché debiti altrui (tedeschi e francesi), addossati agli Italiani da governi imposti. Il popolo non ne può più di “accoglienza” fatta su misura per favorire il mercato del lavoro di riserva (una volta si chiamava: esercito di manodopera di riserva) ad uso e consumo di lor Signori e di fatto terreno di caccia di interessi poco puliti? Il popolo è fascista.

Un esempio eclatante della spocchia degli Übermenschen è dato dalla curatrice del museo Guggenheim di New York ha risposto alla Casa Bianca, che aveva chiesto, come di consueto, un quadro (in questo caso un Van Gogh) per la Sala Ovale, offrendo un water dell’artista Cattelan. Questa perfetta rappresentante degli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic, tronfi della loro superiorità culturale, da vera e propria minus habens non ha saputo distinguere tra la sua avversione per l’uomo Trump e uno dei simboli più significativi dell’America, ossia la Sala Ovale. Non è il signor Trump che voleva un quadro, ma l’istituzione Casa Bianca. Che pena questi Dem bavosi di rabbia e con il cervello ormai in pappa.

Un altro esempio, tutto italiano, è la laurea honoris causa a Soros, il finanziere che ha speculato sulla pelle degli Italiani.

Nel 1988 a Georg Soros, fondatore e consigliere del Quantum Group, Presidente del Soros Fund e dell’Open Society Foundations, venne chiesto di partecipare insieme ad un gruppo di investitori al piano di cambiamento di gestione della banca francese Société Générale. Soros rifiutò e preferì agire individualmente sfruttando l’occasione.Questa mossa gli costò una condanna per insider da parte del tribunale francese, che dopo vari ricorsi confermò nel 2006 la multa al magnate della finanza. Multa confermata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonostante l’ennesimo tentativo di ricorso provato da Soros.

Nel 1992 Soros vendette allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline in un’operazione pronti contro termine; questa mossa, che costrinse il Regno Unito ad abbandonare il Sistema monetario europeo e che valse a Soros il soprannome di “L’uomo che sbancò la banca d’Inghilterra”, gli fruttò oltre 1 miliardo di dollari. Quel giorno, che passò alla storia con il nome di “mercoledì nero”, costò al tesoro britannico 3,4 miliardi di sterline.

Sempre nel 1992, precisamente il 16 settembre, Soros effettuò la stessa identica operazione nei confronti della lira italiana.

Mentre in Francia è stato incriminato, con conferma della condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, e in Paesi come la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia si vuole nei suoi confronti l’ergastolo o addirittura la pena di morte, in Italia le cose sono andate diametralmente all’opposto: l’Università di Bologna, la più antica università al mondo, lo ha premiato con una laurea in economia honoris causa. La cerimonia si svolse in presenza di Romano Prodi (che di Soros presentò anche l’edizione italiana del libro autobiografico) e fu presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dello stesso Prodi.

Il popolo, che si è sonoramente rotto le scatole degli elevati pensieri degli Übermenschen della sinistra radical chic e della schiera di loro servizievoli politici, in America li ha mandati al diavolo, eleggendo Trump, che ha rotto il gioco.

Anche gli Italiani hanno ora l’occasione di mandare gli Übermenschen a pensare a casa. Del resto, le loro dimore, di solito, non sono case popolari.

Silvano Danesi

La peste puritana made in Usa

Negli States ne hanno inventata una nuova: vietato abbracciarsi.

Il puritanesimo è come la peste, malattia infettiva, che va messa in quarantena e per essere combattuta necessita di antibiotici e di molta igiene.

peste

La peste che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352 uccise almeno un terzo della popolazione del continente.

Dietro la follia della regolamentazione dell’abbraccio, i nipotini di Cromwell, come il loro avo Oliver, hanno in testa ben altro che il rigore morale; hanno in testa il potere.

In questi anni, il nuovo feudalesimo finanziario, travestito da mondialismo buonista, ha tentato, in parte riuscendovi, di costruire un uomo senza qualità, grigio consumatore, gregge per i nuovi pastori della religione del mercato.

L’operazione è in gran parte fallita, per nostra fortuna, visto che, come nel 1300, i due terzi della popolazione sono stati risparmiati dal totale asservimento mediatico, ma non bisogna dimenticare mai che la strategia è ancora pesantemente in atto.

Con capacità camaleontica, e sulla base di una prassi antica e consolidata, vedendo messa in mora l’operazione economico finanziaria, gli strateghi del nuovo feudalesimo si rivolgono al moralismo, tentando, non solo di costruire un gregge di uomini e donne senza qualità, grigi consumatori, ma anche e peggio, una immensa schiera di robot anaffettivi e, conseguentemente depressi, che scaricheranno le loro frustrazioni, ovviamente, manifestando una continua ricerca di surrogati all’affetto, frequentando centri commerciali, comprando di tutto e di più, trasferendo i loro abbracci all’ultima serie di telefonini o all’ultimo capo firmato, bello o brutto che sia, purché trendy.

peste

Oddio, non posso più abbracciare nessuno, dalle donne devo stare lontano (lo stesso vale per le signore a proposito degli uomini), se faccio un complimento rischio la denuncia. Viva la frigida castità, senza alcun contatto fisico di alcun tipo. Viva la distanza. Viva l’incomunicabilità.

L'absinthe

Eppure, accidenti, che frustrazione, che depressione, che tristezza. Che voglia di abbracci. Che fare? Un giro a guardar vetrine, così con un bell’acquisto riempio i buchi affettivi e faccio contenti i puritani.

Per combattere la peste ci vogliono gli antibiotici e allora mandiamo a farsi friggere i puritani, le loro finte proposte moraliste, che nascondono la loro vera natura, quella di untori, di propagatori del virus e adottiamo sane regole igieniche mentali, corroborate da spirito critico. I nipotini di Cromwell non vogliono il nostro bene, badano al portafogli.

Silvano Danesi

Sottomissione: la parola magica del mondalismo finanziario.

L’islamismo è un’ideologia perfettamente funzionale al mondialismo finanziario e al sorospensiero al quale afferiscono le teorie del multiculturalismo. Il mondialismo finanziario, travestito da democraticismo multiculturale, ha come obbiettivo l’uomo nuovo senza qualità: un perfetto grigio uniforme consumatore mondiale standardizzato e obbediente alle logiche di un mercato dominato dal novello Dittatore: il feudalesimo finanziario.

L’idea di fondo è che un uomo nuovo non ha patria, non ha storia, non rivendica identità, se non quella di una finta fratellanza universale. Da qui anche le recenti follie della distruzione dei monumenti della storia americana, che fanno la pari con le follie islamiche di distruzione delle vestigia del passato.

Senza una propria storia e senza identità si è Nessuno: personaggi in cerca di autore, obbedienti al nuovo autore mondiale, sottomessi alla sua regia e agli ordini dei vassalli, dei valvassori e dei valvassini.

Ed ecco che compare la parola magica: sottomissione, che nella lingua araba è islam.

Dei tre monoteismi l’Islam è il più adatto ad essere l’ideologia dell’Impero del novello Dittatore. Mammona, il novello Dittatore, si traveste, ma il suo credo, da diffondere tra i popoli del mondo, è sottomissione.

L’Ebraismo non fa proseliti; è una religione elitaria, riservata ad un popolo e non si presta alla bisogna.

Il Cristianesimo, divenuto nel IV secolo il collante ideologico del morente Impero romano d’Occidente, è figlio di un padre: la religione ebraica e di una madre: la cultura greca. Nei secoli il Cristianesimo si è modificato, adattato, modellato sui paradigmi della cultura europea, assorbendone le radici e divenendo a sua volta radice. Finché ha retto il radicamento, il Cristianesimo è stato coautore, sia pure con alterne vicende  e con fasi di assoluta intolleranza, dei fondamenti della civiltà occidentale. Oggi si assiste al suo allontanamento dall’Occidente e al suo stemperarsi in un mondialismo che tenta di allinearsi alle esigenze del novello Dittatore, ma senza speranza alcuna, poiché il novello Dittatore ha come paradigma ideologico un solo credo: sottomissione.

Il dio dell’amore, per quanto usato nei secoli, tradendolo, per sottomettere e violentare, non è il dio della sottomissione e non è utile al novello Dittatore. Non a caso è lasciato alla sua deriva, al vuoto delle chiese, alla progressiva scomparsa dei fedeli, in compagnia con il rinascente antiebraismo, montante in Europa, che fa degli Ebrei e dello Stato di Israele un continuo bersaglio polemico.

L’Islam , al contrario, è coccolato, in quanto perfettamente in linea con il mondialismo dell’uomo senza qualità, in quanto è sottomissione.

La religione islamica impone l’applicazione della Shari’ah e, conseguentemente, impone uno Stato teocratico.

Gli Stati membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, il 5 agosto 1990, alla fine della XIX Conferenza, hanno sottoscritto una “Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam” ove all’art. 12  è scritto: “Ogni uomo ha il diritto, nel quadro della Shari’ah, di muoversi liberamente….”.

La Shari’ah viene richiamata più volte e all’articolo 25 è scritto: “La Shari’ah Islamica è la sola fonte di riferimento per l’interpretazione di qualsiasi articolo della presente Dichiarazione”.

Nella introduzione alla Dichiarazione Universale Islamica dei diritti umani elaborata il 19 settembre 1989 è scritto che i diritti umani nell’Islam sono fermamente collegati all’idea che Dio, e Lui solo,  “sia il Legislatore e la Fonte di tutti i diritti umani…” e che la Dichiarazione è “basata sul Corano e sulla Sunna del Profeta…”.

Inoltre è scritto che ogni “individuo ha il diritto di esprimere il suo pensiero e le sue convinzioni purché rimanga nei limiti prescritti  dalla Legge”, ove per legge si intende, ovviamente, la Shari’ah.

Queste affermazioni sono in netto contrasto con la Civiltà occidentale e con le sue storiche e faticose conquiste. La Civiltà occidentale, se non vuole tradire se stessa, non può sottomettersi alla Shari’ah, che non è la legge di uno Stato sovrano, dove la fonte del diritto è l’essere umano libero e dove la legge e liberamente espressa da un parlamento liberamente eletto. Nella Shari’ah non c’è libertà, ma sottomissione a un dio, il cui volere, secondo i credenti musulmani, è espresso nel Corano.

Possiamo ipotizzare che un islamico accetti la separazione tra Stato e Islam, come va affermando qualche irriducibile benpensante?

Qualche isolato eroico tentativo è stato fatto, ma per ora quelli che hanno teorizzato una riforma dell’Islam sono stati tutti eliminati. Ismailiti e Al Mamun insegnano.

Se si considera la perfetta corrispondenza di obbiettivi tra il mondialismo e l’Islam si comprendono le ideologie corollarie tendenti a distruggere l’identità occidentale; si comprende perché a Benedetto XVI, le cui dimissioni sembrano più dovute ad una spinta che ad una sponte, è stato messo accanto Francesco primo; si comprende per quale motivo, in Inghilterra, una bambina cristiana è stata affidata ad una famiglia musulmana, come se non ci fossero nel Regno Unito di Sua Maestà, capo della Chiesa anglicana, famiglie cristiane disponibili; si capisce la simpatia nei confronti dell’Islam delle correnti politiche catto comuniste radical chic del mondialismo; si capisce il motivo per il quale ogni critica all’Islam viene stigmatizzata con il termine islamofobia, mentre chi vilipende il Cristianesimo o l’Ebraismo è considerato semplicemente uno che esprime opinioni; si capisce la logica dell’invasione dell’Europa.

Il novello Dittatore, ossia il feudalesimo finanziario, del resto, è in gran parte partecipato da stati islamici dai connotati tribali, divenuti agenti finanziari, nel secolo scorso, grazie al petrolio.

Interessi coincidenti producono ideologie coincidenti da propinare all’uomo nuovo senza qualità, perfetto credente e perfetto consumatore.

Se nell’apparente situazione caotica nella quale sembra versare l’Occidente si introduce la parola magica sottomissione, quasi per incanto il puzzle si compone e tutto diventa chiaro.

Silvano Danesi

Migrazioni o deportazioni di massa?

Superior stabat agnus…. Il lupo oggi non stravolge più in modo facilmente smascherabile, come nella favola di Fedro, la verità dei fatti; si è travestito da agnello e si confonde nel gregge.

E’ in atto una deportazione di massa epocale di esseri umani dall’Africa all’Europa e se ne annuncia una, altrettanto epocale, dalla Cina all’Africa.

Per quanto riguarda la deportazione dall’Africa all’Europa, quella che viene chiamata migrazione è un trasferimento dove è sempre più evidente e dimostrato che c’è una rete di lupi travestiti da agnelli che lucrano sulla nuova tratta degli schiavi.

Il primo business del trasferimento è quello sporco, ormai evidente (salvo a chi ha le fette di salame sugli occhi, o meglio: le vuole avere), della cosiddetta  accoglienza e delle strutture della stessa, in combutta con mafie di varia specie, scafisti, caporali del lavoro nero, lenoni della prostituzione, mercanti di organi.

Altri agnelli accolgono i disperati della transumanza (si, transumanza, perché quelli del lavoro sporco li trattano come bestie) sui loro battelli finanziati da agnelli miliardari. Si dice che i finanziatori lo facciano perché così leniscono una sorta di senso di colpa. L’interpretazione psicologica fa ridere. Gli agnelli finanziatori lo fanno perché hanno come riferimento il nuovo verbo della Montagna Incantata (che con il discorso della Montagna ha ben poco a che fare) che fornisce loro la copertura ideologica per il rifornimento di un esercito di riserva di manodopera a basso costo funzionale ai loro interessi. Interessi meno evidenti di quelli che fanno il lavoro sporco, ma altrettanto concreti, anzi, concretissimi. L’accoglienza è il modo per avere a disposizione una riserva di lavoratori senza diritti civili, disposti a qualsiasi condizione di lavoro, a tutto vantaggio per i profitti e con buona pace per un welfare in pericolo e per le sorti della democrazia, della quale agli agnelli finanziatori non importa nulla, anche se la proclamano come un credo assoluto e se ne ergono a soli veri interpreti.

Nel frattempo, il potere cinese, il cui massimo rappresentante è stato accolto con ampi abbracci dai Signori della Montagna Incantata, sta organizzando un esodo forzato di massa che farà dell’Africa, tra cinquanta anni un secondo continente giallo. La Cina, mentre l’Europa si consuma nelle beghe di cortile, si sta trasferendo in uno dei territori più ricchi di risorse energetiche di tutto il pianeta.

Il potere cinese ha costruito vere e proprie China Town, attualmente deserte, ma perfettamente funzionanti, in Angola, Nigeria, Guinea equatoriale, Ciad, Sudan, Zambia, Zimbawe e Mozambico. Una nuova città, costruita in Angola, è costituita di 750 palazzi e potrebbe ospitare  (ospiterà) oltre cinquecento mila persone.

Nell’ultimo decennio la Cina ha traslocato in Africa quasi un milione di cinesi, ma entro il 2020, ossia dopodomani, Pechino ha progettato un esodo calcolabile tra i 300 e i 500 milioni di cinesi.

Siamo in presenza di un disegno mondiale di trasferimenti di intere fasce di popolazione, di deportazioni travestite da migrazione, progettate e condotte da lupi travestiti da agnelli.

A queste migrazioni è funzionale l’ideologia dell’uomo senza qualità, senza patria, senza genere, senza identità: un perfetto signor nessuno da sfruttare a piacimento, sia come lavoratore, sia come consumatore. Un perfetto signor nessuno, convinto di essere un agnello finalmente emancipato per mano di soccorrevoli agnelli, che invece sono lupi famelici.

Superior stabat agnus, longeque inferior agnus. La storia ora è da riscrivere così.

Tuttavia: “Attenti al lupo”. Se lo smascherate ulula, non bela.

Silvano Danesi

Trump introduce realismo in un mondo di pazzi

“Lo sbigottimento dinanzi alla decadenza non può non assalirci, con un senso di fallimento profondo, se ci poniamo sul solco della civilizzazione occidentale. Comprendiamo che siamo al tramonto con un chiarore di morte indicibile”.

Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano, di questo sbigottimento scrive nel suo: “Un nuovo mondo – La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali” (Guerini e associati), proponendo anche una cura al tramonto: “Ricostruire una leadership intellettuale e morale dell’Occidente, senza esitazioni e senza mistificazioni”.

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Il punto principale da cui partire è una “nuova pace di Westfalia”, quella che concluse la guerra dei Trent’anni , dopo la folle gestione del Medio Oriente, prima di Bush Jr e poi di Obama, per porre fine alle guerre mesopotamiche e consentire la ricostruzione e la ripresa di quelle aree del mondo.

Le lotte intra arabe, travestite da lotte religiose, si sono trasformate in guerre tra medie potenze regionali. Una nuova pace di Westfalia è, pertanto, l’inizio di una fase di stabilità.

In questo quadro il ruolo stabilizzatore della Russia è fondamentale.

Sapelli attacca poi frontalmente la politica tedesca e la sua logica teutonico-deflattiva, che definisce “rigorismo luterano” e “ordoliberismo devastatore”, con Schaeuble che impone all’Europa una “politica economica suicida”. Sapelli denuncia “la deflazione secolare imposta dalla Germania, tramite l’Euro e l’UE, al resto del mondo sempre più finanziarizzato e, quindi, incapace di riprendere gli investimenti in beni capitali, di rianimare la domanda interna e, di conseguenza, la produttività del lavoro”.

L’Europa così com’è non funziona, in quanto le sua istituzioni “sono state forgiate […] dalla volontà macro-economica della finanza globale piuttosto che da quella della diplomazia globale”; e così l’Europa è andata in frantumi.

Da qui la necessità di riformare i trattati, abbandonando il funzionalismo e guardando ad un’Europa federale o confederale.

L’analisi di Sapelli  punta poi l’obbiettivo sulla questione delle questioni: come contenere la Cina, che guarda caso ha come referente principale in Europa la Merkel, che vuole essere il general contractor con il Dragone.

Clinton e Blair, dice Sapelli, con la deregolamentazione del mercato finanziario hanno consentito l’entrata della Cina nel WTO e ora i cinesi, la cui economia è comunque in crisi,  non solo varano con la nuova “Via della seta” un colossale programma di costruzione infrastrutturale, ma mettono in campo anche la Banca mondiale delle infrastrutture, in alternativa al Fondo monetario internazionale.

Poiché la posta in gioco per il dominio mondiale non si gioca più in Europa, ma in Africa, l’Italia – scrive Sapelli – deve lavorare con l’Egitto a stabilizzare la Libia e deve aiutare, così come del resto dovrebbe fare l’Europa, gli africani a realizzare un “nuovo nation and state building”, perché la questione della costruzione di stati-nazione è centrale per avere interlocutori validi e affidabili.

Riguardo all’ingresso del nuovo presidente degli Stati Uniti sullo scenario mondiale, Sapelli scrive: “Trump introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

Parole profetiche, visto il viaggio del presidente Usa in Arabia Saudita e in Israele e il confronto a muso duro con la Signora Quarto Reich.

Silvano Danesi

Nel tempo del dio denaro, dei banchieri e dei burocrati

 

Nel tempo del dio denaro i parametri hanno sostituito i dogmi e banchieri e burocrati gli ecclesiasti e i sacrestani.

Non cambia il popolo degli sfruttati, i quali non possono nemmeno definirsi popolo, in quanto moltitudine, perché l’élite dei corifei del dio denaro la moltitudine la disprezzano e non deve avere nome.

Il fatto è che la globalizzazione, voluta da banchieri e burocrati, ha azzerato la classe operaia e la borghesia ed è rimasto solo il popolo: massa indifferenziata, spregevole, non degna di un solo sguardo da parte dei corifei del potere, soprattutto quando sono raffinati intellettuali.

Banchieri e burocrati, con i loro parametri, dopo aver creato la massa indifferenziata dei consumatori, servi del bancomat (obbligatorio, come la gleba), hanno compiuto, come avviene in tutte le religioni che si rispettino, il miracolo della conversione.

E’ così accaduto che i democratici, spesso accompagnati dall’aggettivo progressisti, sono diventati i pifferai magici della massa informe detta popolo, a tutto vantaggio dei nuovi signori del mondialismo finanziario feudale.

Volete un esempio? Leggetevi il libro di Alan Friedman, che sicuramente non ama Trump, e troverete, senza aspettare l’ultimo capitolo, i colpevoli del disastro di quasi un decennio di depressione, con corollario di caimani all’opera per depredare le tasche del popolo e ridurlo in miseria.

Scrive Friedman: “Fu proprio durante la presidenza Clinton che vennero piantati i semi  di ciò che in seguito divenne la peggiore crisi globale mai vista nel mondo finanziario. Molto prima del collasso della Lehman Brothers del 2008, la squadra di Bill Clinton cooperava con la Federal  Reserve di Alan Greenspan per consentire la pericolosa vendita dei derivati e la cartolarizzazione dei mutui subprime. Nel corso degli anni Novanta la deregulation finanziaria procedette come se alla Casa Bianca ci fosse un repubblicano.  Il presidente Bill Clinton, insieme al Segretario al Tesoro Robert “Bob” Rubin e al suo successore Lawrence “Larry” Summers, e di comune accordo con il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan , consentì cospicui interventi che aprirono la porta alla crescita di un mercato virtualmente privo di controllo dei subprime, cartolarizzati e aggregati. Fu con la benedizione dell’amministrazione Clinton che il pericoloso volume di trading dei derivati fece un balzo in avanti, preparando la strada, insieme al mercato dei mutui subprime, all’incombente disastro finanziario. Fu sempre sotto Clinton che la legge Glass-Steagall dell’epoca di Roosvelt venne abrogata. Era una legge promulgata dopo la Grande Depressione per proteggere i risparmiatori: obbligava  le banche a tenere separate le operazioni tradizionali – ad esempio, la raccolta dei depositi e l’emissione dei prestiti – da quelle di investimento, come il mercato degli stock e dei bond. Durante gli anni di Clinton, il mondo finanziario venne liberato da ogni controllo governativo, addirittura in misura maggiore di quanto fosse avvenuto con Reagan. A Wall Street dominava l’avidità e Washington guardava altrove”. [1]

Avete capito? Non è la sfiga che ha creato la depressione, ma una banda di disgraziati che hanno scientificamente deciso un piano per ridurci in miseria.

Volete i complici europei della banda americana?

Scrive Friedman: “Clinton faceva parte dell’ondata di democratici progressisti favorevoli al business, la cosiddetta “terza via” che presto avrebbe trovato i suoi cugini d’oltreoceano nel New Labour di Tony Blair e nell’Ulivo di Romano Prodi. La terza via di Clinton significava tagli alla spesa per il welfare, riduzione del carico fiscale in stile reaganiano, e una politica di deregolamentazione delle attività delle grandi banche di Wall Street”. [2]

Ora negli States ha vinto Trump. Cosa farà non si sa, ma resta il fatto che la tanto declamata Obamacare, al di là delle chiacchiere, è fallita da sola, senza aspettare il nuovo inquilino della Casa Bianca.

Dopo Clinton è arrivato Obama, al quale i Signori del feudalesimo finanziario hanno assegnato il premio Nobel per la pace preventivo.  Una sorta di avvertimento del tipo: stattene buono e in pace e non rovinare i nostri piani. L’importante è che tu sappia reggere la parte del buono. Appunto: democratico progressista.  Nel frattempo a fare disastri ci pensava la signora Hillary, grazie alla quale abbiamo la Libia nel caos, il Medio Oriente fuori controllo e l’islamismo wahabita (lo stesso che finanziava la campagna della signora e la sua fondazione) all’attacco dell’Europa. In regalo aggiuntivo masse di disperati del continente africano che si riversano sull’Europa per fornire mano d’opera a basso costo e mettere fuori gioco gli Europei.

Sapete come definisce Friedman la signora Hillary? La “Lady Macbeth della famosa dinastia Clinton, un’opportunista cinica convinta di poter vantare una sorta di diritto di nascita alla presidenza”. [3] Per fortuna gli americani l’hanno mandata a casa.

I danni dei Clinton li conosciamo bene, perché ci hanno messo con le pezze al culo da dieci anni e hanno disastrato l’Europa.

Cosa farà Trump non lo sappiamo, ma peggio di così non potrà fare.

A proposito, vi ricordate il marchese del Grillo? “Io so io e voi non siate un c….”. Ecco, pensate la frase in bocca a un finanziere, uno di quelli che si riuniscono a Davos con i cinesi, che sono molto democratici.

Popolo, zitto, perché se alzi la voce sei pure populista, e quando uno è ista è come se avesse la peste.

Silvano Danesi

[1] Alan Friedman, Questa non è l’America, Newton Compton Editore

[2] Alan Friedman, Questa non è l’America, Newton Compton Editore

[3] Alan Friedman, Questa non è l’America, Newton Compton Editore

 

Gli Occhionero, il fumo negli occhi e la merda mediatica.

Anche un bambino di prima elementare, leggendo con attenzione i giornali dell’11 gennaio 2017 e guardando le notizie diffuse dai media, avrebbe potuto trarre la conclusione che i due fratelli Occhionero fossero agenti di qualche agenzia di intelligence straniera. C’era da chiedersi quale, anche se non era così difficile darsi una risposta.

Si è preferito, invece, spargere tonnellate di fumo sui massoni, “Fratelli d’Italia” e sulla Massoneria occulta che trama, trama e ancora trama. Tonnellate di fumo, a titoli di scatola, senza pudore e senza onore.

Pessimo giornalismo, al limite della cialtroneria, del quale dovrebbero vergognarsi quasi tutte le testate italiane.

Spargendo fumo a tonnellate, i mezzi di comunicazione hanno evitate di porre, a titoli di scatola, la domanda vera: “Cosa hanno fatto in tutti questi anni i nostri servizi di intelligence per mettere in sicurezza gli interessi della Repubblica Italiana? E se sono stati fermi, chi li ha tenuti fermi? ”.

Siamo una colonia e questo è un dato di fatto.

Seconda domanda: “Ora che è in atto una guerra interna ai servizi di intelligence americani, chi ha tolto il coperchio al pentolone dei due Occhionero e chi prima il coperchio lo teneva ben saldo?”.

Veniamo alle deduzioni del bambino dell’asilo.

Il fatto che Giulio Occhionero fosse iscritto ad una loggia del Grande Oriente d’Italia non significa pressoché niente. Una loggia, per dimensione e per importanza, è assimilabile alla sezione di partito di un paesetto di provincia o  di un quartiere di periferia e il suo Maestro Venerabile conta come il due di coppe quando il gioco alla briscola è a bastoni: nulla.

I massoni non sono spie, ma sono tra gli spiati dagli Occhionero, dato che gli stessi giornali dell’11 gennaio scrivono che nella cartellina “Bros” dei due agenti al servizio di stati stranieri ci sono 524 account di posta elettronica di altrettanti massoni infettate dal malware e quindi messi sotto controllo.

Lo stalinismo dei mezzi di comunicazione italiani, degno della Stasi, è inquietante in quanto la caccia ad un nemico finto copre l’esigenza di ricerca del nemico vero e della verità su cosa siano effettivamente i due agenti e per quale agenzia straniera lavorino.

Che nel mondo tutti spiino tutti è un fatto e non è una novità. La parte inquietante della vicenda è che i nostri apparati di sicurezza non garantiscono la sicurezza.

La caccia al tesoro non è, francamente, difficile. I due fratelli Occhionero sono: l’una cittadina americana e l’altro residente a Londra.

I server dove hanno depositato i files rubati dagli account infettati sono negli Stati Uniti.

La società dei due fratelli, la Westlands Securities spa (registrata in California e terminale di una serie di società organizzate a scatole cinesi), ha svolto consulenze per il governo statunitense in alcune infrastrutture del porto di Taranto, principale base delle Marina Militare italiana e sede dell’ammiragliato.

Il malware usato si chiama Eye Pyramid, occhio della piramide, ossia il simbolo che campeggia sul dollaro americano e che non è un simbolo massonico, ma degli Illuminati di Baviera, ossia di quell’Ordine degli Illuminati, organizzato il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt sulla base di un modello gesuitico. Weishaupt è successivamente entrato nella Massoneria, nel 1777, secondo una logica entrista degna dei suoi ispiratori.

Si è tirata in ballo la P4, senza ricordare che la madre di tutte le P, ossia la P2, è stato un regalo velenoso fatto al Grande Oriente da un agente della Cia, tale Frank Gigliotti e che una vasta letteratura in merito alla loggia diretta dall’ex SS Licio Gelli porta ad un cervello degno di Giano bifronte: da una parte la Cia e dall’altra il Vaticano.

E ci risiamo.

Oggi, 12 gennaio 2017, con loro somma vergogna, sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione non compare la notizia che finalmente si è capito (come il bambino dell’asilo dell’11 gennaio) che non i massoni italiani, grandi tramatori per staliniana definizione, ma la Cia, ossia l’agenzia di intelligence degli Stati Uniti, durante la presidenza di Obama, spiava politici, manager, giornalisti, massoni, apparati dello Stato, la nostra intelligence, e via elencando.

Onore a “Il Giornale”, che la mette in prima pagina e in apertura. E gli altri? Che figura di merda (ogni eufemismo è del tutto sconveniente). Il 12 gennaio pagine e pagine occupate dall’articolo 18 e da gravissimi fatti di cronaca.

Sulle tonnellate di fumo buttate in faccia ai lettori silenzio assoluto. Che figura di merda.

Tra gli spiati ci sono anche giornalisti e direttori di giornale, ossia quelli che hanno messo alla gogna i massoni e non la Cia, che viene invece finalmente tirata in ballo da Il Giornale, il quale rimane uno dei pochi media seri a non buttare fango e a ritirare la mano.

La macchina del fango è in azione è c’è da aspettarsi che nei prossimi giorni e nei prossimi mesi butti merda in quantità.

Negli Usa è in atto una guerra tra agenzie di intelligence e al loro interno. Probabilmente le prime vittime di questa guerra sono i due fratelli Occhionero, che si sono improvvisamente trovati allo scoperto. Molte altre vittime seguiranno, in una guerra all’ultimo colpo dovuta all’arrivo dello tsunami Trump e dalla resistenza all’ultimo sangue della squadra della ormai ex presidenza Obama e del clan Clinton.

L’importante è che la grande macchina dello spruzza merda non diventi il giocattolo consueto in mano ai media italiani, che per ora, con la storia degli Occhionero e con i titoli a scatola sui massoni, di merda hanno solo fatto una gran bella figura.

Silvano Danesi

 

 

 

 

La favola dei tre orticelli

C’era una volta…..

Anche questa favola, come tutte le favole che si rispettano, comincia così.

L’ho scovata in un vecchio baule relegato in soffitta, su una vecchia pergamena ingiallita e logora.

C’era una volta un orticello biologico. L’orticello era in un grande parco, vicino ad una casa bianca e a prendersene cura era un’energica signora, che ogni giorno controllava lo stato delle sue piante, le innaffiava amorevolmente e, quando era il momento, le coglieva per offrirle al marito e alle figlie sul grande tavolo posto in una stanza ovale, dalla quale si potevano vedere un grande viale e un lago artificiale.

La signora dell’orticello della casa bianca aveva suscitato le simpatie di tutte le signore bene del mondo, amanti della natura, le quali avevano costruito orticelli in giardino, sui balconi e sulle terrazze delle loro case urbane, dove coltivavano verdure biologiche nate da semi non geneticamente modificati, in barba alle cattive multinazionali.

L’orticello della casa bianca era divenuto il simbolo di un Eden mondiale di pace e di bontà: un mondo pulito, fatto di lattughe, di coccinelle, di uccellini cinguettanti, dove ognuno curava il proprio orticello.

Il marito della signora della casa bianca coltivava altri orticelli. Li chiamavano orticelli di guerra, ma lui aveva ricevuto, prima ancora di coltivare, il Nobel per la pace, così che la coltivazione degli orti potesse assomigliare a quella della moglie. Gli orticelli del marito si chiamavano “primavere”, “interventi umanitari”, “dissuasioni belliche”, “azioni deterrenti”. Per gli orticelli di guerra il marito della signora della casa bianca produceva sementi speciali: pistole, mitragliatrici, droni, aerei, mine, carri armati, elicotteri, ma lasciava poi la cura delle sementi ai giardinieri locali, perché i suoi orticelli, a differenza di quello della moglie, erano sparsi in tutti il mondo. Lui però, per tener fede al suo Nobel per la pace, sognava un orto grande, dove piantare sementi nuove, importanti.

In famiglia c’erano anche un nonno e una nonna e un prozio, che coltivava il sorosiano sogno della ultraglobalizzazione, concepito in un chalet di Davos. Vi ricordate Davos, il luogo della Montagna incantata, dove il protagonista del romanzo di Thomas Mann mangiava nella stessa sala delle “russe da bene” e delle “russe da poco” e si gongolava nella sua malattia, salvo poi essere trascinato nella realtà dallo scoppio della guerra mondiale? Ecco, dopo Davos c’è, come insegna Mann, una guerra mondiale. Un grande orto, dove piantare grandi sementi.

La famigliola della casa bianca aveva una nonna, un nonno e un prozio.

La nonna, il nonno e il prozio coltivavano orticelli finanziari.

La nonna e il nonno avevano una società di iniziative globali e, come Paperon de Paperoni, erano circondati da gold men: uomini d’oro, ma anche da bucanieri, come Morgan. I loro orticelli erano invisibili, non avevano zolle, non avevano bisogno di semi: producevano derivati e sub prime, strane verdure venefiche, vendute come farmaci. I loro orticelli producevano il nulla rivestito di cedole. Con i loro orticelli avevano avvelenato il mondo con tanto di quel veleno che nessuno sapeva più come sistemare le cose. Tuttavia un modo c’era. Un modo semplice. Scaricare tutte le sementi virtuali e i loro prodotti nell’orto del nipote, quello grande, che il nipote sognava, giusto per rendere onore al suo Nobel per la pace. L’operazione non sarebbe stata semplice, ma nel frattempo, l’orticello della signora della casa bianca avrebbe distratto l’attenzione. Le signore bene sarebbero state ecologicamente in pace.

Poi, come in molte favole, arrivò il lupo cattivo, dal nome inquietante: Trumpo, evocante le “trompe” del giudizio universale. Trumpo era un vero lupo mannaro. Assalì l’orticello ecologico. Distrusse gli orticelli di guerra, ma, soprattutto, infranse il grande sogno del grande orto.

Poi, giunse il giorno del Giudizio. Il lupo cattivo si trovò a fare i conti con gli orticelli finanziari, con il “Grande Veleno” sparso per il mondo, con gli uomini d’oro e con i bucanieri.

Qui, purtroppo, la narrazione si interrompe ……… . C’è solo una riga finale di difficile interpretazione. Pare che il lupo, in effetti, fosse un agnello travestitosi da lupo. Un’antica favola dice: “Superior stabat lupus, inferior agnus” e in quel caso la colpa di inquinare l’acqua fu attribuita all’agnus. Sapremo mai come finì la nostra storia? Il lupo vero, travestito da nonna, come nella favola di Cappuccetto rosso, è sempre bravissimo a trasferire le colpe all’agnus, ma non è detto che l’agnus sappia cambiare la favola. In fondo è solo una favola. E se l’agnus fosse il cacciatore?

 

 

 

 

La Civiltà perduta che ha costruito le piramidi nel 36.420 a.C.

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Una civiltà prediluviana, dotata di conoscenze scientifiche e tecnologiche di altissimo livello, ha costruito, sulla piana di Giza, in Egitto, nello Zep Tepi (il Primo Tempo), ossia nel 36.420 a.C., una serie di monumenti megalitici che riproducono gli asterismi presenti nel cielo coevo.

Questa antica civiltà potrebbe essere quella dell’uomo Sapiens-Sapiens (datata all’incirca 73 mila anni a.C.) o quella dell’intervento sul nostro pianeta di una razza aliena che ha dato vita all’essere umano evoluto.

Lasciando aperto l’interrogativo, l’archeologo Armando Mei, appartenente alla linea scientifica che ricerca oltre gli schemi obsoleti dell’egittologia ufficiale, ci dà, nel suo libro: “Il Segreto degli Dèi” (Amazon ed.) la dimostrazione matematica che le piramidi attribuite a Cheope, Chefren e Micerino, la Sfingee altri edifici della piana di Giza, sono opera di una civiltà che li ha costruiti per essere la testimonianza di pietra della loro esistenza in un preciso momento della storia: il 36.420 a.C.

Questa dimostrazione matematica mette in evidenza la colpevole e voluta censura su ogni approccio alla conoscenza dell’esistenza di una civiltà antichissima e mette in scacco le teorie darwiniane dell’evoluzione.

L’autore rilegge l’intera piana di Giza considerandola frutto di un progetto unitario, i cui autori avevano “la totale conoscenza delle caratteristiche geofisiche del pianeta, l’applicazione ingegneristica di valori matematici, quelli del π (pi-greco) ed il Φ (phi – greco)” e una conoscenza dettagliata del cielo, delle stelle e dei pianeti del sistema solare.

“Giza – scrive Armando Mei – contiene la forza delle leggi della fisica, la bellezza delle tecniche dell’ingegneria, la saggezza dell’uso dei numeri, la sublime condivisione dell’architettura Celeste”.

Su questa antica civiltà evoluta, probabilmente cancellata dalla storia da eventi catastrofici attorno all’undicesimo millennio a.C. “sembra – asserisce l’autore – sia in vigore una sorta di coprifuoco sulla Verità sull’evoluzione della specie”.

L’Egitto dinastico è l’erede di questa antica civiltà perduta. “A mio parere – scrive infatti l’autore – i sacerdoti egizi, naturalmente di epoca dinastica, custodivano un Sapere ereditato da una civiltà precedente”.

“Chi ha edificato il complesso monumentale di Giza – scrive Armando Mei – ha trasmesso tutta la scienza umana ai posteri, utilizzando gli strumenti propri della geometria sacra”.

L’antica civiltà perduta è quella di Osiride, riconosciuto assieme a Iside quale “divinità” portatrice di civilizzazione. Ambedue, Osiride e Iside, nella teologia eliopolitana sono descritti come figli del cielo Nut e della terra Geb: un riferimento che li colloca come iniziatori della razza umana intelligente.

L’autore ricorda in propositoil Kore Kosmu di Ermete Trismegisto, laddove Horus interroga Iside.

“E dopo ciò, Horus disse: «Madre, come la Terra ebbe la fortuna di ricevere l’emanazione di dio?». Iside rispose: «Mi rifiuto di narrarne la nascita, poiché non è lecito raccontare l’origine del tuo concepimento, mio potente Horus, nel timore che in seguito gli uomini vengano a conoscere la genesi degli dèi immortali, dico solo questo: il dio monarca, l’ordinatore e l’artefice dell’universo, – … – concesse per poco tempo il grandissimo padre tuo Osiride e la grandissima dea Iside, perché portassero aiuto al mondo che era privo di tutto. Essi riempirono di vita la vita umana. Essi misero fine alla crudeltà selvaggia delle uccisioni reciproche. Essi consacrarono agli dèi progenitori templi e sacrifici. Essi concessero leggi e cibo e riparo ai mortali”.

A questo punto i riferimenti si intrecciano con quelli della tradizione massonica.

Nel Rituale di 2°Grado, infatti, si legge: “L’Architettura ebbe la sua culla in Egitto, paese originario della Libera Muratoria”.

Nel Rituale del 4° Grado si legge: “Qui si manifesta la saggezza della Massoneria; essa è la sola che agisca sui suoi adepti con una lunga serie di iniziazioni secondo il procedimento dei sacerdoti dell’’Egitto, di cui riconosce l’insegnamento come il punto di partenza. Questo procedimento fu anche quello delle grandi Scuole filosofiche dell’antichità. Fu quello delle valenti Corporazioni di Maestri d’Arte che durante il Medio Evo conservarono nel mistero delle loro Logge la libertà di pensiero, allora impossibile a praticarsi pubblicamente”.

Negli Old Charges si fanno espliciti riferimenti a Euclide, Pitagora e Ermete Trismegisto come ai fondatori antichi della Massoneria.

 

Il mito di Osiride, della sua morte e della sua ricomposizione-resurrezione ad opera di Iside è chiaramente il sostrato egizio sul quale è stata compilata la leggenda massonica di Hiram.

Nel Libro dei Morti (meglio: “Per salire alla Luce”), si legge: “Io sono il Maestro dell’Opera che pone la sacra arca sul proprio supporto”.

Il riferimento del Kore Kosmu al dio monarca, ordinatore e artefice dell’universo, richiama il massonico Grande Architetto dell’Universo.

Di questa importante ricerca di Armando Mei e delle sue molteplici implicazioni per la storia dell’Umanità e anche, si parva licet componere magnis, per quella della Massoneria, parleremo nel convegno: “L’Egitto dei Neter” in programma a Napoli, nella sede dell’Istituto di studi filosofici, il 18 marzo 2017.

                                                          Silvano Danesi