LA SINISTRA, L’ANIMA E IL FAUST DI GOETHE

La sinistra, dopo la recente sconfitta plurima e cocente, si contorce nella ricerca di una rinascita che è del tutto impossibile, in quanto, nel passaggio attraverso le fasi degli ultimi decenni, ha venduto l’anima.

faust
Dimentica dei padri e delle madri (le società di mutuo soccorso, i primi sindacati, i partiti del socialismo nascente) che guardavano al riscatto del popolo, la sinistra italiana ha venduto l’anima al sistema bancario e finanziario e alle logiche del mondialismo delle multinazionali.
Senza l’anima nessuna rinascita è possibile.
La sinistra ha fatto la fine del dottor Faust nell’omonima opera di Goethe, scritta in sessant’anni di intenso lavoro e di continue sistemazioni, che rese immortale la leggenda popolare medioevale dell’essere umano che vende la propria anima al diavolo, che nel caso di Faust è Mefistofele, per godere dei beni della materialità.
Il dramma della sinistra e, in particolare del Pd, è che ha scambiato il diavolo con l’acqua santa, con un errore tragico e irrimediabile.
La sinistra laica, frequentando da vicino i cattolici, avrebbe dovuto sapere, visto che sembrerebbe dotata di intellettuali accorti, che San Paolo, nella Lettera ai Corinzi ha scritto, a proposito del demonio: “Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere”.
Satana si maschera da angelo di luce. E infatti il mondialismo delle multinazionali e della finanza, che vorrebbe trasformare il mondo in una massa informe di consumatori, tutti servi della nuova gleba (il consumo), non importa a quale dio credano, purché si assoggettino al dio denaro, si è ben mascherato da angelo della bontà e ha mascherato molto bene i suoi ministri i quali predicano l’accoglienza coprendo un immondo traffico di esseri umani, in parte riserva di schiavi da immettere sul mercato del lavoro e in parte carne umana per gli usi e consumi più diversi, a cominciare dalle lucrose attività del finto buonismo accogliente.
Il popolo a chi ha venduto l’anima fa schifo, così come fa schifo a chi, chiuso nelle ville con piscina, ben guardate da servitori in livrea, predica l’uguaglianza a chi deve sbarcare il lunario e non arriva a fine mese.

quarto stato
Ve lo ricordate il quadro del pittore italiano Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato nel 1901: il quarto stato. Brutti, impolverati, straccioni, miserabili. Dimenticati. I miserabili la sinistra se li va a cercare nel mondo, perché quelli di casa sono troppo prossimi, mentre quelli di importazione possono essere confinati nelle periferie, lontani dai compound radical chic. I cinque milioni di poveri italiani puzzano e poi sono sgradevoli quando vanno a cercare nei cassonetti dei supermercati qualcosa da mangiare o fanno la fila alle mense. I disperati africani, invece, ingrassano il business dell’accoglienza e alimentano il mercato della misericordia. I negrieri non si smentiscono mai.
Satana si è ben travestito, frequenta i salotti buoni, respira l’aria rarefatta di Davos e le stanze ovattate della finanza internazionale. Il dottor Faust, in ansia di legittimazione e di cooptazione, ha venduto l’anima.
Goethe conosceva bene il giochino del cammuffamento avendo frequentato l’Ordine degli Illuminati organizzato il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt sulla base di un modello gesuitico (la Compagnia di Gesù era stata sciolta nel 1773). L’Ordine, contrastato dai Rosacroce, ebbe uno scopo più politico che religioso e la corrente illuministica interna alla Stretta Osservanza, alla ricerca di un progetto da opporre ai Martinisti, guardò agli Illuminati con la mediazione di Knigge, che aveva come modello il Paraguay gesuitico e pensava a stati modello nelle Indie Occidentali (America). Alain Wodrow, uno dei massimi esperti dei gesuiti, a proposito dell’esperimento del Paraguay, afferma: “Questa esperienza di comunismo paternalista è singolare e fu esempio per gli utopisti del XX secolo. L’ammirava persino Voltaire, che fu allievo dei gesuiti, ma li detestava”. Ludovico Antonio Muratori lo definisce “il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”.
Emerge dalle aspettative del Knigge lo sfondo utopistico che si riallaccia alle teorie di Platone, di Tommaso Moro, di Campanella, ma anche quelle dei despoti illuminati, come Federico II, il quale negli anni Settanta del Settecento ordinò la costruzione di Urbaniborg, sull’isola di Ven, per l’astronomi Tycho Brahe. Urbaniborg, collocato in un palazzo rinascimentale, è stato considerato il primo moderno centro di ricerca scientifica, dotato di biblioteca, laboratori e di un celebre osservatorio. Tra i membri dell’Ordine troviamo personaggi di grande rilievo nella cultura europea: Goethe, appunto, ma anche Herder, Martens, Mirabou, Robespierre, Lavoisier, Filangieri, Pagano, Muenter, Nicolai, Antonio Jerocades
La mano sapiente dei gesuiti nel ‘700 ha creato più di un mostro.
Goethe, tuttavia, nelle molte sistemazioni della sua opera, giunge infine alla conclusione che mentre Faust sta per essere condotto all’Inferno, giungono degli angeli che, per la sua continua tensione all’infinito, salvano Faust grazie all’Amore dell’Eterno Femminino.
Il poema si chiude con la celebrazione dell’Eterno Femminino, individuando così nell’Amore la forza creatrice e motrice dell’intero universo.
Un Amore che collega, infine, il massone Goethe al filone iniziatico dei Fedeli d’Amore, quello di un Federico II immortale e grande, Stupor Mundi, che è ben altra cosa di quel Federico di Prussia, principe illuminato, che si alleò con i gesuiti.
Non bisogna sbagliare Federico, perché quello di Prussia è un despota, mentre quello di Jesi è portatore di un Amore per l’Eterno Femminino che è la Sapienza del Divino.
Confondere il fumo di Satana con Sophia produce inevitabilmente la perdita dell’anima.
Fedele d’Amore era Dante e le opere del Sommo Poeta, come quelle dei suoi contemporanei “Fedeli d’Amore” (Cavalcanti, Petrarca, Boccaccio, ecc.), ci forniscono le chiavi di comprensione di una linea di pensiero frutto dell’incontro di culture diverse, le quali hanno in comune la libera conoscenza adogmatica della Sapienza divina (Rosa), raggiungibile con un percorso iniziatico il quale, per quanto condiviso, presuppone una tensione conoscitiva individuale (Amore) capace di condurre l’adepto (Amante) dalla Croce (la materialità che fissa lo Spirito nello spazio tempo) alla Rosa.
Tale linea di pensiero ha dei riferimenti essenziali in Federico II di Svevia e nella sua “Magna Curia”, nella Provenza e nell’Aquitania dei Trovatori, eredi della cultura basca, nei Minnesanger, in Severino Boezio, nella poesia dei mistici arabi e nella Champagne di Chrétien de Troyes, che ripropone, con la “Materia di Bretagna”, l’antica cultura druidica. Anche Shakespeare rientra in questa linea di pensiero.
Sbagliare Federico è tragico. Anziché stare con la Sapienza divina, con la Rosa, con la Donna, con il Fiore, ci si allea con il despota, che si circonda di compiacenti intellettuali, ma esercita il suo potere dispotico a danno del popolo.
Qui habet aures audiendi audiat.

Silvano Danesi

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La Francia deve chiudere la tragedia libica che ha creato

La Francia deve chiudere la tragedia libica che ha creato.
L’incontro tra il presidente Macron e il presidente Conte, al di là delle belle intenzioni e delle amorevoli dichiarazioni, non ha affrontato il nodo di fondo della questione italo-francese: la Libia. Senza affrontare finalmente e decisamente questo nodo non si va da nessuna parte e, soprattutto, non si aggredisce all’origine la questione dell’invasione africana dell’Europa.
Il 20 ottobre 2011, Mu’ammar Gheddafi è stato giustiziato a freddo dopo una guerra scatenata da Gran Bretagna e Francia, con il beneplacito degli Usa dei Clinton e con la colpevole, mai sufficientemente esecrata, acquiescenza dell’Italia. Acquiescenza che si pone come un vero e proprio tradimento degli interessi nazionali italiani.
Dietro alla guerra a Gheddafi, che la solita stupidità delle anime belle del nostro Paese voleva venderci come guerra di liberazione da un tiranno, ci stavano interessi ben precisi dei due paesi europei che, molto in teoria, dovrebbero essere nostri alleati.
L’assassinio a freddo di Gheddafi ha precipitato la Libia nel caos tribale e l’ha fatta diventare la porta incontrollata dell’invasione africana dell’Europa.
Facciamo un passetto indietro.
Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, in: “Il golpe inglese” (Chiare lettere) scrivono: “Nella notte tra il 31 agosto e il primo settembre 1969, con un colpo di stato, il re filo britannico Idris viene deposto a Tripoli e conquista il potere il giovane colonnello Mu’ammar Gheddafi, un filo nasseriano addestrato nelle accademie militari europee. Quel golpe è stato pianificato mesi prima in un albergo di Abano Terme, in provincia di Padova. E i suoi effetti sugli equilibri dell’area mediterranea si fanno subito sentire. Il nuovo governo rivoluzionario annuncia alle compagnie straniere di voler aumentare il prezzo del petrolio. Espelle poi dal territorio libico le basi militari americane e inglesi, mentre sono destinati a crescere i rapporti commericali e militari con l’Italia”.
Nel 2011, quando Gheddafi è eliminato brutalmente in omaggio anche alla demenziale teoria clintoniana della primavere arabe, ottima copertura per le più sordide nefandezze, l’Eni, ossia l’Italia, gestiva i due terzi dei contratti petroliferi e di gas con una Libia stabile e amica dell’Italia.
Il 31 dicembre 2015 sono state rese note molte email della signora Hillary Clinton e, fra queste, una del 2 aprile 2011 nella quale un funzionario americano spiega a chiare lettere alla signora, in corsa per la Casa Bianca e all’epoca Segretario di Stato, che i francesi hanno destabilizzato la Libia con l’intento di rientrare in gioco nell’area, a danno evidentemente dell’Italia, e di bloccare il tentativo di Gheddafi di dar vita ad una moneta panafricana in sostituzione del Franco francese africano. Il dittatore feroce, in buona sostanza, voleva emancipare l’Africa del dominio coloniale francese e, anche, inglese. Dominio coloniale mai venuto meno di fatto.
Ora, se Conte incontra Macron, deve chiedergli quanto manca ancora (mesi, giorni, anni?) alla fine del giochetto francese e quando si potrà chiudere la partita, restituendo alla Libia un governo unitario, restituendole la stabilità.
Fatto questo ci sarà un governo stabile con cui trattare e al quale dare le opportune garanzie, chiedendone in cambio altre.
Questo è il nodo da sciogliere. Il resto è ciccia per le anime belle, che abbondano nel nostro Paese e che hanno le fette di salame sugli occhi.
Come si può costruire una vera Europa se la Francia e l’Inghilterra pugnalano alle spalle l’Italia e aprono la voragine africana che, guarda caso, ci casca addosso senza alcuna solidarietà dell’Unione?

Silvano Danesi