Trump mette la palla al centro per una vera trattativa di pace

Palla al centro. E’ questo, a mio modesto parere di osservatore dei fatti,  il significato della decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di spostare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti.

Quella di Trump è una mossa abile e coraggiosa, che mette un punto fermo sul fatto che Israele è la patria degli Ebrei, che è una realtà statuale non eliminabile e che con questa realtà è necessario fare i conti.

Palla al centro, perché in quella che da parte le anime belle del buonismo internazionale (ben sostenute nelle loro idee antisemite dalla solita pecunia che “non olet”, ma che è molto “oil”) viene definita una provocazione foriera di disastri, c’è invece la volontà decisa di far capire a tutti che ogni trattativa parte dal fatto che Israele c’è, è da riconoscere come entità statuale e che è la patria degli Ebrei. Un dato non scontato, dal momento che a maggio di quest’anno il comitato esecutivo dell’Unesco ha approvato, con 20 voti a favore, 10 contrari e 23 astensioni, la controversa risoluzione sulla “Palestina occupata”, intesa a far perdere a Israele la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme.

La risoluzione sulla “Palestina occupata”, presentata da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, prevede anche che ogni decisione della “potenza occupante” israeliana su Gerusalemme sia priva di valore: ciò metterebbe in dubbio la sovranità israeliana sull’intera città e non solo sulla sua parte orientale.

A luglio di quest’anno, l’Unesco, a Cracovia, ha riconosciuto la Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, «sito palestinese» del Patrimonio Mondiale, con un voto favorevole  ad una Risoluzione presentata dai palestinesi.

La Tomba dei Patriarchi, secondo luogo santo dell’ebraismo, è il sepolcro di Abramo, Isacco e Giacobbe. La Tomba è luogo di devozione anche per i musulmani che lo chiamano ‘Santuario di Abramo’ o ‘Moschea di Abramo’, il quale, come è noto, era ebreo e non certamente arabo e tantomeno musulmano. La risoluzione su Hebron, che si riferisce alla città come “islamica”, nega migliaia di anni di presenza ebraica. Nella riunione annuale a Cracovia, prima  di prendere posizione su Hebron, l’Unesco ha definito Israele “potenza occupante” a Gerusalemme.

L’agenzia dell’Onu per la cultura e la scienza, alla faccia delle cultura e della scienza, in tre giorni di riunione a Cracovia, ha islamizzato le città più sante dell’ebraismo, Gerusalemme e Hebron.

La deriva islamista dell’Unesco ha indotto gli Stati Uniti ad uscire dall’Agenzia, dando un primo inequivocabile segnale: l’America di Trump è solidale con Israele, che considera un’entità statuale indiscutibile ed ineliminabile. Chi vuole davvero un processo di pace deve partire da qui, ossia dalla constatazione che Israele c’è, che Israele va riconosciuto come Stato e che con Israele si deve trattare.

Il segnale è forte anche per l’Europa, per l’antisionismo emergente in molti ambienti europei e per gli stessi governanti dei paesi che fanno parte dell’Unione Europea: gli Usa stanno con Israele.

Palla al centro, dunque, per riprendere le trattative.

Trump, infatti, ha aggiunto: “Farò tutto quello che è in mio potere per un accordo israelo-palestinese che sia accettabile da entrambe le parti. E gli Stati Uniti continuano a sostenere la soluzione dei due Stati”.

I finti sostenitori dell’accordo israelo-palestinese citano gli accordi con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994) come testimonianze della possibilità di voltare pagina nell’area. Gli accordi di pace sottoscritti fra Gerusalemme, Il Cairo e poi Amman, presupponevano una condizione preliminare: il mutuo riconoscimento.

Sia il governo di Ramallah di Abu Mazen, sia il governo di Hamas a Gaza, si rifiutano di riconoscere la legittimità dello stato di Israele.

Ben 21 stati non hanno mai riconosciuto Israele o non intrattengono alcuna relazione diplomatica: Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Bhutan, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Gibuti, Indonesia, Iraq, Isole delle Comore, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Nord Corea, Pakistan, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

A questi si aggiungono altri 15 Stati che in passato hanno intrattenuto relazioni diplomatiche con Gerusalemme, con o senza soluzione di continuità e che le hanno interrotte negli anni passati per eventi generalmente riconducibili ad ostilità che in diversi momenti hanno interessato Israele: Bahrain, Bolivia, Chad, Cuba, Guinea, Iran, Mali, Marocco, Mauritania, Nicaragua, Niger, Oman, Qatar, Tunisia, Venezuela.

Nel luglio di quest’anno, al canto di “morte a Israele” gli oltranzisti della rivoluzione khomeinista hanno ricordato la “profezia” dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica: niente rimarrà dello Stato ebraico “entro il 2040”. Alla manifestazione hanno partecipato anche il presidente Hassan Rohani, su posizioni più moderate e il presidente del Parlamento Ali Larijani, che ha attaccato Israele frontalmente, come “madre del terrorismo” e “peggior terrorista di tutti i tempi”.

La mossa di Trump chiama in causa anche la Russia di Putin, che ultimamente si è posta sempre più come potenza di area in rapporto stretto con Teheran e con il mondo sciita.

Palla al centro, dunque, per avviare una trattativa vera, che parte dal fatto che la presenza dello Stato di Israele è un dato di fatto ineliminabile. Chi vuole davvero la pace e un accordo che veda nell’aera la presenza di due Stati, quello di Israele e quello della Palestina, deve partire da qui. Trump ha imposto un gioco a carte scoperte, interrompendo le derive islamiste, dell’impotente Unione Europea e  delle Nazioni Unite, chiudendo la fase delle finzioni.

Silvano Danesi

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In Peccato Originale un’ombra sul pontificato di Paolo VI

In “Peccato Originale”[1], l’ultimo saggio di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere) un’ombra pesante grava sul pontificato di Paolo VI e sullo stesso pontefice.

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Nel libro delle tre S (sangue, soldi, sesso), Nuzzi analizza i fantasmi dello Ior e il sistema di potere costruito dall’arcivescovo Casimir Marcinkus e giunto intatto fino ai giorni nostri, nonostante i numerosi e falliti tentativi di fare chiarezza.

Nuzzi, riprendendo il suo “Vaticano S.p.A.”, ricorda come il sodale di Marcinkus, monsignor Donato de Bonis, avesse costruito uno “Ior paralleo”, “un articolato sistema di decine e decine di depositi, alcuni utilizzati anche, anni dopo, per riciclare la più grande tangente mai scoperta nella storia repubblicana: la maxitangente Enimont, il capitolo più oscuro di Tangentopoli”.

Peccato Originale

L’intreccio di potere che aveva la sua testa in Vaticano, comprendeva, scrive Nuzzi, “uomini vicini a Sindona e alla mafia americana”,

E qui comincia a comparire l’ombra su Paolo VI, quando Nuzzi cita il “cardinale Sergio Guerri […] che anni prima, su indicazione di Paolo VI, aveva affidato a Sindona l’incarico di smobilizzare le partecipazioni della Santa sede in diverse società italiane”.

I rapporti di Giovanni Battista Montini con Sindona, erano, del resto, di vecchia data. “Sindona – scrivono in proposito Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti – […] aveva reperito i terreni  e i fondi per l’edificazione della Casa della Madonnina, divenendo di fatto «il consulente finanziario» di quella curia milanese che si sposta poi in blocco a Roma con l’elezione di Montini a papa, nel 1963. Tanto che negli ambienti vaticani quella del finanziere di Patti era stata ribattezzata «la mafia milanese», a causa delle amicizie poco raccomandabili del consulente esterno Sindona”. [2]

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Sempre Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti scrivono: “Sono documentati, tra l’altro, i rapporti del cardinale Montini e i servizi segreti americani, ai quali restò sempre legato, in un rapporto di reciproca collaborazione. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato, in un libro pubblicato anche in Italia nel 2003, rivela, parlando delle attività della Cia: «Ci fu il caso del cardinale Giovanni Battista Montini, un altro beneficiario della munificenza della Cia. I pagamenti a lui effettuati rivelano un po’ delle convinzioni meccanicistiche dell’Agenzia. […] Il cardinale, da monsignore, era stato coinvolto nell’operazione vaticana per contrabbandare i nazisti verso la libertà dopo la Seconda guerra mondiale. Aveva una lunga storia di legami con i servizi segreti occidentali. Nel 1963 divenne Paolo VI”. [3]

“Michele Sindona – scrive Nuzzi – non era solo socio e consulente dello Ior. La squadra dello spregiudicato finanziere siciliano, uomo di fiducia di mafiosi del calibro di Bontate, dei Genovese, insomma del gotha criminale italo americano, era entrata nella banca vaticana a piene mani e la usava per ogni necessità…”.

La rete di Marcinkus, oltre a Sindona, si allargava a Calvi, ai rapporti con banche varie dai documenti delle quali emergono (ed ecco che l’ombra di fa pesante) “alcuni bonifici indicanti il pontefice Paolo VI nei fogli di cassa dello Ior”.

Emergono contatti della banca del vaticano, attraverso la fitta rete del Banco Ambrosiano, con i grandi cartelli del narcotraffico latinoamericano.

“A questo punto – scrive Nuzzi – diventa fondamentale capire perché Paolo VI viene indicato in quegli assegni: sono operazioni diverse o c’è qualche collegamento?”.

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“La contiguità, che questi documenti adombrano – scrive Nuzzi – tra i pontefici (Paolo VI prima e Giovanni Paolo II) e i peggiori vertici dello Ior, appunto Marcinkus  e De Bonis, impone una rilettura unitaria dei rapporti tra la banca degli scandali e l’appartamento pontificio”.

“Emerge – continua Nuzzi – un’ultima considerazione che oggi bisogna sottolineare: perde definitivamente di credibilità sia la comune vulgata che vuole Marcinkus raggirato da Sindona e Calvi, sia, soprattutto, quella che cerca di rappresentare questo sistema di potere come un corpo estraneo al pontificato di Paolo VI e a quello di Giovanni Paolo II”.

Calvi, Sindona, P2, mafie varie, storie di riciclaggio, sembrano entrare come in un puzzle che si compone via via a mostrare un quadro inquietante, dipinto a più mani entro le Mura leonine. Un quadro di corruzione pluridecennale che ha infettato l’Italia.

Difficile credere che negli appartamenti pontifici nulla si sapesse e, allora, le domande di Nuzzi pretendono risposte chiare. A chiare lettere.

Rimane un grande dubbio. Il fine intellettuale Joseph Ratzinger, divenuto papa con il nome di Benedetto XVI è stato costretto a gettare la spugna. Dopo un avvio che sembrava promettente, papa Francesco ha pensato bene di dedicarsi al mondialismo ecologico e alla difesa del pauperismo mondiale. Il Gattopardo ha vinto ancora?

Silvano Danesi

[1] Gianluigi Nuzzi, Peccato Originale, Chiarelettere

[2] Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti, Vaticano Massone, Pickwick

[3] William Blum, Il libro nero degli Stati Unitato in Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti, Vaticano Massone, Pickwick

I Massoni, l’Europa, gli stati-nazione e le patrie

La vicenda della Catalogna, gestita malissimo da tutte le parti in causa, ci obbliga ad una riflessione che riguarda l’attualità dei concetti di Patria, di Nazione, di Stato. Una riflessione che, per quanto ci riguarda, in quanto ora cittadini di un’entità che si chiama Unione Europea, non può prescindere dalla storia.

Lo Stato moderno storicamente ha cominciato ad affermarsi in Europa tra il XIII ed il XIV secolo, soprattutto grazie ad alcuni accadimenti come la guerra dei cent’anni.

In particolare, lo Stato moderno si è affermato in Europa tra il XV e il XIX secolo. La sua formazione è avvenuta attraverso un progressivo accentramento del potere, della territorialità, del prelievo fiscale, della burocrazia, dell’esercito e così via e gli attuali Stati sovrani facenti parte dell’Unione Europea sono il frutto di accorpamenti dovuti a vari conflitti, non ultimi, quelli relativi alla prima e alla seconda guerra mondiale.

Lo Stato è un’entità politica che si compone di tre elementi caratterizzanti: il territorio, cioè un’area geografica ben definita, su cui si esercita la sovranità; i cittadini, su cui si esercita la sovranità; un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

Uno Stato può essere nazionale, ossia coincidente con una nazione, o multinazionale.

Una nazione si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, l’etnia ed eventualmente un governo. Un’altra definizione considera la nazione come uno “stato sovrano” che può far riferimento a un popolo, a un’etnia, a una tribù con una discendenza, una lingua e  una storia in comune.

Negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi due dell’attuale abbiamo assistito a profondi mutamenti dell’assetto statuale all’interno dell’area geografica e culturale che si definisce Europa.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la Cecoslovacchia si è divisa in Repubblica di Slovacchia e in Repubblica Ceca. La Jugoslavia  si è suddivisa, dopo una guerra che ha creato disastri e vittime, in Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia.

Alcuni territori popolati da italiani, dopo la fine della seconda Guerra mondiale, sono stati inglobati forzatamente alla Jugoslavia e le popolazioni sono state deportate, quando non infoibate dalle truppe titine.

La fine della prima guerra mondiale ha assegnato una parte del Tirolo all’Italia e una parte all’Austria, ma le popolazioni tirolesi non si riconoscono né nello Stato italiano, né nello Stato austriaco.

Il Regno di Spagna è uno Stato multinazionale, fatto di Baschi, di Castigliani, di Valenziani, di Cataluni, di Galleghi: popolazioni con storie, tradizioni e lingua diverse.

La Francia è uno Stato multinazionale, fatto di Francesi (Franchi), Bretoni, Corsi, Alsaziani, Occitani, Savoiardi: popolazioni con storie e lingue diverse.

L’attuale Germania non è da meno: Prussiani e Bavaresi, per fare un solo esempio, sono mondi diversi.

Il Belgio è diviso in Valloni e Fiamminghi: due popoli, due lingue, due storie.

Il Regno Unito accorpa Scozzesi, Gallesi e Irlandesi, Cornici: popolazioni di lingue gaelica o cimbrica, con storie e tradizioni celtiche, diverse da quelle degli Angli e dei Sassoni che hanno conquistato quella che oggi si chiama Inghilterra.

Le Isole Far Oer nel 2018 voteranno un referendum per separarsi dalla Danimarca e gli abitanti della Nuova Caledonia (Kanak), territorio dello Stato francese d’Oltremare, vogliono staccarsi da Parigi.

La Brexit è un segnale forte della crisi degli Stati sovrani. La Scozia, che ha sempre rivendicato la propria indipendenza, ora rivendica l’appartenenza all’Unione Europea, in contrasto con lo Stato del Regno Unito. La Brexit ripropone inoltre la questione dell’Irlanda del Nord, accorpata allo Stato inglese, ma abitata da Irlandesi. L’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea pone questioni di confine, di libero scambio, e via discorrendo e rischia di riaprire antiche ferite.

L’Europa degli Stati è, di fatto, per la sua storia, disseminata di piccole patrie, accorpate forzatamente in Stati sovrani in conseguenza di guerre, conquiste, vittorie e sconfitte che non hanno tenuto nel minimo conto le storie dei popoli.

Alle patrie europee sono state associate altre patrie in territori lontani definiti d’Oltremare.

I paesi e territori d’oltremare sono:

  1. dipendenti dalla FranciaClippertonNuova CaledoniaPolinesia franceseSaint-Barthélemy (dal 2012), Saint-Pierre e MiquelonTerre Australi e Antartiche FrancesiWallis e Futuna;
  2. dipendenti dalla DanimarcaIsole Fær ØerGroenlandia;
  3. dipendenti dal Regno UnitoAnguillaBermudaGeorgia del Sud e isole Sandwich meridionaliIsole CaymanIsole FalklandIsole PitcairnIsole Vergini britannicheMonserratSant’ElenaTerritorio antartico britannicoTerritorio britannico dell’oceano IndianoTurks e Caicos;
  4. dipendenti dai Paesi BassiArubaCuraçaoSint Maarten.

Per fare un solo esempio, definire, francese un polinesiano è un esercizio assai difficile.

I Baschi, antica popolazione che ha ripopolato l’Europa dopo l’ultima glaciazione, parlano l’euskara. I Corsi hanno uno statuto speciale dal 1982 e rivendicano autonomia. I Bretoni, di lingua gaelica, chiedono la riammissione della Loira Atlantica e il riconoscimento della lingua bretone. La Bretagna è stata indipendente fino al 1532 e ha perso la sua autonomia soltanto con la Rivoluzione francese.

Gli Alsaziani chiedono autonomia e riconoscimento della loro lingua e a rivendicare autonomia ci sono anche gli Occitani e i Savoiardi.

Con l’avvento dell’Unione Europea le piccole patrie sono ora abitate da cittadini europei, i cui destini dipendono in gran parte non più dagli stati nazionali o plurinazionali, ma dalle decisioni dell’Unione, che obbligano gli Stati ad uniformarsi alle direttive europee.

E’ del tutto evidente che la presenza dell’Unione Europea ha due conseguenze tra di loro collegate in modo assai stretto: la perdita di significato e di importanza degli Stati e la ripresa di significato delle piccole patrie.

Se l’Unione Europea diventerà quello che non è e che è auspicabile diventi, ossia l’Europa dei popoli e delle nazioni e non della finanza e della burocrazia, è evidente che il suo crescere come entità statale metterà sempre più in crisi gli attuali Stati sovrani nazionali o multinazionali.

La costituzione dell’Unione Europea ha inoltre fatto emergere regioni ricche ed economicamente competitive che puntano a dipendere sempre meno dalla dimensione degli Stati e che intendono trovare condizioni migliori per il proprio collocamento in un contesto più ampio.

Nei prossimi decenni saranno i territori e le città a vocazione internazionale a trainare lo sviluppo e ad attrarre capitali e competenze. Milano (con la sua area regionale), che produce il 30 per cento del Pil italiano, è fra queste e si confronta con l’area di Londra, con la Baviera, con la Renania settentrionale, con L’ile de France.

All’orizzonte c’è la macro regione alpina Eusalp, che accorpa 46 regioni, appartenenti a sette Stati diversi, e accomunate da un continuum che travalica i confini nazionali.

Il tema all’ordine del giorno è rivedere il funzionamento delle autonomie decisionali in un’ottica europea e globale.

Altro tema è quello dello strapotere delle burocrazie. Alle burocrazie statali si è sovrapposta la burocrazia europea, creando un mostro che determina inefficienza e oppressione, comprime l’economia e massacra le piccole patrie e  le tradizioni locali,  in ossequio ad un mondialismo che vorrebbe trasformare i popoli in masse di consumatori indifferenziati, esseri umani senza qualità, schiavi del “Dio Consumo” e delle regole imposte dai poteri finanziari e dalle multinazionali.

Altro grande tema è quello del welfare, che si intreccia con quello delle risorse energetiche. Il welfare diventa sempre più difficile da sostenere se non si abbassano i costi energetici, differenziando le fonti. Qui l’Europa non c’è e gli Stati sono tra loro in conflitto. Francia e Inghilterra hanno disastrato, conniventi con gli Usa della Clinton e di Obama, la Libia, mettendo in difficoltà l’Italia e l’Eni. Mentre l’Eni lavorava in Egitto alla scoperta di uno dei più grandi giacimenti di petrolio e di gas, l’Inghilterra ha messo di traverso la morte di un giovane ricercatore italiano, mandato alla sbaraglio, inducendo l’assurdo ritiro dell’ambasciatore (sintomo di nanismo politico del Bel Paese e di sbandamento delle sue classi dirigenti) e il fallimento dei rapporti commerciali in itinere. In Puglia il nanismo politico fa sì che le stesse istituzioni locali si oppongano alla posa di un tubo di un metro e mezzo di diametro alla profondità di sedici metri, che porterebbe in Italia il gas dell’Azerbaigian.

La signora Merkel insiste con le sanzioni alla Russia, che penalizzano pesantemente l’export italiano, mentre va a nozze con Putin per quanto riguarda il gasdotto del Baltico.

Gli esempi potrebbero continuare, mettendo in campo il nucleare, le risorse rinnovabili, la ricerca.

Il fatto è che l’Europa riguardo al tema strategico dell’energia è un colabrodo e l’Unione un fantasma.

L’Europa non ha una politica estera unitaria e credibile.

L’Europa non ha un esercito comune e solo una timida alleanza tra l’Italia e la Francia, con Fincantieri e Navalgroup comincia a delineare una possibile strada di integrazione militare.

L’Europa non ha una struttura unitaria di intelligence.

Così accade che il potere finanziario-burocratico con la sua azione indebolisce gli Stati membri, aprendo inevitabilmente spazi alle piccole patrie, senza dare una risposta coerente in termini di una nuova statualità europea democratica, che abbia la sua legittimazione autentica nel voto popolare.

L’Europa, così com’è, mantiene Stati, nazioni, patrie e popoli in mezzo ad un guado che rende la stessa Europa un player internazionale incapace, mentre si stanno ridefinendo gli assetti del potere mondiale.

La riflessione della Massoneria può rimanere indifferente di fronte a un mutamento in atto così consistente, al quale si accompagnano fenomeni migratori massicci e rivolgimenti culturali che rischiano di mettere in discussione la stessa identità di popoli e di nazioni?

Fin dai primi passi nel percorso che un essere umano, libero e di buoni costumi,  compie per diventare un Massone, ossia per essere un iniziato, secondo la ritualità propria dell’Istituzione massonica, il concetto di Patria gli viene proposto come essenziale.

Prima di essere ammesso al Tempio massonico, a chi intende diventare Massone, viene, fra le altre, posta la domanda: “Che cosa dovete alla Patria?”.

La domanda, come è del tutto evidente, contiene il concetto del dovere. Un dovere che riguarda la Patria.

Nel giuramento che chi intende diventare Massone deve prestare è contenuta la formula: “Prometto e giuro di consacrare tutta la mia esistenza al bene e al progresso della mia Patria, al bene e al progresso di tutta l’Umanità”.

E’ del tutto evidente che, nell’attuale temperie culturale e politica, discutere del concetto di Patria non è solo un esercizio accademico.

La Patria è “l’ambito territoriale, tradizionale e culturale, al quale si riferiscono le esperienze affettive, morali, politiche dell’individuo, in quanto appartenente a un popolo” ed è, al contempo, “territorio e popolo che vi risiede, unito da una lingua e dall’uniformità di cultura e tradizioni”.

La Patria è il luogo dei Padri (radice sanscrita *pa-, da cui pati,  “antenato”); è il luogo degli Antenati, ai quali non solo dobbiamo la vita, ma le tradizioni, la cultura, le conquiste di civiltà. Chi non rispetta gli Antenati e non li onora è un essere senza onore e senza dignità.

Nella fattispecie ai nostri Antenati dobbiamo la libertà individuale, la democrazia, la sovranità popolare, la parità di dignità di tutti gli esseri umani. Ai nostri Antenati e ai loro sacrifici dobbiamo soprattutto la possibilità di esercitare il libero pensiero, che è il bene più prezioso, in quanto consente all’essere umano di creare nella bellezza quando non sia oscurato nella sua coscienza dalla hýbris (“tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”), madre dei vizi ai quali il Massone deve scavare profonde prigioni.

Affrontare il tema della Patria, pertanto, è un dovere al quale non ci si può sottrarre; è un compito non declinabile.

Sarà in grado la Massoneria italiana, divisa e troppo spesso guicciardiniana, di alzare il livello della riflessione, non per occuparsi della gestione politica, che non è affar suo, ma per occuparsi della polis nel senso di produrre idee da offrire; idee all’altezza della posta in gioco, ossia all’altezza delle risposte da dare ai grandi temi che la storia ci pone davanti e dai quali non è possibile fuggire? La risposta dipende dalla volontà dei vertici, che saranno giudicati dalla storia in base alle loro volontà e alle loro disponibilità.

Silvano Danesi