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Trump mette la palla al centro per una vera trattativa di pace

Palla al centro. E’ questo, a mio modesto parere di osservatore dei fatti,  il significato della decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di spostare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti.

Quella di Trump è una mossa abile e coraggiosa, che mette un punto fermo sul fatto che Israele è la patria degli Ebrei, che è una realtà statuale non eliminabile e che con questa realtà è necessario fare i conti.

Palla al centro, perché in quella che da parte le anime belle del buonismo internazionale (ben sostenute nelle loro idee antisemite dalla solita pecunia che “non olet”, ma che è molto “oil”) viene definita una provocazione foriera di disastri, c’è invece la volontà decisa di far capire a tutti che ogni trattativa parte dal fatto che Israele c’è, è da riconoscere come entità statuale e che è la patria degli Ebrei. Un dato non scontato, dal momento che a maggio di quest’anno il comitato esecutivo dell’Unesco ha approvato, con 20 voti a favore, 10 contrari e 23 astensioni, la controversa risoluzione sulla “Palestina occupata”, intesa a far perdere a Israele la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme.

La risoluzione sulla “Palestina occupata”, presentata da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, prevede anche che ogni decisione della “potenza occupante” israeliana su Gerusalemme sia priva di valore: ciò metterebbe in dubbio la sovranità israeliana sull’intera città e non solo sulla sua parte orientale.

A luglio di quest’anno, l’Unesco, a Cracovia, ha riconosciuto la Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, «sito palestinese» del Patrimonio Mondiale, con un voto favorevole  ad una Risoluzione presentata dai palestinesi.

La Tomba dei Patriarchi, secondo luogo santo dell’ebraismo, è il sepolcro di Abramo, Isacco e Giacobbe. La Tomba è luogo di devozione anche per i musulmani che lo chiamano ‘Santuario di Abramo’ o ‘Moschea di Abramo’, il quale, come è noto, era ebreo e non certamente arabo e tantomeno musulmano. La risoluzione su Hebron, che si riferisce alla città come “islamica”, nega migliaia di anni di presenza ebraica. Nella riunione annuale a Cracovia, prima  di prendere posizione su Hebron, l’Unesco ha definito Israele “potenza occupante” a Gerusalemme.

L’agenzia dell’Onu per la cultura e la scienza, alla faccia delle cultura e della scienza, in tre giorni di riunione a Cracovia, ha islamizzato le città più sante dell’ebraismo, Gerusalemme e Hebron.

La deriva islamista dell’Unesco ha indotto gli Stati Uniti ad uscire dall’Agenzia, dando un primo inequivocabile segnale: l’America di Trump è solidale con Israele, che considera un’entità statuale indiscutibile ed ineliminabile. Chi vuole davvero un processo di pace deve partire da qui, ossia dalla constatazione che Israele c’è, che Israele va riconosciuto come Stato e che con Israele si deve trattare.

Il segnale è forte anche per l’Europa, per l’antisionismo emergente in molti ambienti europei e per gli stessi governanti dei paesi che fanno parte dell’Unione Europea: gli Usa stanno con Israele.

Palla al centro, dunque, per riprendere le trattative.

Trump, infatti, ha aggiunto: “Farò tutto quello che è in mio potere per un accordo israelo-palestinese che sia accettabile da entrambe le parti. E gli Stati Uniti continuano a sostenere la soluzione dei due Stati”.

I finti sostenitori dell’accordo israelo-palestinese citano gli accordi con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994) come testimonianze della possibilità di voltare pagina nell’area. Gli accordi di pace sottoscritti fra Gerusalemme, Il Cairo e poi Amman, presupponevano una condizione preliminare: il mutuo riconoscimento.

Sia il governo di Ramallah di Abu Mazen, sia il governo di Hamas a Gaza, si rifiutano di riconoscere la legittimità dello stato di Israele.

Ben 21 stati non hanno mai riconosciuto Israele o non intrattengono alcuna relazione diplomatica: Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Bhutan, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Gibuti, Indonesia, Iraq, Isole delle Comore, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Nord Corea, Pakistan, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

A questi si aggiungono altri 15 Stati che in passato hanno intrattenuto relazioni diplomatiche con Gerusalemme, con o senza soluzione di continuità e che le hanno interrotte negli anni passati per eventi generalmente riconducibili ad ostilità che in diversi momenti hanno interessato Israele: Bahrain, Bolivia, Chad, Cuba, Guinea, Iran, Mali, Marocco, Mauritania, Nicaragua, Niger, Oman, Qatar, Tunisia, Venezuela.

Nel luglio di quest’anno, al canto di “morte a Israele” gli oltranzisti della rivoluzione khomeinista hanno ricordato la “profezia” dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica: niente rimarrà dello Stato ebraico “entro il 2040”. Alla manifestazione hanno partecipato anche il presidente Hassan Rohani, su posizioni più moderate e il presidente del Parlamento Ali Larijani, che ha attaccato Israele frontalmente, come “madre del terrorismo” e “peggior terrorista di tutti i tempi”.

La mossa di Trump chiama in causa anche la Russia di Putin, che ultimamente si è posta sempre più come potenza di area in rapporto stretto con Teheran e con il mondo sciita.

Palla al centro, dunque, per avviare una trattativa vera, che parte dal fatto che la presenza dello Stato di Israele è un dato di fatto ineliminabile. Chi vuole davvero la pace e un accordo che veda nell’aera la presenza di due Stati, quello di Israele e quello della Palestina, deve partire da qui. Trump ha imposto un gioco a carte scoperte, interrompendo le derive islamiste, dell’impotente Unione Europea e  delle Nazioni Unite, chiudendo la fase delle finzioni.

Silvano Danesi

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I Massoni, l’Europa, gli stati-nazione e le patrie

La vicenda della Catalogna, gestita malissimo da tutte le parti in causa, ci obbliga ad una riflessione che riguarda l’attualità dei concetti di Patria, di Nazione, di Stato. Una riflessione che, per quanto ci riguarda, in quanto ora cittadini di un’entità che si chiama Unione Europea, non può prescindere dalla storia.

Lo Stato moderno storicamente ha cominciato ad affermarsi in Europa tra il XIII ed il XIV secolo, soprattutto grazie ad alcuni accadimenti come la guerra dei cent’anni.

In particolare, lo Stato moderno si è affermato in Europa tra il XV e il XIX secolo. La sua formazione è avvenuta attraverso un progressivo accentramento del potere, della territorialità, del prelievo fiscale, della burocrazia, dell’esercito e così via e gli attuali Stati sovrani facenti parte dell’Unione Europea sono il frutto di accorpamenti dovuti a vari conflitti, non ultimi, quelli relativi alla prima e alla seconda guerra mondiale.

Lo Stato è un’entità politica che si compone di tre elementi caratterizzanti: il territorio, cioè un’area geografica ben definita, su cui si esercita la sovranità; i cittadini, su cui si esercita la sovranità; un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

Uno Stato può essere nazionale, ossia coincidente con una nazione, o multinazionale.

Una nazione si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, l’etnia ed eventualmente un governo. Un’altra definizione considera la nazione come uno “stato sovrano” che può far riferimento a un popolo, a un’etnia, a una tribù con una discendenza, una lingua e  una storia in comune.

Negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi due dell’attuale abbiamo assistito a profondi mutamenti dell’assetto statuale all’interno dell’area geografica e culturale che si definisce Europa.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la Cecoslovacchia si è divisa in Repubblica di Slovacchia e in Repubblica Ceca. La Jugoslavia  si è suddivisa, dopo una guerra che ha creato disastri e vittime, in Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia.

Alcuni territori popolati da italiani, dopo la fine della seconda Guerra mondiale, sono stati inglobati forzatamente alla Jugoslavia e le popolazioni sono state deportate, quando non infoibate dalle truppe titine.

La fine della prima guerra mondiale ha assegnato una parte del Tirolo all’Italia e una parte all’Austria, ma le popolazioni tirolesi non si riconoscono né nello Stato italiano, né nello Stato austriaco.

Il Regno di Spagna è uno Stato multinazionale, fatto di Baschi, di Castigliani, di Valenziani, di Cataluni, di Galleghi: popolazioni con storie, tradizioni e lingua diverse.

La Francia è uno Stato multinazionale, fatto di Francesi (Franchi), Bretoni, Corsi, Alsaziani, Occitani, Savoiardi: popolazioni con storie e lingue diverse.

L’attuale Germania non è da meno: Prussiani e Bavaresi, per fare un solo esempio, sono mondi diversi.

Il Belgio è diviso in Valloni e Fiamminghi: due popoli, due lingue, due storie.

Il Regno Unito accorpa Scozzesi, Gallesi e Irlandesi, Cornici: popolazioni di lingue gaelica o cimbrica, con storie e tradizioni celtiche, diverse da quelle degli Angli e dei Sassoni che hanno conquistato quella che oggi si chiama Inghilterra.

Le Isole Far Oer nel 2018 voteranno un referendum per separarsi dalla Danimarca e gli abitanti della Nuova Caledonia (Kanak), territorio dello Stato francese d’Oltremare, vogliono staccarsi da Parigi.

La Brexit è un segnale forte della crisi degli Stati sovrani. La Scozia, che ha sempre rivendicato la propria indipendenza, ora rivendica l’appartenenza all’Unione Europea, in contrasto con lo Stato del Regno Unito. La Brexit ripropone inoltre la questione dell’Irlanda del Nord, accorpata allo Stato inglese, ma abitata da Irlandesi. L’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea pone questioni di confine, di libero scambio, e via discorrendo e rischia di riaprire antiche ferite.

L’Europa degli Stati è, di fatto, per la sua storia, disseminata di piccole patrie, accorpate forzatamente in Stati sovrani in conseguenza di guerre, conquiste, vittorie e sconfitte che non hanno tenuto nel minimo conto le storie dei popoli.

Alle patrie europee sono state associate altre patrie in territori lontani definiti d’Oltremare.

I paesi e territori d’oltremare sono:

  1. dipendenti dalla FranciaClippertonNuova CaledoniaPolinesia franceseSaint-Barthélemy (dal 2012), Saint-Pierre e MiquelonTerre Australi e Antartiche FrancesiWallis e Futuna;
  2. dipendenti dalla DanimarcaIsole Fær ØerGroenlandia;
  3. dipendenti dal Regno UnitoAnguillaBermudaGeorgia del Sud e isole Sandwich meridionaliIsole CaymanIsole FalklandIsole PitcairnIsole Vergini britannicheMonserratSant’ElenaTerritorio antartico britannicoTerritorio britannico dell’oceano IndianoTurks e Caicos;
  4. dipendenti dai Paesi BassiArubaCuraçaoSint Maarten.

Per fare un solo esempio, definire, francese un polinesiano è un esercizio assai difficile.

I Baschi, antica popolazione che ha ripopolato l’Europa dopo l’ultima glaciazione, parlano l’euskara. I Corsi hanno uno statuto speciale dal 1982 e rivendicano autonomia. I Bretoni, di lingua gaelica, chiedono la riammissione della Loira Atlantica e il riconoscimento della lingua bretone. La Bretagna è stata indipendente fino al 1532 e ha perso la sua autonomia soltanto con la Rivoluzione francese.

Gli Alsaziani chiedono autonomia e riconoscimento della loro lingua e a rivendicare autonomia ci sono anche gli Occitani e i Savoiardi.

Con l’avvento dell’Unione Europea le piccole patrie sono ora abitate da cittadini europei, i cui destini dipendono in gran parte non più dagli stati nazionali o plurinazionali, ma dalle decisioni dell’Unione, che obbligano gli Stati ad uniformarsi alle direttive europee.

E’ del tutto evidente che la presenza dell’Unione Europea ha due conseguenze tra di loro collegate in modo assai stretto: la perdita di significato e di importanza degli Stati e la ripresa di significato delle piccole patrie.

Se l’Unione Europea diventerà quello che non è e che è auspicabile diventi, ossia l’Europa dei popoli e delle nazioni e non della finanza e della burocrazia, è evidente che il suo crescere come entità statale metterà sempre più in crisi gli attuali Stati sovrani nazionali o multinazionali.

La costituzione dell’Unione Europea ha inoltre fatto emergere regioni ricche ed economicamente competitive che puntano a dipendere sempre meno dalla dimensione degli Stati e che intendono trovare condizioni migliori per il proprio collocamento in un contesto più ampio.

Nei prossimi decenni saranno i territori e le città a vocazione internazionale a trainare lo sviluppo e ad attrarre capitali e competenze. Milano (con la sua area regionale), che produce il 30 per cento del Pil italiano, è fra queste e si confronta con l’area di Londra, con la Baviera, con la Renania settentrionale, con L’ile de France.

All’orizzonte c’è la macro regione alpina Eusalp, che accorpa 46 regioni, appartenenti a sette Stati diversi, e accomunate da un continuum che travalica i confini nazionali.

Il tema all’ordine del giorno è rivedere il funzionamento delle autonomie decisionali in un’ottica europea e globale.

Altro tema è quello dello strapotere delle burocrazie. Alle burocrazie statali si è sovrapposta la burocrazia europea, creando un mostro che determina inefficienza e oppressione, comprime l’economia e massacra le piccole patrie e  le tradizioni locali,  in ossequio ad un mondialismo che vorrebbe trasformare i popoli in masse di consumatori indifferenziati, esseri umani senza qualità, schiavi del “Dio Consumo” e delle regole imposte dai poteri finanziari e dalle multinazionali.

Altro grande tema è quello del welfare, che si intreccia con quello delle risorse energetiche. Il welfare diventa sempre più difficile da sostenere se non si abbassano i costi energetici, differenziando le fonti. Qui l’Europa non c’è e gli Stati sono tra loro in conflitto. Francia e Inghilterra hanno disastrato, conniventi con gli Usa della Clinton e di Obama, la Libia, mettendo in difficoltà l’Italia e l’Eni. Mentre l’Eni lavorava in Egitto alla scoperta di uno dei più grandi giacimenti di petrolio e di gas, l’Inghilterra ha messo di traverso la morte di un giovane ricercatore italiano, mandato alla sbaraglio, inducendo l’assurdo ritiro dell’ambasciatore (sintomo di nanismo politico del Bel Paese e di sbandamento delle sue classi dirigenti) e il fallimento dei rapporti commerciali in itinere. In Puglia il nanismo politico fa sì che le stesse istituzioni locali si oppongano alla posa di un tubo di un metro e mezzo di diametro alla profondità di sedici metri, che porterebbe in Italia il gas dell’Azerbaigian.

La signora Merkel insiste con le sanzioni alla Russia, che penalizzano pesantemente l’export italiano, mentre va a nozze con Putin per quanto riguarda il gasdotto del Baltico.

Gli esempi potrebbero continuare, mettendo in campo il nucleare, le risorse rinnovabili, la ricerca.

Il fatto è che l’Europa riguardo al tema strategico dell’energia è un colabrodo e l’Unione un fantasma.

L’Europa non ha una politica estera unitaria e credibile.

L’Europa non ha un esercito comune e solo una timida alleanza tra l’Italia e la Francia, con Fincantieri e Navalgroup comincia a delineare una possibile strada di integrazione militare.

L’Europa non ha una struttura unitaria di intelligence.

Così accade che il potere finanziario-burocratico con la sua azione indebolisce gli Stati membri, aprendo inevitabilmente spazi alle piccole patrie, senza dare una risposta coerente in termini di una nuova statualità europea democratica, che abbia la sua legittimazione autentica nel voto popolare.

L’Europa, così com’è, mantiene Stati, nazioni, patrie e popoli in mezzo ad un guado che rende la stessa Europa un player internazionale incapace, mentre si stanno ridefinendo gli assetti del potere mondiale.

La riflessione della Massoneria può rimanere indifferente di fronte a un mutamento in atto così consistente, al quale si accompagnano fenomeni migratori massicci e rivolgimenti culturali che rischiano di mettere in discussione la stessa identità di popoli e di nazioni?

Fin dai primi passi nel percorso che un essere umano, libero e di buoni costumi,  compie per diventare un Massone, ossia per essere un iniziato, secondo la ritualità propria dell’Istituzione massonica, il concetto di Patria gli viene proposto come essenziale.

Prima di essere ammesso al Tempio massonico, a chi intende diventare Massone, viene, fra le altre, posta la domanda: “Che cosa dovete alla Patria?”.

La domanda, come è del tutto evidente, contiene il concetto del dovere. Un dovere che riguarda la Patria.

Nel giuramento che chi intende diventare Massone deve prestare è contenuta la formula: “Prometto e giuro di consacrare tutta la mia esistenza al bene e al progresso della mia Patria, al bene e al progresso di tutta l’Umanità”.

E’ del tutto evidente che, nell’attuale temperie culturale e politica, discutere del concetto di Patria non è solo un esercizio accademico.

La Patria è “l’ambito territoriale, tradizionale e culturale, al quale si riferiscono le esperienze affettive, morali, politiche dell’individuo, in quanto appartenente a un popolo” ed è, al contempo, “territorio e popolo che vi risiede, unito da una lingua e dall’uniformità di cultura e tradizioni”.

La Patria è il luogo dei Padri (radice sanscrita *pa-, da cui pati,  “antenato”); è il luogo degli Antenati, ai quali non solo dobbiamo la vita, ma le tradizioni, la cultura, le conquiste di civiltà. Chi non rispetta gli Antenati e non li onora è un essere senza onore e senza dignità.

Nella fattispecie ai nostri Antenati dobbiamo la libertà individuale, la democrazia, la sovranità popolare, la parità di dignità di tutti gli esseri umani. Ai nostri Antenati e ai loro sacrifici dobbiamo soprattutto la possibilità di esercitare il libero pensiero, che è il bene più prezioso, in quanto consente all’essere umano di creare nella bellezza quando non sia oscurato nella sua coscienza dalla hýbris (“tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”), madre dei vizi ai quali il Massone deve scavare profonde prigioni.

Affrontare il tema della Patria, pertanto, è un dovere al quale non ci si può sottrarre; è un compito non declinabile.

Sarà in grado la Massoneria italiana, divisa e troppo spesso guicciardiniana, di alzare il livello della riflessione, non per occuparsi della gestione politica, che non è affar suo, ma per occuparsi della polis nel senso di produrre idee da offrire; idee all’altezza della posta in gioco, ossia all’altezza delle risposte da dare ai grandi temi che la storia ci pone davanti e dai quali non è possibile fuggire? La risposta dipende dalla volontà dei vertici, che saranno giudicati dalla storia in base alle loro volontà e alle loro disponibilità.

Silvano Danesi

 

 

 

 

Atei, intellettuali di sinistra e il gatto Pinocchio

Telmo Pievani, su Micromega 6/2017 ci ricorda che Eugenio Scalfari, su l’Espresso del 23 luglio 2017, ha “annunziato urbi et orbi che gli atei, militanti e nichilisti, hanno un io elementare, «un io che non pensa». Peggio, essi possiedono «un io di stampo animalesco»”.
Ecco cosa pensa e cosa scrive uno dei maître à penser della sinistra italiana. Si può essere non atei, agnostici, credenti, indifferenti, ma atei no. Se uno è ateo e lo dice apertamente è un animale. Uno può dire: “A me di Dio non me ne importa niente. Mangio, bevo e scopo e mi va bene così” ed è un umano. Uno che dice: “Non c’è Dio”, è un animale.


Ora, si può discutere a lungo sul fatto che chi dice che Dio non c’è non abbia le prove per suffragare la sua affermazione, così come chi sostiene che c’è. E poi quale Dio scegliere? Sul pianeta ci sono varie religioni, ognuna con il suo Dio che, ovviamente, è il vero, l’unico e il solo. Ci sono «esseri umani» che in nome del loro presunto Dio ammazzano, violentano, distruggono, terrorizzano, ma non sono animali, perché non sono atei. Ci sono poi quelli che dicono che Dio è immanente, ossia che tutto ciò che è manifesto o che lo è in potenza è Dio. Ci sono anche quelli che dicono che Dio è un’intelligenza universale, una sorta di infinito campo informativo che forma e informa ogni cosa. Animali o esseri umani? Uomini o bestie? Un tempo c’era la Dea Madre Universale, la Potnia, la Potente. Poi sono arrivati gli Dèi del cielo: Mitra, Varuna, ecc. Quelli che ancora pensano che tutto sommato gli Dèi siano meglio di un Dio unico intollerante dove li mettiamo? Bestie? Animali? Esseri inferiori? Infine gli atei. Pensano che Dio non ci sia, che tutto sia materia? Mah!. Quelli sono i materialisti. E gli atei? Cosa pensano gli atei? Non pensano, parola di Eugenio Scalfari. Hanno un io da animali.
Sarebbe interessante sapere in quale delle varie versioni di Dio crede Scalfari, ammesso che creda.
Certo è che nel 2017, leggere affermazioni che starebbero bene in qualche tribunale della Santa Inquisizione è davvero deprimente. Andando dritti per la strada dell’ateo uguale ad animale si arriva ai sotto uomini e diritti diritti nei lager. Ma gli intellettuali di sinistra dicono di essere antifascisti, anti nazisti, democratici, laici. Peccato che non conoscano la legittimità del libero pensiero, il quale, essendo libero, può anche pensare che Dio non c’è. Con gli atei si può aprire una discussione libera e democratica, ma dire che «possiedono un io animalesco» è davvero un modo di pensare insensato (pensare?).
Atei, avete un io animalesco e un io che non pensa. State attenti. Lo dice un grande intellettuale della sinistra italiana. Questa volta siete fregati. Io me la cavo di striscio: mi piacciono gli Dèi, quelli di una volta, che qualcuno chiama archetipi e penso (Eugenio permettendo) che ci sia un’intelligenza universale che è origine (archè) e ordine (logos) di tutto quanto abbiamo intorno, noi compresi. Sono un essere umano o un animale senza facoltà pensante? Mi è venuto un dubbio. Questa sera ne parlo con Pinocchio, uno splendido gatto persiano bianco che di Scalfari se ne frega.

Silvano Danesi

I politici europei a scuola da Costantino

Nel 313 l’imperatore romano Costantino, figlio di Elena e di Costanzo Cloro, disse di aver visto nel cielo il segno della croce e concepì una strategia ben precisa dal titolo: “In hoc signo vinces”.

Costantino aveva capito, forse lo aveva capito prima di lui sua madre Elena, che l’Impero romano era messo male e che era necessaria una svolta.

Costantino pose così le basi della Nuova Roma, quella Costantinopoli, poi Bisanzio e ora Istambul, la cui potenza territoriale e militare durò fino al 1453, esattamente 977 anni dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, con la deposizione di Romolo Augustolo.

A Occidente, con un’intuizione geniale, Costantino sostituì la potenza militare e territoriale, ormai in disfacimento, con quella ideologica: il cattolicesimo apostolico romano, al quale ha delegato il compito di legittimare i re, facendo del Papa di Roma il nuovo pontifex romano, ossia un imperatore in altra forma.

Teodosio ha poi affinato l’operazione dichiarando la religione cattolica apostolica romana religione di stato ed eliminando tutte le altre come illegali. Il cattolicesimo apostolico romano è così diventato il gendarme dell’Impero romano in Europa per oltre 15 secoli.

I papi, a loro volta, hanno legittimato la successione con un falso, la “Donazione di Costantino”, ma, si sa, la “verità” storica la scrivono i vincitori, anche se il diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi e così, la verità, grazie a Lorenzo Valla, è venuta alla luce.

La cosiddetta “Donazione di Costantino” è il documento su cui, per secoli, la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente; si attribuiva infatti all’imperatore Costantino la decisione di donare a Papa Silvestro I, una sua creatura,  i domini dell’Impero romano d’Occidente.

A Costantino si deve il Concilio di Nicea del 325 che pose le basi di quella che oggi è la religione cattolica, ossia il cristianesimo costantiniano.

Il cattolicesimo apostolico romano ha regalato all’Europa luminosi esempi di cultura e di civiltà e, al contempo, nefandi esempi di incultura e di inciviltà, ma nei secoli si è affermato come una radice significativa d’Europa, non essendo riuscito, peraltro e per nostra fortuna, nonostante la violenza usata, ad eliminare le altre, precedenti e ben profonde e vitali.

Il genio di Costantino è consistito nel saper interpretare la lezione della storia e nel saper cambiare regole e scenario.

Alla scuola di Costantino dovrebbero iscriversi i politici europei di questo inizio di terzo millennio, chiusi nella rigidità di regole superate da eventi che hanno cambiato, dal Trattato di Roma ad oggi, il mondo a tal punto da renderlo irriconoscibile agli occhi di un uomo del 1957.

Classi dirigenti ossificate, incapaci di dare risposte all’altezza delle sfide attuali, stanno portando l’Europa alla deriva.

La vicenda spagnola di questi giorni è solo uno degli esempi di tragica incapacità delle classi dirigenti.

Gli italiani non sono da meno. Ministri e parlamentari che fanno lo sciopero della fame per far approvare una legge che divide il Paese sono semplicemente patetici. Meritano un cappuccino e, alle prossime elezioni, quando finalmente ci saranno, un cortese accompagnamento alle loro privatissime dimore.

Per l’Europa ci vuole una svolta decisa ed epocale, che chiuda la fase dell’oicofobia, malattia che la devasta e che presenta le nostre conquiste di civiltà inferiori a quelle di mondi e di popoli che sono prigionieri di logiche tribali e teocratiche che l’Europa ha superato grazie a secoli di elaborazione culturale, non facile, spesso dolorosa, ma alla fine efficace.

Dobbiamo essere di nuovo orgogliosi della nostra civiltà e dei suoi valori, tra i quali, al di là delle questioni di fede e degli errori secolari delle chiese, ci sono quelli che ha prodotto il cristianesimo, che ora va difeso e riproposto in termini unitari come acquisizione culturale.

Dobbiamo rivendicare un ruolo dell’Europa nel mondo, così come lo rivendicano altre grandi potenze, come Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina.

Dobbiamo smetterla di fingere di essere accoglienti, secondo gli schemi del Papa venuto dai confini del mondo, dove avrebbe fatto bene a rimanere, lasciandoci in compagnia di Benedetto XVI (costretto a dimettersi), perché l’accoglienza si è rivelata ormai con il suo vero volto: acquisizione di riserva di manodopera a basso costo, caporalato, sfruttamento, alimento di mafie e di criminalità organizzate.

Dobbiamo anche pensare che gli stati ottocenteschi, per quanto rinfrescati nel secolo scorso, non sono più all’altezza della sfida e sono destinati a dover cambiare profondamente il loro essere, a fronte della globalizzazione se non vogliono essere causa di tensioni crescenti.

Dobbiamo, infine, toglierci di dosso il senso di colpa che ci distrugge e mandare al diavolo i predicatori del buonismo imbelle e del politicamente corretto, che è diventato la nuova Santa Inquisizione per impedire una delle conquiste più alte della civiltà europea: l’espressione del libero pensiero, senza che i censori  dell’intellettualismo mondialista ci dicano cosa dobbiamo pensare per essere etici, corretti, buoni, accettabili, intelligenti, colti, civili. Di lor signori, che “tirano quattro paghe per il lesso” alla greppia del mondialismo, non sappiamo cosa farcene e, a dire il vero, di lor signori non ne possiamo più.

Silvano Danesi

La storia ci chiede di riscrivere l’Europa

La vicenda catalana, esplosa in questi giorni con il referendum indipendentista, ha aperto una fase nuova nella storia dell’Unione Europea. Una fase nuova che implica la necessità di riscrivere l’Europa.

La frase «Se non hanno più pane, che mangino brioches» è tradizionalmente attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, che l’avrebbe pronunciata riferendosi al popolo affamato, durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane. In effetti la regina non l’ha pronunciata, ma la frase è diventata famosa per il contesto nel quale è stata collocata e per la persona a cui è stata attribuita e ci comunica che chi non capisce le svolte della storia fa una brutta fine.

Ora le Marie Antoniette si sono insediate ai vertici dell’Unione Europea, che rispondono ad un problema di enorme portata, come quello della richiesta di indipendenza della Catalogna, dicendo che ci vuole dialogo, ma che la questione è del tutto interna alla Spagna.

L’Unione Europea è nata da un accordo tra stati e uno stato è un’entità giuridica che ha sovranità su un territorio, ma non è necessariamente coincidente con un popolo. Non a caso, la Spagna è formata da un insieme di popoli, tra i quali, sia detto per inciso, quello dei Baschi è il più antico del continente, avendolo ripopolato dopo l’ultima glaciazione.

La nazione non è uno stato e nemmeno un popolo, in quanto è semplicemente il luogo nel quale si è nati.

Infine, il popolo è un insieme di individui riuniti insieme, sotto vari aspetti: territorio, lingua, leggi, religione, usi, costumi, ecc.

L’idea di un’Europa come patria comune, che gli europeisti sostengono con forza, non poteva che avere un effetto nel rapporto tra popoli, nazioni e stati, con la messa in discussione di questi ultimi, in quanto nati da forzature storiche che si chiamano conquista.

La globalizzazione ha messo in moto un processo inarrestabile, che può essere condotto in vari modi, ma che presuppone una lucidità e una progettualità che le attuali classi dirigenti europee dimostrano di non avere.

Stare seduti su vecchi principi non serve a nulla quando la storia si incarica di travolgerli.

Una prima considerazione essenziale è che nella globalizzazione le aree forti economicamente e strutturate in quanto a filiere produttive dialogano tra di loro e con il mondo, superando gli stati nazionali. Piaccia o non piaccia è un dato di fatto.

La seconda considerazione essenziale è che gli stati europei, così come sono attualmente, sono costruiti su paradigmi ottocenteschi e con burocrazie obsolete e opprimenti.

La terza considerazione essenziale è che gli attuali confini degli stati nazionali sono il frutto di processi storici dove il tracciamento dei confini è avvenuto in base a guerre, vittorie e sconfitte che nei secoli hanno costretto i popoli in una camicia di forza che non sempre hanno condiviso.

La quarta considerazione essenziale è che la presenza dell’Unione Europea, che sconta un’origine basata sugli stati, è per la sua stessa esistenza un elemento di indebolimento della necessità degli stati nazionali e un elemento di rafforzamento delle aree economiche  o etniche nel loro desiderio di dialogare in un ambito più ampio di quello degli stati in cui sono incastonate.

Tutto questo genera uno scenario completamente nuovo e diverso da quello di quando vennero scritti a Trattati di Roma, che sconta una distanza di mezzo secolo in termini di tempo e una distanza di mille anni luce in termini di geopolitica mondiale.

La posizione della Comunità Europea è miope. Il tema che la storia ci pone davanti non è di continuare a pensare all’Europa come ad un insieme di stati, ma ad un’Europa  completamente diversa: un’Europa da riscrivere.

Si può pensare ad un percorso, come ha fatto Macron alla Sorbona, verso uno stato unitario europeo. Un percorso che il presidente francese ha suddiviso in alcuni grandi appuntamenti, il primo dei quali è la difesa e la sicurezza, con una “Cultura strategica comune”, una capacità di azione autonoma, complementare alla Nato”, una “forza comune di intervento”, un’intelligence comune e un’azione comune tesa a controllare “le nostre frontiere preservando i nostri valori”.

In politica estera ha indicato come priorità il Mediterraneo, un’indicazione condivisibile e strategica, e un intervento a sostegno dell’Africa, che si pone come il nuovo orizzonte per l’Europa.

Macron ha poi messo sul piatto le politiche energetiche e quelle produttive, la ricerca e l’innovazione, il rispetto della proprietà intellettuale, la riscrittura di una “grammatica di un modello sociale rinnovato”.

Il modello Macron implica un approdo finale ad uno stato Stato Europeo fortemente integrato, che, per il fatto stesso di esistere, depotenzia, di fatto, gli stati ottocenteschi che diedero vita all’Unione nel 1957.

Quello di Macron è un percorso, bisogna saperlo, che darebbe ulteriore spazio alle rivendicazioni di indipendenza dei popoli e delle aree forti del sistema europeo.

Il processo potrebbe, pertanto, anche passare attraverso l’indipendenza di alcuni popoli da alcuni stati, con la creazione di nuove entità statali. L’importante sarebbe che la Comunità Europea fosse in grado di armonizzare gli interessi dei popoli per farli sentire fratelli in una casa comune.

Una seconda via è quella di uno Stato Federale Europeo, con un Governo Federale, così come è l’America degli Stati Uniti.

Tuttavia, anche in questo caso, la valenza degli stati ottocenteschi, per quanto rinnovati nel secondo dopoguerra, verrebbe ad essere fortemente indebolita, a favore di un’autorità europea, alla quale potrebbero rivolgersi popoli, etnie, aree omogenee, per chiedere voce, riconoscimento, legittimazione.

La vicenda della Catalogna, ben oltre i suoi connotati specifici, apre una pagina nuova ed inedita. In discussione non è solo la Spagna, ma il concetto stesso di Europa degli stati, dei burocrati e della finanza.

E’ evidente che le attuali istituzioni europee sono inadatte alla bisogna e gli uomini che le dirigono sono tante Marie Antoniette. La regina finì male, perché non seppe capire ed essere all’altezza della storia: perse la testa per aver perso la testa.

E’ giunta l’ora di cambiare l’Europa dalle fondamenta.

Bisogna cominciare a ripensare l’Unione per portarla ad essere altro da quella che è ora. La storia è come i fiumi: prima o poi esonda e non concede sconti.

Purtroppo, è doloroso constatare che le classi dirigenti attuali non sono all’altezza del problema che la storia pone. E questo è il problema dei problemi.

Silvano Danesi

Sottomissione: la parola magica del mondalismo finanziario.

L’islamismo è un’ideologia perfettamente funzionale al mondialismo finanziario e al sorospensiero al quale afferiscono le teorie del multiculturalismo. Il mondialismo finanziario, travestito da democraticismo multiculturale, ha come obbiettivo l’uomo nuovo senza qualità: un perfetto grigio uniforme consumatore mondiale standardizzato e obbediente alle logiche di un mercato dominato dal novello Dittatore: il feudalesimo finanziario.

L’idea di fondo è che un uomo nuovo non ha patria, non ha storia, non rivendica identità, se non quella di una finta fratellanza universale. Da qui anche le recenti follie della distruzione dei monumenti della storia americana, che fanno la pari con le follie islamiche di distruzione delle vestigia del passato.

Senza una propria storia e senza identità si è Nessuno: personaggi in cerca di autore, obbedienti al nuovo autore mondiale, sottomessi alla sua regia e agli ordini dei vassalli, dei valvassori e dei valvassini.

Ed ecco che compare la parola magica: sottomissione, che nella lingua araba è islam.

Dei tre monoteismi l’Islam è il più adatto ad essere l’ideologia dell’Impero del novello Dittatore. Mammona, il novello Dittatore, si traveste, ma il suo credo, da diffondere tra i popoli del mondo, è sottomissione.

L’Ebraismo non fa proseliti; è una religione elitaria, riservata ad un popolo e non si presta alla bisogna.

Il Cristianesimo, divenuto nel IV secolo il collante ideologico del morente Impero romano d’Occidente, è figlio di un padre: la religione ebraica e di una madre: la cultura greca. Nei secoli il Cristianesimo si è modificato, adattato, modellato sui paradigmi della cultura europea, assorbendone le radici e divenendo a sua volta radice. Finché ha retto il radicamento, il Cristianesimo è stato coautore, sia pure con alterne vicende  e con fasi di assoluta intolleranza, dei fondamenti della civiltà occidentale. Oggi si assiste al suo allontanamento dall’Occidente e al suo stemperarsi in un mondialismo che tenta di allinearsi alle esigenze del novello Dittatore, ma senza speranza alcuna, poiché il novello Dittatore ha come paradigma ideologico un solo credo: sottomissione.

Il dio dell’amore, per quanto usato nei secoli, tradendolo, per sottomettere e violentare, non è il dio della sottomissione e non è utile al novello Dittatore. Non a caso è lasciato alla sua deriva, al vuoto delle chiese, alla progressiva scomparsa dei fedeli, in compagnia con il rinascente antiebraismo, montante in Europa, che fa degli Ebrei e dello Stato di Israele un continuo bersaglio polemico.

L’Islam , al contrario, è coccolato, in quanto perfettamente in linea con il mondialismo dell’uomo senza qualità, in quanto è sottomissione.

La religione islamica impone l’applicazione della Shari’ah e, conseguentemente, impone uno Stato teocratico.

Gli Stati membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, il 5 agosto 1990, alla fine della XIX Conferenza, hanno sottoscritto una “Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam” ove all’art. 12  è scritto: “Ogni uomo ha il diritto, nel quadro della Shari’ah, di muoversi liberamente….”.

La Shari’ah viene richiamata più volte e all’articolo 25 è scritto: “La Shari’ah Islamica è la sola fonte di riferimento per l’interpretazione di qualsiasi articolo della presente Dichiarazione”.

Nella introduzione alla Dichiarazione Universale Islamica dei diritti umani elaborata il 19 settembre 1989 è scritto che i diritti umani nell’Islam sono fermamente collegati all’idea che Dio, e Lui solo,  “sia il Legislatore e la Fonte di tutti i diritti umani…” e che la Dichiarazione è “basata sul Corano e sulla Sunna del Profeta…”.

Inoltre è scritto che ogni “individuo ha il diritto di esprimere il suo pensiero e le sue convinzioni purché rimanga nei limiti prescritti  dalla Legge”, ove per legge si intende, ovviamente, la Shari’ah.

Queste affermazioni sono in netto contrasto con la Civiltà occidentale e con le sue storiche e faticose conquiste. La Civiltà occidentale, se non vuole tradire se stessa, non può sottomettersi alla Shari’ah, che non è la legge di uno Stato sovrano, dove la fonte del diritto è l’essere umano libero e dove la legge e liberamente espressa da un parlamento liberamente eletto. Nella Shari’ah non c’è libertà, ma sottomissione a un dio, il cui volere, secondo i credenti musulmani, è espresso nel Corano.

Possiamo ipotizzare che un islamico accetti la separazione tra Stato e Islam, come va affermando qualche irriducibile benpensante?

Qualche isolato eroico tentativo è stato fatto, ma per ora quelli che hanno teorizzato una riforma dell’Islam sono stati tutti eliminati. Ismailiti e Al Mamun insegnano.

Se si considera la perfetta corrispondenza di obbiettivi tra il mondialismo e l’Islam si comprendono le ideologie corollarie tendenti a distruggere l’identità occidentale; si comprende perché a Benedetto XVI, le cui dimissioni sembrano più dovute ad una spinta che ad una sponte, è stato messo accanto Francesco primo; si comprende per quale motivo, in Inghilterra, una bambina cristiana è stata affidata ad una famiglia musulmana, come se non ci fossero nel Regno Unito di Sua Maestà, capo della Chiesa anglicana, famiglie cristiane disponibili; si capisce la simpatia nei confronti dell’Islam delle correnti politiche catto comuniste radical chic del mondialismo; si capisce il motivo per il quale ogni critica all’Islam viene stigmatizzata con il termine islamofobia, mentre chi vilipende il Cristianesimo o l’Ebraismo è considerato semplicemente uno che esprime opinioni; si capisce la logica dell’invasione dell’Europa.

Il novello Dittatore, ossia il feudalesimo finanziario, del resto, è in gran parte partecipato da stati islamici dai connotati tribali, divenuti agenti finanziari, nel secolo scorso, grazie al petrolio.

Interessi coincidenti producono ideologie coincidenti da propinare all’uomo nuovo senza qualità, perfetto credente e perfetto consumatore.

Se nell’apparente situazione caotica nella quale sembra versare l’Occidente si introduce la parola magica sottomissione, quasi per incanto il puzzle si compone e tutto diventa chiaro.

Silvano Danesi

Migrazioni o deportazioni di massa?

Superior stabat agnus…. Il lupo oggi non stravolge più in modo facilmente smascherabile, come nella favola di Fedro, la verità dei fatti; si è travestito da agnello e si confonde nel gregge.

E’ in atto una deportazione di massa epocale di esseri umani dall’Africa all’Europa e se ne annuncia una, altrettanto epocale, dalla Cina all’Africa.

Per quanto riguarda la deportazione dall’Africa all’Europa, quella che viene chiamata migrazione è un trasferimento dove è sempre più evidente e dimostrato che c’è una rete di lupi travestiti da agnelli che lucrano sulla nuova tratta degli schiavi.

Il primo business del trasferimento è quello sporco, ormai evidente (salvo a chi ha le fette di salame sugli occhi, o meglio: le vuole avere), della cosiddetta  accoglienza e delle strutture della stessa, in combutta con mafie di varia specie, scafisti, caporali del lavoro nero, lenoni della prostituzione, mercanti di organi.

Altri agnelli accolgono i disperati della transumanza (si, transumanza, perché quelli del lavoro sporco li trattano come bestie) sui loro battelli finanziati da agnelli miliardari. Si dice che i finanziatori lo facciano perché così leniscono una sorta di senso di colpa. L’interpretazione psicologica fa ridere. Gli agnelli finanziatori lo fanno perché hanno come riferimento il nuovo verbo della Montagna Incantata (che con il discorso della Montagna ha ben poco a che fare) che fornisce loro la copertura ideologica per il rifornimento di un esercito di riserva di manodopera a basso costo funzionale ai loro interessi. Interessi meno evidenti di quelli che fanno il lavoro sporco, ma altrettanto concreti, anzi, concretissimi. L’accoglienza è il modo per avere a disposizione una riserva di lavoratori senza diritti civili, disposti a qualsiasi condizione di lavoro, a tutto vantaggio per i profitti e con buona pace per un welfare in pericolo e per le sorti della democrazia, della quale agli agnelli finanziatori non importa nulla, anche se la proclamano come un credo assoluto e se ne ergono a soli veri interpreti.

Nel frattempo, il potere cinese, il cui massimo rappresentante è stato accolto con ampi abbracci dai Signori della Montagna Incantata, sta organizzando un esodo forzato di massa che farà dell’Africa, tra cinquanta anni un secondo continente giallo. La Cina, mentre l’Europa si consuma nelle beghe di cortile, si sta trasferendo in uno dei territori più ricchi di risorse energetiche di tutto il pianeta.

Il potere cinese ha costruito vere e proprie China Town, attualmente deserte, ma perfettamente funzionanti, in Angola, Nigeria, Guinea equatoriale, Ciad, Sudan, Zambia, Zimbawe e Mozambico. Una nuova città, costruita in Angola, è costituita di 750 palazzi e potrebbe ospitare  (ospiterà) oltre cinquecento mila persone.

Nell’ultimo decennio la Cina ha traslocato in Africa quasi un milione di cinesi, ma entro il 2020, ossia dopodomani, Pechino ha progettato un esodo calcolabile tra i 300 e i 500 milioni di cinesi.

Siamo in presenza di un disegno mondiale di trasferimenti di intere fasce di popolazione, di deportazioni travestite da migrazione, progettate e condotte da lupi travestiti da agnelli.

A queste migrazioni è funzionale l’ideologia dell’uomo senza qualità, senza patria, senza genere, senza identità: un perfetto signor nessuno da sfruttare a piacimento, sia come lavoratore, sia come consumatore. Un perfetto signor nessuno, convinto di essere un agnello finalmente emancipato per mano di soccorrevoli agnelli, che invece sono lupi famelici.

Superior stabat agnus, longeque inferior agnus. La storia ora è da riscrivere così.

Tuttavia: “Attenti al lupo”. Se lo smascherate ulula, non bela.

Silvano Danesi

Contro iniziati all’opera per la shoah dell’individuo

 

La linea contro iniziatica che ha ispirato dittatori di varie tendenze sta riemergendo travestita da teorie transgender tese ad affermare l’idea di un’umanità indifferenziata, formata da esseri umani senza orientamento biologico e senza identità; un’umanità composta da esseri umani neutri, educati ad un’uguaglianza fittizia che li rende facili prede del nuovo leviatano: un lupo tirannico travestito da agnello social-democratico.

Accade così che nella Svezia del terzo millennio sia stata avviata la “genuspedagogik” tesa a cancellare ogni differenza biologica. Molto democraticamente si tolgono dalla biblioteche degli asili favole come Cenerentola e Biancaneve, ritenute sessiste, in ordine ad una logica che evoca i roghi della Santa Inquisizione, del nazismo e del comunismo.

Il primo ministro svedese inoltre ha comunicato che intende forzare tutti i sacerdoti della chiesa svedese a sposare le coppie dello stesso sesso. Siamo all’emulazione della Stasi, della Gestapo, della “polizia del pensiero” di orwelliana ispirazione.

I seguaci dell’egualitarismo senza frontiere esultano e non si rendono conto (forse!) che dietro alle nuove tendenze si nascondono le teorie che hanno sconvolto l’Europa dalla prima metà del Novecento. Teorie che attingono ad un esoterismo contro iniziatico che intende costruire l’uomo nuovo sulla base di una tracotanza pseudo scientifica, che ha dei padri nei mostri degli pseudo scienziati al servizio delle dittature nazista e comunista.

Trofim Lysenko, il “biologo” di Stalin, voleva modificare la natura attraverso la forza di volontà.

Hitler, con il programma lebensborn intendeva costruire i cloni di un paradigma umano volto a creare una razza superiore.

La creazione dell’uomo nuovo è figlia di un razzismo radicale che attinge a linee esoteriche contro iniziatiche, le quali veicolano l’idea di una razza pura originaria, corrotta dalla presenza di razze inferiori.

La tradizione iniziatica autentica è naturale, non intende costruire un essere umano nuovo e indifferenziato, ma promuovere nell’essere umano la conoscenza di se stesso, della sua irripetibile unicità, che è la base della vera uguaglianza. Siamo uguali in quanto siamo ugualmente e ontologicamente unici e irripetibili, non in quanto cloni neutri. Nella nostra unicità e irripetibilità ci sono i codici ontologici, ai quali si accompagnano quelli della vita, che imprintano le caratteristiche personali. Ci sono poi le radici culturali e gli influssi ambientali.

La tradizione iniziatica autentica, della quale la Massoneria è (dovrebbe essere) testimone, custode e continuatrice, insegna che l’essere umano, in quanto microcosmo, è costituito con gli stessi paradigmi del macrocosmo, ossia della Pýsis, la Natura (la “luce degli uomini”), le cui regole l’essere umano deve continuamente indagare, per conoscerle intimamente, al fine di armonizzarsi consapevolmente con esse, essendo egli stesso natura.

La tradizione iniziatica autentica, della quale la Massoneria è (dovrebbe essere) testimone, custode e continuatrice, propone all’essere umano la ricerca costante delle leggi di armonia che governano l’universo, del quale l’essere umano è parte integrante e significativa. Universo che sempre più si presenta come un sistema relazionale ologrammatico, dotato di informazione semantica.

La tradizione iniziatica autentica, della quale la Massoneria è (dovrebbe essere) testimone, custode e continuatrice, è basata sulla piena libertà di ogni essere umano di cercare se stesso nella sua irripetibile unicità, senza vincoli, il ché implica l’acquisizione della consapevolezza dei limiti naturali, culturali, ambientali nei quali l’essere umano è inserito e con i quali è in relazione, non la loro fittizia eliminazione con esorcizzanti teorie pseudo egualitarie imposte da un potere esterno coercitivo.

L’idea di negare le differenze porta inevitabilmente alla deriva della eliminazione delle differenze, non alla loro consapevole armonizzazione; porta ai campi di sterminio, alla shoah.

I campi di sterminio della eliminazione delle differenze sono un esempio tragico e tragicamente violento del Novecento (todeslager, gulag).

I nuovi campi di sterminio sono meno visibili, non rilasciano nell’aria il tremendo odore della combustione della carne umana; si sono trasferiti dall’hardware al software e, proprio per questo motivo, sono più insidiosi e letali: non cremano il corpo, disseccano la psýché, inceneriscono la mente. I nuovi campi di sterminio sono la shoah dell’individualità e dell’individuo.

Silvano Danesi

Perché è un dovere salvare l’Europa della Cristianità

L’Europa della Cristianità è in grave crisi e sta letteralmente morendo. In tutte le nazioni europee le chiese cristiane, siano esse cattoliche o protestanti, chiudono per mancanza di fedeli, di preti e di pastori. I luoghi secolari del culto cristiano sono in vendita e vengono trasformati in residenze, sale per concerti, luoghi privati e pubblici a varia destinazione. Molte chiese, grazie al flusso di denaro proveniente dai paesi arabi, sono trasformate in moschee. Lord Carey, ex arcivescovo di Canterbury, ha spiegato che la Church of England è “a una generazione dalla sua fine”.

Quale malattia mortale colpisce il cristianesimo europeo?

Rispondere al quesito non è semplice, ma una possibile risposta è: la mondanizzazione delle religioni cristiane, ridotte a dimensione sociologica.

In questo contesto, forse, qualche chance in più l’hanno le chiese ortodosse, più legate alla tradizione e ora, per ironia della storia, protette da quello che fino a pochi anni fa era l’impero dell’ateismo.

Nell’incontro con i seminaristi tenutosi a New York nel 2008, Benedetto XVI, affermò che “il prete che sia soltanto un funzionario sociale può essere sostituito da psicoterapeuti e da alti specialisti”.

E’ quanto accade sempre più ai nostri giorni, dove si vedono preti impegnati nelle più svariate attività sociali, trasformati in esperti agronomi, sociologi, organizzatori di comunità e di cooperative, di eventi.

Questo ripiegamento sul sociale non intercetta più quella “sete di infinito”, “quell’abisso più grande e infinito che è Dio”, del quale parla Benedetto XVI.

Vito Mancuso, teologo cattolico, nel suo “La vita autentica” (Cortina) [1]scrive che “il bisogno immenso di spiritualità che attraversa i giorni di questo tempo che chiamiamo post moderno non trova una risposta efficace in nessuna religione. […] E’ solo lo spirito, infatti, che è in grado di comprendere lo spirito; è solo una visione del mondo che conosce l’esistenza di una dimensione non riducibile alla materia, che sa parlare alla libertà, la quale è per definizione autonomia dalla materia”.

“L’assenza di risposta sulla vita oltre la morte – aggiunge Mancuso – è il segno più evidente della crisi dell’Occidente, perché quando non si conosce il mistero della morte non si sa neppure perché vivere e che direzione dare alla vita”. [2]

Comprendere lo spirito, libertà come autonomia dalla materia, mistero della morte sono concetti perduti.

Nella veglia di preghiera con i giovani a Loreto, nel 2007, Benedetto XVI scrive che parlare di Dio oggi è difficile e ancor più parlare di Chiesa, “perché vedono in Dio solo il limite della nostra libertà, un Dio di comandamenti, di divieti e nella Chiesa un’istituzione che limita la nostra libertà, che ci impone delle proibizioni”.

Il mondo odierno, afferma Benedetto XVI (incontro con giovani e seminaristi a New York, aprile 2008) ha come parola d’ordine il progresso, non la tradizione. “Infatti – dice Benedetto XVI – ciò che ci si aspetta è, al contrario di quanto avveniva nella Chiesa primitiva, non il regno di Dio, ma il regno dell’uomo”.

Quello odierno è un mondo che guarda al futuro e, al “primato del futuro – afferma il Papa cattolico –  si unisce così il primato della prassi, un primato dell’attività umana, che diventa l’atteggiamento fondamentale dell’uomo. Anche la teologia si apre sempre più a quest’idea: contro l’ortodossia entra in scena l’ortoprassi, l’«escatoprassi» sembra più importante dell’escatologia”.

Se è così a che cosa servono i sacerdoti? Se l’importante è l’ortoprassi, qualsiasi essere umano animato da amore fraterno, o da semplice solidarietà, e ispirato da sani e buoni costumi, può ben operare, nel sociale, nell’azione politica, nella costruzione di una società più giusta.

Non è necessario essere cristiani e, tantomeno, preti, per bene operare.

All’entrata del palazzo dell’Onu, ci sono i versi di Sa’ dī di Shiraz, poeta catturato e reso schiavo dai crociati ad Acri, il quale scrive:

Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,

sono della stessa essenza.

Quando il tempo affligge con dolore

una parte del corpo

le altre parti soffrono.

Se tu non senti la pena degli altri

non meriti di essere chiamato uomo.

Se il tema è il bene operare, la Chiesa diventa una delle tante istituzioni del sociale e perde il suo compito essenziale, che è quello di spingersi “fino all’abisso più grande e infinito che è Dio”,[3] per dare risposte alla “sete di infinito”[4] che è nell’uomo. Non solo, ma il cristianesimo perde di vista il suo fondamento, che è il Logos e che, in quanto radicato nella cultura greca, lo rende radice d’Europa.

“Il mondo – afferma Benedetto XVI – non è un magma informe, ma più lo conosciamo e più ne scopriamo i meravigliosi meccanismi, più vediamo un disegno, vediamo che c’è un’intelligenza creatrice” [5]; una “Ragione creatrice”[6], “una grande Intelligenza alla quale possiamo affidarci”. [7]

Qui sta la motivazione esistenziale stessa della Chiesa: ricondurre l’essere umano alla Ragione creatrice. Altrimenti, la Chiesa si trasforma in una delle tante istituzioni sociali e, conseguentemente, muore a se stessa.

Quale sarà il futuro? Qui Benedetto XVI profetizza che la Chiesa “diventerà più piccola, bisognerà ricominciare tutto da capo. […]Certamente conoscerà nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati che esercitano una professione […]. Sarà una Chiesa più spirituale, che non reclama il suo mandato politico” e “conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria, che dà loro vita e speranza oltre la morte”.

Nelle parole di Benedetto XVI è prefigurato un cammino che è ben lontano dall’interventismo gesuitico nell’ortoprassi del quale è interprete Francesco, il Papa regnante. Un interventismo mondano che affonda le sue radici nella storia e nella cultura della Compagnia di Gesù e che appare assai lontano da quel cristianesimo primitivo invocato da Benedetto XVI.

La Compagnia di Gesù è intervenuta sin dai primi passi della sua esistenza nella politica e nella realtà sociale, con alterne vicende e alterne alleanze: dall’assolutismo monarchico reazionario, ad un abbraccio con l’assolutismo dispotico dei monarchi illuministi, come Federico II di Prussia e Caterina di Russia.

Improntato ad un comunismo paternalistico, fu l’esperimento delle Riduzioni, villaggi organizzati geometricamente e popolati da indigeni in Paraguay, Argentina, Brasile, Quito, Nuova Granada, Cile,  e Bolivia. Esperimenti che furono magnificati dagli illuministi come Ludovico Antonio Muratori, il quale scrisse in proposito un trattato dal titolo: “Il cristianesimo felice dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai”.

Non a caso, ma a causa del loro interventismo,  i Gesuiti sono stati cacciati da Venezia nel 1606, dalla Boemia nel 1618, da Napoli e dai Paesi Bassi nel 1676, dalla Francia nel 1764, dalla Spagna nel 1767, dal Portogallo nel 1769, dal Brasile (1754) dal Ducato di Parma (1768) da Roma e da tutta la Cristianità nel 1773.

Col breve Dominus ac Redemptor (21 luglio 1773)papa Clemente XIV decise di sopprimere la Compagnia. I Gesuiti si rifugiarono nelle nazioni non cattoliche, in particolare in Prussia e Russia, dove l’ordine era in gran parte ignorato nel suo operato.

Che interesse può avere, dal punto di vista di un laico, la salvaguardia dell’essenza del cristianesimo?

L’interesse fondamentale è nel salvare una radice che vede nel Logos l’aspetto agente del Principio abissale da cui tutto emerge; nel salvare il Logos come “senso”, direzione; nel salvare l’essere umano dalla semplice ortoprassi per recuperarlo alla sua dimensione spirituale; nel salvarlo dalla morte; nel consentirgli ancora di guardare oltre per essere se stesso.

Il cristianesimo primitivo non è l’unica via per accedere al Divino, ma se ben inteso è una via e tutte le vie che conducono all’Arché, grazie all’azione del Logos, vanno tenute vive nella loro essenza e depurate da una mondanità soverchiante che le rende inutili e le fa morire.

Vi è, infine, il motivo di volere la sopravvivenza di una civiltà che è ammalata di odio verso se stessa: si chiama oicofobia. Una civiltà che ha dato al mondo alcuni valori come la libertà di pensiero, la libertà di espressione, la libertà di ricerca, la libertà di culto, la libertà personale, la democrazia, la parità tra uomo e donna. Questa civiltà si chiama Civiltà europea.

Benedetto XVI, in un discorso tenuto il 24 marzo 2007 al congresso della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea ha detto “che non si può pensare di edificare un’autentica «casa comune» europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta, infatti, di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio, come «fermento» di civiltà”.

Secondo Ratzinger l’Europa è portatrice di un’identità nata in Grecia. E la Grecia al  Cristianesimo ha trasferito il concetto fondativo di Logos.

Siamo lontani mille anni luce dal populismo del Papa regnante e dalle teorie mondialiste della finanza internazionale, che ci vuole tutti identici, piatti consumatori, al servizio di Mammona, ossia del denaro, già di per sé concetto virtuale, trasformato in un Leviatano che tutto controlla e che trasferisce, a seconda dei suoi bisogni, masse di disperati da un parte all’altra del mondo, senza tener in alcun conto valori conquistati con grande fatica, nei secoli, da una grande civiltà, come quella europea, che è faro di libertà, grazie anche (non solo, sia chiaro), alla presenza della cultura cristiana.

Silvano Danesi

[1] Vito Mancuso, La vita autentica” (Cortina)

[2] Vito Mancuso, La vita autentica” (Cortina)

[3] Udienza generale 14 novembre 2012

[4] Udienza generale 14 novembre 2012

[5] Udienza generale 14 novembre 2012

[6] Incontro con i giovani della diocesi di Roma, 6 aprile 2006

[7] Incontro con i giovani della diocesi di Roma, 6 aprile 2006

 

Trump introduce realismo in un mondo di pazzi

“Lo sbigottimento dinanzi alla decadenza non può non assalirci, con un senso di fallimento profondo, se ci poniamo sul solco della civilizzazione occidentale. Comprendiamo che siamo al tramonto con un chiarore di morte indicibile”.

Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano, di questo sbigottimento scrive nel suo: “Un nuovo mondo – La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali” (Guerini e associati), proponendo anche una cura al tramonto: “Ricostruire una leadership intellettuale e morale dell’Occidente, senza esitazioni e senza mistificazioni”.

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Il punto principale da cui partire è una “nuova pace di Westfalia”, quella che concluse la guerra dei Trent’anni , dopo la folle gestione del Medio Oriente, prima di Bush Jr e poi di Obama, per porre fine alle guerre mesopotamiche e consentire la ricostruzione e la ripresa di quelle aree del mondo.

Le lotte intra arabe, travestite da lotte religiose, si sono trasformate in guerre tra medie potenze regionali. Una nuova pace di Westfalia è, pertanto, l’inizio di una fase di stabilità.

In questo quadro il ruolo stabilizzatore della Russia è fondamentale.

Sapelli attacca poi frontalmente la politica tedesca e la sua logica teutonico-deflattiva, che definisce “rigorismo luterano” e “ordoliberismo devastatore”, con Schaeuble che impone all’Europa una “politica economica suicida”. Sapelli denuncia “la deflazione secolare imposta dalla Germania, tramite l’Euro e l’UE, al resto del mondo sempre più finanziarizzato e, quindi, incapace di riprendere gli investimenti in beni capitali, di rianimare la domanda interna e, di conseguenza, la produttività del lavoro”.

L’Europa così com’è non funziona, in quanto le sua istituzioni “sono state forgiate […] dalla volontà macro-economica della finanza globale piuttosto che da quella della diplomazia globale”; e così l’Europa è andata in frantumi.

Da qui la necessità di riformare i trattati, abbandonando il funzionalismo e guardando ad un’Europa federale o confederale.

L’analisi di Sapelli  punta poi l’obbiettivo sulla questione delle questioni: come contenere la Cina, che guarda caso ha come referente principale in Europa la Merkel, che vuole essere il general contractor con il Dragone.

Clinton e Blair, dice Sapelli, con la deregolamentazione del mercato finanziario hanno consentito l’entrata della Cina nel WTO e ora i cinesi, la cui economia è comunque in crisi,  non solo varano con la nuova “Via della seta” un colossale programma di costruzione infrastrutturale, ma mettono in campo anche la Banca mondiale delle infrastrutture, in alternativa al Fondo monetario internazionale.

Poiché la posta in gioco per il dominio mondiale non si gioca più in Europa, ma in Africa, l’Italia – scrive Sapelli – deve lavorare con l’Egitto a stabilizzare la Libia e deve aiutare, così come del resto dovrebbe fare l’Europa, gli africani a realizzare un “nuovo nation and state building”, perché la questione della costruzione di stati-nazione è centrale per avere interlocutori validi e affidabili.

Riguardo all’ingresso del nuovo presidente degli Stati Uniti sullo scenario mondiale, Sapelli scrive: “Trump introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

Parole profetiche, visto il viaggio del presidente Usa in Arabia Saudita e in Israele e il confronto a muso duro con la Signora Quarto Reich.

Silvano Danesi