Perché è un dovere salvare l’Europa della Cristianità

L’Europa della Cristianità è in grave crisi e sta letteralmente morendo. In tutte le nazioni europee le chiese cristiane, siano esse cattoliche o protestanti, chiudono per mancanza di fedeli, di preti e di pastori. I luoghi secolari del culto cristiano sono in vendita e vengono trasformati in residenze, sale per concerti, luoghi privati e pubblici a varia destinazione. Molte chiese, grazie al flusso di denaro proveniente dai paesi arabi, sono trasformate in moschee. Lord Carey, ex arcivescovo di Canterbury, ha spiegato che la Church of England è “a una generazione dalla sua fine”.

Quale malattia mortale colpisce il cristianesimo europeo?

Rispondere al quesito non è semplice, ma una possibile risposta è: la mondanizzazione delle religioni cristiane, ridotte a dimensione sociologica.

In questo contesto, forse, qualche chance in più l’hanno le chiese ortodosse, più legate alla tradizione e ora, per ironia della storia, protette da quello che fino a pochi anni fa era l’impero dell’ateismo.

Nell’incontro con i seminaristi tenutosi a New York nel 2008, Benedetto XVI, affermò che “il prete che sia soltanto un funzionario sociale può essere sostituito da psicoterapeuti e da alti specialisti”.

E’ quanto accade sempre più ai nostri giorni, dove si vedono preti impegnati nelle più svariate attività sociali, trasformati in esperti agronomi, sociologi, organizzatori di comunità e di cooperative, di eventi.

Questo ripiegamento sul sociale non intercetta più quella “sete di infinito”, “quell’abisso più grande e infinito che è Dio”, del quale parla Benedetto XVI.

Vito Mancuso, teologo cattolico, nel suo “La vita autentica” (Cortina) [1]scrive che “il bisogno immenso di spiritualità che attraversa i giorni di questo tempo che chiamiamo post moderno non trova una risposta efficace in nessuna religione. […] E’ solo lo spirito, infatti, che è in grado di comprendere lo spirito; è solo una visione del mondo che conosce l’esistenza di una dimensione non riducibile alla materia, che sa parlare alla libertà, la quale è per definizione autonomia dalla materia”.

“L’assenza di risposta sulla vita oltre la morte – aggiunge Mancuso – è il segno più evidente della crisi dell’Occidente, perché quando non si conosce il mistero della morte non si sa neppure perché vivere e che direzione dare alla vita”. [2]

Comprendere lo spirito, libertà come autonomia dalla materia, mistero della morte sono concetti perduti.

Nella veglia di preghiera con i giovani a Loreto, nel 2007, Benedetto XVI scrive che parlare di Dio oggi è difficile e ancor più parlare di Chiesa, “perché vedono in Dio solo il limite della nostra libertà, un Dio di comandamenti, di divieti e nella Chiesa un’istituzione che limita la nostra libertà, che ci impone delle proibizioni”.

Il mondo odierno, afferma Benedetto XVI (incontro con giovani e seminaristi a New York, aprile 2008) ha come parola d’ordine il progresso, non la tradizione. “Infatti – dice Benedetto XVI – ciò che ci si aspetta è, al contrario di quanto avveniva nella Chiesa primitiva, non il regno di Dio, ma il regno dell’uomo”.

Quello odierno è un mondo che guarda al futuro e, al “primato del futuro – afferma il Papa cattolico –  si unisce così il primato della prassi, un primato dell’attività umana, che diventa l’atteggiamento fondamentale dell’uomo. Anche la teologia si apre sempre più a quest’idea: contro l’ortodossia entra in scena l’ortoprassi, l’«escatoprassi» sembra più importante dell’escatologia”.

Se è così a che cosa servono i sacerdoti? Se l’importante è l’ortoprassi, qualsiasi essere umano animato da amore fraterno, o da semplice solidarietà, e ispirato da sani e buoni costumi, può ben operare, nel sociale, nell’azione politica, nella costruzione di una società più giusta.

Non è necessario essere cristiani e, tantomeno, preti, per bene operare.

All’entrata del palazzo dell’Onu, ci sono i versi di Sa’ dī di Shiraz, poeta catturato e reso schiavo dai crociati ad Acri, il quale scrive:

Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,

sono della stessa essenza.

Quando il tempo affligge con dolore

una parte del corpo

le altre parti soffrono.

Se tu non senti la pena degli altri

non meriti di essere chiamato uomo.

Se il tema è il bene operare, la Chiesa diventa una delle tante istituzioni del sociale e perde il suo compito essenziale, che è quello di spingersi “fino all’abisso più grande e infinito che è Dio”,[3] per dare risposte alla “sete di infinito”[4] che è nell’uomo. Non solo, ma il cristianesimo perde di vista il suo fondamento, che è il Logos e che, in quanto radicato nella cultura greca, lo rende radice d’Europa.

“Il mondo – afferma Benedetto XVI – non è un magma informe, ma più lo conosciamo e più ne scopriamo i meravigliosi meccanismi, più vediamo un disegno, vediamo che c’è un’intelligenza creatrice” [5]; una “Ragione creatrice”[6], “una grande Intelligenza alla quale possiamo affidarci”. [7]

Qui sta la motivazione esistenziale stessa della Chiesa: ricondurre l’essere umano alla Ragione creatrice. Altrimenti, la Chiesa si trasforma in una delle tante istituzioni sociali e, conseguentemente, muore a se stessa.

Quale sarà il futuro? Qui Benedetto XVI profetizza che la Chiesa “diventerà più piccola, bisognerà ricominciare tutto da capo. […]Certamente conoscerà nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati che esercitano una professione […]. Sarà una Chiesa più spirituale, che non reclama il suo mandato politico” e “conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria, che dà loro vita e speranza oltre la morte”.

Nelle parole di Benedetto XVI è prefigurato un cammino che è ben lontano dall’interventismo gesuitico nell’ortoprassi del quale è interprete Francesco, il Papa regnante. Un interventismo mondano che affonda le sue radici nella storia e nella cultura della Compagnia di Gesù e che appare assai lontano da quel cristianesimo primitivo invocato da Benedetto XVI.

La Compagnia di Gesù è intervenuta sin dai primi passi della sua esistenza nella politica e nella realtà sociale, con alterne vicende e alterne alleanze: dall’assolutismo monarchico reazionario, ad un abbraccio con l’assolutismo dispotico dei monarchi illuministi, come Federico II di Prussia e Caterina di Russia.

Improntato ad un comunismo paternalistico, fu l’esperimento delle Riduzioni, villaggi organizzati geometricamente e popolati da indigeni in Paraguay, Argentina, Brasile, Quito, Nuova Granada, Cile,  e Bolivia. Esperimenti che furono magnificati dagli illuministi come Ludovico Antonio Muratori, il quale scrisse in proposito un trattato dal titolo: “Il cristianesimo felice dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai”.

Non a caso, ma a causa del loro interventismo,  i Gesuiti sono stati cacciati da Venezia nel 1606, dalla Boemia nel 1618, da Napoli e dai Paesi Bassi nel 1676, dalla Francia nel 1764, dalla Spagna nel 1767, dal Portogallo nel 1769, dal Brasile (1754) dal Ducato di Parma (1768) da Roma e da tutta la Cristianità nel 1773.

Col breve Dominus ac Redemptor (21 luglio 1773)papa Clemente XIV decise di sopprimere la Compagnia. I Gesuiti si rifugiarono nelle nazioni non cattoliche, in particolare in Prussia e Russia, dove l’ordine era in gran parte ignorato nel suo operato.

Che interesse può avere, dal punto di vista di un laico, la salvaguardia dell’essenza del cristianesimo?

L’interesse fondamentale è nel salvare una radice che vede nel Logos l’aspetto agente del Principio abissale da cui tutto emerge; nel salvare il Logos come “senso”, direzione; nel salvare l’essere umano dalla semplice ortoprassi per recuperarlo alla sua dimensione spirituale; nel salvarlo dalla morte; nel consentirgli ancora di guardare oltre per essere se stesso.

Il cristianesimo primitivo non è l’unica via per accedere al Divino, ma se ben inteso è una via e tutte le vie che conducono all’Arché, grazie all’azione del Logos, vanno tenute vive nella loro essenza e depurate da una mondanità soverchiante che le rende inutili e le fa morire.

Vi è, infine, il motivo di volere la sopravvivenza di una civiltà che è ammalata di odio verso se stessa: si chiama oicofobia. Una civiltà che ha dato al mondo alcuni valori come la libertà di pensiero, la libertà di espressione, la libertà di ricerca, la libertà di culto, la libertà personale, la democrazia, la parità tra uomo e donna. Questa civiltà si chiama Civiltà europea.

Benedetto XVI, in un discorso tenuto il 24 marzo 2007 al congresso della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea ha detto “che non si può pensare di edificare un’autentica «casa comune» europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro Continente. Si tratta, infatti, di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del Continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio, come «fermento» di civiltà”.

Secondo Ratzinger l’Europa è portatrice di un’identità nata in Grecia. E la Grecia al  Cristianesimo ha trasferito il concetto fondativo di Logos.

Siamo lontani mille anni luce dal populismo del Papa regnante e dalle teorie mondialiste della finanza internazionale, che ci vuole tutti identici, piatti consumatori, al servizio di Mammona, ossia del denaro, già di per sé concetto virtuale, trasformato in un Leviatano che tutto controlla e che trasferisce, a seconda dei suoi bisogni, masse di disperati da un parte all’altra del mondo, senza tener in alcun conto valori conquistati con grande fatica, nei secoli, da una grande civiltà, come quella europea, che è faro di libertà, grazie anche (non solo, sia chiaro), alla presenza della cultura cristiana.

Silvano Danesi

[1] Vito Mancuso, La vita autentica” (Cortina)

[2] Vito Mancuso, La vita autentica” (Cortina)

[3] Udienza generale 14 novembre 2012

[4] Udienza generale 14 novembre 2012

[5] Udienza generale 14 novembre 2012

[6] Incontro con i giovani della diocesi di Roma, 6 aprile 2006

[7] Incontro con i giovani della diocesi di Roma, 6 aprile 2006

 

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