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A rischio la tenuta democratica del Paese

“I numeri grandi e senza controllo degli sbarchi mettono a rischio la tenuta democratica del Paese”. Parola di Marco Minniti, Ministro dell’Interno.
Non è un’affermazione da poco, in quanto prende finalmente atto di una realtà che cova sotto la cenere e che potrebbe diventare esplosiva.
Quanto è accaduto a Macerata è un segnale preoccupante di quanto cova sotto traccia, ma che potrebbe diventare davvero una bomba, se la follia di una sinistra che ha portato la testa all’ammasso delle sorosiane teorie mondialiste, ovviamente dirette dalla finanza, porterà la situazione dell’immigrazione al punto di rottura.
Anziché guardare in faccia la realtà, la sinistra tira in ballo l’antifascismo, come se la questione fosse quella di un fascismo risorgente che non c’è, se non nelle intenzioni di frange minoritarie che fanno alla pari con quelle dell’estrema sinistra.
Accade così che, mentre le persone responsabili cercano di smorzare la caldaia bollente, gli scherani degli opposti estremismi si combattono in manifestazioni che coinvolgono poche centinaia di persone, sempre le stesse, e che finiscono inevitabilmente in scontri violenti.
Perché tanta insistenza della sinistra sulla questione degli immigrati? Una questione ideale? Chi ci crede è un povero ingenuo. Dietro l’angolo ci sono gli interessi di un mondo dell’accoglienza che in questi anni ha fatto i miliardi sulla pelle dei disperati. E questo è un dato chiaro, basta guardare le numerose indagini in corso. Ma questo non basta.
Dietro l’angolo c’è la strategia di Soros e della Open Society Foundation, con la teoria del finanziare americano che vuole un mondo in cui cancellare le frontiere, per evitare che ci siano barriere allo spostamento di merci e di persone. Una teoria che si ammanta di buonismo e di egualitarismo, ma che nasconde una tracotante volontà di dirigere il mondo dalla plancia di comando della finanza, con il mercato che non ha più ostacoli e con una massa amorfa di esseri umani grigi e indifferenziati, tutti ottimi consumatori e schiavi della produzione e del mercato.
E’ semplicemente assurdo che la sinistra abbia perso la testa per le teoria di George Soros? No, non è assurdo, perché la Open Society Foundation paga, finanzia, orienta.
Soros ha speso 450 milioni di euro per una campagna che tende a ricondurre la Gran Bretagna in Europa, alla faccia di un referendum che ha visto il popolo inglese esprimere un’idea contraria. In Israele, che si appresta a rimpatriare, con dote di soldi e garanzie, oltre 400 mila clandestini, Soros è stato accusato da Netanyahu di finanziare i dissidenti. In Russia, Putin, che ha le idee chiare, nel 2015 ha messo al bando la Open Society.
George Soros ha finanziato la campagna elettorale di Hillary Clinton in ragione di 10,5 milioni di dollari e la sinistra italiana ha da tempo imparato a baciare la pantofola del clan Clinton.
Il buonismo della sinistra italiana non ha nulla a che fare con l’etica, ma con una strategia mondiale, della quale è parte anche Papa Francesco, che non a caso, nel frattempo, perde continuamente quote di credenti in un’Europa sempre più laicizzata e islamizzata.
Se la strategia della sinistra continuerà a portare in Italia masse sempre crescenti di immigrati, la caldaia sociale potrebbe esplodere. E allora il tema non sarà il fascismo e l’antifascismo, ma la guerra civile, che sarà una guerra dei poveri, perché i ricchi e, con loro, molti leader della sinistra vestita di cachemire, vivono dove gli immigrati non ci sono o, se ci sono, servono a tavola in divisa, come nelle vecchia fattorie dell’America del Sette e Ottocento, che in fatto di immigrati la sa lunga. Il know how delle navi negriere si è trasformato in quello dei moderni mercanti, che guidano gli sbarchi. Ma la sinistra finge di non capire e grida al fascismo degli italiani.

Silvano Danesi

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Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic

Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic (in effetti Urmenschen, primitivi) sono di fatto gli attuali autentici razzisti poiché considerano se stessi dotati di una mente superiore, corroborata da una superiore cultura, che fa di loro un’élite alla quale si dovrebbe guardare come ad un faro di luce illuminante il cammino di noi poveri mortali, ossia gregge, bestioline inconsapevoli.

Chi non è d’accordo con le idee degli Übermenschen della sinistra radical chic è, se gli va bene, un ignorante, un rozzo, un buzzurro, ma spesso è “percepito” (gli Übermenschen, dotati di suprema sensibilità “percepiscono”) come razzista e, in quanto tale, fascista e nazista. Di Stalin, gli Übermenschen, non si ricordano mai e nemmeno di Tito, che ha infoibato poveri italiani innocenti ovviamente “percepiti” come fascisti. A un certo tipo di sinistra il popolo non è mai piaciuto, in quanto insieme indifferenziato. A un certo tipo di sinistra piaceva parlare di classe operaia, di proletariato: uno stato sociale ben definito, che esprimeva una sua élite: l’aristocrazia operaia, alla quale fungevano da suggeritori i soliti intellettuali dell’Übermensch pensiero. Il Lumpenproletariat faceva schifo già ai tempi, figuratevi oggi. Fatto si è che di Ür pensiero in Ür pensiero gli Übermenschen della sinistra radical chic hanno trasformato la sinistra in un’area radicale di massa e i partiti della sinistra in partiti radicali di massa, con una particolare sensibilità per la finanza e per le banche. Dei poveri non si curano e nemmeno dei lavoratori, siano essi dipendenti o indipendenti. Così capita che il ceto medio produttivo e i lavoratori, nonché il popolo dei poveri, guardino a destra. E allora l’Übermensch pensiero, anziché porsi domande in merito, lancia strali. Il popolo guarda a destra? Siamo di fronte ad una deriva populista e fascista. Che schifo. Che ribrezzo questo popolo che non capisce l’elevato pensiero e guarda a tirare a campare, tartassato per garantire sprechi e disastri bancari, nonché debiti altrui (tedeschi e francesi), addossati agli Italiani da governi imposti. Il popolo non ne può più di “accoglienza” fatta su misura per favorire il mercato del lavoro di riserva (una volta si chiamava: esercito di manodopera di riserva) ad uso e consumo di lor Signori e di fatto terreno di caccia di interessi poco puliti? Il popolo è fascista.

Un esempio eclatante della spocchia degli Übermenschen è dato dalla curatrice del museo Guggenheim di New York ha risposto alla Casa Bianca, che aveva chiesto, come di consueto, un quadro (in questo caso un Van Gogh) per la Sala Ovale, offrendo un water dell’artista Cattelan. Questa perfetta rappresentante degli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic, tronfi della loro superiorità culturale, da vera e propria minus habens non ha saputo distinguere tra la sua avversione per l’uomo Trump e uno dei simboli più significativi dell’America, ossia la Sala Ovale. Non è il signor Trump che voleva un quadro, ma l’istituzione Casa Bianca. Che pena questi Dem bavosi di rabbia e con il cervello ormai in pappa.

Un altro esempio, tutto italiano, è la laurea honoris causa a Soros, il finanziere che ha speculato sulla pelle degli Italiani.

Nel 1988 a Georg Soros, fondatore e consigliere del Quantum Group, Presidente del Soros Fund e dell’Open Society Foundations, venne chiesto di partecipare insieme ad un gruppo di investitori al piano di cambiamento di gestione della banca francese Société Générale. Soros rifiutò e preferì agire individualmente sfruttando l’occasione.Questa mossa gli costò una condanna per insider da parte del tribunale francese, che dopo vari ricorsi confermò nel 2006 la multa al magnate della finanza. Multa confermata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonostante l’ennesimo tentativo di ricorso provato da Soros.

Nel 1992 Soros vendette allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline in un’operazione pronti contro termine; questa mossa, che costrinse il Regno Unito ad abbandonare il Sistema monetario europeo e che valse a Soros il soprannome di “L’uomo che sbancò la banca d’Inghilterra”, gli fruttò oltre 1 miliardo di dollari. Quel giorno, che passò alla storia con il nome di “mercoledì nero”, costò al tesoro britannico 3,4 miliardi di sterline.

Sempre nel 1992, precisamente il 16 settembre, Soros effettuò la stessa identica operazione nei confronti della lira italiana.

Mentre in Francia è stato incriminato, con conferma della condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, e in Paesi come la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia si vuole nei suoi confronti l’ergastolo o addirittura la pena di morte, in Italia le cose sono andate diametralmente all’opposto: l’Università di Bologna, la più antica università al mondo, lo ha premiato con una laurea in economia honoris causa. La cerimonia si svolse in presenza di Romano Prodi (che di Soros presentò anche l’edizione italiana del libro autobiografico) e fu presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dello stesso Prodi.

Il popolo, che si è sonoramente rotto le scatole degli elevati pensieri degli Übermenschen della sinistra radical chic e della schiera di loro servizievoli politici, in America li ha mandati al diavolo, eleggendo Trump, che ha rotto il gioco.

Anche gli Italiani hanno ora l’occasione di mandare gli Übermenschen a pensare a casa. Del resto, le loro dimore, di solito, non sono case popolari.

Silvano Danesi

La Casta dei Buoni e la nuova tratta degli schiavi

La Casta dei Buoni (composta dai non casti Castisti) parla di accoglienza e considera tutti coloro i quali avanzano obiezioni di qualsiasi tipo alle loro verità politicamente corrette di essere razzisti e fascisti, mentre la loro maschera buonista nasconde la tragica realtà della formazione di un esercito di manodopera di riserva che è funzionale ad un mercato del lavoro dove i diritti dei lavoratori sono ormai un’alea e dove i salari sono sempre più bassi, anche per la presenza di cooperative che offrono servizi a costi inferiori rispetto a quelli dell’assunzione normale.

La nuova dittatura del politicamente corretto, il linguaggio della casta dominante, diventa automaticamente censura per chi la pensa diversamente da lor signori. Tuttavia, la realtà è molto più incisiva della maschera buonista.

E’ noto, perché le cronache ne hanno scritto ad libitum, che in Italia esiste un business dell’accoglienza che ha ingrassato centri, cooperative e privati.

Un secondo business è quello delle cooperative di vario genere e specie che offrono servizi a basso costo e, ovviamente, salari inferiori a chi lavora. Così sempre di più l’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro trascina verso il basso salari e diritti. I sindacati, ormai entrati nel coro del buonismo, non fanno una piega.

Un terzo business è quello del lavoro nero e clandestino, al quale si accompagnano l’esercito di prostitute e di spacciatori.

Il fatto è che otto richiedenti asilo su dieci sono migranti economici e non ottengono il permesso di soggiorno. Lo Stato li caccia, ma non li accompagna alla porta e gli immigrati diventano fantasmi. L’accoglienza si trasforma così nella fabbrica dei clandestini. Andranno, se va bene, nelle città a fare gli ambulanti, oppure a lavorare nei campi gestiti dai caporali o, ancora, a mungere le mucche in cambio di vitto, alloggio e dieci euro al giorno. L’esercito dei fantasmi ingrossa l’esercito di manodopera a basso costo nei luoghi dove il lavoro è nero, sottopagato e non servono documenti.

Questi sono i dati, ma la Casta dei Buoni finge di non vederli.

Lo Stato investe per l’accoglienza 4,5 miliardi l’anno e la prova che non tutto procede secondo le regole del buon cuore è l’istituzione di una task force per verificare le strutture dell’accoglienza.

I pilastri del sistema sono due: lo Sprar (servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito dai Comuni, e i Cas, affidati a privati scelti dalle prefetture attraverso bandi pubblici o chiamata diretta. L’adesione al progetto Spar è volontaria. Su ottomila Comuni, cinquemila e trecento hanno detto no grazie.

In Sardegna i Cas sono aumentati del 400%. Strutture turistiche che non ce la facevano più hanno rialzato la testa col business degli immigrati. Anche in questo caso per assoluto altruismo.

Il ruolo delle Ong a Catania, la «parentopoli» nell’organizzazione dell’ospitalità dei richiedenti asilo nel Veneto, i centri per i migranti gestiti dalla ‘ndrangheta in Calabria. Le indagini hanno rivelato un mondo corrotto e soprattutto molto ampio e diffuso, dove i 35 euro che lo Stato versa a chi gestisce i migranti si trasforma in un lauto business, in quanto non vengono garantiti gli standard richiesti.

Si sa, ma il verbo politicamente corretto è che chi lo dice o lo scrive è un rozzo razzista. E hanno ragione, perché la razza dei profittatori è una razza che fa schifo.

La Casta dei Buoni accusa i soliti razzisti, fascio-nazisti (leggi: tutti quelli che non sono d’accordo con i Castiti) di essere insensibili di fronte ai poveretti che finiscono annegati in mare, ma sorvolano bellamente sul fatto che l’agenzia Frontex dell’Unione Europea accusò le Organizzazioni Non Governative di essere “colluse” con gli scafisti. L’addebito suonava più o meno così: i trafficanti prima di mettere in mare le imbarcazioni forniscono ai migranti l’esatta posizione delle navi delle missioni , così da assicurare un rapido ripescaggio. Ovviamente le Ong risposero piccate affermando che si trattava di una “aggressione politica”. Frontex è scorretta mentre le Ong sono, ovviamente, dalla parte del politicamente corretto e del buonismo internazionale.  Poi, come sempre, la realtà smentisce la Casta.

Il tempo, che è galantuomo,  ha portato a galla una verità meno rosea di quella delineata dai vertici delle Ong. A febbraio Frontex è tornata alla carica, scrivendo nel rapporto 2017 che di fatto le navi umanitarie “aiutano i criminali a raggiungere i loro obiettivi a costi minimi, rafforzando il loro modello di business”.:

Le operazioni umanitarie di salvataggio sono schizzate nel corso degli anni. I trafficanti insomma preferiscono le missioni alle navi militari. Perché? La mancanza di coordinamento con le autorità Ue e il vizio delle Ong di spingersi anche oltre i limiti delle acque territoriali, secondo l’Europa, sono un invito ai trafficanti a mettere in mare sempre più barconi, sempre più carichi e con meno benzina. Tanto – è il ragionamento – poco dopo la partenza i migranti vengono presi in carico dai soccorritori che li portano in Italia. Con l’unico effetto di aumentare i morti in mare.

Ora, dopo alcuni accordi con la Libia e con altri Paesi africani, molti migranti sono fermati prima di imbarcarsi, ma il buonismo accusa le autorità italiane di aver consegnato chi vuol raggiungere il miraggio europeo nelle mani di terribili persecutori.

Le vestali del politicamente corretto, in buona sostanza, sono sempre all’opera e, ovviamente, sempre al servizio delle classi dominanti che usano il buonismo come maschera per il loro predominio sociale.

Le vestali non si fermano a favorire il business dell’accoglienza e del mercato del lavoro a basso costo, ma mettono in discussione anche le tradizioni secolari del Bel Paese.

Il Museo egizio di Torino fa lo sconto a chi viene dai Paesi arabi e fa pubblicità in arabo. Ero convinto che Torino fosse in Italia, ma evidentemente non è così.

Una preside che non vuole il presepe è uno dei tanti casi che si leggono sulle italiche cronache.

C’è poi la maestra che, per non offendere gli islamici, trasforma in una canzone natalizia facendo diventare il Bambino Perù, anziché Gesù. Andrebbe licenziata per falso storico e incapacità acclarata, ma si sa, i buonisti assolvono i buonisti e così  l’azione della maestra è stata considerata dai suoi superiori non grave.

Nella chiesa Regina Pacis di Monza alcune fotografie di migranti sono state messe al posto dei quadri raffiguranti la Via Crucis e l’altare è stato ricoperto con la bandiera arcobaleno. Nella chiesa di Sant’Eustorgio di Arcore San Giuseppe, la Madonna e il Bambino erano collocati  su un barcone come quello dei migranti. Propaganda di bassa lega del buonismo schizofrenico.

Nella pubblicità televisiva di una ditta che si occupa di immobili, San Giuseppe cerca un appartamento su una app, mentre Maria si lamenta perché al quinto piano non ci stanno il bue e l’asinello. Il Bambino nella culla, nel frattempo, piange. Nessuno si indigna, i buonisti sono distratti e poi, si tratta di business e allora anche Gesù può essere un testimonial. Se per caso dici che non sei d’accordo con quanto asseriscono gli islamici, i buonisti si scatenano; sei un islamofobo, condannabile, in quanto razzista e già che ci siamo fascista, amico dei nazisti e guerrafondaio.

La Casta dei Buoni ha deciso che dobbiamo essere tutti uguali, grigi consumatori aventi come unica patria il supermercato, seguaci del Dio Mercato e della Chiesa Finanziaria e, possibilmente, privi di ogni abbraccio, perché il puritanesimo ben si attaglia alla logica sterilizzante della Casta. Nel supermercatismo buonista, di Gesù, Maria e Giuseppe si può ben fare uno spot pubblicitario. Business is business.

I preti, nel frattempo, invece di fare i preti, non rinunciano a far politica e ad usare il pulpito non per predicare il Vangelo, ma per imbonire il popolo sulle scelte da fare alle prossime elezioni.

Il vescovo di Como, Oscar Cantoni, invitando dal pulpito al voto, ha aggiunto che i leader populisti non possono assumere responsabilità di governo. Pensasse ai fatti suoi e al fatto che la Chiesa cattolica apostolica romana sta andando a rotoli grazie a quelli come lui.

I preti s lamentano se ad andare in chiesa sono sempre in meno e se le chiese sono sempre più vuote. Se andando in chiesa si devono sentire prediche da spot elettorale, meglio andare al bar.

Secondo l’Istat, la pratica religiosa regolare in Italia, per il 2015, ha coinvolto il 29% degli italiani. Il ché significa che il  61 per cento degli italiani è lontana dal culto religioso. Il vescovo di Como dovrebbe preoccuparsi dei dati Istat, invece di predicare scelte politiche.

l dato medio dell’Istat si ottiene guardando alla pratica religiosa dell’insieme degli italiani con più di 6 anni, per cui esso risulta un poco drogato dalle ali estreme delle popolazione (i bambini da un lato e i soggetti con più di 75 anni dall’altro) che sono i gruppi che presentano la più alta partecipazione al culto domenicale. Ad esempio, ben il 52% dei bambini e dei ragazzi dai 6 ai 13 anni hanno frequentato nel 2015 i riti almeno una volta alla settimana.

Inoltre, guardando alle diverse classi di età, vi è la conferma del fatto che la pratica religiosa assidua è più un habitus della popolazione anziana (con più di 65 anni) che di quella adulta e soprattutto giovanile. Vanno in chiesa ogni domenica il 40% degli anziani, rispetto al 25% di quanti hanno un’età compresa tra i 45 e i 60 anni, rispetto ancora al 15% circa dei giovani tra i 18 e i 29 anni.

I dati più interessanti emergono dall’andamento nel tempo della pratica religiosa che caratterizza le diverse classi di età.

Dal 2006 al 2015, quindi nell’arco dell’ultimo decennio, il gruppo che più si è assottigliato nella pratica religiosa regolare è quello dei giovani dai 18 ai 24 anni, che ha perso ben il 30% dei frequentanti. Lo stesso è avvenuto tra gli adulti dai 55 ai 59 anni. Mentre le flessioni sono più contenute per i 25-29 enni (- 20%), per gli italiani dai 40 ai 50 anni (- 10%), per gli anziani (-12%). Insomma, il calo è generalizzato e interessa anche i bambini e gli adolescenti; ma coinvolge assai più i giovani (cosa nota) e gli over 50 (aspetto questo imprevisto).

La Chiesa cattolica apostolica romana è ormai avviata sulla via del declino, con i preti che si occupano degli spiedi di beneficienza negli oratori diventati luoghi di divertimento, quando non si occupano di fare di tutto meno che il loro mestiere, che dovrebbe chiamarsi vocazione.

Tralasciamo di citare i disastri petrini, che si consumano entro le mura leonine, con i vari scandali, lo Ior, il riciclaggio e via discorrendo.

Anche sui diritti umani la Casta dei Buoni è del tutto strabica.

Le vestali della Casta dei Buoni sono, guarda guarda, tenere con l’Islam e molto distratte quando c’è qualcuno che invoca la libertà in terre dominate dalle teocrazie islamiche.

Le teocrazie o i regni retti in base alla shari’a affamano i loro popoli in nome della religione e dell’esportazione delle loro ideologie totalitarie e poi se la prendono con l’Occidente.

La teocrazia, ogni teocrazia,  è incompatibile con la democrazia ed è nemica del benessere del popolo.

La teocrazia iraniana esporta la rivoluzione sciita, affama il suo popolo e conculca ogni libertà. Gli errori della Francia con Komeini e le allucinazioni della sinistra hanno dato spazio a decenni di oppressione. Ora, a fronte alla rivolta di un popolo che anela alla libertà, la Casta dei Buoni e le vestali del buonismo volgono il capo dall’altra parte. Le vestali, intruppate nel  puritanissimo  sdegno per le attrici di Hollywood insidiate nella loro castità dai loro registi e produttori non battono ciglio per le donne incarcerate in Iran perché vogliono togliersi il velo e vogliono essere libere.

La nuova moda del politicamente corretto radical chic è denunciare gli orchi ormai ottantenni rincoglioniti che avrebbero attentato alle donne in carriera trent’anni fa. Le signore prima hanno fatto carriera e ora si rifanno la verginità.

Anche sul fronte internazionale la Casta dei Buoni è all’arrembaggio.

La pattumiera pseudo democratica radical chic dei clintoniani della globalizzazione finanziaria ha vomitato una nuova montagna di pattume.

Il libro fasullo del giornalista Michael Wolff “Fire and Fury – Inside the Trump White House, che sta andando a ruba nelle librerie Usa e nel quale il presidente Usa viene descritto come mentalmente non inidoneo per il suo alto incarico, è una montagna di gossip di incerta serietà, la cui unica vittima sarà, come è già accaduto in altri casi, Steve Bannon, ridicolizzato e abbandonato dai finanziatori, mollato dal Partito Repubblicano e, ovviamente, divenuto la star della pattumiera pseudo democratica dei radical chic.
Alla fine del grande gossip, sul terreno rimarrà il cadavere politico di Bannon, che puntava alla candidatura alla Casa Bianca.

Nel frattempo il fuoco e la furia infuriano in borsa, che ha fatto nuovi balzi storici, mentre l’economia americana cresce e decresce la disoccupazione.

Con il suo solito stile, Donald Trump ha twittato: «Sono un genio, e stabile». In una serie di straordinari post mattutini, Trump ha detto che i suoi critici democratici e i mezzi di informazione degli Stati Uniti stanno puntando sulla questione della sua sanità mentale e della sua intelligenza (rievocando il morbo di Alzheimer dell’ex presidente Ronald Reagan), dal momento che non sono stati in grado batterlo in altri modi . «In realtà, durante tutta la mia vita – ha scritto – i miei due più grandi punti di forza sono stati la stabilità mentale e l’essere davvero intelligente. Sono passato da essere un uomo d’affari molto riuscito, a una top star televisiva, a presidente degli Stati Uniti (al mio primo tentativo). Penso che questo potrebbe qualificarsi come non intelligente, ma genio… e un genio molto stabile!»
La pattumiera vomita gossip, ma nel frattempo l’Fbi ha aperto un’inchiesta sulla Fondazione Clinton e a Obama andrebbe ritirato il Nobel, visto che ha aperto le porte all’Iran, la cui teocrazia opprime il popolo e prepara armi nucleari. La Clinton, per parte sua, è responsabile, come Obama, di una politica mediorientale disastrosa. In un anno di amministrazione Trump il Medioriente è cambiato completamente, con un ristabilimento del rapporto storico con i Sunniti e con la ripresa di rapporti con Israele, bloccati da otto anni di obamismo mondialista inconcludente e disastroso. La Libia, nel frattempo, potrebbe tornare nelle mani di Gheddafi alla faccia dei Francesi, degli Inglesi e degli obamian-clintoniani, i quali, fingendo di voler abbattere un dittatore volevano abbattere gli interessi italiani.  Il figlio del dittatore ucciso, Saif Al Islam Gheddafi può oggi contare sull’appoggio dell’80 per cento dei membri dei 140 consigli tribali presenti in Libia.

Se questi sono i risultati di un bambino poco intelligente, viva i bambini.
La pattumiera non si fermerà, perché i radical chic sono convinti di essere gli unici intelligenti al mondo e gli unici dotati di moralità. Tuttavia, alla faccia della pattumiera, contano i risultati e quelli ci sono, e come.

Silvano Danesi

 

 

La peste puritana made in Usa

Negli States ne hanno inventata una nuova: vietato abbracciarsi.

Il puritanesimo è come la peste, malattia infettiva, che va messa in quarantena e per essere combattuta necessita di antibiotici e di molta igiene.

peste

La peste che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352 uccise almeno un terzo della popolazione del continente.

Dietro la follia della regolamentazione dell’abbraccio, i nipotini di Cromwell, come il loro avo Oliver, hanno in testa ben altro che il rigore morale; hanno in testa il potere.

In questi anni, il nuovo feudalesimo finanziario, travestito da mondialismo buonista, ha tentato, in parte riuscendovi, di costruire un uomo senza qualità, grigio consumatore, gregge per i nuovi pastori della religione del mercato.

L’operazione è in gran parte fallita, per nostra fortuna, visto che, come nel 1300, i due terzi della popolazione sono stati risparmiati dal totale asservimento mediatico, ma non bisogna dimenticare mai che la strategia è ancora pesantemente in atto.

Con capacità camaleontica, e sulla base di una prassi antica e consolidata, vedendo messa in mora l’operazione economico finanziaria, gli strateghi del nuovo feudalesimo si rivolgono al moralismo, tentando, non solo di costruire un gregge di uomini e donne senza qualità, grigi consumatori, ma anche e peggio, una immensa schiera di robot anaffettivi e, conseguentemente depressi, che scaricheranno le loro frustrazioni, ovviamente, manifestando una continua ricerca di surrogati all’affetto, frequentando centri commerciali, comprando di tutto e di più, trasferendo i loro abbracci all’ultima serie di telefonini o all’ultimo capo firmato, bello o brutto che sia, purché trendy.

peste

Oddio, non posso più abbracciare nessuno, dalle donne devo stare lontano (lo stesso vale per le signore a proposito degli uomini), se faccio un complimento rischio la denuncia. Viva la frigida castità, senza alcun contatto fisico di alcun tipo. Viva la distanza. Viva l’incomunicabilità.

L'absinthe

Eppure, accidenti, che frustrazione, che depressione, che tristezza. Che voglia di abbracci. Che fare? Un giro a guardar vetrine, così con un bell’acquisto riempio i buchi affettivi e faccio contenti i puritani.

Per combattere la peste ci vogliono gli antibiotici e allora mandiamo a farsi friggere i puritani, le loro finte proposte moraliste, che nascondono la loro vera natura, quella di untori, di propagatori del virus e adottiamo sane regole igieniche mentali, corroborate da spirito critico. I nipotini di Cromwell non vogliono il nostro bene, badano al portafogli.

Silvano Danesi

Per la Bindi, da riconfermare, c’è ancora molto lavoro da fare.

La signora Rosy Bindi, dopo una lunga indagine della Commissione da lei presieduta, ha messo nero su bianco che quasi 200 “fratelli” [leggi massoni] sono toccati o lambiti da indagini di mafia e sei sono condannati per associazione mafiosa. Più di 130 logge calabresi e siciliane sono state abbattute dal 1990 dalle quattro principali obbedienze massoniche in Italia, il Goi, la Gran Loggia degli Alam, la Gran Loggia regolare d’Italia, la Serenissima Gran Loggia d’Italia-Ordine generale degli Alam.

“L’esistenza di forme di infiltrazione delle organizzazioni criminali mafiose nelle associazioni a carattere massonico – si legge nella relazione della Commissione – è suggerita da una pluralità di risultanze dell’attività istruttoria della Commissione, derivante dalle audizioni svolte, dalle missioni effettuate e dalle acquisizioni documentali”. I rapporti fra mafie e massonerie ci sono. E la Commissione ne ha la prova concreta.

Benissimo. Complimenti. Brava la Bindi, che è auspicabile si candidi, sia votata e sia riproposta come presidente della Commissione Antimafia, per completare il lavoro, occupandosi, ad esempio, dei rapporti tra mafie e Chiesa cattolica.

Qualche suggerimento per il suo prossimo lavoro.

Nicola Gratteri, uno dei magistrati più impegnati contro la ’ndrangheta e uno dei massimi esperti di criminalità organizzata calabrese (da aprile 2016 guida la Procura di Catanzaro) e autore, assieme allo storico Antonio Nicaso, del libro Acqua santissima sui rapporti tra ’ndrangheta e Chiesa

In un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana il 30 gennaio 2017 alla domanda: “Il santuario di Polsi ha una fama sinistra di luogo in cui si svolgono i summit della ’ndrangheta. È una leggenda o c’è del vero?”, risponde: «A Polsi non ci sono più quelle riunioni di centinaia di ’ndranghetisti che intorno al santuario della Madonna, in occasione soprattutto della festa di settembre, ratificavano nomine e incarichi, non sono più avvenute le mega-riunioni in cui si decidevano strategie da seguire, si facevano i programmi e gli organigrammi, come avvenne nel 1969”.

Possibile che Paolo VI non fosse informato? E il vescovo locale? E il parroco? Tutti come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo?

Ad Ayas, in Valle D’Aosta, Gratteri, durante una manifestazione pubblica afferma: “Di fronte ai capimafia, ci sono preti che chiudono un occhio e preti che li chiudono tutti e due”. “Stiamo studiando –ha detto sempre Gratteri – il rapporto tra Chiesa e ’ndrangheta, ed emergono cose piuttosto spiacevoli per la Chiesa. Gli affiliati prima di uccidere pregano la Madonna di Polsi, i santini servono anche nei riti di iniziazione della ’ndrangheta. Non solo, nei bunker troviamo sempre immagini sacre, della Madonna di Polsi, di San Michele Arcangelo e, new entry, anche di Padre Pio. Per questo lo ’ndranghetista quando uccide è convinto di essere nel giusto”. Il motivo di questa inquietante vicinanza, in alcuni casi, tra clero e ’ndrangheta è da ricercarsi nella necessità, per il capomafia, di avere un controllo totale sul territorio. «Deve esternare il suo rapporto con i preti e con i vescovi – dice Gratteri – perché deve esternare il potere. Il capomafia deve dimostrare di essere alla pari con il potere legale e quindi anche con la Chiesa. Altrimenti perché fanno a gara a chi porta la statua della santa alla processione? E perché quando il corteo sfila davanti alla casa del capomafia, il figlio di questo offre una banconota da 500 euro come dono? E perché comprano i banchi e ristrutturano le facciate delle chiese? Perché questo è potere, non è essere cristiani. Ed è qui che i preti chiudono un occhio e a volte pure due».  (da: La Stampa, 07,08,2013.

Non basta? L’accoglienza degli immigrati produce affari sporchi. Affari in cui si mischiano ‘ndrangheta e anche la Chiesa: in manette, tra le persone finite in stato di fermo, c’è anche un prete, don Edoardo Scordio, parroco dell’Isola di Capo Rizzuto e tra i fondatori delle Misericordie.

Secondo i pm, il Centro di accoglienza richiedenti asilo di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto è “infiltrato dai clan della ‘ndrangheta”. Un’accusa pesantissima. Tra i fermati anche Leonardo Sacco, governatore della “Fraternita di Misericordia, l’Ente che gestisce il Centro di Isola.

Si tratta dell’operazione chiamata “Johnny”, scattata all’alba di lunedì 15 maggio, che ricostruisce – secondo i magistrati di Catanzaro guidati dal procuratore Nicola Gratteri – quello che accadeva dentro il Cara di Isola Capo Rizzuto, come si muoveva la cosca e chi era il “colletto bianco” degli Arena che gestiva per conto della famiglia di ‘ndrangheta i contratti di appalto e forniture con la Prefettura per i 1.500 migranti ospiti di quella che è considerata la più grande struttura d’accoglienza d’Europa, con cinque ettari di superficie. Secondo l’accusa degli oltre 100 milioni di euro assegnati alla struttura, almeno 30 sarebbero stati dirottati verso i clan. Oltre ai fermi, sono scattati i sequestri di appartamenti e macchine di lusso. […]. La cosca Arena aveva messo le mani anche sui centri di Lampedusa, 4 milioni di euro di appalti che venivano affidati a imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre organizzazioni criminali del comprensorio, che si dividevano così i fondi comunitari riservati ai profughi. (ImolaOggi, 15 maggio2017).

Nel suo “Peccato Originale”, Gianluigi Nuzzi, scrive di Marcinkus, di Sindona, di Calvi, di De Bonis e di uno Ior parallelo con uomini vicini a Sindona e alla mafia italoamericana. “Soldi – scrive Nuzi – profumati d’incenso e mischiati a narcodollari macchiati di sangue”.

Michele Sindona, al quale la curia romana, scrive sempre Nuzi, “su indicazione di Paolo VI, aveva affidato l’incarico di smobilizzare le partecipazioni della Santa sede in diverse società italiane”.

“Michele Sindona – scrive sempre Nuzi – non era solo socio e consulente dello Ior. La squadra dello spregiudicato finanziere siciliano, uomo di fiducia di mafiosi del calibro di Bontate, dei Genovese, insomma del gotha criminale italoamericano era entrato nella banca vaticana a piene mani”.

Calvi, ci dice Nuzi sulla base delle testimonianza della moglie del banchiere, aveva rapporti con Escobar e con il cartello di Medelin, ossia con il narcotraffico internazionale.

Dato che Papa Francesco ha di nuovo denunciato che in Vaticano c’è del marcio, per la signora Bondi c’è lavoro da fare.

La Bindi, nel suo incarico che si auspica confermato, potrebbe anche approfondire i rapporti tra le mafie e il suo partito.

Un esempio: Brescello (il Giornale 12.05.2016) “dove non era infetto dalla ‘ndrangheta solo il Comune ma tutto il Pd locale. Parola di Viminale. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dello scioglimento del comune emiliano a guida Dem reso famoso dalla saga Don Camillo e Peppone, i guai dell’amministrazione guidata da Marcello Coffrini vengono messi nero su bianco dai rapporti allegati alla Gazzetta. Il più duro contro il Pd è quello firmato dal prefetto di Reggio Emilia Raffaele Ruberto, pubblicato dal sito reggioreport.it. Una relazione pesantissima che rischia di innescare nuove grane dentro il Pd emiliano, già fiaccato dallo scandalo che ha sfiorato il ministro dei Trasporti Graziano Delrio per le infiltrazioni della ‘ndrangheta a Reggio Emilia, altra città a guida Pd che Delrio ha governato prima di salire a Palazzo Chigi. Nelle relazioni che è arrivata sul tavolo del Viminale ci sono, come è ovvio, diversi omissis. Dopo l’affondo sulla situazione di Brescello che il prefetto Ruberto definisce «gravemente inquinata» per i rapporti con la cosca di ‘ndrangheta dei Grande Aracri, originaria di Cutro (Crotone), il rappresentante del ministero dell’Interno punta il dito contro il Pd: «Assume rilievo la circostanza che amministratori nei precedenti mandati, e ora presenti nell’attuale compagine delle Giunta (omissis e omissis), siano entrati in relazione con taluni imprenditori edili di origine calabrese, vicini alla ndrangheta, per effetto della partecipazione congiunta ad un comitato locale politico nel 2007 (cioè il Pd, ndr). La compartecipazione al predetto comitato politico dei menzionati soggetti, in parte amministratori comunali, fornisce una lettura in chiave sintomatica ed emblematica di cointeressenze politiche – sottolinea Ruberto – a testimonianza di una comunanza di idee e di orientamenti». Insomma, Pd e ‘ndrangheta secondo Ruberto andavano a braccetto”.

Gli esempi bastano?

Per la signora Bindi, che speriamo riconfermata al Parlamento e al ruolo di presidente della Commissione Antimafia, c’è molto lavoro da fare.

Silvano Danesi

Trump mette la palla al centro per una vera trattativa di pace

Palla al centro. E’ questo, a mio modesto parere di osservatore dei fatti,  il significato della decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di spostare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti.

Quella di Trump è una mossa abile e coraggiosa, che mette un punto fermo sul fatto che Israele è la patria degli Ebrei, che è una realtà statuale non eliminabile e che con questa realtà è necessario fare i conti.

Palla al centro, perché in quella che da parte le anime belle del buonismo internazionale (ben sostenute nelle loro idee antisemite dalla solita pecunia che “non olet”, ma che è molto “oil”) viene definita una provocazione foriera di disastri, c’è invece la volontà decisa di far capire a tutti che ogni trattativa parte dal fatto che Israele c’è, è da riconoscere come entità statuale e che è la patria degli Ebrei. Un dato non scontato, dal momento che a maggio di quest’anno il comitato esecutivo dell’Unesco ha approvato, con 20 voti a favore, 10 contrari e 23 astensioni, la controversa risoluzione sulla “Palestina occupata”, intesa a far perdere a Israele la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme.

La risoluzione sulla “Palestina occupata”, presentata da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, prevede anche che ogni decisione della “potenza occupante” israeliana su Gerusalemme sia priva di valore: ciò metterebbe in dubbio la sovranità israeliana sull’intera città e non solo sulla sua parte orientale.

A luglio di quest’anno, l’Unesco, a Cracovia, ha riconosciuto la Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, «sito palestinese» del Patrimonio Mondiale, con un voto favorevole  ad una Risoluzione presentata dai palestinesi.

La Tomba dei Patriarchi, secondo luogo santo dell’ebraismo, è il sepolcro di Abramo, Isacco e Giacobbe. La Tomba è luogo di devozione anche per i musulmani che lo chiamano ‘Santuario di Abramo’ o ‘Moschea di Abramo’, il quale, come è noto, era ebreo e non certamente arabo e tantomeno musulmano. La risoluzione su Hebron, che si riferisce alla città come “islamica”, nega migliaia di anni di presenza ebraica. Nella riunione annuale a Cracovia, prima  di prendere posizione su Hebron, l’Unesco ha definito Israele “potenza occupante” a Gerusalemme.

L’agenzia dell’Onu per la cultura e la scienza, alla faccia delle cultura e della scienza, in tre giorni di riunione a Cracovia, ha islamizzato le città più sante dell’ebraismo, Gerusalemme e Hebron.

La deriva islamista dell’Unesco ha indotto gli Stati Uniti ad uscire dall’Agenzia, dando un primo inequivocabile segnale: l’America di Trump è solidale con Israele, che considera un’entità statuale indiscutibile ed ineliminabile. Chi vuole davvero un processo di pace deve partire da qui, ossia dalla constatazione che Israele c’è, che Israele va riconosciuto come Stato e che con Israele si deve trattare.

Il segnale è forte anche per l’Europa, per l’antisionismo emergente in molti ambienti europei e per gli stessi governanti dei paesi che fanno parte dell’Unione Europea: gli Usa stanno con Israele.

Palla al centro, dunque, per riprendere le trattative.

Trump, infatti, ha aggiunto: “Farò tutto quello che è in mio potere per un accordo israelo-palestinese che sia accettabile da entrambe le parti. E gli Stati Uniti continuano a sostenere la soluzione dei due Stati”.

I finti sostenitori dell’accordo israelo-palestinese citano gli accordi con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994) come testimonianze della possibilità di voltare pagina nell’area. Gli accordi di pace sottoscritti fra Gerusalemme, Il Cairo e poi Amman, presupponevano una condizione preliminare: il mutuo riconoscimento.

Sia il governo di Ramallah di Abu Mazen, sia il governo di Hamas a Gaza, si rifiutano di riconoscere la legittimità dello stato di Israele.

Ben 21 stati non hanno mai riconosciuto Israele o non intrattengono alcuna relazione diplomatica: Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Bhutan, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Gibuti, Indonesia, Iraq, Isole delle Comore, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Nord Corea, Pakistan, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

A questi si aggiungono altri 15 Stati che in passato hanno intrattenuto relazioni diplomatiche con Gerusalemme, con o senza soluzione di continuità e che le hanno interrotte negli anni passati per eventi generalmente riconducibili ad ostilità che in diversi momenti hanno interessato Israele: Bahrain, Bolivia, Chad, Cuba, Guinea, Iran, Mali, Marocco, Mauritania, Nicaragua, Niger, Oman, Qatar, Tunisia, Venezuela.

Nel luglio di quest’anno, al canto di “morte a Israele” gli oltranzisti della rivoluzione khomeinista hanno ricordato la “profezia” dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica: niente rimarrà dello Stato ebraico “entro il 2040”. Alla manifestazione hanno partecipato anche il presidente Hassan Rohani, su posizioni più moderate e il presidente del Parlamento Ali Larijani, che ha attaccato Israele frontalmente, come “madre del terrorismo” e “peggior terrorista di tutti i tempi”.

La mossa di Trump chiama in causa anche la Russia di Putin, che ultimamente si è posta sempre più come potenza di area in rapporto stretto con Teheran e con il mondo sciita.

Palla al centro, dunque, per avviare una trattativa vera, che parte dal fatto che la presenza dello Stato di Israele è un dato di fatto ineliminabile. Chi vuole davvero la pace e un accordo che veda nell’aera la presenza di due Stati, quello di Israele e quello della Palestina, deve partire da qui. Trump ha imposto un gioco a carte scoperte, interrompendo le derive islamiste, dell’impotente Unione Europea e  delle Nazioni Unite, chiudendo la fase delle finzioni.

Silvano Danesi

I Massoni, l’Europa, gli stati-nazione e le patrie

La vicenda della Catalogna, gestita malissimo da tutte le parti in causa, ci obbliga ad una riflessione che riguarda l’attualità dei concetti di Patria, di Nazione, di Stato. Una riflessione che, per quanto ci riguarda, in quanto ora cittadini di un’entità che si chiama Unione Europea, non può prescindere dalla storia.

Lo Stato moderno storicamente ha cominciato ad affermarsi in Europa tra il XIII ed il XIV secolo, soprattutto grazie ad alcuni accadimenti come la guerra dei cent’anni.

In particolare, lo Stato moderno si è affermato in Europa tra il XV e il XIX secolo. La sua formazione è avvenuta attraverso un progressivo accentramento del potere, della territorialità, del prelievo fiscale, della burocrazia, dell’esercito e così via e gli attuali Stati sovrani facenti parte dell’Unione Europea sono il frutto di accorpamenti dovuti a vari conflitti, non ultimi, quelli relativi alla prima e alla seconda guerra mondiale.

Lo Stato è un’entità politica che si compone di tre elementi caratterizzanti: il territorio, cioè un’area geografica ben definita, su cui si esercita la sovranità; i cittadini, su cui si esercita la sovranità; un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

Uno Stato può essere nazionale, ossia coincidente con una nazione, o multinazionale.

Una nazione si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, l’etnia ed eventualmente un governo. Un’altra definizione considera la nazione come uno “stato sovrano” che può far riferimento a un popolo, a un’etnia, a una tribù con una discendenza, una lingua e  una storia in comune.

Negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi due dell’attuale abbiamo assistito a profondi mutamenti dell’assetto statuale all’interno dell’area geografica e culturale che si definisce Europa.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la Cecoslovacchia si è divisa in Repubblica di Slovacchia e in Repubblica Ceca. La Jugoslavia  si è suddivisa, dopo una guerra che ha creato disastri e vittime, in Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia.

Alcuni territori popolati da italiani, dopo la fine della seconda Guerra mondiale, sono stati inglobati forzatamente alla Jugoslavia e le popolazioni sono state deportate, quando non infoibate dalle truppe titine.

La fine della prima guerra mondiale ha assegnato una parte del Tirolo all’Italia e una parte all’Austria, ma le popolazioni tirolesi non si riconoscono né nello Stato italiano, né nello Stato austriaco.

Il Regno di Spagna è uno Stato multinazionale, fatto di Baschi, di Castigliani, di Valenziani, di Cataluni, di Galleghi: popolazioni con storie, tradizioni e lingua diverse.

La Francia è uno Stato multinazionale, fatto di Francesi (Franchi), Bretoni, Corsi, Alsaziani, Occitani, Savoiardi: popolazioni con storie e lingue diverse.

L’attuale Germania non è da meno: Prussiani e Bavaresi, per fare un solo esempio, sono mondi diversi.

Il Belgio è diviso in Valloni e Fiamminghi: due popoli, due lingue, due storie.

Il Regno Unito accorpa Scozzesi, Gallesi e Irlandesi, Cornici: popolazioni di lingue gaelica o cimbrica, con storie e tradizioni celtiche, diverse da quelle degli Angli e dei Sassoni che hanno conquistato quella che oggi si chiama Inghilterra.

Le Isole Far Oer nel 2018 voteranno un referendum per separarsi dalla Danimarca e gli abitanti della Nuova Caledonia (Kanak), territorio dello Stato francese d’Oltremare, vogliono staccarsi da Parigi.

La Brexit è un segnale forte della crisi degli Stati sovrani. La Scozia, che ha sempre rivendicato la propria indipendenza, ora rivendica l’appartenenza all’Unione Europea, in contrasto con lo Stato del Regno Unito. La Brexit ripropone inoltre la questione dell’Irlanda del Nord, accorpata allo Stato inglese, ma abitata da Irlandesi. L’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea pone questioni di confine, di libero scambio, e via discorrendo e rischia di riaprire antiche ferite.

L’Europa degli Stati è, di fatto, per la sua storia, disseminata di piccole patrie, accorpate forzatamente in Stati sovrani in conseguenza di guerre, conquiste, vittorie e sconfitte che non hanno tenuto nel minimo conto le storie dei popoli.

Alle patrie europee sono state associate altre patrie in territori lontani definiti d’Oltremare.

I paesi e territori d’oltremare sono:

  1. dipendenti dalla FranciaClippertonNuova CaledoniaPolinesia franceseSaint-Barthélemy (dal 2012), Saint-Pierre e MiquelonTerre Australi e Antartiche FrancesiWallis e Futuna;
  2. dipendenti dalla DanimarcaIsole Fær ØerGroenlandia;
  3. dipendenti dal Regno UnitoAnguillaBermudaGeorgia del Sud e isole Sandwich meridionaliIsole CaymanIsole FalklandIsole PitcairnIsole Vergini britannicheMonserratSant’ElenaTerritorio antartico britannicoTerritorio britannico dell’oceano IndianoTurks e Caicos;
  4. dipendenti dai Paesi BassiArubaCuraçaoSint Maarten.

Per fare un solo esempio, definire, francese un polinesiano è un esercizio assai difficile.

I Baschi, antica popolazione che ha ripopolato l’Europa dopo l’ultima glaciazione, parlano l’euskara. I Corsi hanno uno statuto speciale dal 1982 e rivendicano autonomia. I Bretoni, di lingua gaelica, chiedono la riammissione della Loira Atlantica e il riconoscimento della lingua bretone. La Bretagna è stata indipendente fino al 1532 e ha perso la sua autonomia soltanto con la Rivoluzione francese.

Gli Alsaziani chiedono autonomia e riconoscimento della loro lingua e a rivendicare autonomia ci sono anche gli Occitani e i Savoiardi.

Con l’avvento dell’Unione Europea le piccole patrie sono ora abitate da cittadini europei, i cui destini dipendono in gran parte non più dagli stati nazionali o plurinazionali, ma dalle decisioni dell’Unione, che obbligano gli Stati ad uniformarsi alle direttive europee.

E’ del tutto evidente che la presenza dell’Unione Europea ha due conseguenze tra di loro collegate in modo assai stretto: la perdita di significato e di importanza degli Stati e la ripresa di significato delle piccole patrie.

Se l’Unione Europea diventerà quello che non è e che è auspicabile diventi, ossia l’Europa dei popoli e delle nazioni e non della finanza e della burocrazia, è evidente che il suo crescere come entità statale metterà sempre più in crisi gli attuali Stati sovrani nazionali o multinazionali.

La costituzione dell’Unione Europea ha inoltre fatto emergere regioni ricche ed economicamente competitive che puntano a dipendere sempre meno dalla dimensione degli Stati e che intendono trovare condizioni migliori per il proprio collocamento in un contesto più ampio.

Nei prossimi decenni saranno i territori e le città a vocazione internazionale a trainare lo sviluppo e ad attrarre capitali e competenze. Milano (con la sua area regionale), che produce il 30 per cento del Pil italiano, è fra queste e si confronta con l’area di Londra, con la Baviera, con la Renania settentrionale, con L’ile de France.

All’orizzonte c’è la macro regione alpina Eusalp, che accorpa 46 regioni, appartenenti a sette Stati diversi, e accomunate da un continuum che travalica i confini nazionali.

Il tema all’ordine del giorno è rivedere il funzionamento delle autonomie decisionali in un’ottica europea e globale.

Altro tema è quello dello strapotere delle burocrazie. Alle burocrazie statali si è sovrapposta la burocrazia europea, creando un mostro che determina inefficienza e oppressione, comprime l’economia e massacra le piccole patrie e  le tradizioni locali,  in ossequio ad un mondialismo che vorrebbe trasformare i popoli in masse di consumatori indifferenziati, esseri umani senza qualità, schiavi del “Dio Consumo” e delle regole imposte dai poteri finanziari e dalle multinazionali.

Altro grande tema è quello del welfare, che si intreccia con quello delle risorse energetiche. Il welfare diventa sempre più difficile da sostenere se non si abbassano i costi energetici, differenziando le fonti. Qui l’Europa non c’è e gli Stati sono tra loro in conflitto. Francia e Inghilterra hanno disastrato, conniventi con gli Usa della Clinton e di Obama, la Libia, mettendo in difficoltà l’Italia e l’Eni. Mentre l’Eni lavorava in Egitto alla scoperta di uno dei più grandi giacimenti di petrolio e di gas, l’Inghilterra ha messo di traverso la morte di un giovane ricercatore italiano, mandato alla sbaraglio, inducendo l’assurdo ritiro dell’ambasciatore (sintomo di nanismo politico del Bel Paese e di sbandamento delle sue classi dirigenti) e il fallimento dei rapporti commerciali in itinere. In Puglia il nanismo politico fa sì che le stesse istituzioni locali si oppongano alla posa di un tubo di un metro e mezzo di diametro alla profondità di sedici metri, che porterebbe in Italia il gas dell’Azerbaigian.

La signora Merkel insiste con le sanzioni alla Russia, che penalizzano pesantemente l’export italiano, mentre va a nozze con Putin per quanto riguarda il gasdotto del Baltico.

Gli esempi potrebbero continuare, mettendo in campo il nucleare, le risorse rinnovabili, la ricerca.

Il fatto è che l’Europa riguardo al tema strategico dell’energia è un colabrodo e l’Unione un fantasma.

L’Europa non ha una politica estera unitaria e credibile.

L’Europa non ha un esercito comune e solo una timida alleanza tra l’Italia e la Francia, con Fincantieri e Navalgroup comincia a delineare una possibile strada di integrazione militare.

L’Europa non ha una struttura unitaria di intelligence.

Così accade che il potere finanziario-burocratico con la sua azione indebolisce gli Stati membri, aprendo inevitabilmente spazi alle piccole patrie, senza dare una risposta coerente in termini di una nuova statualità europea democratica, che abbia la sua legittimazione autentica nel voto popolare.

L’Europa, così com’è, mantiene Stati, nazioni, patrie e popoli in mezzo ad un guado che rende la stessa Europa un player internazionale incapace, mentre si stanno ridefinendo gli assetti del potere mondiale.

La riflessione della Massoneria può rimanere indifferente di fronte a un mutamento in atto così consistente, al quale si accompagnano fenomeni migratori massicci e rivolgimenti culturali che rischiano di mettere in discussione la stessa identità di popoli e di nazioni?

Fin dai primi passi nel percorso che un essere umano, libero e di buoni costumi,  compie per diventare un Massone, ossia per essere un iniziato, secondo la ritualità propria dell’Istituzione massonica, il concetto di Patria gli viene proposto come essenziale.

Prima di essere ammesso al Tempio massonico, a chi intende diventare Massone, viene, fra le altre, posta la domanda: “Che cosa dovete alla Patria?”.

La domanda, come è del tutto evidente, contiene il concetto del dovere. Un dovere che riguarda la Patria.

Nel giuramento che chi intende diventare Massone deve prestare è contenuta la formula: “Prometto e giuro di consacrare tutta la mia esistenza al bene e al progresso della mia Patria, al bene e al progresso di tutta l’Umanità”.

E’ del tutto evidente che, nell’attuale temperie culturale e politica, discutere del concetto di Patria non è solo un esercizio accademico.

La Patria è “l’ambito territoriale, tradizionale e culturale, al quale si riferiscono le esperienze affettive, morali, politiche dell’individuo, in quanto appartenente a un popolo” ed è, al contempo, “territorio e popolo che vi risiede, unito da una lingua e dall’uniformità di cultura e tradizioni”.

La Patria è il luogo dei Padri (radice sanscrita *pa-, da cui pati,  “antenato”); è il luogo degli Antenati, ai quali non solo dobbiamo la vita, ma le tradizioni, la cultura, le conquiste di civiltà. Chi non rispetta gli Antenati e non li onora è un essere senza onore e senza dignità.

Nella fattispecie ai nostri Antenati dobbiamo la libertà individuale, la democrazia, la sovranità popolare, la parità di dignità di tutti gli esseri umani. Ai nostri Antenati e ai loro sacrifici dobbiamo soprattutto la possibilità di esercitare il libero pensiero, che è il bene più prezioso, in quanto consente all’essere umano di creare nella bellezza quando non sia oscurato nella sua coscienza dalla hýbris (“tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”), madre dei vizi ai quali il Massone deve scavare profonde prigioni.

Affrontare il tema della Patria, pertanto, è un dovere al quale non ci si può sottrarre; è un compito non declinabile.

Sarà in grado la Massoneria italiana, divisa e troppo spesso guicciardiniana, di alzare il livello della riflessione, non per occuparsi della gestione politica, che non è affar suo, ma per occuparsi della polis nel senso di produrre idee da offrire; idee all’altezza della posta in gioco, ossia all’altezza delle risposte da dare ai grandi temi che la storia ci pone davanti e dai quali non è possibile fuggire? La risposta dipende dalla volontà dei vertici, che saranno giudicati dalla storia in base alle loro volontà e alle loro disponibilità.

Silvano Danesi

 

 

 

 

Atei, intellettuali di sinistra e il gatto Pinocchio

Telmo Pievani, su Micromega 6/2017 ci ricorda che Eugenio Scalfari, su l’Espresso del 23 luglio 2017, ha “annunziato urbi et orbi che gli atei, militanti e nichilisti, hanno un io elementare, «un io che non pensa». Peggio, essi possiedono «un io di stampo animalesco»”.
Ecco cosa pensa e cosa scrive uno dei maître à penser della sinistra italiana. Si può essere non atei, agnostici, credenti, indifferenti, ma atei no. Se uno è ateo e lo dice apertamente è un animale. Uno può dire: “A me di Dio non me ne importa niente. Mangio, bevo e scopo e mi va bene così” ed è un umano. Uno che dice: “Non c’è Dio”, è un animale.


Ora, si può discutere a lungo sul fatto che chi dice che Dio non c’è non abbia le prove per suffragare la sua affermazione, così come chi sostiene che c’è. E poi quale Dio scegliere? Sul pianeta ci sono varie religioni, ognuna con il suo Dio che, ovviamente, è il vero, l’unico e il solo. Ci sono «esseri umani» che in nome del loro presunto Dio ammazzano, violentano, distruggono, terrorizzano, ma non sono animali, perché non sono atei. Ci sono poi quelli che dicono che Dio è immanente, ossia che tutto ciò che è manifesto o che lo è in potenza è Dio. Ci sono anche quelli che dicono che Dio è un’intelligenza universale, una sorta di infinito campo informativo che forma e informa ogni cosa. Animali o esseri umani? Uomini o bestie? Un tempo c’era la Dea Madre Universale, la Potnia, la Potente. Poi sono arrivati gli Dèi del cielo: Mitra, Varuna, ecc. Quelli che ancora pensano che tutto sommato gli Dèi siano meglio di un Dio unico intollerante dove li mettiamo? Bestie? Animali? Esseri inferiori? Infine gli atei. Pensano che Dio non ci sia, che tutto sia materia? Mah!. Quelli sono i materialisti. E gli atei? Cosa pensano gli atei? Non pensano, parola di Eugenio Scalfari. Hanno un io da animali.
Sarebbe interessante sapere in quale delle varie versioni di Dio crede Scalfari, ammesso che creda.
Certo è che nel 2017, leggere affermazioni che starebbero bene in qualche tribunale della Santa Inquisizione è davvero deprimente. Andando dritti per la strada dell’ateo uguale ad animale si arriva ai sotto uomini e diritti diritti nei lager. Ma gli intellettuali di sinistra dicono di essere antifascisti, anti nazisti, democratici, laici. Peccato che non conoscano la legittimità del libero pensiero, il quale, essendo libero, può anche pensare che Dio non c’è. Con gli atei si può aprire una discussione libera e democratica, ma dire che «possiedono un io animalesco» è davvero un modo di pensare insensato (pensare?).
Atei, avete un io animalesco e un io che non pensa. State attenti. Lo dice un grande intellettuale della sinistra italiana. Questa volta siete fregati. Io me la cavo di striscio: mi piacciono gli Dèi, quelli di una volta, che qualcuno chiama archetipi e penso (Eugenio permettendo) che ci sia un’intelligenza universale che è origine (archè) e ordine (logos) di tutto quanto abbiamo intorno, noi compresi. Sono un essere umano o un animale senza facoltà pensante? Mi è venuto un dubbio. Questa sera ne parlo con Pinocchio, uno splendido gatto persiano bianco che di Scalfari se ne frega.

Silvano Danesi

I politici europei a scuola da Costantino

Nel 313 l’imperatore romano Costantino, figlio di Elena e di Costanzo Cloro, disse di aver visto nel cielo il segno della croce e concepì una strategia ben precisa dal titolo: “In hoc signo vinces”.

Costantino aveva capito, forse lo aveva capito prima di lui sua madre Elena, che l’Impero romano era messo male e che era necessaria una svolta.

Costantino pose così le basi della Nuova Roma, quella Costantinopoli, poi Bisanzio e ora Istambul, la cui potenza territoriale e militare durò fino al 1453, esattamente 977 anni dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, con la deposizione di Romolo Augustolo.

A Occidente, con un’intuizione geniale, Costantino sostituì la potenza militare e territoriale, ormai in disfacimento, con quella ideologica: il cattolicesimo apostolico romano, al quale ha delegato il compito di legittimare i re, facendo del Papa di Roma il nuovo pontifex romano, ossia un imperatore in altra forma.

Teodosio ha poi affinato l’operazione dichiarando la religione cattolica apostolica romana religione di stato ed eliminando tutte le altre come illegali. Il cattolicesimo apostolico romano è così diventato il gendarme dell’Impero romano in Europa per oltre 15 secoli.

I papi, a loro volta, hanno legittimato la successione con un falso, la “Donazione di Costantino”, ma, si sa, la “verità” storica la scrivono i vincitori, anche se il diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi e così, la verità, grazie a Lorenzo Valla, è venuta alla luce.

La cosiddetta “Donazione di Costantino” è il documento su cui, per secoli, la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente; si attribuiva infatti all’imperatore Costantino la decisione di donare a Papa Silvestro I, una sua creatura,  i domini dell’Impero romano d’Occidente.

A Costantino si deve il Concilio di Nicea del 325 che pose le basi di quella che oggi è la religione cattolica, ossia il cristianesimo costantiniano.

Il cattolicesimo apostolico romano ha regalato all’Europa luminosi esempi di cultura e di civiltà e, al contempo, nefandi esempi di incultura e di inciviltà, ma nei secoli si è affermato come una radice significativa d’Europa, non essendo riuscito, peraltro e per nostra fortuna, nonostante la violenza usata, ad eliminare le altre, precedenti e ben profonde e vitali.

Il genio di Costantino è consistito nel saper interpretare la lezione della storia e nel saper cambiare regole e scenario.

Alla scuola di Costantino dovrebbero iscriversi i politici europei di questo inizio di terzo millennio, chiusi nella rigidità di regole superate da eventi che hanno cambiato, dal Trattato di Roma ad oggi, il mondo a tal punto da renderlo irriconoscibile agli occhi di un uomo del 1957.

Classi dirigenti ossificate, incapaci di dare risposte all’altezza delle sfide attuali, stanno portando l’Europa alla deriva.

La vicenda spagnola di questi giorni è solo uno degli esempi di tragica incapacità delle classi dirigenti.

Gli italiani non sono da meno. Ministri e parlamentari che fanno lo sciopero della fame per far approvare una legge che divide il Paese sono semplicemente patetici. Meritano un cappuccino e, alle prossime elezioni, quando finalmente ci saranno, un cortese accompagnamento alle loro privatissime dimore.

Per l’Europa ci vuole una svolta decisa ed epocale, che chiuda la fase dell’oicofobia, malattia che la devasta e che presenta le nostre conquiste di civiltà inferiori a quelle di mondi e di popoli che sono prigionieri di logiche tribali e teocratiche che l’Europa ha superato grazie a secoli di elaborazione culturale, non facile, spesso dolorosa, ma alla fine efficace.

Dobbiamo essere di nuovo orgogliosi della nostra civiltà e dei suoi valori, tra i quali, al di là delle questioni di fede e degli errori secolari delle chiese, ci sono quelli che ha prodotto il cristianesimo, che ora va difeso e riproposto in termini unitari come acquisizione culturale.

Dobbiamo rivendicare un ruolo dell’Europa nel mondo, così come lo rivendicano altre grandi potenze, come Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina.

Dobbiamo smetterla di fingere di essere accoglienti, secondo gli schemi del Papa venuto dai confini del mondo, dove avrebbe fatto bene a rimanere, lasciandoci in compagnia di Benedetto XVI (costretto a dimettersi), perché l’accoglienza si è rivelata ormai con il suo vero volto: acquisizione di riserva di manodopera a basso costo, caporalato, sfruttamento, alimento di mafie e di criminalità organizzate.

Dobbiamo anche pensare che gli stati ottocenteschi, per quanto rinfrescati nel secolo scorso, non sono più all’altezza della sfida e sono destinati a dover cambiare profondamente il loro essere, a fronte della globalizzazione se non vogliono essere causa di tensioni crescenti.

Dobbiamo, infine, toglierci di dosso il senso di colpa che ci distrugge e mandare al diavolo i predicatori del buonismo imbelle e del politicamente corretto, che è diventato la nuova Santa Inquisizione per impedire una delle conquiste più alte della civiltà europea: l’espressione del libero pensiero, senza che i censori  dell’intellettualismo mondialista ci dicano cosa dobbiamo pensare per essere etici, corretti, buoni, accettabili, intelligenti, colti, civili. Di lor signori, che “tirano quattro paghe per il lesso” alla greppia del mondialismo, non sappiamo cosa farcene e, a dire il vero, di lor signori non ne possiamo più.

Silvano Danesi

La storia ci chiede di riscrivere l’Europa

La vicenda catalana, esplosa in questi giorni con il referendum indipendentista, ha aperto una fase nuova nella storia dell’Unione Europea. Una fase nuova che implica la necessità di riscrivere l’Europa.

La frase «Se non hanno più pane, che mangino brioches» è tradizionalmente attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, che l’avrebbe pronunciata riferendosi al popolo affamato, durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane. In effetti la regina non l’ha pronunciata, ma la frase è diventata famosa per il contesto nel quale è stata collocata e per la persona a cui è stata attribuita e ci comunica che chi non capisce le svolte della storia fa una brutta fine.

Ora le Marie Antoniette si sono insediate ai vertici dell’Unione Europea, che rispondono ad un problema di enorme portata, come quello della richiesta di indipendenza della Catalogna, dicendo che ci vuole dialogo, ma che la questione è del tutto interna alla Spagna.

L’Unione Europea è nata da un accordo tra stati e uno stato è un’entità giuridica che ha sovranità su un territorio, ma non è necessariamente coincidente con un popolo. Non a caso, la Spagna è formata da un insieme di popoli, tra i quali, sia detto per inciso, quello dei Baschi è il più antico del continente, avendolo ripopolato dopo l’ultima glaciazione.

La nazione non è uno stato e nemmeno un popolo, in quanto è semplicemente il luogo nel quale si è nati.

Infine, il popolo è un insieme di individui riuniti insieme, sotto vari aspetti: territorio, lingua, leggi, religione, usi, costumi, ecc.

L’idea di un’Europa come patria comune, che gli europeisti sostengono con forza, non poteva che avere un effetto nel rapporto tra popoli, nazioni e stati, con la messa in discussione di questi ultimi, in quanto nati da forzature storiche che si chiamano conquista.

La globalizzazione ha messo in moto un processo inarrestabile, che può essere condotto in vari modi, ma che presuppone una lucidità e una progettualità che le attuali classi dirigenti europee dimostrano di non avere.

Stare seduti su vecchi principi non serve a nulla quando la storia si incarica di travolgerli.

Una prima considerazione essenziale è che nella globalizzazione le aree forti economicamente e strutturate in quanto a filiere produttive dialogano tra di loro e con il mondo, superando gli stati nazionali. Piaccia o non piaccia è un dato di fatto.

La seconda considerazione essenziale è che gli stati europei, così come sono attualmente, sono costruiti su paradigmi ottocenteschi e con burocrazie obsolete e opprimenti.

La terza considerazione essenziale è che gli attuali confini degli stati nazionali sono il frutto di processi storici dove il tracciamento dei confini è avvenuto in base a guerre, vittorie e sconfitte che nei secoli hanno costretto i popoli in una camicia di forza che non sempre hanno condiviso.

La quarta considerazione essenziale è che la presenza dell’Unione Europea, che sconta un’origine basata sugli stati, è per la sua stessa esistenza un elemento di indebolimento della necessità degli stati nazionali e un elemento di rafforzamento delle aree economiche  o etniche nel loro desiderio di dialogare in un ambito più ampio di quello degli stati in cui sono incastonate.

Tutto questo genera uno scenario completamente nuovo e diverso da quello di quando vennero scritti a Trattati di Roma, che sconta una distanza di mezzo secolo in termini di tempo e una distanza di mille anni luce in termini di geopolitica mondiale.

La posizione della Comunità Europea è miope. Il tema che la storia ci pone davanti non è di continuare a pensare all’Europa come ad un insieme di stati, ma ad un’Europa  completamente diversa: un’Europa da riscrivere.

Si può pensare ad un percorso, come ha fatto Macron alla Sorbona, verso uno stato unitario europeo. Un percorso che il presidente francese ha suddiviso in alcuni grandi appuntamenti, il primo dei quali è la difesa e la sicurezza, con una “Cultura strategica comune”, una capacità di azione autonoma, complementare alla Nato”, una “forza comune di intervento”, un’intelligence comune e un’azione comune tesa a controllare “le nostre frontiere preservando i nostri valori”.

In politica estera ha indicato come priorità il Mediterraneo, un’indicazione condivisibile e strategica, e un intervento a sostegno dell’Africa, che si pone come il nuovo orizzonte per l’Europa.

Macron ha poi messo sul piatto le politiche energetiche e quelle produttive, la ricerca e l’innovazione, il rispetto della proprietà intellettuale, la riscrittura di una “grammatica di un modello sociale rinnovato”.

Il modello Macron implica un approdo finale ad uno stato Stato Europeo fortemente integrato, che, per il fatto stesso di esistere, depotenzia, di fatto, gli stati ottocenteschi che diedero vita all’Unione nel 1957.

Quello di Macron è un percorso, bisogna saperlo, che darebbe ulteriore spazio alle rivendicazioni di indipendenza dei popoli e delle aree forti del sistema europeo.

Il processo potrebbe, pertanto, anche passare attraverso l’indipendenza di alcuni popoli da alcuni stati, con la creazione di nuove entità statali. L’importante sarebbe che la Comunità Europea fosse in grado di armonizzare gli interessi dei popoli per farli sentire fratelli in una casa comune.

Una seconda via è quella di uno Stato Federale Europeo, con un Governo Federale, così come è l’America degli Stati Uniti.

Tuttavia, anche in questo caso, la valenza degli stati ottocenteschi, per quanto rinnovati nel secondo dopoguerra, verrebbe ad essere fortemente indebolita, a favore di un’autorità europea, alla quale potrebbero rivolgersi popoli, etnie, aree omogenee, per chiedere voce, riconoscimento, legittimazione.

La vicenda della Catalogna, ben oltre i suoi connotati specifici, apre una pagina nuova ed inedita. In discussione non è solo la Spagna, ma il concetto stesso di Europa degli stati, dei burocrati e della finanza.

E’ evidente che le attuali istituzioni europee sono inadatte alla bisogna e gli uomini che le dirigono sono tante Marie Antoniette. La regina finì male, perché non seppe capire ed essere all’altezza della storia: perse la testa per aver perso la testa.

E’ giunta l’ora di cambiare l’Europa dalle fondamenta.

Bisogna cominciare a ripensare l’Unione per portarla ad essere altro da quella che è ora. La storia è come i fiumi: prima o poi esonda e non concede sconti.

Purtroppo, è doloroso constatare che le classi dirigenti attuali non sono all’altezza del problema che la storia pone. E questo è il problema dei problemi.

Silvano Danesi