La sinistra oltre la luce del lampione

La sinistra italiana, come quella europea, è entrata in una fase involutiva esiziale, dovuta a due fattori principali: l’invasione infestante nei partiti storici da parte di gruppettari sessantottini e la ricerca di legittimazione della finanza internazionale.
I gruppettari sessantottini, spesso usciti dagli oratori, hanno trovato altre religioni, alternative o complementari, nel marxismo-leninismo, nel maoismo, nel castrismo, nel chavismo, nel comunismo gesuitico, nella teologia della liberazione.
Dopo un periodo di contestazione “extraparlamentare”, l’erba infestante dei gruppettari ha scelto due vie: l’entrismo nei partiti storici della sinistra e la lotta armata.
Se analizziamo il curriculum vitae dei brigatisti di varia specie e origine, ritroviamo spesso esperienza cattoliche coniugate con ideologie marxiste-leniniste o maoiste.
Non v’è dubbio che molti di questi soggetti sono colti e intelligenti, così da essere capaci di proporsi come “intellettuali organici” di una sinistra che hanno trascinato su un terreno giustizialista e antagonista. Molti di loro sono entrati a pieno titolo nei gangli strategici dello Stato, mantenendo tuttavia un imprinting antagonista e ribellista.
L’entrismo ha riguardato anche il sindacato, il quale, dopo un percorso accidentato, è giunto alle soglie della sua trasformazione da agente contrattuale a soggetto politico, secondo la linea che fu di Claudio Sabattini, leader della Fiom.
E’ questa sinistra, infarcita di intellò dell’antagonismo, che è ormai sull’orlo del disfacimento irreversibile e che ha trascinato con sé i partiti storici della sinistra italiana ed europea.
A contribuire al declino storico è poi stata la scelta scellerata degli esponenti del Partito comunista di abbandonare e criminalizzare il Partito socialista per inseguire l’abbraccio mortale con quello che rimaneva della Democrazia cristiana, consegnata alla morte da Mino Martinazzoli e resuscitata con i vari ulivi, asinelli, margherite e fiori vari. La supponenza dei quadri comunisti fu quella di pensare di essere loro a dirigere l’orchestra, mentre erano, nel disegno, solo dei tromboni di quarta fila. E’ poi arrivata la rincorsa alla legittimazione americana, non con gli Usa, ma con il legame a doppio filo con il Partito democratico, nel frattempo divenuto dominio del clan Clinton e di quel kombinat finanziario che ha trascinato il mondo in una crisi di colossali proporzioni, ha disastrato il Nord Africa e il Medio Oriente ed aveva come obbiettivo, per fortuna quasi fallito, di islamizzare l’Europa sotto il falso scopo buonista dell’accoglienza.
Ora le schegge di questo mondo sono attaccate alle vesti del papa gesuita e al tragico teatro dei migranti, come unico progetto, non avendone altri, di favorire l’ideologia mondialista dei ricchi di Davos e della finanza internazionale, alla quale hanno venduto l’anima. Se da un lato agitano le bandiere dell’accoglienza (che ovviamente è strettamente legata ad un business che ormai ha nome e cognome), dall’altro danno del fascista a tutti quelli che non la pensano come loro. In fondo c’è del continuismo coerente. Una volta a quelli che non erano sufficientemente antagonisti e che volevano garantire il rispetto delle regole dello Stato erano riservate le pallottole; oggi il fiele delle parole.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno di una sinistra democratica, pragmatica, popperiana, non ideologica, che interpreti i bisogni reali dei popoli. Una sinistra che difenda la Civiltà occidentale, che è fatta di principi e di valori generali conquistati nei secoli e non negoziabili.
Per costruire una nuova sinistra che guardi alla realtà e si sottoponga costantemente alla verifica, che sappia progettare un futuro concreto, facendo i conti con la realtà e non con i sogni, è necessario che chi si metterà all’opera si sbarazzi di ogni residuo collegamento con questa eredità sessantottarda e gruppettara. Oggi non si intravedono a sinistra soggetti capaci di mettersi all’opera per una nuova stagione di civiltà, di rispetto delle regole, delle radici, delle tradizioni, delle identità, dei valori della Civiltà occidentale, di progettualità, di welfare equo e solidale, di riconoscimento dei valori individuali e del merito. Una sinistra che rifugga dai canti delle sirene sorosiane, mondialiste, buoniste, che stia lontana dalla montagna incantata e sappia stare di nuovo a contatto stretto con il popolo.
Inutile lamentarsi se altri occupano lo spazio se si continua a suonare il piffero dei migranti e dell’antifascismo (vedendo fascisti dappertutto, con un’ossessività maniacale) per nascondere il vuoto totale di idee e di progetti.
Arriveranno nuovi soggetti capaci di rifondare la sinistra italiana ed europea?
Concludo riportando una storiella che Vittorino Andreoli, nel suo: “I segreti della mente”, riporta a sua volta da: “Istruzioni per rendersi infelici” di Paul Watzlawick.
“In una notte buia, su una strada deserta, un lampione disegna un cono di luce sull’asfalto nero. C’è un uomo che si muove all’interno della corolla luminosa, intento a cercare qualcosa. Di lì a poco passa un altro signore, che, preso dalla curiosità, gli domanda che cosa stia facendo.
«Ho perduto il portafogli», gli risponde l’uomo «devo trovarlo. Sa, ho dentro anche i documenti».
L’altro si offre di aiutarlo. Entra a sua volta in quel cerchio di luce, ma si avvede subito che non c’è nulla.
«Ma dove l’avete perduto?»
«Là in fondo», indica l’uomo, puntando il dito verso una coltre buia.
«E perché lo cercate qui allora?» s’inquieta l’altro, spazientito.
«Là è troppo buio» risponde l’uomo, e si rimette, pensieroso, a cercare nel suo cerchio di luce”.
Vittorino Andreoli commenta in relazione alla scienza, dicendo che non può cercare dove già sa. La storiella ben si adatta a chi volesse intraprendere la strada della ricostruzione della sinistra. Nel cono di luce del lampione dell’attuale sinistra non c’è nulla. Per recuperare ciò che è stato perduto (il portafogli contenente i documenti, ossia l’identità) bisogna tornare nel luogo dove è stato perduto: il contatto con la realtà del popolo e con le dinamiche reali delle società, popperianamente, avendo come guida i valori della Civiltà occidentale.

Silvano Danesi

 

Per un nuovo rapporto strategico tra Europa e Africa

Il tema generale di un’alleanza tra Europa e Africa ha un’indubbia valenza strategica, ma necessita di essere calato nella realtà odierna, al fine di mantenere valida l’istanza di fondo nel mentre si attuano i passi possibili di un cammino non facile.

La prima essenziale difficoltà risiede nel principio identitario dei due soggetti: un’Europa in crisi di valori e di prospettive e un’Africa violentata nei secoli a più riprese e da vari attori e non riconosciuta nei suoi valori.

Europa e Africa oggi condividono una nuova violenza: quella di una presenza islamica che non accetta i principi della laicità dello stato, della democrazia, del libero pensiero, della pari dignità degli esseri umani, siano essi uomini o donne, al di là dei convincimenti religiosi, dei gusti sessuali, delle opzioni politiche.

L’Europa ha conquistato quei principi nel corso di un percorso lungo e faticoso e grazie ai quei principi è oggi nel mondo un’oasi di pace, di democrazia e di tolleranza, dopo essere stata per secoli luogo di guerre intestine e di genocidi.

Questi principi vanno difesi e la tolleranza va coltivata, ma non oltre il limite nel quale si trasforma in complicità.

La debolezza dell’Europa odierna è dovuta ad una crisi di democrazia e di valori.

Tale debolezza non è frutto del caso, ma di una ben precisa strategia politica delle multinazionali e della finanza internazionale, che hanno voluto l’Europa delle banche e della burocrazia e non quella dei popoli, espropriando progressivamente governi e parlamenti e spostando la fonte della legittimazione democratica dalla cittadinanza al moloch buro-finanziario autoreferenziale.

Tale spostamento della fonte della legittimazione democratica è anche all’origine della fragilità economica e dei valori. Riguardo a questi si è innestato un falso confronto tra cristianesimo e relativismo, quando la vera questione è la ricomposizione delle varie radici laterali che alimentano la radice cristiana e il riconoscimento delle radici d’Europa, anche di quella preesistenti al cristianesimo, perché l’inconscio collettivo dei popoli europei sia riconosciuto dando luogo a un processo di reintegrazione dell’identità.

La civiltà europea, in tempi difficili quali sono quelli che viviamo, necessita del riconoscimento di tutte le sue radici, per recuperare un’identità che tendenze oicofobiche rischiano di farci perdere.

L’oicofobia, nell’accezione offertaci dal filosofo inglese Roger Scruton, è l’esatto opposto della xenofobia e possiamo descrivere questo atteggiamento mentale, ampliando un poco l’accezione greca, come avversione per la propria casa e per il proprio retaggio. I suoi sintomi appaiono evidenti e precisamente: la tendenza, in qualunque situazione conflittuale, a schierarsi con “loro” contro di “noi” e il bisogno irrefrenabile di denigrare usi e costumi, cultura e istituzioni che siano tipicamente “nostri”.

Il recupero di una dimensione valoriale europea è, pertanto, più che mai essenziale.

L’Europa ha radici di immenso valore per l’intera umanità e le conquiste ideali, politiche e sociali dei popoli d’Europa sono tali da costituire dei beni irrinunciabili.

L’illusione di un’integrazione dell’Islam rischia di dare vita a nuovi mostri.

Mentre cresce l’acquiescenza nei confronti dell’Islam, riprende forza il mai sopito antisemitismo, alimentato da una rinnovata alleanza tra i nazisti (mai scomparsi) e i Fratelli Musulmani, nati e cresciuti con il Mein kampf fra le mani.

Un’Europa debole e che ha perso le coordinate fondamentali che accordo può fare con l’Africa?

L’Africa, i cui popoli sono considerati “carne senz’anima” nella percezione delle multinazionali che si sono sostituite agli stati colonialisti, necessita di un riscatto democratico.

Un’alleanza tra Europa e Africa, dunque, presuppone una reidentificazione forte dell’Europa nei suoi valori, la trasformazione dell’Europa da moloch buro-finanziario in entità federale democratica e, per quanto riguarda l’Africa, necessita di un “piano Marshall” capace di creare economie locali sufficientemente autonome e una classe media imprenditoriale diffusa. Economie che non siano asservite alle multinazionali. Impresa davvero difficile, che può essere attuata da un’Europa dei popoli e delle nazioni, depurata dai residui del colonialismo.

In questo quadro si pone la questione del neocolonialismo francese nei confronti dei 14 paesi africani del Centro Africa.

Le risorse attuali a disposizione vanno pertanto concentrate in presidi sicuri, rafforzando in Africa la presenza di governi democratici e di economie capaci di rapportarsi con quelle europee sulla base della reciproca convenienza.

 

E’ necessario ripartire dai valori europei e dalle radici d’Europa attuando un nuovo rapporto con le nazioni africane. Un nuovo rapporto mondato da ogni residuo coloniale. Un rapporto di collaborazione e di reciprocità.

Il destino d’Europa è strettamente legato a quello dell’Africa e se l’Unione Europea non vuole perdere l’appuntamento con la storia deve profondamente rinnovarsi e chiedere a tutti gli stati membri una linea di condotta coerente.

In questo quadro appare sempre più improponibile la linea del Vaticano, che predica l’accoglienza e parla di poveri e di sfruttati, ma non è in grado di alzare la voce con la Francia per chiedere la fine del colonialismo brutale che impedisce ai paesi del Centro Africa di evolversi. La linea politica del Vaticano si colloca obiettivamente in quella del mondialismo finanziario clintoniano e sorosiano.

Silvano Danesi