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I politici europei a scuola da Costantino

Nel 313 l’imperatore romano Costantino, figlio di Elena e di Costanzo Cloro, disse di aver visto nel cielo il segno della croce e concepì una strategia ben precisa dal titolo: “In hoc signo vinces”.

Costantino aveva capito, forse lo aveva capito prima di lui sua madre Elena, che l’Impero romano era messo male e che era necessaria una svolta.

Costantino pose così le basi della Nuova Roma, quella Costantinopoli, poi Bisanzio e ora Istambul, la cui potenza territoriale e militare durò fino al 1453, esattamente 977 anni dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, con la deposizione di Romolo Augustolo.

A Occidente, con un’intuizione geniale, Costantino sostituì la potenza militare e territoriale, ormai in disfacimento, con quella ideologica: il cattolicesimo apostolico romano, al quale ha delegato il compito di legittimare i re, facendo del Papa di Roma il nuovo pontifex romano, ossia un imperatore in altra forma.

Teodosio ha poi affinato l’operazione dichiarando la religione cattolica apostolica romana religione di stato ed eliminando tutte le altre come illegali. Il cattolicesimo apostolico romano è così diventato il gendarme dell’Impero romano in Europa per oltre 15 secoli.

I papi, a loro volta, hanno legittimato la successione con un falso, la “Donazione di Costantino”, ma, si sa, la “verità” storica la scrivono i vincitori, anche se il diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi e così, la verità, grazie a Lorenzo Valla, è venuta alla luce.

La cosiddetta “Donazione di Costantino” è il documento su cui, per secoli, la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente; si attribuiva infatti all’imperatore Costantino la decisione di donare a Papa Silvestro I, una sua creatura,  i domini dell’Impero romano d’Occidente.

A Costantino si deve il Concilio di Nicea del 325 che pose le basi di quella che oggi è la religione cattolica, ossia il cristianesimo costantiniano.

Il cattolicesimo apostolico romano ha regalato all’Europa luminosi esempi di cultura e di civiltà e, al contempo, nefandi esempi di incultura e di inciviltà, ma nei secoli si è affermato come una radice significativa d’Europa, non essendo riuscito, peraltro e per nostra fortuna, nonostante la violenza usata, ad eliminare le altre, precedenti e ben profonde e vitali.

Il genio di Costantino è consistito nel saper interpretare la lezione della storia e nel saper cambiare regole e scenario.

Alla scuola di Costantino dovrebbero iscriversi i politici europei di questo inizio di terzo millennio, chiusi nella rigidità di regole superate da eventi che hanno cambiato, dal Trattato di Roma ad oggi, il mondo a tal punto da renderlo irriconoscibile agli occhi di un uomo del 1957.

Classi dirigenti ossificate, incapaci di dare risposte all’altezza delle sfide attuali, stanno portando l’Europa alla deriva.

La vicenda spagnola di questi giorni è solo uno degli esempi di tragica incapacità delle classi dirigenti.

Gli italiani non sono da meno. Ministri e parlamentari che fanno lo sciopero della fame per far approvare una legge che divide il Paese sono semplicemente patetici. Meritano un cappuccino e, alle prossime elezioni, quando finalmente ci saranno, un cortese accompagnamento alle loro privatissime dimore.

Per l’Europa ci vuole una svolta decisa ed epocale, che chiuda la fase dell’oicofobia, malattia che la devasta e che presenta le nostre conquiste di civiltà inferiori a quelle di mondi e di popoli che sono prigionieri di logiche tribali e teocratiche che l’Europa ha superato grazie a secoli di elaborazione culturale, non facile, spesso dolorosa, ma alla fine efficace.

Dobbiamo essere di nuovo orgogliosi della nostra civiltà e dei suoi valori, tra i quali, al di là delle questioni di fede e degli errori secolari delle chiese, ci sono quelli che ha prodotto il cristianesimo, che ora va difeso e riproposto in termini unitari come acquisizione culturale.

Dobbiamo rivendicare un ruolo dell’Europa nel mondo, così come lo rivendicano altre grandi potenze, come Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina.

Dobbiamo smetterla di fingere di essere accoglienti, secondo gli schemi del Papa venuto dai confini del mondo, dove avrebbe fatto bene a rimanere, lasciandoci in compagnia di Benedetto XVI (costretto a dimettersi), perché l’accoglienza si è rivelata ormai con il suo vero volto: acquisizione di riserva di manodopera a basso costo, caporalato, sfruttamento, alimento di mafie e di criminalità organizzate.

Dobbiamo anche pensare che gli stati ottocenteschi, per quanto rinfrescati nel secolo scorso, non sono più all’altezza della sfida e sono destinati a dover cambiare profondamente il loro essere, a fronte della globalizzazione se non vogliono essere causa di tensioni crescenti.

Dobbiamo, infine, toglierci di dosso il senso di colpa che ci distrugge e mandare al diavolo i predicatori del buonismo imbelle e del politicamente corretto, che è diventato la nuova Santa Inquisizione per impedire una delle conquiste più alte della civiltà europea: l’espressione del libero pensiero, senza che i censori  dell’intellettualismo mondialista ci dicano cosa dobbiamo pensare per essere etici, corretti, buoni, accettabili, intelligenti, colti, civili. Di lor signori, che “tirano quattro paghe per il lesso” alla greppia del mondialismo, non sappiamo cosa farcene e, a dire il vero, di lor signori non ne possiamo più.

Silvano Danesi

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La storia ci chiede di riscrivere l’Europa

La vicenda catalana, esplosa in questi giorni con il referendum indipendentista, ha aperto una fase nuova nella storia dell’Unione Europea. Una fase nuova che implica la necessità di riscrivere l’Europa.

La frase «Se non hanno più pane, che mangino brioches» è tradizionalmente attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, che l’avrebbe pronunciata riferendosi al popolo affamato, durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane. In effetti la regina non l’ha pronunciata, ma la frase è diventata famosa per il contesto nel quale è stata collocata e per la persona a cui è stata attribuita e ci comunica che chi non capisce le svolte della storia fa una brutta fine.

Ora le Marie Antoniette si sono insediate ai vertici dell’Unione Europea, che rispondono ad un problema di enorme portata, come quello della richiesta di indipendenza della Catalogna, dicendo che ci vuole dialogo, ma che la questione è del tutto interna alla Spagna.

L’Unione Europea è nata da un accordo tra stati e uno stato è un’entità giuridica che ha sovranità su un territorio, ma non è necessariamente coincidente con un popolo. Non a caso, la Spagna è formata da un insieme di popoli, tra i quali, sia detto per inciso, quello dei Baschi è il più antico del continente, avendolo ripopolato dopo l’ultima glaciazione.

La nazione non è uno stato e nemmeno un popolo, in quanto è semplicemente il luogo nel quale si è nati.

Infine, il popolo è un insieme di individui riuniti insieme, sotto vari aspetti: territorio, lingua, leggi, religione, usi, costumi, ecc.

L’idea di un’Europa come patria comune, che gli europeisti sostengono con forza, non poteva che avere un effetto nel rapporto tra popoli, nazioni e stati, con la messa in discussione di questi ultimi, in quanto nati da forzature storiche che si chiamano conquista.

La globalizzazione ha messo in moto un processo inarrestabile, che può essere condotto in vari modi, ma che presuppone una lucidità e una progettualità che le attuali classi dirigenti europee dimostrano di non avere.

Stare seduti su vecchi principi non serve a nulla quando la storia si incarica di travolgerli.

Una prima considerazione essenziale è che nella globalizzazione le aree forti economicamente e strutturate in quanto a filiere produttive dialogano tra di loro e con il mondo, superando gli stati nazionali. Piaccia o non piaccia è un dato di fatto.

La seconda considerazione essenziale è che gli stati europei, così come sono attualmente, sono costruiti su paradigmi ottocenteschi e con burocrazie obsolete e opprimenti.

La terza considerazione essenziale è che gli attuali confini degli stati nazionali sono il frutto di processi storici dove il tracciamento dei confini è avvenuto in base a guerre, vittorie e sconfitte che nei secoli hanno costretto i popoli in una camicia di forza che non sempre hanno condiviso.

La quarta considerazione essenziale è che la presenza dell’Unione Europea, che sconta un’origine basata sugli stati, è per la sua stessa esistenza un elemento di indebolimento della necessità degli stati nazionali e un elemento di rafforzamento delle aree economiche  o etniche nel loro desiderio di dialogare in un ambito più ampio di quello degli stati in cui sono incastonate.

Tutto questo genera uno scenario completamente nuovo e diverso da quello di quando vennero scritti a Trattati di Roma, che sconta una distanza di mezzo secolo in termini di tempo e una distanza di mille anni luce in termini di geopolitica mondiale.

La posizione della Comunità Europea è miope. Il tema che la storia ci pone davanti non è di continuare a pensare all’Europa come ad un insieme di stati, ma ad un’Europa  completamente diversa: un’Europa da riscrivere.

Si può pensare ad un percorso, come ha fatto Macron alla Sorbona, verso uno stato unitario europeo. Un percorso che il presidente francese ha suddiviso in alcuni grandi appuntamenti, il primo dei quali è la difesa e la sicurezza, con una “Cultura strategica comune”, una capacità di azione autonoma, complementare alla Nato”, una “forza comune di intervento”, un’intelligence comune e un’azione comune tesa a controllare “le nostre frontiere preservando i nostri valori”.

In politica estera ha indicato come priorità il Mediterraneo, un’indicazione condivisibile e strategica, e un intervento a sostegno dell’Africa, che si pone come il nuovo orizzonte per l’Europa.

Macron ha poi messo sul piatto le politiche energetiche e quelle produttive, la ricerca e l’innovazione, il rispetto della proprietà intellettuale, la riscrittura di una “grammatica di un modello sociale rinnovato”.

Il modello Macron implica un approdo finale ad uno stato Stato Europeo fortemente integrato, che, per il fatto stesso di esistere, depotenzia, di fatto, gli stati ottocenteschi che diedero vita all’Unione nel 1957.

Quello di Macron è un percorso, bisogna saperlo, che darebbe ulteriore spazio alle rivendicazioni di indipendenza dei popoli e delle aree forti del sistema europeo.

Il processo potrebbe, pertanto, anche passare attraverso l’indipendenza di alcuni popoli da alcuni stati, con la creazione di nuove entità statali. L’importante sarebbe che la Comunità Europea fosse in grado di armonizzare gli interessi dei popoli per farli sentire fratelli in una casa comune.

Una seconda via è quella di uno Stato Federale Europeo, con un Governo Federale, così come è l’America degli Stati Uniti.

Tuttavia, anche in questo caso, la valenza degli stati ottocenteschi, per quanto rinnovati nel secondo dopoguerra, verrebbe ad essere fortemente indebolita, a favore di un’autorità europea, alla quale potrebbero rivolgersi popoli, etnie, aree omogenee, per chiedere voce, riconoscimento, legittimazione.

La vicenda della Catalogna, ben oltre i suoi connotati specifici, apre una pagina nuova ed inedita. In discussione non è solo la Spagna, ma il concetto stesso di Europa degli stati, dei burocrati e della finanza.

E’ evidente che le attuali istituzioni europee sono inadatte alla bisogna e gli uomini che le dirigono sono tante Marie Antoniette. La regina finì male, perché non seppe capire ed essere all’altezza della storia: perse la testa per aver perso la testa.

E’ giunta l’ora di cambiare l’Europa dalle fondamenta.

Bisogna cominciare a ripensare l’Unione per portarla ad essere altro da quella che è ora. La storia è come i fiumi: prima o poi esonda e non concede sconti.

Purtroppo, è doloroso constatare che le classi dirigenti attuali non sono all’altezza del problema che la storia pone. E questo è il problema dei problemi.

Silvano Danesi

Sottomissione: la parola magica del mondalismo finanziario.

L’islamismo è un’ideologia perfettamente funzionale al mondialismo finanziario e al sorospensiero al quale afferiscono le teorie del multiculturalismo. Il mondialismo finanziario, travestito da democraticismo multiculturale, ha come obbiettivo l’uomo nuovo senza qualità: un perfetto grigio uniforme consumatore mondiale standardizzato e obbediente alle logiche di un mercato dominato dal novello Dittatore: il feudalesimo finanziario.

L’idea di fondo è che un uomo nuovo non ha patria, non ha storia, non rivendica identità, se non quella di una finta fratellanza universale. Da qui anche le recenti follie della distruzione dei monumenti della storia americana, che fanno la pari con le follie islamiche di distruzione delle vestigia del passato.

Senza una propria storia e senza identità si è Nessuno: personaggi in cerca di autore, obbedienti al nuovo autore mondiale, sottomessi alla sua regia e agli ordini dei vassalli, dei valvassori e dei valvassini.

Ed ecco che compare la parola magica: sottomissione, che nella lingua araba è islam.

Dei tre monoteismi l’Islam è il più adatto ad essere l’ideologia dell’Impero del novello Dittatore. Mammona, il novello Dittatore, si traveste, ma il suo credo, da diffondere tra i popoli del mondo, è sottomissione.

L’Ebraismo non fa proseliti; è una religione elitaria, riservata ad un popolo e non si presta alla bisogna.

Il Cristianesimo, divenuto nel IV secolo il collante ideologico del morente Impero romano d’Occidente, è figlio di un padre: la religione ebraica e di una madre: la cultura greca. Nei secoli il Cristianesimo si è modificato, adattato, modellato sui paradigmi della cultura europea, assorbendone le radici e divenendo a sua volta radice. Finché ha retto il radicamento, il Cristianesimo è stato coautore, sia pure con alterne vicende  e con fasi di assoluta intolleranza, dei fondamenti della civiltà occidentale. Oggi si assiste al suo allontanamento dall’Occidente e al suo stemperarsi in un mondialismo che tenta di allinearsi alle esigenze del novello Dittatore, ma senza speranza alcuna, poiché il novello Dittatore ha come paradigma ideologico un solo credo: sottomissione.

Il dio dell’amore, per quanto usato nei secoli, tradendolo, per sottomettere e violentare, non è il dio della sottomissione e non è utile al novello Dittatore. Non a caso è lasciato alla sua deriva, al vuoto delle chiese, alla progressiva scomparsa dei fedeli, in compagnia con il rinascente antiebraismo, montante in Europa, che fa degli Ebrei e dello Stato di Israele un continuo bersaglio polemico.

L’Islam , al contrario, è coccolato, in quanto perfettamente in linea con il mondialismo dell’uomo senza qualità, in quanto è sottomissione.

La religione islamica impone l’applicazione della Shari’ah e, conseguentemente, impone uno Stato teocratico.

Gli Stati membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, il 5 agosto 1990, alla fine della XIX Conferenza, hanno sottoscritto una “Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam” ove all’art. 12  è scritto: “Ogni uomo ha il diritto, nel quadro della Shari’ah, di muoversi liberamente….”.

La Shari’ah viene richiamata più volte e all’articolo 25 è scritto: “La Shari’ah Islamica è la sola fonte di riferimento per l’interpretazione di qualsiasi articolo della presente Dichiarazione”.

Nella introduzione alla Dichiarazione Universale Islamica dei diritti umani elaborata il 19 settembre 1989 è scritto che i diritti umani nell’Islam sono fermamente collegati all’idea che Dio, e Lui solo,  “sia il Legislatore e la Fonte di tutti i diritti umani…” e che la Dichiarazione è “basata sul Corano e sulla Sunna del Profeta…”.

Inoltre è scritto che ogni “individuo ha il diritto di esprimere il suo pensiero e le sue convinzioni purché rimanga nei limiti prescritti  dalla Legge”, ove per legge si intende, ovviamente, la Shari’ah.

Queste affermazioni sono in netto contrasto con la Civiltà occidentale e con le sue storiche e faticose conquiste. La Civiltà occidentale, se non vuole tradire se stessa, non può sottomettersi alla Shari’ah, che non è la legge di uno Stato sovrano, dove la fonte del diritto è l’essere umano libero e dove la legge e liberamente espressa da un parlamento liberamente eletto. Nella Shari’ah non c’è libertà, ma sottomissione a un dio, il cui volere, secondo i credenti musulmani, è espresso nel Corano.

Possiamo ipotizzare che un islamico accetti la separazione tra Stato e Islam, come va affermando qualche irriducibile benpensante?

Qualche isolato eroico tentativo è stato fatto, ma per ora quelli che hanno teorizzato una riforma dell’Islam sono stati tutti eliminati. Ismailiti e Al Mamun insegnano.

Se si considera la perfetta corrispondenza di obbiettivi tra il mondialismo e l’Islam si comprendono le ideologie corollarie tendenti a distruggere l’identità occidentale; si comprende perché a Benedetto XVI, le cui dimissioni sembrano più dovute ad una spinta che ad una sponte, è stato messo accanto Francesco primo; si comprende per quale motivo, in Inghilterra, una bambina cristiana è stata affidata ad una famiglia musulmana, come se non ci fossero nel Regno Unito di Sua Maestà, capo della Chiesa anglicana, famiglie cristiane disponibili; si capisce la simpatia nei confronti dell’Islam delle correnti politiche catto comuniste radical chic del mondialismo; si capisce il motivo per il quale ogni critica all’Islam viene stigmatizzata con il termine islamofobia, mentre chi vilipende il Cristianesimo o l’Ebraismo è considerato semplicemente uno che esprime opinioni; si capisce la logica dell’invasione dell’Europa.

Il novello Dittatore, ossia il feudalesimo finanziario, del resto, è in gran parte partecipato da stati islamici dai connotati tribali, divenuti agenti finanziari, nel secolo scorso, grazie al petrolio.

Interessi coincidenti producono ideologie coincidenti da propinare all’uomo nuovo senza qualità, perfetto credente e perfetto consumatore.

Se nell’apparente situazione caotica nella quale sembra versare l’Occidente si introduce la parola magica sottomissione, quasi per incanto il puzzle si compone e tutto diventa chiaro.

Silvano Danesi

Migrazioni o deportazioni di massa?

Superior stabat agnus…. Il lupo oggi non stravolge più in modo facilmente smascherabile, come nella favola di Fedro, la verità dei fatti; si è travestito da agnello e si confonde nel gregge.

E’ in atto una deportazione di massa epocale di esseri umani dall’Africa all’Europa e se ne annuncia una, altrettanto epocale, dalla Cina all’Africa.

Per quanto riguarda la deportazione dall’Africa all’Europa, quella che viene chiamata migrazione è un trasferimento dove è sempre più evidente e dimostrato che c’è una rete di lupi travestiti da agnelli che lucrano sulla nuova tratta degli schiavi.

Il primo business del trasferimento è quello sporco, ormai evidente (salvo a chi ha le fette di salame sugli occhi, o meglio: le vuole avere), della cosiddetta  accoglienza e delle strutture della stessa, in combutta con mafie di varia specie, scafisti, caporali del lavoro nero, lenoni della prostituzione, mercanti di organi.

Altri agnelli accolgono i disperati della transumanza (si, transumanza, perché quelli del lavoro sporco li trattano come bestie) sui loro battelli finanziati da agnelli miliardari. Si dice che i finanziatori lo facciano perché così leniscono una sorta di senso di colpa. L’interpretazione psicologica fa ridere. Gli agnelli finanziatori lo fanno perché hanno come riferimento il nuovo verbo della Montagna Incantata (che con il discorso della Montagna ha ben poco a che fare) che fornisce loro la copertura ideologica per il rifornimento di un esercito di riserva di manodopera a basso costo funzionale ai loro interessi. Interessi meno evidenti di quelli che fanno il lavoro sporco, ma altrettanto concreti, anzi, concretissimi. L’accoglienza è il modo per avere a disposizione una riserva di lavoratori senza diritti civili, disposti a qualsiasi condizione di lavoro, a tutto vantaggio per i profitti e con buona pace per un welfare in pericolo e per le sorti della democrazia, della quale agli agnelli finanziatori non importa nulla, anche se la proclamano come un credo assoluto e se ne ergono a soli veri interpreti.

Nel frattempo, il potere cinese, il cui massimo rappresentante è stato accolto con ampi abbracci dai Signori della Montagna Incantata, sta organizzando un esodo forzato di massa che farà dell’Africa, tra cinquanta anni un secondo continente giallo. La Cina, mentre l’Europa si consuma nelle beghe di cortile, si sta trasferendo in uno dei territori più ricchi di risorse energetiche di tutto il pianeta.

Il potere cinese ha costruito vere e proprie China Town, attualmente deserte, ma perfettamente funzionanti, in Angola, Nigeria, Guinea equatoriale, Ciad, Sudan, Zambia, Zimbawe e Mozambico. Una nuova città, costruita in Angola, è costituita di 750 palazzi e potrebbe ospitare  (ospiterà) oltre cinquecento mila persone.

Nell’ultimo decennio la Cina ha traslocato in Africa quasi un milione di cinesi, ma entro il 2020, ossia dopodomani, Pechino ha progettato un esodo calcolabile tra i 300 e i 500 milioni di cinesi.

Siamo in presenza di un disegno mondiale di trasferimenti di intere fasce di popolazione, di deportazioni travestite da migrazione, progettate e condotte da lupi travestiti da agnelli.

A queste migrazioni è funzionale l’ideologia dell’uomo senza qualità, senza patria, senza genere, senza identità: un perfetto signor nessuno da sfruttare a piacimento, sia come lavoratore, sia come consumatore. Un perfetto signor nessuno, convinto di essere un agnello finalmente emancipato per mano di soccorrevoli agnelli, che invece sono lupi famelici.

Superior stabat agnus, longeque inferior agnus. La storia ora è da riscrivere così.

Tuttavia: “Attenti al lupo”. Se lo smascherate ulula, non bela.

Silvano Danesi

Contro iniziati all’opera per la shoah dell’individuo

 

La linea contro iniziatica che ha ispirato dittatori di varie tendenze sta riemergendo travestita da teorie transgender tese ad affermare l’idea di un’umanità indifferenziata, formata da esseri umani senza orientamento biologico e senza identità; un’umanità composta da esseri umani neutri, educati ad un’uguaglianza fittizia che li rende facili prede del nuovo leviatano: un lupo tirannico travestito da agnello social-democratico.

Accade così che nella Svezia del terzo millennio sia stata avviata la “genuspedagogik” tesa a cancellare ogni differenza biologica. Molto democraticamente si tolgono dalla biblioteche degli asili favole come Cenerentola e Biancaneve, ritenute sessiste, in ordine ad una logica che evoca i roghi della Santa Inquisizione, del nazismo e del comunismo.

Il primo ministro svedese inoltre ha comunicato che intende forzare tutti i sacerdoti della chiesa svedese a sposare le coppie dello stesso sesso. Siamo all’emulazione della Stasi, della Gestapo, della “polizia del pensiero” di orwelliana ispirazione.

I seguaci dell’egualitarismo senza frontiere esultano e non si rendono conto (forse!) che dietro alle nuove tendenze si nascondono le teorie che hanno sconvolto l’Europa dalla prima metà del Novecento. Teorie che attingono ad un esoterismo contro iniziatico che intende costruire l’uomo nuovo sulla base di una tracotanza pseudo scientifica, che ha dei padri nei mostri degli pseudo scienziati al servizio delle dittature nazista e comunista.

Trofim Lysenko, il “biologo” di Stalin, voleva modificare la natura attraverso la forza di volontà.

Hitler, con il programma lebensborn intendeva costruire i cloni di un paradigma umano volto a creare una razza superiore.

La creazione dell’uomo nuovo è figlia di un razzismo radicale che attinge a linee esoteriche contro iniziatiche, le quali veicolano l’idea di una razza pura originaria, corrotta dalla presenza di razze inferiori.

La tradizione iniziatica autentica è naturale, non intende costruire un essere umano nuovo e indifferenziato, ma promuovere nell’essere umano la conoscenza di se stesso, della sua irripetibile unicità, che è la base della vera uguaglianza. Siamo uguali in quanto siamo ugualmente e ontologicamente unici e irripetibili, non in quanto cloni neutri. Nella nostra unicità e irripetibilità ci sono i codici ontologici, ai quali si accompagnano quelli della vita, che imprintano le caratteristiche personali. Ci sono poi le radici culturali e gli influssi ambientali.

La tradizione iniziatica autentica, della quale la Massoneria è (dovrebbe essere) testimone, custode e continuatrice, insegna che l’essere umano, in quanto microcosmo, è costituito con gli stessi paradigmi del macrocosmo, ossia della Pýsis, la Natura (la “luce degli uomini”), le cui regole l’essere umano deve continuamente indagare, per conoscerle intimamente, al fine di armonizzarsi consapevolmente con esse, essendo egli stesso natura.

La tradizione iniziatica autentica, della quale la Massoneria è (dovrebbe essere) testimone, custode e continuatrice, propone all’essere umano la ricerca costante delle leggi di armonia che governano l’universo, del quale l’essere umano è parte integrante e significativa. Universo che sempre più si presenta come un sistema relazionale ologrammatico, dotato di informazione semantica.

La tradizione iniziatica autentica, della quale la Massoneria è (dovrebbe essere) testimone, custode e continuatrice, è basata sulla piena libertà di ogni essere umano di cercare se stesso nella sua irripetibile unicità, senza vincoli, il ché implica l’acquisizione della consapevolezza dei limiti naturali, culturali, ambientali nei quali l’essere umano è inserito e con i quali è in relazione, non la loro fittizia eliminazione con esorcizzanti teorie pseudo egualitarie imposte da un potere esterno coercitivo.

L’idea di negare le differenze porta inevitabilmente alla deriva della eliminazione delle differenze, non alla loro consapevole armonizzazione; porta ai campi di sterminio, alla shoah.

I campi di sterminio della eliminazione delle differenze sono un esempio tragico e tragicamente violento del Novecento (todeslager, gulag).

I nuovi campi di sterminio sono meno visibili, non rilasciano nell’aria il tremendo odore della combustione della carne umana; si sono trasferiti dall’hardware al software e, proprio per questo motivo, sono più insidiosi e letali: non cremano il corpo, disseccano la psýché, inceneriscono la mente. I nuovi campi di sterminio sono la shoah dell’individualità e dell’individuo.

Silvano Danesi

Perché è un dovere salvare l’Europa della Cristianità

L’Europa della Cristianità è in grave crisi e sta letteralmente morendo. In tutte le nazioni europee le chiese cristiane, siano esse cattoliche o protestanti, chiudono per mancanza di fedeli, di preti e di pastori. I luoghi secolari del culto cristiano sono in vendita e vengono trasformati in residenze, sale per concerti, luoghi privati e pubblici a varia destinazione. Molte chiese, grazie al flusso di denaro proveniente dai paesi arabi, sono trasformate in moschee. Lord Carey, ex arcivescovo di Canterbury, ha spiegato che la Church of England è “a una generazione dalla sua fine”.

Quale malattia mortale colpisce il cristianesimo europeo?

Rispondere al quesito non è semplice, ma una possibile risposta è: la mondanizzazione delle religioni cristiane, ridotte a dimensione sociologica.

In questo contesto, forse, qualche chance in più l’hanno le chiese ortodosse, più legate alla tradizione e ora, per ironia della storia, protette da quello che fino a pochi anni fa era l’impero dell’ateismo.

Nell’incontro con i seminaristi tenutosi a New York nel 2008, Benedetto XVI, affermò che “il prete che sia soltanto un funzionario sociale può essere sostituito da psicoterapeuti e da alti specialisti”.

E’ quanto accade sempre più ai nostri giorni, dove si vedono preti impegnati nelle più svariate attività sociali, trasformati in esperti agronomi, sociologi, organizzatori di comunità e di cooperative, di eventi.

Questo ripiegamento sul sociale non intercetta più quella “sete di infinito”, “quell’abisso più grande e infinito che è Dio”, del quale parla Benedetto XVI.

Vito Mancuso, teologo cattolico, nel suo “La vita autentica” (Cortina) [1]scrive che “il bisogno immenso di spiritualità che attraversa i giorni di questo tempo che chiamiamo post moderno non trova una risposta efficace in nessuna religione. […] E’ solo lo spirito, infatti, che è in grado di comprendere lo spirito; è solo una visione del mondo che conosce l’esistenza di una dimensione non riducibile alla materia, che sa parlare alla libertà, la quale è per definizione autonomia dalla materia”.

“L’assenza di risposta sulla vita oltre la morte – aggiunge Mancuso – è il segno più evidente della crisi dell’Occidente, perché quando non si conosce il mistero della morte non si sa neppure perché vivere e che direzione dare alla vita”. [2]

Comprendere lo spirito, libertà come autonomia dalla materia, mistero della morte sono concetti perduti.

Nella veglia di preghiera con i giovani a Loreto, nel 2007, Benedetto XVI scrive che parlare di Dio oggi è difficile e ancor più parlare di Chiesa, “perché vedono in Dio solo il limite della nostra libertà, un Dio di comandamenti, di divieti e nella Chiesa un’istituzione che limita la nostra libertà, che ci impone delle proibizioni”.

Il mondo odierno, afferma Benedetto XVI (incontro con giovani e seminaristi a New York, aprile 2008) ha come parola d’ordine il progresso, non la tradizione. “Infatti – dice Benedetto XVI – ciò che ci si aspetta è, al contrario di quanto avveniva nella Chiesa primitiva, non il regno di Dio, ma il regno dell’uomo”.

Quello odierno è un mondo che guarda al futuro e, al “primato del futuro – afferma il Papa cattolico –  si unisce così il primato della prassi, un primato dell’attività umana, che diventa l’atteggiamento fondamentale dell’uomo. Anche la teologia si apre sempre più a quest’idea: contro l’ortodossia entra in scena l’ortoprassi, l’«escatoprassi» sembra più importante dell’escatologia”.

Se è così a che cosa servono i sacerdoti? Se l’importante è l’ortoprassi, qualsiasi essere umano animato da amore fraterno, o da semplice solidarietà, e ispirato da sani e buoni costumi, può ben operare, nel sociale, nell’azione politica, nella costruzione di una società più giusta.

Non è necessario essere cristiani e, tantomeno, preti, per bene operare.

All’entrata del palazzo dell’Onu, ci sono i versi di Sa’ dī di Shiraz, poeta catturato e reso schiavo dai crociati ad Acri, il quale scrive:

Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,

sono della stessa essenza.

Quando il tempo affligge con dolore

una parte del corpo

le altre parti soffrono.

Se tu non senti la pena degli altri

non meriti di essere chiamato uomo.

Se il tema è il bene operare, la Chiesa diventa una delle tante istituzioni del sociale e perde il suo compito essenziale, che è quello di spingersi “fino all’abisso più grande e infinito che è Dio”,[3] per dare risposte alla “sete di infinito”[4] che è nell’uomo. Non solo, ma il cristianesimo perde di vista il suo fondamento, che è il Logos e che, in quanto radicato nella cultura greca, lo rende radice d’Europa.

“Il mondo – afferma Benedetto XVI – non è un magma informe, ma più lo conosciamo e più ne scopriamo i meravigliosi meccanismi, più vediamo un disegno, vediamo che c’è un’intelligenza creatrice” [5]; una “Ragione creatrice”[6], “una grande Intelligenza alla quale possiamo affidarci”. [7]

Qui sta la motivazione esistenziale stessa della Chiesa: ricondurre l’essere umano alla Ragione creatrice. Altrimenti, la Chiesa si trasforma in una delle tante istituzioni sociali e, conseguentemente, muore a se stessa.

Quale sarà il futuro? Qui Benedetto XVI profetizza che la Chiesa “diventerà più piccola, bisognerà ricominciare tutto da capo. […]Certamente conoscerà nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati che esercitano una professione […]. Sarà una Chiesa più spirituale, che non reclama il suo mandato politico” e “conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria, che dà loro vita e speranza oltre la morte”.

Nelle parole di Benedetto XVI è prefigurato un cammino che è ben lontano dall’interventismo gesuitico nell’ortoprassi del quale è interprete Francesco, il Papa regnante. Un interventismo mondano che affonda le sue radici nella storia e nella cultura della Compagnia di Gesù e che appare assai lontano da quel cristianesimo primitivo invocato da Benedetto XVI.

La Compagnia di Gesù è intervenuta sin dai primi passi della sua esistenza nella politica e nella realtà sociale, con alterne vicende e alterne alleanze: dall’assolutismo monarchico reazionario, ad un abbraccio con l’assolutismo dispotico dei monarchi illuministi, come Federico II di Prussia e Caterina di Russia.

Improntato ad un comunismo paternalistico, fu l’esperimento delle Riduzioni, villaggi organizzati geometricamente e popolati da indigeni in Paraguay, Argentina, Brasile, Quito, Nuova Granada, Cile,  e Bolivia. Esperimenti che furono magnificati dagli illuministi come Ludovico Antonio Muratori, il quale scrisse in proposito un trattato dal titolo: “Il cristianesimo felice dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai”.

Non a caso, ma a causa del loro interventismo,  i Gesuiti sono stati cacciati da Venezia nel 1606, dalla Boemia nel 1618, da Napoli e dai Paesi Bassi nel 1676, dalla Francia nel 1764, dalla Spagna nel 1767, dal Portogallo nel 1769, dal Brasile (1754) dal Ducato di Parma (1768) da Roma e da tutta la Cristianità nel 1773.

Col breve Dominus ac Redemptor (21 luglio 1773)papa Clemente XIV decise di sopprimere la Compagnia. I Gesuiti si rifugiarono nelle nazioni non cattoliche, in particolare in Prussia e Russia, dove l’ordine era in gran parte ignorato nel suo operato.

Che interesse può avere, dal punto di vista di un laico, la salvaguardia dell’essenza del cristianesimo?

L’interesse fondamentale è nel salvare una radice che vede nel Logos l’aspetto agente del Principio abissale da cui tutto emerge; nel salvare il Logos come “senso”, direzione; nel salvare l’essere umano dalla semplice ortoprassi per recuperarlo alla sua dimensione spirituale; nel salvarlo dalla morte; nel consentirgli ancora di guardare oltre per essere se stesso.

Il cristianesimo primitivo non è l’unica via per accedere al Divino, ma se ben inteso è una via e tutte le vie che conducono all’Arché, grazie all’azione del Logos, vanno tenute vive nella loro essenza e depurate da una mondanità soverchiante che le rende inutili e le fa morire.

Vi è, infine, il motivo di volere la sopravvivenza di una civiltà che è ammalata di odio verso se stessa: si chiama oicofobia. Una civiltà che ha dato al mondo alcuni valori come la libertà di pensiero, la libertà di espressione, la libertà di ricerca, la libertà di culto, la libertà personale, la democrazia, la parità tra uomo e donna. Questa civiltà si chiama Civiltà europea.

Benedetto XVI, in un discorso tenuto il 24 marzo 2007 al congresso della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea ha detto “che non si può pensare di edificare un’autentica «casa comune» europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta, infatti, di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio, come «fermento» di civiltà”.

Secondo Ratzinger l’Europa è portatrice di un’identità nata in Grecia. E la Grecia al  Cristianesimo ha trasferito il concetto fondativo di Logos.

Siamo lontani mille anni luce dal populismo del Papa regnante e dalle teorie mondialiste della finanza internazionale, che ci vuole tutti identici, piatti consumatori, al servizio di Mammona, ossia del denaro, già di per sé concetto virtuale, trasformato in un Leviatano che tutto controlla e che trasferisce, a seconda dei suoi bisogni, masse di disperati da un parte all’altra del mondo, senza tener in alcun conto valori conquistati con grande fatica, nei secoli, da una grande civiltà, come quella europea, che è faro di libertà, grazie anche (non solo, sia chiaro), alla presenza della cultura cristiana.

Silvano Danesi

[1] Vito Mancuso, La vita autentica” (Cortina)

[2] Vito Mancuso, La vita autentica” (Cortina)

[3] Udienza generale 14 novembre 2012

[4] Udienza generale 14 novembre 2012

[5] Udienza generale 14 novembre 2012

[6] Incontro con i giovani della diocesi di Roma, 6 aprile 2006

[7] Incontro con i giovani della diocesi di Roma, 6 aprile 2006

 

Trump introduce realismo in un mondo di pazzi

“Lo sbigottimento dinanzi alla decadenza non può non assalirci, con un senso di fallimento profondo, se ci poniamo sul solco della civilizzazione occidentale. Comprendiamo che siamo al tramonto con un chiarore di morte indicibile”.

Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica all’Università degli Studi di Milano, di questo sbigottimento scrive nel suo: “Un nuovo mondo – La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali” (Guerini e associati), proponendo anche una cura al tramonto: “Ricostruire una leadership intellettuale e morale dell’Occidente, senza esitazioni e senza mistificazioni”.

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Il punto principale da cui partire è una “nuova pace di Westfalia”, quella che concluse la guerra dei Trent’anni , dopo la folle gestione del Medio Oriente, prima di Bush Jr e poi di Obama, per porre fine alle guerre mesopotamiche e consentire la ricostruzione e la ripresa di quelle aree del mondo.

Le lotte intra arabe, travestite da lotte religiose, si sono trasformate in guerre tra medie potenze regionali. Una nuova pace di Westfalia è, pertanto, l’inizio di una fase di stabilità.

In questo quadro il ruolo stabilizzatore della Russia è fondamentale.

Sapelli attacca poi frontalmente la politica tedesca e la sua logica teutonico-deflattiva, che definisce “rigorismo luterano” e “ordoliberismo devastatore”, con Schaeuble che impone all’Europa una “politica economica suicida”. Sapelli denuncia “la deflazione secolare imposta dalla Germania, tramite l’Euro e l’UE, al resto del mondo sempre più finanziarizzato e, quindi, incapace di riprendere gli investimenti in beni capitali, di rianimare la domanda interna e, di conseguenza, la produttività del lavoro”.

L’Europa così com’è non funziona, in quanto le sua istituzioni “sono state forgiate […] dalla volontà macro-economica della finanza globale piuttosto che da quella della diplomazia globale”; e così l’Europa è andata in frantumi.

Da qui la necessità di riformare i trattati, abbandonando il funzionalismo e guardando ad un’Europa federale o confederale.

L’analisi di Sapelli  punta poi l’obbiettivo sulla questione delle questioni: come contenere la Cina, che guarda caso ha come referente principale in Europa la Merkel, che vuole essere il general contractor con il Dragone.

Clinton e Blair, dice Sapelli, con la deregolamentazione del mercato finanziario hanno consentito l’entrata della Cina nel WTO e ora i cinesi, la cui economia è comunque in crisi,  non solo varano con la nuova “Via della seta” un colossale programma di costruzione infrastrutturale, ma mettono in campo anche la Banca mondiale delle infrastrutture, in alternativa al Fondo monetario internazionale.

Poiché la posta in gioco per il dominio mondiale non si gioca più in Europa, ma in Africa, l’Italia – scrive Sapelli – deve lavorare con l’Egitto a stabilizzare la Libia e deve aiutare, così come del resto dovrebbe fare l’Europa, gli africani a realizzare un “nuovo nation and state building”, perché la questione della costruzione di stati-nazione è centrale per avere interlocutori validi e affidabili.

Riguardo all’ingresso del nuovo presidente degli Stati Uniti sullo scenario mondiale, Sapelli scrive: “Trump introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

Parole profetiche, visto il viaggio del presidente Usa in Arabia Saudita e in Israele e il confronto a muso duro con la Signora Quarto Reich.

Silvano Danesi

La chiave della svolta epocale di Trump

La chiave della svolta di Trump nella politica estera americana è contenuta nella frase pronunciata a Riad il 21 maggio 2107 di fronte ai rappresentanti di 50 paesi riuniti nel Consiglio delle Nazioni del Golfo guidato dall’Arabia Saudita: “Non sono venuto qui a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere”.

E’ una dichiarazione impegnativa che mette fine alla folle strategia di George Bush e del suo “impero del bene”,  in base alla quale l’ex presidente repubblicano ha eliminato Saddam, aprendo un varco all’espansione sciita dell’Iran e modificando radicalmente il rapporto storico dell’Occidente con i Sunniti.

Non va dimenticato che l’Iran è l’antica Persia e che i persiani sono i membri di un gruppo etnico indoiranico, quindi della famiglia indoeuropea. Secondo alcune stime il 51 per cento dell’attuale popolazione iraniana è di etnia persiana; secondo altre la cifra raggiunge il 65 per cento.

La restante parte della popolazione si divide tra diversi gruppi etnici: gilaki (che vivono nella provincia iraniana di Gilan), azeri, turkmeni (di discendenza turca), arabi, armeni, baluchi e altre minoranze.

In sostanza, l’Iran, di religione musulmana sciita, non è un paese arabo e, pertanto, oltre ad essere una spina nel fianco dei Sunniti per questioni religiose, è una spina nel fianco dei paesi arabi, in quanto non arabo. Il conflitto nel Medio Oriente,  pertanto, è un conflitto religioso ed etnico.

Nell’oscillazione tra visioni di Dio e scenari apocalittici, l’ex alcoolista redento Bush, diventò l’eroe di quel “magma teologico, impregnato di morale e di moralismo, in sempiterna attesa della fine del mondo e ossessionato dalla lettura dei «segni divini»”[1] che contraddistingue una parte consistente della pancia degli Stati Uniti e che si può riassumere in un titolo: “Fondamentalismo occidentale cristiano”.

La strategia di Bush ebbe come corollario altrettanto folle la “partecipazione crescente di evangelici” (Wall Street Journal) alla politica estera e “la guerra degli evangelici teorizza l’esportazione dei valori Usa. Per loro è necessario «cristianizzare» le terre islamiche” dell’Iraq e dell’Afganistan”. [2]

Bush era, pertanto, il grande crociato che combatteva sotto il segno della croce.

Eliminato Saddam e distrutto il suo esercito (altro errore strategico del folle Bush), i membri dei servizi segreti dell’ex dittatore  hanno organizzato l’Isis, con l’intento di rimettere in essere  un’area sunnita.

La gestione Obama ha ulteriormente squilibrato l’area, con l’accordo con l’Iran e con la disgraziata fase di appoggio alle primavere arabe e ai Fratelli Mussulmani.

Ultima disgraziata operazione, fatta in accordo con Inglesi e Francesi, l’eliminazione di Gheddafi e l’apertura della voragine entro la quale si sono assestati l’Isis, le mafie e i mercanti di schiavi che gestiscono la cosiddetta immigrazione.

Ora, Obama, dopo la vacanza toscana, va a pontificare a Berlino, assieme alla Merkel, in occasione della Giornata della chiesa evangelica.

Obama non smette di essere il portavoce di una politica di disastri la cui regia è nel clan Clinton e nel partito di Davos e la cerimonia religiosa pare essere il segno del passaggio del testimone alla protestante signora Merkel che ha disastrato e sta disastrando l’Europa.

In questo pervicace disegno folle, entro il quale si collocano le forzate dimissioni di Benedetto XVI, che voleva l’accordo con gli ortodossi di Kirill, la svolta di Trump si propone come un passaggio epocale, che tenta di chiudere falle disastrose che possono portare ad un disastro mondiale. Del resto, l’apocalissi che stava nella testa di Bush, prevede l’avvento di Armageddon, un giudizio finale che, per fortuna, la politica di Trump sta scongiurando.

Silvano Danesi

[1] Massimo Franco, Imperi paralleli, Mondadori

[2] Massimo Franco, Imperi paralleli, Mondadori

 

Gli Americani e l’alleanza con la mafia.

Intervistato da Alan Friedman nel suo libro “Questa non è l’America” (Newton Compton) Michael Ledeen dichiara: “Oh si, è più che corretto dire che abbiamo aiutato la mafia, abbiamo lavorato con loro, e deliberatamente. Alcuni mafiosi vennero graziati e altri sfuggirono all’arresto, altri ancora ebbero il permesso di lasciare gli Stati Uniti e tornare in Sicilia. L’idea era utilizzare la mafia per combattere i comunisti, subito dopo la Seconda guerra mondiale”.

“Gli Stati Uniti – commenta Friedman – avrebbero aperto le galere, liberi decine di mafiosi, e avrebbero rifornito Cosa Nostra in Sicilia di soldi, armi ed esplosivi, in modo che potesse far saltare in aria installazione militare dell’Asse, ponti e ferrovie strategicamente importanti. Erano pronti ad armare e rafforzare la mafia, che da anni era sulla difensiva a causa degli attacchi delle camicie nere di Mussolini. La decisione di armare e collaborare con la criminalità organizzata fu approvata dai più alti ranghi delle autorità militari, incluso il generale Dwight D. Eisenhower, comandante del teatro di operazioni nordafricano”.

Gli Americani del generale Patton, sbarcati nella zona sud orientale della Sicilia, in quattro giorni raggiunsero Palermo. Più o meno la stessa cavalcata di Garibaldi, sbarcato a Marsala grazie all’accordo con gli Inglesi, le cui navi permisero l’approdo tranquillo in Sicilia dei Mille e alla Casa Florio, da sempre filo inglese.

Aggiunge Friedman, riassumendo la sua conversazione con Ledeen: “Dopo la fine della guerra, il Governo Militare Alleato, detto AMGOT, a Palermo, guidato da Charles Poletti, si mostrò benevolo verso i mafiosi siciliani. L’AMGOT stesso affidò a diversi mafiosi la carica di sindaco di svariate cittadine siciliane. Molti altri mafiosi furono scarcerati, e tornarono nella madrepatria indisturbati, altri divennero informatori politici e agenti del controspionaggio americano, lavorando fianco a fianco per combattere i comunisti, proprio come in precedenza avevano collaborato a combattere Mussolini. E nel frattempo Cosa Nostra aveva mano libera: poté quindi rimpolpare i propri ranghi e rafforzarsi per la prima volta dopo due decadi di repressione da parte della camicie nere. Grazie agli Americani”.

Se passiamo a Lucky Luciano, padrino della mafia di New York, questi collaborò con il governo americano per controllare la presenza di U-Boot tedeschi nei pressi dei porti americani . Calogero Vizzini fu un contatto utile per gli Usa.

Grazie all’intervento americano l’Italia si è liberata dalla dittatura fascista e della presenza sul suo territorio nazionale dei nazisti tedeschi, ma il prezzo pagato è stato assai duro.

La rinascita del Bel Paese è avvenuta grazie al sostanzioso aiuto del Piano Marshall, ma una parte del Paese è stata messa nelle mani della delinquenza organizzata, che non a caso ha prosperato indisturbata.

Chi è Michael Ledeen? Uno che se ne intende. Friedman lo descrive come “ex consulente del SISMI ai tempi di Giuseppe Santovito, il generale iscritto alla P2 di Licio Gelli”, “nemico di un altro capo del SISMI all’epoca di Sigonella, l’ammiraglio Fulvio Martini”, “uomo della Casa Bianca di Reagan, che ha fatto da traduttore tra Reagan e Craxi” durante la crisi di Sigonella, “collaboratore della figura centrale dello scandalo Iran-Contras”, il colonnello Oliver North. Storico di formazione, esperto di intelligence, amico di Cossiga, studioso di D’Annunzio, frequentatore del Lago di Garda. In buona sostanza un americano che conosce bene l’Italia.

Silvano Danesi

Il TrumpObamaCare, ossia la stessa zuppa.

L’Obamacare, la legislazione Usa in base alla quale è stata estesa l’assistenza sanitaria ai più poveri, è fallita prima che Trump la volesse mettere in soffitta.

Grazie all’Affordable Care Act gli americani senza assistenza sanitaria sono scesi da 50 milioni a 29 milioni, che sono sempre una bella cifra, ma essendo l’attuazione dell’assistenza comunque affidata alle compagnie assicurative, queste, obbligate a prendersi in carico i meno abbienti, hanno alzato i costi dei premi assicurativi , cosicché milioni di americani del ceto medio basso si sono trovati totalmente, come si dice, in brache di tela.

Che il sistema non funzionasse lo ha detto non Trump, ma l’inossidabile Bill Clinton, quello che ha dato il via al processo di deregulation che ci ha sprofondati nella depressione attuale. “Questo sistema è pazzo – ha dichiarato Clinton – in cui tutto d’un tratto 25 milioni di persone in più hanno la copertura sanitaria. Ma dall’altra parte tutti quelli che da anni si spaccano la schiena, lavorando anche 60 ore alla settimana, si trovano con premi assicurativi raddoppiati e la copertura dimezzata. E’ la cosa più folle del mondo”.

A raccontare la bella storia è Alan Friedman, nel suo: “Questa non è l’America”, un libro che non risparmia nulla a Trump, che al noto giornalista sta letteralmente sugli zebedei.

Il fatto è che Friedman, quando ha spiegato come funzionano le cose in Europa ad una sua concittadina, questa ha detto: “Wow”, con “gli occhi spalancati per lo stupore”. “Tutti hanno la copertura sanitaria in Europa? Wow”.

Questa è l’America, ma prima di Trump.

Ora Trump vuol cambiare la Obamacare con la sua Trumpcare, ma se non è zuppa è pan bagnato. In ogni caso la sanità americana è in mano alle compagnie di assicurazione, che sono l’altra faccia di quel mondo finanziario che ci ha messo con il culo per terra e che lascia milioni di americani senza la possibilità di farsi curare.

America dream? No grazie. Gli Americani ci hanno salvati per ben due volte dalle grinfie della Germania uber alles e non possiamo che essere loro grati, ma della loro democrazia non sappiamo cosa farcene. In termini di civiltà non ha nulla da insegnarci chi non è capace di stabilire che le tasse devolute allo Stato devono servire per garantire ai cittadini alcuni servizi essenziali alla vita e al benessere.

E poi, guarda guarda, nella Dichiarazione di indipendenza i Padri dell’America nascente avevano inserito nientemeno che il “diritto alla felicità”.

Che magnifica coerenza.

Silvano Danesi