INGINOCCHIATI ALLA “DITTATURA MONDIALE DI IDEOLOGIE APPARENTEMENTE UMANISTICHE”

L’utilizzo dei simboli e dei gesti, attivato da una regia accorta, ha in questi giorni scatenato una furia iconoclasta e oicofobica, finalizzata a impedire che si possa metter in discussione il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale, voluto, gestito e diretto da un ristretto gruppo di magnati della finanza, i quali si sono autoeletti élite illuminata, sull’esempio della Repubblica di Platone, a sua volta costruita sull’esempio dell’esperienza dei Trenta.

La Repubblica di Platone, infatti, non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e propedeutico alla loro continuazione.

In particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta (404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico» hanno continuato a ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di un esperimento da migliorare e riproporre”. [1]

Luciano Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in vari luoghi. “In Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”. [2]

Canfora propone le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di Aristofane.

Sotto tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli.

Canfora ricorda la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) qualcuno dice, forse rivolto a Platone medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”. [3]

Significativo l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia, grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”. [4] “In altri termini – sostiene ancora Canfora – l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle essere anche una fucina di potenziali «governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare in nome di allarmanti progetti”. [5]

Quell’idea platonica non è mai tramontata ed ora è di nuovo in atto con il tentativo di affermare un Nuovo Ordine Mondiale.

La furia iconoclasta e di proteste violente scatenata da un fatto esecrabile, avvenuto negli Usa, a Minneapolis, è il risultato di una strumentalizzazione per scopi politici evidenti (battere Trump), ma anche, e soprattutto, per dare spazio e forza ad una progressiva eliminazione della storia dell’Occidente, al fine di attuare una sorta di erasione di ogni tradizione, di damnatio memoriae della storia e della tradizione occidentale, per affermare una tabula rasa dove tutto è senza distinzione.

L’atto di inginocchiarsi, diventato virale, a seguito dell’evento di Minneapolis, non è un gesto di riparazione o di protesta, ma di sottomissione dal sapore feudale a quella che Benedetto XVI ha definito un “dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo”; è la genuflessione ai magnati della finanza auto elettisi prosecutori della tirannia di Trenta.

L’atto di inginocchiarsi ha assunto significati diversi nei secoli: da semplice gesto di cortesia, ad un semplice saluto, come per gli Egizi, che si salutavano inchinandosi con la mano sul ginocchio[6], fino ad assumere quello di un atto di omaggio e di riconoscimento del potere altrui, come nel Medioevo feudale.

Tuttavia, l’atto di inginocchiarsi ha un suo valore specifico e sacrale propriamente legato all’orizzonte vetero e neo testamentario.

“Se guardiamo alla storia – scrive in proposito Joseph Ratzinger (Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, parte IV – Forma liturgica, cap. II – Il corpo e la liturgia, n. 3 – Atteggiamenti, pp. 181-190) – possiamo osservare che Greci e Romani rifiutavano il gesto di inginocchiarsi. Di fronte agli dei faziosi e divisi che venivano presentati dal mito, questo atteggiamento era senz’altro giustificato: era troppo chiaro che questi dei non erano Dio, anche se si dipendeva dalla loro lunatica potenza e per quanto possibile ci si doveva comunque procacciare il loro favore. Si diceva che inginocchiarsi era cosa indegna di un uomo libero, non in linea con la cultura della Grecia; era una posizione che si confaceva piuttosto ai barbari. Plutarco e Teofrasto definiscono l’atto di inginocchiarsi come un’espressione di superstizione; Aristotele ne parla come di un atteggiamento barbarico (Retorica, 1361 a 36). Agostino gli dà per un certo verso ragione: i falsi dei non sarebbero infatti altro che maschere di demoni, che sottomettono l’uomo all’adorazione del denaro e del proprio egoismo, che in questo modo li avrebbero resi «servili» e superstiziosi. L’umiltà di Cristo e il suo amore che è giunto sino alla croce, ci hanno liberato – continua Agostino – da queste potenze ed è davanti a questa umiltà che noi ci inginocchiamo. […]. In effetti, l’atto di inginocchiarsi proprio dei cristiani – prosegue Ratzinger – non si pone come una forma di inculturazione in costumi preesistenti, ma, al contrario, è espressione della cultura cristiana che trasforma la cultura esistente a partire da una nuova e più profonda conoscenza ed esperienza di Dio. L’atto di inginocchiarsi non proviene da una cultura qualunque, ma dalla Bibbia e dalla sua esperienza di Dio. L’importanza centrale che l’inginocchiarsi ha nella Bibbia la si può desumere dal fatto che solo nel Nuovo Testamento la parola proskynein compare 59 volte, di cui 24 nell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, che viene presentato alla Chiesa come modello e criterio per la sua liturgia. […]. Osservando più attentamente possiamo distinguere tre atteggiamenti strettamente imparentati tra di loro. Il primo di essi è la prostratio: il distendersi fino a terra davanti alla predominante potenza di Dio; soprattutto nel Nuovo Testamento c’è, poi, il cadere ai piedi e, infine, il mettersi in ginocchio. I tre atteggiamenti non sono sempre facili da distinguere, anche sul piano linguistico. Essi possono legarsi tra di loro, sovrapporsi l’uno all’altro. […]. Nell’Antico Testamento ebraico alla parola berek (ginocchio) corrisponde il verbo barak, inginocchiarsi. Le ginocchia erano per gli ebrei un simbolo di forza; il piegarsi delle ginocchia è quindi il piegarsi della nostra forza davanti al Dio vivente, riconoscimento che tutto ciò che noi siamo, lo abbiamo da Lui. […]. Vorrei aggiungere solo un’osservazione: l’espressione con cui Luca descrive l’atto di inginocchiarsi dei cristiani (theis ta gonata) è sconosciuta al greco classico. Si tratta di una parola specificamente cristiana”. [7]

Nell’ultimo libro di Peter Seewald (Benedetto XVI, una vita), di prossima uscita anche in Italia e del quale sono state date alcune anticipazioni, il biografo del Papa chiede a Benedetto XVI: «Una frase dell’omelia sull’inizio del suo pontificato è stata particolarmente ricordata: ”Pregate per me che io non fugga davanti ai lupi”. Prevedeva tutto quello che le sarebbe successo?».

Benedetto XVI risponde: «Qui devo dire che il raggio di percezione di ciò che un Papa può temere è troppo piccolo. Naturalmente, questioni come ”Vatileaks” sono fastidiose e, soprattutto, incomprensibili per le persone in tutto il mondo ed estremamente dirompenti. Ma la vera minaccia per la Chiesa e quindi per il servizio petrino non sta in queste cose, ma nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo. Cento anni fa qualcuno avrebbe pensato che fosse assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Oggi coloro che si oppongono a questo sono socialmente scomunicati. Lo stesso vale per l’aborto e la produzione di persone in laboratorio. La società moderna è in procinto di formulare un credo anticristiano e se uno vi si oppone viene colpito dalla scomunica. La paura di questo potere spirituale dell’Anticristo è quindi fin troppo naturale e ci vuole davvero l’aiuto della preghiera della Chiesa universale per resistere».

Ecco cos’è l’Anticristo: la “dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo”. Detto in termini diversi, il pensiero unico politicamente corretto imposto da élite al servizio della finanza internazionale.

 

In questi giorni abbiamo assistito alla genuflessione ad una dittatura mondiale che, nell’orizzonte culturale del cristianesimo, ha i tratti dell’Anticristo.

 © Silvano Danesi

[1] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[2] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[3] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[4] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[5] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[6] Tertulliano, La Preghiera, Introduzione di Piero Angelo Gramaglia, Ed. Paoline

[7] Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, parte IV – Forma liturgica, cap. II – Il corpo e la liturgia, n. 3 – Atteggiamenti, pp. 181-190.

 

Sul Covid una tecnica comunicativa da marketing dell’incertezza.

L’8 giugno, secondo le previsioni dell’Istituto Superiore della Sanità, doveva essere il giorno più nero dell’epidemia, con 151 mila ricoverati in terapia intensiva.

Breve parentesi relativa alla comunicazione.

Perché proprio 151 e non 150? La cifra tonda avrebbe dato la dimensione globale comunque, considerato che non è possibile prevedere un migliaio in più o in meno di casi su 150 mila, con un delta di circa lo 0,6 per cento.

Perché si vendono le cifre del Covid con le tecniche del marketing. Un oggetto che costa 4,99 ti dà il senso del 4 e non del cinque. Il 151 ti dà l’idea di 150 e più. La cifra è volutamente enfatizzante.

I dati reali dell’8 giugno sono: dei 280 tamponi positivi rilevati, la maggior parte è in Lombardia, con 194 nuovi positivi (il 69,2% dei nuovi contagi). Tra le altre regioni l’incremento di casi è di 14 casi in Piemonte, 20 in Emilia Romagna, di 14 in Liguria e di 16 nel Lazio. Zero casi in Abruzzo, Umbria, Sardegna, Valle d’Aosta, Calabria, Molise Basilicata. Un solo caso in Puglia, Sicilia, Friuli V.G. e un caso rispettivamente in provincia di Trento e di Bolzano. Due casi in Marche e Campania, 4 in Veneto e 9 in Toscana.

Il numero totale di persone che hanno contratto il virus dall’inizio dell’epidemia è 235.278.
In terapia intensiva si trovano l’8 giugno 283 persone, 4 meno del giorno prima. Sono ancora ricoverate con sintomi 4729 persone, 135 meno del giorno prima. In isolamento domiciliare 29.718 persone (-393 rispetto al giorno prima). Nelle ultime ventiquattr’ore sono morte 65 persone (il giorno prima le vittime erano state 53), arrivando a un totale di decessi 33.964. I guariti raggiungono quota 166.584, per un aumento in 24 ore di 747 unità (il giorno prima erano state dichiarate guarite 759 persone). Il calo dei malati (ovvero le persone positive) è stato pari a 532 unità (il giorno prima erano stati 615), mentre i nuovi contagi rilevati nelle ultime 24 ore sono stati 280 (il giorno prima 197).

 

L’aumento dei contagiati rilevati è dovuto all’aumento dei tamponi effettuati e, comunque, il dato nei giorni attorno all’8 di giugno oscilla tra lo 0,5 e l’1 per cento di positivi sui tamponi effettuati.

 

Il 7 giugno (riportato da Il Messaggero), il commissario Domenico Arcuri in un programma di Rai 3 del giorno prima, sostiene che l’App Immuni è importante e che bisogna dare la caccia agli asintomatici, “che – dice il commissario – in questa fase sono più importanti di chi il virus ce l’ha”.

 

L’8 giugno l’Oms afferma che l’uso dei guanti, prima ritenuti mezzo decisivo per evitare il contagio, aumenta il rischio di infezione e indossare sempre le mascherine, ritenute anch’esse indispensabili, non protegge dal virus, se non ci sono altri accorgimenti.

Il 9 giugno la stampa riferisce che la dottoressa Maria Van Kerkove , capo del team tecnico anti Covid-19 dell’Oms, durante un briefing del giorno prima, ossia dell’8 giugno, ha dichiarato: “E’ molto raro che un asintomatico possa tramettere il virus”. L’affermazione è suffragata dall’analisi dei dati dei vari Paese affetti da Coronavirus.

Il 9 giugno giunge una precisazione della stessa Maria Van Kerkove (vedi Sky Tg 24), la quale chiarisce di essere stata fraintesa: “Stavo rispondendo a una domanda e non esprimendo una posizione dell’Oms. Ho usato la parola “molto rara” e c’è stato un fraintendimento perché è sembrato che dicessi che la trasmissione asintomatica è globalmente molto rara. Mentre mi riferivo a un set di dati limitati”. “E’ necessario – prosegue la Van Kerkhove – fare una differenza tra quel che sappiamo, quel che non sappiamo e quel che stiamo ancora cercando di capire. Sappiamo che di solito le persone infettate dal coronavirus Sars-CoV-2 sviluppano i sintomi, ma in una piccola parte dei casi ciò non avviene. Sappiamo anche che la maggior parte delle infezioni è provocata da pazienti sintomatici che contagiano altre persone attraverso le goccioline di saliva infette. Ma c’è una proporzione di persone che non sviluppa sintomi e non sappiamo ancora quante siano, potrebbero essere dal 6% al 41% della popolazione che si infetta, a seconda delle stime. Sappiamo che alcuni asintomatici possono trasmettere il virus, ma dobbiamo ancora chiarire qual è il loro numero. Ciò che ho detto ieri in conferenza stampa si riferiva a piccoli studi pubblicati”.

Marcia indietro un poco contorta, considerato che la questione degli asintomatici è ondivaga da sempre in casa Oms.

Infatti il 30 gennaio 2020 l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria mondiale (la pandemia sarà dichiarata solo l’11 marzo) e Tedros Adhanom Ghebresyesus, che è al capo dell’Organizzazione mondiale della sanità, commentando i dati di Pechino nei quali non vengono consuiderati gli asintomatici, dichiara che “la percentuale di infezioni veramente asintomatiche non sembra un fattore trainante della trasmissione”.

Il 31 gennaio le linee guida dell’Oms sostengono che un paziente è sosptetto di coronavirus solo se ha i sintomi di un’acuta infezione respiratoria con febbre di 37,5 gradi e ha avuto un contatto con la Cina.

Bisogna arrivare al 16 marzo 2020 per sentire la signora Van Kerkhove dichiarare che “la nostra definizione di caso infetto include anche gli asintomatici”.

La questione degli asintomatici va e viene a seconda delle convenienze e di una strategia comunicativa che tende, come è ormai evidente, a generare paura, incertezza, confusione, divisione nella popolazione tra i chi vorrebbe la mascherina e il distanziamento sociale anche a letto e chi ritiene che i dati dicano ben altro.

Un giorno risponde al fatto che si vuole recuperare il contributo Usa e il giorno dopo che non si vuol perdere la Cina, che, guarda caso, delocalizza le sue aziende in Etiopia (patria di Tedros Adhanom Ghebresyesus) e nel Corno d’Africa.

Il quadro scientifico più corretto lo fornisce il fisico Fabio Truc, persona che conosco, che è un amico e che è di assoluta serietà e onestà, in un’intervista a Giuseppe Zois di Bergamonews afferma: “Zangrillo ha quasi ragione, il Covid si è molto indebolito”.

Chi è Fabio Truc.

Appena finiti gli studi e vinta una borsa di studio approdò al Cern dove ha lavorato per 7 anni svolgendo ricerche nella fisica delle particelle elementari. Successivamente si è trasferito all’università “La Sapienza” di Roma dove ha contribuito al primo esperimento al mondo di teletrasporto quantistico realizzato con il gruppo sperimentale del professor De Martini negli anni Novanta. La svolta di vita avviene quando a un convegno conosce Lucien Israel, uno dei più prestigiosi oncologi dell’epoca che invitò Fabio a Parigi a lavorare sul cancro. È ancora lì, dove lavora da oltre vent’anni nell’oncologia sperimentale e insegna. Con Israel è stato messo a punto un modello che spiegherebbe l’origine del tumore. Ha insegnato Fisica al Politecnico di Torino, a Roma, Nizza e Parigi. Nella prima parte della vita ha lavorato principalmente sulla Fisica teorica e adesso si dedica interamente allo studio di come una cellula possa portare a sviluppare il cancro e quali relazioni corrano tra virus e cancro.

 

Fabio Truc, fa ricerca da vent’anni a Parigi: “Userei qualche cautela nel sostenere che il virus è definitivamente scomparso e quindi non dobbiamo abbassare troppo il livello di guardia”

Fabio Truc, 60 anni, originario di Cogne, è un fisico teorico, ricercatore e docente universitario.

Dopo le dirompenti dichiarazioni fatte dal professor Alberto Zangrillo, secondo cui il “covid-19” non esiste più, Giuseppe Zois ha raccolto il suo qualificato parere.

Di seguito il testo integrale dell’intervista:

“Io sono fondamentalmente d’accordo con quanto ha dichiarato Alberto Zangrillo – commenta -. Userei qualche cautela nel sostenere che il virus è definitivamente scomparso e quindi non dobbiamo abbassare troppo il livello di guardia, soprattutto con le norme igieniche e di distanziamento sociale che abbiamo osservato in questi mesi, come lavarci le mani, usare i guanti, tenere le distanze e metterci le mascherine. Tutto questo sì”.

D -Ci spieghi.

Che il virus non sia del tutto scomparso lo confermano i dati della Regione Lombardia, dove ancora si registrano comunque alcune decine di positivi ogni giorno (lunedì 50). Dal punto di vista virologico, però, concordo con Zangrillo, sulla base anche delle esperienze fatte e non solo con il coronavirus. Il concetto portante è che il virus non ha interesse a uccidere il suo ospite e quindi a essere troppo aggressivo, perché se uccide il suo ospite, questo non gli dà più la possibilità di riprodursi, moltiplicarsi e propagarsi e infettando altre persone. Se uccide il paziente, il virus muore con lui o comunque ha poche possibilità di moltiplicarsi e diffondersi. Questi virus continuamente si modificano, un po’ di più o un po’ di meno. Come si dice in gergo evoluzionistico, si adattano. E l’adattamento prevede che ci sia un patto di non eccessiva belligeranza tra il sistema immunitario dell’ospite e il virus. “Tu lasci vivere me e io lascio moltiplicare te” e quindi il virus diventa via via meno letale, il paziente subisce meno danni e consente al virus di riprodursi. Questo è un meccanismo evolutivo: ed è – ipotizzo – su questa base che Zangrillo parla di scomparsa del virus o in ogni modo di un suo sicuro indebolimento. Dal punto di vista clinico il “covid-19” risulta depauperato, la malattia viene curata più facilmente, anche a domicilio, inoltre abbiamo capito in modo più approfondito la serie di guai che il virus innesca nel nostro organismo. A riscontro abbiamo il fatto che si stanno svuotando le rianimazioni e le terapie intensive. Normalmente in 90 giorni sono il tempo necessario per osservare la tipica curva di comportamento del virus.

D – Quindi il vaccino può non servire?

Se continua questo indebolimento del virus, potrebbe vacillare l’utilità del vaccino, con evidenti ripercussioni anche per la potente industria farmaceutica. Poi, cosa succederà a settembre, quando ritornerà il freddo e ci saranno forse condizioni più favorevoli al contagio sarà tutto da vedere.

Sembra ottimista.

Io continuo a rimanere abbastanza ottimista, visto che questo virus si è stabilizzato su un profilo di aggressività molto più basso rispetto agli esordi e non a caso si vedono tamponi con sempre meno carica virale. Non dimentichiamo che è importante la carica virale. Ci vuole una certa quantità di virus per contagiare, non è sufficiente ad esempio un virus agganciato a una particella di pulviscolo atmosferico.

D – Cosa abbiamo imparato da tutto questo?

Che la stessa virologia, l’epidemiologia e l’infettivologia andranno perfezionate alla luce di quanto è successo. In questa emergenza dobbiamo ascoltare i virologi più autorevoli, non necessariamente gli abituali frequentatori degli studi televisivi. E con loro i medici che hanno curato i pazienti e che sono stati e sono in prima linea nel fronteggiare il coronavirus. Ritengo pertanto autorevole l’opinione espressa dal prof. Zangrillo alla luce della grande esperienza clinica che gli ha consentito di ben comprendere l’eziopatogenesi e l’insidioso comportamento di questa malattia.

D – Perché questa alta concentrazione virale e letale in Lombardia e al Nord in generale, con epicentro a Bergamo-Brescia e meno al Centro e al Sud Italia?

È una domanda da cento pistole. Nessuno è in grado di dare una risposta certa. C’è stata una concomitanza di cause che hanno portato a questa diffusione così rilevante del virus nel Nord Italia e nel confinante Cantone Ticino. Alcune scuole di pensiero sono più attendibili, altre più fantasiose. Mi sono fatto l’idea della “tempesta perfetta”. La Lombardia, con Codogno – 21 febbraio 2020 – è stata la prima ad essere interessata da questo contagio che circolava da almeno un mese. L’emergenza ha colto tutti spiazzati. Nei luoghi chiusi e affollati il virus ha trovato le condizioni ideali per espandersi: dai Pronto Soccorso agli ospedali, alle residenze per anziani. Quando si è capito che la strategia da attuare era il distanziamento sociale, il guaio era già stato fatto. La gente non doveva andare ad affollare i Pronto Soccorso e gli ospedali, ma – come s’è visto fare in Germania – doveva essere curata sul territorio: purtroppo questo s’è capito dopo.

D _L’errore iniziale di aver abbassato la guardia. Si sono viste troppe leggerezze, incaute uscite e anche inefficienze unite ai ritardi e alle comprensibili improvvisazioni…

Indubbiamente, anche per colpa degli scienziati, molti dei quali autorevoli – li abbiamo visti tutti in televisione – che banalizzavano dicendo trattarsi di una forma influenzale poco più che leggera. E si spiegò che la prima serie di decessi non era “per” coronavirus ma “con” il coronavirus. Tutti si sono tranquillizzati, abbassando la guardia. Altro fattore precipitante: la densità di popolazione sul territorio, con rischio molto alto di contagio per contiguità.

D- C’è chi invoca anche il fattore inquinamento.

Se uno guarda dal satellite, vede che le zone più interessate dal virus – Piemonte, Cantone Ticino, Lombardia, Veneto e Emilia Romagna – sono ad altissimo inquinamento, fatto soprattutto di polveri sottili costituite da nanoparticelle. Il virus si aggancerebbe a queste piccole particelle che diventerebbero dei vettori, con propagazione anche per via aerea: è una correlazione che sta prendendo
consistenza.

D – Hanno sbagliato in molti nel costruire modelli di proiezione che non funzionano per capire le modalità di una pandemia, lo sviluppo della stessa, quando questa finirà, se ci sarà contagio di ritorno…

Quando parliamo del numero dei contagiati, si è costretti all’approssimazione perché non sono stati fatti sufficienti tamponi e perché il tampone attuale non è affidabile, restituendo troppi falsi positivi e falsi negativi. Tutto questo impianto di base ha prodotto dei numeri a loro volta molto “malati” e lavorare su questi porta a risultati sballati. Molti ci hanno detto che alla metà di aprile sarebbe stato tutto risolto, poi abbiamo visto com’è andata. Ma non perché sono sbagliati i modelli matematici, quanto per l’inserimento di numeri imprecisi. Non sono un epidemiologo, ma quello che io consiglierei è di non partire da questi numeri di contagiati: non lo sapremo mai con esattezza quanti sono. Sicuramente molti, molti di più di quelli che ogni giorno la Protezione Civile diffonde. Sono convinto che questo virus ha cominciato a girare già a dicembre e quindi le persone positive nel mondo sono milioni e milioni. È perciò inutile lavorare su numeri probabili: bisogna partire dai dati certi, che sono i decessi.

D – Come prova d’urto dell’epoca globale quale la sua valutazione?

Al momento l’unico strumento che siamo riusciti a mettere in campo è il distanziamento sociale, che ha innegabilmente dato dei risultati. Non è ancora chiaro dove si può porre il punto di rottura, lo vedremo alla fine, quando saremo fuori dal tunnel.

D – Lei però sostiene che prima di questo cataclisma c’è stata una prova generale di nome Chernobyl.

Ritengo Chernobyl un piccolo allenamento di fondocampo in vista dell’attuale ciclone. C’è un parallelismo interessante. Là, un neutrone, che è una particella nucleare – una sorta di piccolo proiettile – va a colpire un nucleo di uranio e lo spacca in due. Questa operazione libera un sacco di energia ma anche altri neutroni che vanno a bersagliare altri nuclei, li rompono, scatenando uno sciame di neutroni. Si tratta di una reazione a catena che va moderata con apposite barre di controllo, altrimenti diventa una bomba atomica. Per una serie di errori umani a Chernobyl la reazione sfuggì al controllo con le conseguenze tristemente note.

D – Dove sta l’analogia con il coronavirus?

Anche la propagazione del “covid-19” è una catena: un soggetto infetto mediamente ne contagia altri due, poi gli altri due ne uncineranno altri due e avanti così. Il correttivo di questa pandemia è il distanziamento sociale, per fare in modo che un malato non ne contagi più due, ma uno soltanto e poi nemmeno più quello.

D – Parliamo di questo virus misterioso, ignoto, che muta anche velocemente e che ha invaso il pianeta.

Noi scienziati pensavamo fino a qualche tempo fa che fosse un salto di specie, passato dall’animale all’uomo, come già successo molte volte; oppure – piano B – c’è qualcuno che l’ha manipolato in laboratorio. Considerando quante volte il salto di specie dall’animale all’uomo si è ripetuto – dall’Hiv alla Sars, dall’influenza aviaria, alla rabbia, all’ebola – è ormai dato per certo che ci sia stato l’ennesimo salto dall’animale all’uomo, soprattutto pensando a Wuhan dove c’è un’altissima densità di popolazione, dove si mangiano animali di ogni genere, cotti e crudi, dove insomma ci sono le condizioni ideali per un contagio. A Wuhan però c’è anche un laboratorio dove – guarda caso – si fanno esperimenti su virus come i coronavirus, ragion per cui alcuni ambienti hanno sostenuto anche l’ipotesi che il virus sia partito dal laboratorio, forse per un errore.

Le mutazioni del virus e il “cricchetto di Muller”

D – È possibile immaginare quando finirà la “tempesta”?

Credo che non avremo un vaccino affidabile prima di un paio d’anni. Intravedo una speranza. Si sa che il virus muta molto rapidamente e questo potrebbe essere il suo tallone d’Achille. Si chiama “ingranaggio di Muller” o “cricchetto di Muller” (il virus che muta, non può più tornare indietro). Con le mutazioni, il virus introduce nel suo DNA delle varianti che sono quasi sempre deleterie, quindi continuando a mutare perde col tempo la sua carica patogena fino ad estinguersi.

D – Dovendo trovare un’analogia più riscontrabile nella quotidianità vissuta?

Mi servo di un esempio illuminante che un medico vostro bergamasco, il dottor Giancarlo Minuscoli, mi portò, partendo dall’influenza più comune, che conosciamo tutti. “I primi che la prendono – argomentava – la vivono in forma molto dura e se ne devono magari stare a letto anche per una settimana, poi, via via, le forme calano di intensità. Questo forse perché i virus mutano, per un fatto evolutivo, ed è il caso che introduce queste mutazioni che evidentemente favoriscono l’ospite in qualche modo. Gli ultimi che prendono l’influenza, la passano in piedi”. Questo coronavirus lo conosciamo troppo poco e ci ha spiazzati tutti.

D – Lei ha fatto autocritica dichiarando che “noi scienziati avremmo dovuto prevedere con molto anticipo”…

Col coronavirus la scienza ha mostrato i suoi limiti. Non abbiamo al momento una cura, procediamo per tentativi. Possiamo debellare il virus solo ritrovando il senso della collettività con occhio tecnico-scientifico. Il virus ha bisogno di una popolazione per propagarsi, per contro noi dobbiamo essere la popolazione che lo ferma. Una comunità che sia tale è molto di più della somma dei suoi singoli e riesce in imprese impossibili alla somma dei singoli.

D – Aspettando il vaccino, dove e quando arriveremo? E adesso si aspetta il San Vaccino, ma ci sono anche molte e fondate preoccupazioni che circondano questa attesa, con percepibile strapotere dell’industria del farmaco. Dove stiamo andando?

Intanto, secondo me, fare un vaccino su questo virus è difficile per la sua continua metamorfosi. In molti ci stanno provando, vedremo. Non mi piace atteggiarmi a futurologo.

D – Come mai noi tutti gli anni dobbiamo vaccinarci contro l’influenza? E come si può predisporre un vaccino anti-influenzale – che è preventivo – rispetto ad un virus che ancora non si conosce?

Il virus cambia, anche poco, ma cambia. C’è da dire che i ceppi influenzali ormai sono ben conosciuti: si sa come mutano e si riesce pertanto a mettere a punto un nuovo vaccino ogni anno. Con il coronavirus non sappiamo quanto muta e pertanto “costruire” un vaccino adesso e iniettarlo a tutti potrebbe essere una perdita di tempo o un azzardo rischioso. È sufficiente un leggero mutamento per vanificare la copertura. E siamo di nuovo esposti, esattamente come per i virus influenzali, dove siamo vulnerabili, anche se abbiamo fatto la vaccinazione l’anno precedente. È un rito che si impone ogni anno, per la nostra salute.

D – Il grosso problema adesso è capire se chi ha già superato il “covid-19” si potrà reinfettare in futuro o no.

A questo quesito oggi la scienza non è in grado di rispondere. Realisticamente vedo lontana la soluzione del vaccino anti-coronavirus. Quello che bisogna fare adesso è concentrarsi bene sui meccanismi che questo virus innesca nel nostro corpo e che a volte sono letali. Il punto cruciale è l’interazione tra questo vaccino e il nostro sistema immunitario. I grossi guai pare che siano scatenati dal nostro sistema immunitario più che dal virus. Il virus infetta le cellule e poi succede qualcosa nel nostro corpo e in alcuni casi, soprattutto nei pazienti anziani e debilitati, si avvia un processo di degenerazione verso malattie mortali, come questa polmonite che poi non pare una polmonite, ma piuttosto un problema tromboembolico, di microembolie nei vasi polmonari (i polmoni si riempiono di microtrombi). Cade quindi la pista della polmonite interstiziale, come ci avevano spiegato e motivato i cinesi.

D – Da fisico, ricercatore, studioso, quale sarebbe la sua ricetta?

In primo luogo, capire per tempo cosa succede nel corpo di un malato di “covid-19”; poi cercare una cura. Secondo me, si arriverebbe ben prima alla meta, cioè a debellare il “covid-19”. Certo è però che il vaccino “produce” molti soldi e qui entriamo nella big pharma e nella pericolosità di questi scenari, perché una campagna di vaccinazioni di massa diventerebbe poi un passo obbligatorio.

D – Fabio Truc oggi: più ottimista, più pessimista o nella terra di mezzo dei “forse”?

Per mia indole sono ottimista, ma nella situazione attuale non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno. Il mio è un ottimismo di pancia, non certo di testa.

© Silvano Danesi

 

 

 

 

 

ATHENAGATE, GLI INTRECCI TRA VATICANO E CINA

AthenagateAthenagate è uno scandalo milionario che investe interessi strategici dell’Italia e che apre una pista di indagine riguardante gli interessi trasversali tra Vaticano e Cina.

Partiamo dalla cronaca recente propostaci da Adnkronos.

Mia Grassi e Tommaso Gallavotti scrivono su Adnkronos del 5 giugno 2020: “La stangata al Vaticano: truffe, veleni, raggiri, estorsioni, lotte di potere, loschi affari e faccendieri spregiudicati, tradimenti consumati nei sacri palazzi, funzionari infedeli, rogatorie in Svizzera, indagini a Londra, il progetto di un bond da 30 milioni di euro con la Banca Popolare di Bari, infiniti rivoli di denaro che portano lontano, lontanissimo, dall’obolo di carità per i poverelli a cui i tanti soldi spariti erano destinati. Il più grande scandalo finanziario di sempre a Oltretevere, per come lo hanno ricostruito i magistrati vaticani, e che l’Adnkronos è in grado di rivelare (si parte da 300 milioni ma le cifre dei soldi che ballano in varie operazioni sarebbero molto più alte) si è consumato negli anni all’insaputa di un Papa Francesco impegnato in un’epocale e radicale opera di moralizzazione che non pochi nemici ha incontrato (e tuttora incontra) sulla sua strada”.

“Quello che si dipana in queste ore dopo l’arresto di Torzi – scrivono Mia Grassi e Tommaso Gallavotti – è uno scandalo senza precedenti che non risparmia niente e nessuno e che con l’arresto del broker per peculato, truffa, estorsione e auto riciclaggio è destinato a terremotare la Chiesa di Roma. Un sisma giudiziario che si traduce nella gestione “allegra” di centinaia e centinaia di milioni di euro relativa all’acquisto da parte della Segreteria di Stato Vaticana dell’immobile di Sloane Avenue nella capitale britannica (prezzo triplicato rispetto al valore iniziale). Tutto, dunque, ruota attorno all’imprenditore Gianluigi Torzi, intervenuto nell’affare – secondo i magistrati pontifici – per risolvere l’impasse della partecipazione della Santa Sede al fondo Athena e diventato poi, secondo la procura vaticana, l’uomo in grado di tenere in pugno la segreteria di Stato fino a riuscire a estorcerle 15 milioni di euro”.

“Per gli inquirenti dell’Ufficio del Promotore di Giustizia Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi – scrivono sempre Mia Grassi e Tommaso Gallavotti -il quadro si fa inquietante a cominciare dagli investimenti fatti dalla Segreteria di Stato nell’Athena Capital Global Opportunities Fund del noto finanziere Raffaele Mincione, dopo un analogo tentativo di business naufragato in Angola: un’operazione, quella con Athena, nata quando a capo della sezione Affari generali della Segreteria c’era monsignor Angelo Becciu, e considerata anomala dalla magistratura vaticana già solo per il fatto che si fosse deciso di finanziare in parte il fondo con i denari dell’Obolo di San Pietro, destinando dunque somme possedute con vincolo di scopo per il sostegno delle attività caritatevoli a vere e proprie operazioni speculative”.

“La necessità di uscire da questa operazione scomoda che era costata milioni di euro al Vaticano – proseguono i due giornalisti – porterà poi al ‘caso’ dell’acquisto dell’immobile di Sloane Avenue con l’intermediazione di Torzi e della sua Gutt Sa, scatenando uno dei più violenti scontri mai registrati Oltretevere e uno scambio al vetriolo tra il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, che ha definito “opaco” l’affare di Londra, e l’ex Sostituto della Segreteria di Stato, mons. Angelo Becciu, che ha assicurato di aver sempre agito nell’esclusivo interesse della Santa Sede arrivando a evocare la ‘macchina del fango’”.

“Con indagini mirate la “procura” pontificia avrebbe accertato ruoli e interessi dei protagonisti oltre al percorso dei “soldi dei poveri” finiti a finanziare acquisizioni – osservano gli inquirenti come riportato da Mia Grassi e Tommaso Gallavotti – di azioni per diversi milioni di dollari, la sottoscrizione di obbligazioni e perfino quella di un bond emesso da una società riconducibile ancora a Mincione per 16 milioni di dollari: tutte mosse che peraltro, lungi dal portare un guadagno alle casse del Vaticano, per gli inquirenti si sono tradotte in una perdita accertata di oltre 18 milioni di euro al settembre del 2018 e che, secondo gli investigatori, potrebbero nascondere una enorme voragine nei conti della Santa Sede”.

La notizia è di primaria importanza, in quanto il fondo Athena porta diritti al Vaticano e alla scalata a Banca Carige, Tas e Retelit.

Vediamo di ricostruire i fatti, in parte già accennati dall’articolo di Mia Grassi e Tommaso Gallavotti.

Dovevano andare ad un investimento petrolifero in Angola i fondi dell’Obolo di San Pietro, ma poi sono stati dirottati per l’acquisto di un palazzo in Sloane Square a Londra. A operare è il Fondo Athena (che fa riferimento al Vaticano), i cui soldi, mentre l’investimento londinese fatica a decollare, vengono usati per scalare Banca Carige (per molto tempo banca di riferimento della Cei), Tas e Retelit.

Per quest’ultima scalata il Financial Times, ha scoperto che una società finanziata da un fondo d’investimento finito al centro di uno scandalo Vaticano aveva assunto l’attuale presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte come consulente poco prima della sua nomina a capo del governo.

La vicenda risale alla primavera del 2018, quando il fondo Fiber 4.0, di proprietà al 40 per cento del finanziere Raffale Mincione, si stava scontrando con un’altra cordata di azionisti per il controllo di Retelit, una società proprietaria di 8 mila chilometri di fibra ottica in tutta Italia. Il Financial Times ha scoperto che il denaro con cui Mincione aveva conquistato la posizione di guida all’interno di Fiber 4.0, circa 200 milioni di euro, proveniva dalla segreteria di Stato del Vaticano. Proprio la segreteria di Stato del Vaticano e i suoi giri di affari con le società di Mincione sono al centro di un’indagine della polizia vaticana, che all’inizio di ottobre ha portato alla sospensione di cinque dipendenti della segreteria di Stato e al sospetto che milioni di euro siano stati sottratti alle casse del Vaticano per realizzare investimenti azzardati e che ora, stando alle cronache, comincia ad uscire allo scoperto.

Conte venne coinvolto in questa vicenda proprio dal consorzio Fiber 4.0 guidato da Mincione. Nell’aprile del 2018 il gruppo era stato sconfitto in una votazione per il controllo di Retelit. Per cercare di rovesciare il risultato Fiber 4.0 ingaggiò Conte come consulente per un parere legale. Il 14 maggio, poche settimane prima della formazione del governo Lega-Movimento 5 Stelle, Conte inviò la sua consulenza a Fiber 4.0: l’unico modo di rovesciare la votazione a loro sfavore era un intervento del governo tramite il “golden power”, lo strumento che permette all’esecutivo di imporre a società ritenute strategiche, come quelle di telecomunicazioni, di seguire particolari orientamenti o di fare certe scelte piuttosto che altre. Meno di un mese dopo Conte divenne presidente del Consiglio e in uno dei primi Consigli dei ministri venne deciso di esercitare il “golden power” su Retelit, esattamente come lui stesso aveva suggerito nel suo parere per conto di Fiber 4.0.

Il Presidente del Consiglio ha più volte ribadito che non vi è stato alcun conflitto di interessi e non spetta a noi stabilire se ha torto o ragione. Per questo ci sono gli organi competenti.

Rimane il fatto che l’intreccio porta dritto in Vaticano, perché è con i suoi soldi che si sono fatte varie operazioni.

Va inoltre detto che Retelit non è una società qualsiasi.

Retelit, uno dei principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture nel mercato delle telecomunicazioni, ha infatti ampliato, nel marzo 2018, come si legge sul sito della società, la sua rete internazionale con l’inserimento di nuove tratte di capacità in Asia e in Europa, pari a 160 Gbps. Le nuove rotte vanno ad aggiungersi a quelle già operative sul cavo sottomarino AAE-1, che con i suoi 25.000 km collega tre continenti (Asia, Africa, Europa) da Marsiglia a Hong Kong, e a quelle paneuropee.

L’operazione ha previsto l’apertura di nuove rotte diversificate per il Mediterraneo e il Far East. In particolare, Retelit ha rafforzato la sua presenza in Asia con un nuovo collegamento diretto tra Singapore e Hong Kong, diversificato rispetto alla corrispondente tratta già raggiunta tramite il cavo sottomarino AAE-1, nell’area del Mediterraneo con un anello tra la Sicilia e la Grecia (in particolare tra Palermo e Atene) e, infine, diversificando la tratta end to end dall’Italia al Far East, con un ulteriore collegamento diretto tra Palermo e Singapore.

Sempre sul sito della società si legge che l’infrastruttura in fibra ottica di proprietà della società si sviluppa per oltre 12.500 chilometri (equivalente a circa 321.000 km di cavi in fibra ottica) e collega 10 reti metropolitane e 15 Data Center in tutta Italia. Con 4.000 siti on-net e 41 Data Center raggiunti, la rete di Retelit si estende anche oltre i confini nazionali con un ring paneuropeo con PoP nelle principali città europee, incluse Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Marsiglia, raggiungendo anche New York e il New Jersey, negli USA.

Retelit è membro dell’AAE-1 (Africa-Asia-Europe-1), consorzio che gestisce il sistema di cavo sottomarino che collega l’Europa all’Asia attraverso il Medio Oriente, raggiungendo 19 Paesi, da Marsiglia a Hong Kong, con una landing station di proprietà a Bari e del Consorzio Open Hub Med, nodo delle telecomunicazioni digitali nell’area del Mediterraneo, con un Data Center di proprietà a Carini (PA).

Dal novembre 2018 l’azienda è parte di Ngena (Next Generation Enterprise Network Alliance), alleanza globale di operatori di telecomunicazioni nata per condividere i network proprietari dei membri e fornire una rete di connettività dati globale stabile e scalabile.

Tali asset fanno di Retelit il partner tecnologico ideale per gli operatori e per le aziende, con un’offerta completa di soluzioni digitali e infrastrutturali di qualità, affidabili e sicure. I servizi vanno dalla connessione Internet in fibra ottica al Multicloud, dai servizi di Cyber Security e Application Performance Monitoring ai servizi di rete basati su tecnologia SD-WAN.

Retelit è, come si vede, una società strategica nelle telecomunicazioni e non sfugge che rientra nell’alveo della sicurezza nazionale e di quella delle alleanze che l’Italia ha con altri Paesi e europei e con l’America.

La scalata a Retelit ha avuto chiaramente un valore strategico per il ruolo dell’Italia nel quadro internazionale.

Che ci faceva il Vaticano in questa complessa manovra? E’ questa la vera domanda alla quale rispondere, visto che il Vaticano è il maggior sponsor dei rapporti dell’Italia con la Cina. Siamo proprio sicuri che l’indignazione del Segretario di Stato Pietro Parolin non sia un modo per prendere le distanze da una situazione divenuta scottante, ma che, nella sostanza, andava nella direzione di favorire i rapporti tra Vaticano e Cina?

Se una società italiana, ossia Fiber 4.0, di fatto con i soldi del Vaticano (Fondo Athena) scala Retelit e grazie alla golden power elimina i concorrenti, significa che Retelit è del Vaticano e può rappresentare un’ottima carta da gettare sul tavolo delle trattative con Xi Jinping, alla faccia degli interessi strategici italiani.

© Silvano Danesi

 

PAPA FRANCESCO SULLA “VIA DELLA SETA” E DELLA RELIGIONE MONDIALE

Il papa cattolico e il papa geopolitico – Benedetto XVI e la tradizione – Francesco

 

 

 

Nella storia della Chiesa Cattolica Apostolica Romana la compresenza di due papi non è una novità. Al tempo di Bernardo di Chiaravalle, per fare un esempio, a Roma c’era Anacleto e nella Champagne Innocenzo II. Bernardo decise per Innocenzo II e Anacleto uscì dalla serie ufficiale dei papi da consegnare alla storia.

La situazione odierna, tuttavia, è assolutamente inedita, in quanto c’è un papa, Benedetto XVI, non regnante, che non ha rinunciato al munus, e un papa regnante, Francesco. Inoltre i due papi hanno due linee di pensiero totalmente diverse. Benedetto XVI, fine intellettuale, teologo tra i maggiori della storia della Chiesa, è il papa della tradizione. Francesco è un papa mondialista e relativista, il cui pensiero è vicino a quello del globalismo proprio delle élite del pensiero unico.

La prova della distanza abissale tra i due papi è nel documento sulla fratellanza firmato da Francesco con il Grande Imam di Al-Azhar.

Il 3-5 febbraio 2019, Papa Francesco ha compiuto un viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti e dall’incontro con il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyeb, è scaturito un documento, firmato dal papa e dal Grande Imam in data 4 febbraio dal titolo: “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e per la convivenza comune”, dove, nella prefazione, è scritto che “il credente è chiamato ad esprimere questa fratellanza umana”.

Nel documento si afferma che la fratellanza umana “abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali” e, subito dopo, che la libertà è un dono “che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa”.

Il documento chiede poi ai leader mondiali della politica e dell’economia, nonché agli intellettuali, di impegnarsi per la cultura della tolleranza, della convivenza, della pace, per porre fine al degrado ambientale e per riscoprire i valori della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza e della convivenza comune. Si riafferma inoltre l’essenzialità della famiglia “quale nucleo fondamentale della società e dell’umanità”.

Fin qui niente di nuovo sotto il sole. Di appelli di questo genere e di questa genericità se ne sono visti molti.

Come non condividere, senza bisogno di essere credenti o, comunque, credenti nel dio di questa o di quella religione, l’anelito alla pace, alla giustizia, al bene, alla bellezza e alla fratellanza?

In merito al documento, il giudizio del vaticanista Aldo Maria Valli è tranciante: “È il linguaggio globalista standard, che possiamo ritrovare nei discorsi del papa come dei dirigenti delle Nazioni Unite, di Bill Gates come di Hillary Clinton.”[1] Non solo. Aldo Maria Valli giudica l’evento denominato “Economia di Francesco”, ad Assisi, “base per la nuova dottrina sociale ed economica mondiale, le cui linee si trovano in Evangelii gaudium e nella Laudato si’: “ un modello economico nuovo”, come si dice nella presentazione dell’evento di Assisi, ma nel quale di nuovo sembra esserci ben poco visto che appare come una versione riveduta del vecchio egualitarismo di matrice marxista, con una spruzzata di ecologismo.”[2]

La linea di Francesco sembra essere, pertanto, non solo poco originale, ma in sintonia con il globalismo propugnato dalle élite finanziarie e con il pensiero unico del politicamente corretto di matrice laicista e relativista.

Ad un certo punto del documento si legge che “il primo e più importante obbiettivo delle religioni è quello di credere in Dio, di onorarlo e di chiamare tutti gli uomini a credere che questo universo dipende da un Dio che lo governa, è il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirlo”.

Qui comincia a restringersi il campo, in quanto non tutte le religioni hanno la stessa idea dell’origine del tutto e il concetto di un Dio Creatore non è universalmente condiviso.

Tuttavia il punto essenziale sul quale è necessario appuntare la riflessione sta nel paragrafo nel quale si afferma: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

La domanda che sorge spontanea è come possa il Dio dei cattolici, che si è incarnato in Cristo, avere sapientemente voluto la pluralità delle religioni. Come è possibile che un papa cattolico sottoscriva un documento dove si parla di un Dio generico senza che vi sia alcun accenno a Cristo, che è il fondamento stesso del cristianesimo? Senza Cristo non c’è cristianesimo, non c’è Chiesa, non c’è papa.

“Non è neppure il caso di aggiungere – scrive Aldo Maria Valli – che in tutti questi documenti e in tutte queste iniziative globaliste il nome di Gesù Cristo non compare mai. Perché non deve comparire. Se l’obiettivo è arrivare a una nuova religione mondiale, che ingloba tutto, Gesù diviene un ostacolo, e dunque va tolto di mezzo.”[3]

Monsignor Nicola Bux, nell’intervista contenuta nel libro di Valli, in proposito afferma: “Giovanni Paolo II nel 2000 volle dare una risposta con la dichiarazione Dominus Iesus sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, affidata all’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Vi si afferma che le visioni relativistiche, secondo le quali tutte le religioni sono valide vie di salvezza, non possono essere accettate. Resta dunque valida la pretesa cristiana di essere la religio vera, in cui metafisica e storia si sono rapportate ed è avvenuta la sintesi tra ragione, fede e vita.”[4]

Sempre nel libro di Valli, il cardinale Gerhard Müller scrive: “L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell’unità divina (254) segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo (679) e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (846). Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo (1Gv 2,22), poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre (663)”.[5]

Nelle parola di Müller compare l’Anticristo, una figura evocata anche nel libro intervista di Peter Seewald a Benedetto XVI: “La mia vita”.

Domanda di Peter Seewald: «Una frase dell’omelia sull’inizio del suo pontificato è stata particolarmente ricordata: ”Pregate per me che io non fugga davanti ai lupi”. Prevedeva tutto quello che le sarebbe successo?»

Risposta di Benedetto XVI: «Qui devo dire che il raggio di percezione di ciò che un Papa può temere è troppo piccolo. Naturalmente, questioni come ”Vatileaks” sono fastidiose e, soprattutto, incomprensibili per le persone in tutto il mondo ed estremamente dirompenti. Ma la vera minaccia per la Chiesa e quindi per il servizio petrino non sta in queste cose, ma nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo. Cento anni fa qualcuno avrebbe pensato che fosse assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Oggi coloro che si oppongono a questo sono socialmente scomunicati. Lo stesso vale per l’aborto e la produzione di persone in laboratorio. La società moderna è in procinto di formulare un credo anticristiano e se uno vi si oppone viene colpito dalla scomunica. La paura di questo potere spirituale dell’Anticristo è quindi fin troppo naturale e ci vuole davvero l’aiuto della preghiera della Chiesa universale per resistere».

Ora, la “dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche” non può che far pensare al Filantropo di Soloviev e a un percorso, come quello di Francesco, che a queste ideologie in gran parte si accosta.

Ed ecco che la frattura appare in tutta la sua evidenza.

Da una parte il papa della tradizione cristiana, Benedetto XVI; dall’altra il papa che, accostandosi alle ideologie apparentemente umanistiche, favorisce l’avvento di una generica religione mondiale che nega il cristianesimo.

Diventa, in questo contesto, comprensibile la linea filocinese di Francesco, non solo perché soddisfa la versione riveduta del vecchio egualitarismo marxista, ma perché in una sopravveniente religione mondiale, dove scompare la figura del Cristo, è possibile che la religione cattolica sia sottoposta al placet e al controllo di un regime nazionalcomunista totalitario.

Alla linea filocinese di Francesco è perfettamente sintonica quella filo Unione Europea a trazione tedesca, considerato che la Germania è il più importante interlocutore europeo della Cina e si è posta come general contractor per conto dei paesi UE.

La presa di posizione della Conferenza episcopale europea a favore del Recovery fund è un segno inequivocabile della politicizzazione della Chiesa, trasformata nel partito di Bergoglio. Un partito che tiene in ostaggio anche le posizioni geopolitiche e geostrategiche dell’Italia e che è subordinato alla linea della Germania, che è il primo partner commerciale della Cina e ha 5 mila aziende nella terra del Dragone.

La Chiesa cattolica ha avuto stretti rapporti con il potere, sin dal tempo della sua legittimazione costantiniana; ha conosciuto un dibattito interno senza esclusione di colpi, con condanne di eretici e di eresie; ha vissuto scismi, ma mai ha visto presentarsi il problema che, per giocare un ruolo nel mondo, dovesse eliminare il suo fondamento: Cristo, per stemperarsi in una religione mondiale, negando se stessa e trasformandosi in un partito globalista, dai toni vetero-marxisti, conditi con una spruzzata di ecologismo, ma di fatto in linea con le élite finanziarie mondiali.

© Silvano Danesi

 

[1] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[2] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[3] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[4] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[5] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.