I Massoni, l’Europa, gli stati-nazione e le patrie

La vicenda della Catalogna, gestita malissimo da tutte le parti in causa, ci obbliga ad una riflessione che riguarda l’attualità dei concetti di Patria, di Nazione, di Stato. Una riflessione che, per quanto ci riguarda, in quanto ora cittadini di un’entità che si chiama Unione Europea, non può prescindere dalla storia.

Lo Stato moderno storicamente ha cominciato ad affermarsi in Europa tra il XIII ed il XIV secolo, soprattutto grazie ad alcuni accadimenti come la guerra dei cent’anni.

In particolare, lo Stato moderno si è affermato in Europa tra il XV e il XIX secolo. La sua formazione è avvenuta attraverso un progressivo accentramento del potere, della territorialità, del prelievo fiscale, della burocrazia, dell’esercito e così via e gli attuali Stati sovrani facenti parte dell’Unione Europea sono il frutto di accorpamenti dovuti a vari conflitti, non ultimi, quelli relativi alla prima e alla seconda guerra mondiale.

Lo Stato è un’entità politica che si compone di tre elementi caratterizzanti: il territorio, cioè un’area geografica ben definita, su cui si esercita la sovranità; i cittadini, su cui si esercita la sovranità; un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

Uno Stato può essere nazionale, ossia coincidente con una nazione, o multinazionale.

Una nazione si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni come la lingua, il luogo geografico, la storia, le tradizioni, la cultura, l’etnia ed eventualmente un governo. Un’altra definizione considera la nazione come uno “stato sovrano” che può far riferimento a un popolo, a un’etnia, a una tribù con una discendenza, una lingua e  una storia in comune.

Negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi due dell’attuale abbiamo assistito a profondi mutamenti dell’assetto statuale all’interno dell’area geografica e culturale che si definisce Europa.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la Cecoslovacchia si è divisa in Repubblica di Slovacchia e in Repubblica Ceca. La Jugoslavia  si è suddivisa, dopo una guerra che ha creato disastri e vittime, in Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia.

Alcuni territori popolati da italiani, dopo la fine della seconda Guerra mondiale, sono stati inglobati forzatamente alla Jugoslavia e le popolazioni sono state deportate, quando non infoibate dalle truppe titine.

La fine della prima guerra mondiale ha assegnato una parte del Tirolo all’Italia e una parte all’Austria, ma le popolazioni tirolesi non si riconoscono né nello Stato italiano, né nello Stato austriaco.

Il Regno di Spagna è uno Stato multinazionale, fatto di Baschi, di Castigliani, di Valenziani, di Cataluni, di Galleghi: popolazioni con storie, tradizioni e lingua diverse.

La Francia è uno Stato multinazionale, fatto di Francesi (Franchi), Bretoni, Corsi, Alsaziani, Occitani, Savoiardi: popolazioni con storie e lingue diverse.

L’attuale Germania non è da meno: Prussiani e Bavaresi, per fare un solo esempio, sono mondi diversi.

Il Belgio è diviso in Valloni e Fiamminghi: due popoli, due lingue, due storie.

Il Regno Unito accorpa Scozzesi, Gallesi e Irlandesi, Cornici: popolazioni di lingue gaelica o cimbrica, con storie e tradizioni celtiche, diverse da quelle degli Angli e dei Sassoni che hanno conquistato quella che oggi si chiama Inghilterra.

Le Isole Far Oer nel 2018 voteranno un referendum per separarsi dalla Danimarca e gli abitanti della Nuova Caledonia (Kanak), territorio dello Stato francese d’Oltremare, vogliono staccarsi da Parigi.

La Brexit è un segnale forte della crisi degli Stati sovrani. La Scozia, che ha sempre rivendicato la propria indipendenza, ora rivendica l’appartenenza all’Unione Europea, in contrasto con lo Stato del Regno Unito. La Brexit ripropone inoltre la questione dell’Irlanda del Nord, accorpata allo Stato inglese, ma abitata da Irlandesi. L’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea pone questioni di confine, di libero scambio, e via discorrendo e rischia di riaprire antiche ferite.

L’Europa degli Stati è, di fatto, per la sua storia, disseminata di piccole patrie, accorpate forzatamente in Stati sovrani in conseguenza di guerre, conquiste, vittorie e sconfitte che non hanno tenuto nel minimo conto le storie dei popoli.

Alle patrie europee sono state associate altre patrie in territori lontani definiti d’Oltremare.

I paesi e territori d’oltremare sono:

  1. dipendenti dalla FranciaClippertonNuova CaledoniaPolinesia franceseSaint-Barthélemy (dal 2012), Saint-Pierre e MiquelonTerre Australi e Antartiche FrancesiWallis e Futuna;
  2. dipendenti dalla DanimarcaIsole Fær ØerGroenlandia;
  3. dipendenti dal Regno UnitoAnguillaBermudaGeorgia del Sud e isole Sandwich meridionaliIsole CaymanIsole FalklandIsole PitcairnIsole Vergini britannicheMonserratSant’ElenaTerritorio antartico britannicoTerritorio britannico dell’oceano IndianoTurks e Caicos;
  4. dipendenti dai Paesi BassiArubaCuraçaoSint Maarten.

Per fare un solo esempio, definire, francese un polinesiano è un esercizio assai difficile.

I Baschi, antica popolazione che ha ripopolato l’Europa dopo l’ultima glaciazione, parlano l’euskara. I Corsi hanno uno statuto speciale dal 1982 e rivendicano autonomia. I Bretoni, di lingua gaelica, chiedono la riammissione della Loira Atlantica e il riconoscimento della lingua bretone. La Bretagna è stata indipendente fino al 1532 e ha perso la sua autonomia soltanto con la Rivoluzione francese.

Gli Alsaziani chiedono autonomia e riconoscimento della loro lingua e a rivendicare autonomia ci sono anche gli Occitani e i Savoiardi.

Con l’avvento dell’Unione Europea le piccole patrie sono ora abitate da cittadini europei, i cui destini dipendono in gran parte non più dagli stati nazionali o plurinazionali, ma dalle decisioni dell’Unione, che obbligano gli Stati ad uniformarsi alle direttive europee.

E’ del tutto evidente che la presenza dell’Unione Europea ha due conseguenze tra di loro collegate in modo assai stretto: la perdita di significato e di importanza degli Stati e la ripresa di significato delle piccole patrie.

Se l’Unione Europea diventerà quello che non è e che è auspicabile diventi, ossia l’Europa dei popoli e delle nazioni e non della finanza e della burocrazia, è evidente che il suo crescere come entità statale metterà sempre più in crisi gli attuali Stati sovrani nazionali o multinazionali.

La costituzione dell’Unione Europea ha inoltre fatto emergere regioni ricche ed economicamente competitive che puntano a dipendere sempre meno dalla dimensione degli Stati e che intendono trovare condizioni migliori per il proprio collocamento in un contesto più ampio.

Nei prossimi decenni saranno i territori e le città a vocazione internazionale a trainare lo sviluppo e ad attrarre capitali e competenze. Milano (con la sua area regionale), che produce il 30 per cento del Pil italiano, è fra queste e si confronta con l’area di Londra, con la Baviera, con la Renania settentrionale, con L’ile de France.

All’orizzonte c’è la macro regione alpina Eusalp, che accorpa 46 regioni, appartenenti a sette Stati diversi, e accomunate da un continuum che travalica i confini nazionali.

Il tema all’ordine del giorno è rivedere il funzionamento delle autonomie decisionali in un’ottica europea e globale.

Altro tema è quello dello strapotere delle burocrazie. Alle burocrazie statali si è sovrapposta la burocrazia europea, creando un mostro che determina inefficienza e oppressione, comprime l’economia e massacra le piccole patrie e  le tradizioni locali,  in ossequio ad un mondialismo che vorrebbe trasformare i popoli in masse di consumatori indifferenziati, esseri umani senza qualità, schiavi del “Dio Consumo” e delle regole imposte dai poteri finanziari e dalle multinazionali.

Altro grande tema è quello del welfare, che si intreccia con quello delle risorse energetiche. Il welfare diventa sempre più difficile da sostenere se non si abbassano i costi energetici, differenziando le fonti. Qui l’Europa non c’è e gli Stati sono tra loro in conflitto. Francia e Inghilterra hanno disastrato, conniventi con gli Usa della Clinton e di Obama, la Libia, mettendo in difficoltà l’Italia e l’Eni. Mentre l’Eni lavorava in Egitto alla scoperta di uno dei più grandi giacimenti di petrolio e di gas, l’Inghilterra ha messo di traverso la morte di un giovane ricercatore italiano, mandato alla sbaraglio, inducendo l’assurdo ritiro dell’ambasciatore (sintomo di nanismo politico del Bel Paese e di sbandamento delle sue classi dirigenti) e il fallimento dei rapporti commerciali in itinere. In Puglia il nanismo politico fa sì che le stesse istituzioni locali si oppongano alla posa di un tubo di un metro e mezzo di diametro alla profondità di sedici metri, che porterebbe in Italia il gas dell’Azerbaigian.

La signora Merkel insiste con le sanzioni alla Russia, che penalizzano pesantemente l’export italiano, mentre va a nozze con Putin per quanto riguarda il gasdotto del Baltico.

Gli esempi potrebbero continuare, mettendo in campo il nucleare, le risorse rinnovabili, la ricerca.

Il fatto è che l’Europa riguardo al tema strategico dell’energia è un colabrodo e l’Unione un fantasma.

L’Europa non ha una politica estera unitaria e credibile.

L’Europa non ha un esercito comune e solo una timida alleanza tra l’Italia e la Francia, con Fincantieri e Navalgroup comincia a delineare una possibile strada di integrazione militare.

L’Europa non ha una struttura unitaria di intelligence.

Così accade che il potere finanziario-burocratico con la sua azione indebolisce gli Stati membri, aprendo inevitabilmente spazi alle piccole patrie, senza dare una risposta coerente in termini di una nuova statualità europea democratica, che abbia la sua legittimazione autentica nel voto popolare.

L’Europa, così com’è, mantiene Stati, nazioni, patrie e popoli in mezzo ad un guado che rende la stessa Europa un player internazionale incapace, mentre si stanno ridefinendo gli assetti del potere mondiale.

La riflessione della Massoneria può rimanere indifferente di fronte a un mutamento in atto così consistente, al quale si accompagnano fenomeni migratori massicci e rivolgimenti culturali che rischiano di mettere in discussione la stessa identità di popoli e di nazioni?

Fin dai primi passi nel percorso che un essere umano, libero e di buoni costumi,  compie per diventare un Massone, ossia per essere un iniziato, secondo la ritualità propria dell’Istituzione massonica, il concetto di Patria gli viene proposto come essenziale.

Prima di essere ammesso al Tempio massonico, a chi intende diventare Massone, viene, fra le altre, posta la domanda: “Che cosa dovete alla Patria?”.

La domanda, come è del tutto evidente, contiene il concetto del dovere. Un dovere che riguarda la Patria.

Nel giuramento che chi intende diventare Massone deve prestare è contenuta la formula: “Prometto e giuro di consacrare tutta la mia esistenza al bene e al progresso della mia Patria, al bene e al progresso di tutta l’Umanità”.

E’ del tutto evidente che, nell’attuale temperie culturale e politica, discutere del concetto di Patria non è solo un esercizio accademico.

La Patria è “l’ambito territoriale, tradizionale e culturale, al quale si riferiscono le esperienze affettive, morali, politiche dell’individuo, in quanto appartenente a un popolo” ed è, al contempo, “territorio e popolo che vi risiede, unito da una lingua e dall’uniformità di cultura e tradizioni”.

La Patria è il luogo dei Padri (radice sanscrita *pa-, da cui pati,  “antenato”); è il luogo degli Antenati, ai quali non solo dobbiamo la vita, ma le tradizioni, la cultura, le conquiste di civiltà. Chi non rispetta gli Antenati e non li onora è un essere senza onore e senza dignità.

Nella fattispecie ai nostri Antenati dobbiamo la libertà individuale, la democrazia, la sovranità popolare, la parità di dignità di tutti gli esseri umani. Ai nostri Antenati e ai loro sacrifici dobbiamo soprattutto la possibilità di esercitare il libero pensiero, che è il bene più prezioso, in quanto consente all’essere umano di creare nella bellezza quando non sia oscurato nella sua coscienza dalla hýbris (“tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”), madre dei vizi ai quali il Massone deve scavare profonde prigioni.

Affrontare il tema della Patria, pertanto, è un dovere al quale non ci si può sottrarre; è un compito non declinabile.

Sarà in grado la Massoneria italiana, divisa e troppo spesso guicciardiniana, di alzare il livello della riflessione, non per occuparsi della gestione politica, che non è affar suo, ma per occuparsi della polis nel senso di produrre idee da offrire; idee all’altezza della posta in gioco, ossia all’altezza delle risposte da dare ai grandi temi che la storia ci pone davanti e dai quali non è possibile fuggire? La risposta dipende dalla volontà dei vertici, che saranno giudicati dalla storia in base alle loro volontà e alle loro disponibilità.

Silvano Danesi

 

 

 

 

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