L’arte e i suoi nemici

Il tema dell’arte, che sottende quello della bellezza, è connaturato con la Massoneria.

Il percorso storico della strutturazione della Massoneria è connotato, infatti, dalla volontà di conoscere il mondo e le sue regole, per proiettare la conoscenza verso il Divino, la cui presenza si intuisce nell’universo regolato; dalla volontà di applicare le regole dell’universo, percepite come armoniche, all’agire umano; dalla volontà di operare in accordo con l’armonia, superando con il coraggio le prove che la conoscenza e la vita pongono davanti ad ogni essere umano.

I concetti di bellezza, di conoscenza che tende al Divino e di volontà sono rappresentati simbolicamente nelle statue di tre archetipi: Venere, Minerva, Ercole, cosicché ancora una volta il simbolismo del Tempio ci conduce a riflessioni complesse. Non è un caso, infatti, che i tre archetipi siano nel Tempio e a loro ci si rivolga, contemporaneamente e contestualmente, all’apertura dei lavori, in quanto la conoscenza, la bellezza e la forza sono una trinità inscindibile. Minerva, la conoscenza divina, ossia la Sapienza, tramite la forza e la volontà, (Ercole) si manifesta nella vita ordinata del cosmo (Venere) che, in quanto ordinata, ha in sé il concetto di bellezza.

Sapienza, forza, vita.

I Druidi direbbero Skiant, Nerz, Karantez e il simbolo del Triskel è la rappresentazione grafica di questa Trinità dinamica

Di questa Trinità l’essere umano, che ne comprende l’essenziale valore, è imitatore e collaboratore; attiva la sua volontà per conoscere le regole della natura, ossia della vita, e per essere un cosciente e libero imitatore del divino nel suo agire.

L’arte, nelle sue varie espressioni, è pertanto la modalità con la quale l’essere umano dichiara e dimostra di essere un elemento della natura e un essere dotato di spirito immortale.

L’esercizio dell’arte è un’attivita sacerdotale, in quanto conduce al sacro.

“La via della bellezza – afferma in un’intervista a Lucia Galli (Il giornale 12 ottobre 2015) il cardinale Gianfranco Ravasi, è da sempre una lingua della religione. La bruttezza estetica genera bruttezza etica. …. Un ateo come Cioran ha scritto di Bach che dopo la messa in si minore Dio deve esistere. Sottoscrivo ed aggiungo la volta di Michelangelo della Sistina e i neuroni nella scatola cranica: sono 100 miliardi quanto le stelle della via Lattea. La complessità estrema di queste opere ti spinge a cercare un livello ulteriore che tenda all’infinito, al divino”.

I distruttori dell’arte

Chi distrugge le opere d’arte, chi dileggia, distrugge, violenta, stupra la bellezza, è nemico del sacro e compie un’opera coscientemente di distruzione del rapporto tra l’essere umano e il Divino.

Chi distrugge la bellezza sa di distruggere, vuole distruggere, contestualmente e contemporaneamente la conoscenza e la forza.

Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza è un violentatore della Trinità che rende esplicita,  archetipicamente, l’opera incessante della manifestazione.

Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza odia il divino, la natura, gli esseri viventi e la loro esperienza terrena; non è degno, per questo, di essere considerato un essere umano; è divenuto, per sua volontà, una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina.

Il terrorismo islamico, che distrugge, dileggia, violenta e stupra la bellezza, radendo al suolo monumenti storici che sono patrimonio dell’Umanità, che brucia immagini, in una furia iconoclasta demenziale, è praticato da individui che hanno perso il diritto di essere considerati esseri umani; sono cose senza anima e senza spirito.

Un manipolo di assatanati ha distrutto il museo di Mosul, dove erano conservate le scoperte di Paul Emile Botta e di Rahman Layard che hanno riportato alla luce le antiche civiltà assira e babilonese, patria di Gilgamesh. Austen Henry Layard, nel suo libro: “Della scoperta di Ninive. Descrizione di Austero Enrico Layard” racconta di un suo incontro con lo sceicco Abd-er-Rahman, al quale aveva spiegato le sue scoperte. “Mio padre e il padre di mio padre – aveva risposto lo sceicco – piantarono qui la loro tenda prima di me…Da dodici secoli i veri credenti – e Dio sia lodato, essi soli posseggono la vera saggezza – si sono stabiliti in questa contrada e nessuno di essi, né di quelli che vennero prima di loro, ha mai sentito parlare di un palazzo sotterraneo. E guarda! Viene uno da una terra distante molti giorni di viaggio e va diritto sul posto e prende un bastone e traccia una linea di qua e l’altra di là. «Qui – dice – il palazzo e la porta» e ci mostra ciò che per tutta la vita è stato sotto i nostri piedi, senza che ne sapessimo nulla. Meraviglioso! Meraviglioso! Hai appreso questo sui libri, per magia o attraverso i profeti? Parla! Dimmi il segreto della sapienza”.  (Tratto da Giuseppe Mercenaro, Il Foglio, sabato 7 marzo 2015).

Lo sceicco, considerato che si diceva vero credente e, in quanto tale,  possessore della saggezza, avrebbe dovuto conoscere il segreto della sapienza, ma evidentemente il suo dio non lo aveva informato. Tuttavia, va sottolineato il suo atteggiamento diametralmente opposto a quello degli assatanati islamici distruttori di quanto lo sceicco riteneva meraviglioso.

Lo sceicco che esclamava meraviglioso, pur dichiarando la sua acclarata ignoranza, era ben distante dai fanatici assassini assatanati che hanno ucciso barbaramente Khaled al Asaad, l’archeologo custode di Palmira, distrutta da esseri umani senza onore, che hanno perso l’anima e lo spirito e si sono ridotti a cose: cose che camminano.

L’imam di Brest, tale Rachid Habou Hodeyfa, ha detto, rivolgendosi a una ventina di ragazzini: “Chi ascolta musica verrà trasformato in scimmia o in maiale”. Questo individuo, corruttore di anime semplici, stupratore della bellezza, non è più un essere umano; è una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina.

Le affermazioni del corruttore di anime semplici trovano fondamento nella Sunna, laddove, ad esempio, si sostiene che “il Profeta ha detto che Allah gli ha ordinato di distruggere tutti gli strumenti musicali, gli idoli, le croci e tutti gli altri vessilli di ignoranza” (Hadith Qudsi 19:5).

Siamo distanti anni luce da quanto ha affermato Benedetto XVI durante la cerimonia di conferimento del dottorato honoris causa da parte della Pontificia Università Giovanni Paolo II e dell’Accademia di musica di Cracovia: “Rimane indelebilmente impresso nella mia memoria come, ad esempio, appena risuonavano le prime note della Messa dell’Incoronazione, il cielo quasi si aprisse e si sperimentasse la presenza del Signore”.

Siamo distanti anni luce anche da Ugo di Cluny, il quale mise al centro della basilica, sui capitelli del coro, una rappresentazione dei toni musicali. “Essi costituivano per lui gli elementi di una cosmogonia, in virtù delle segrete corrispondenze che, secondo Boezio, legano le sette note della gamma ai sette pianeti, dandoci la chiave dell’armonia dell’universo…”. (George Duby, L’arte e la società medievale, Laterza).

Questa masnada di terroristi islamici divenuti, per loro scelta, cose senza anima e senza spirito, è un insieme di nemici dell’Umanità e, conseguentemente, di ogni massone, il quale, sin dai suoi primi passi nel percorso latomistico, si è impegnato a lavorare per il bene dell’Umanità.

L’arte e il Divino

L’arte, in special modo nelle sue forme rituali, sin dai primordi dell’Umanità è anche stata la modalità con la quale l’essere umano ha tentato di stabilire un contatto con il Divino, la cui potenza vedeva esplicarsi nei fenomeni naturali. Un contatto propiziatorio che, sia pure nelle sue forme più evolute e recenti, non ha perso la sua natura sacerdotale. L’architettura e le arti figurative nell’XI secolo vanno considerate come un processo iniziatico, come la musica e la liturgia.

La Massoneria nel Medioevo è stata l’artefice di magnifiche opere d’arte ispiranti il rapporto con il Divino, ossia l’artefice di un processo iniziatico.

Georges Duby, nel suo: “L’arte e la società medievale” (Laterza), riferendosi all’Europa dell’XI secolo, scrive: “Ciò che noi chiamiamo arte, o almeno la parte meno fragile e più solidamente costruita che ne resta a distanza di mille anni, aveva a quell’epoca l’esclusiva funzione di offrire a Dio le ricchezze del mondo visibile, di permettere all’uomo di placare con tali doni la collera dell’Onnipotente e di conciliarsene la benevolenza. A quel tempo la grande arte era tutta sacrificio, e aveva molto più a vedere con la magia che con l’estetica”.

Non v’è grande differenza valoriale, sia pure nella grande differenza stilistica, tra le offerte artistiche dell’XI secolo e le raffinate opere degli esseri umani del Neolitico, o dell’Età del bronzo o di quella del ferro che, spezzate e rese inservibili in questo mondo, venivano donate al Divino; e non v’è grande differenza con opere d’arte, come l’Albero della Vita, che i bresciani hanno donato ad Expo, il quale evoca simbolicamente il continuo dinamico rapporto tra la terra e il cielo, tra il manifesto e l’immanifesto e l’intrecciato fluire degli elementi simbolicamente costitutivi della vita: terra, acqua, aria e fuoco. L’Albero della Vita è un simbolo antico che l’arte moderna e la moderna tecnologia hanno riproposto all’Umanità.

A vedere l’Albero della vita sono giunte a Milano oltre 20 milioni di persone da tutto il mondo, lasciandosi affascinare dalle luci e dai getti d’acqua che danzavano seguendo le armonie musicali e che inducevano il pensiero alla sacralità della vita e della natura.

Nel XII secolo, con Sugerio e le sue modifiche alla cattedrale di Saint Denis, l’architettura diventa un inno alla luce. Le scuole attive sono le cattedrali e lo spazio adiacente alla cattedrale in quell’epoca si gremisce di alunni. L’attività scolastica si sposta dal monastero alla cattedrale. “Per le scuole di Chartres si tradussero Euclide, Tolomeo e trattati di algebra, e nei livelli d’istruzione che a poco a poco si sostituivano agli schemi dell’antico trivium, la geometria e l’aritmetica si collocarono in prima fila… Nata dalla scuola della cattedrale, l’arte di Francia si diletta di rappresentare sui basamenti delle sue chiese le sette arti liberali”. (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).

“La denominazione «Liberi Muratori» – scrive Philaletes – deriva dal diploma rilasciato loro da papa Nicolò III, nel 1277 e confermato nel 1344 da Benedetto XII. Questi Liberi Muratori si chiamavano prima Muratori di San Dionigi e di San Giovanni. Essi costruirono come prototipo del tempio la cattedrale dedicata a san Dionigi, quale modello simbolico di tutte le chiese che dovrebbero essere costruite secondo dettami del rito, perché siano come un libro nel quale ogni iniziato possa leggere tutti i misteri dell’Antico e del Nuovo Testamento”. [1]

La Massoneria contemporanea conserva gelosamente, nei suoi rituali, il significato profondo delle “sette vie della conoscenza”, ossia delle arti liberali.

“I «dottori in pietre” – scrive Duby – avevano perfettamente assimilato la scienza dei numeri insegnata nelle scuole, e si autodefinivano «maestri», intendendo così riallacciarsi all’università. Gli edifici ch’era loro compito costruire, infatti, inscrivevano nella materia inerte il pensiero dei professori e il suo cammino dialettico”. (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).

Il potere delle immagini

Nel Corano non esisterebbe, secondo alcuni, alcun esplicito divieto di rappresentare creature viventi. La discussione sull’argomento è aperta tra gli esperti: alcuni sostengono che lo stesso Corano contenga il divieto a rappresentare esseri umani o animali, mentre altri si interrogano se la proibizione si debba riferire ad alcune forme di arti figurative o se la si debba considerare assoluta.

Negli hadith, i “racconti” della vita del Profeta raccolti e messi per iscritto molti anni dopo la sua morte, esiste il divieto di raffigurare qualsiasi creatura vivente. Altri hadith non vietano esplicitamente le rappresentazioni, ma non le incoraggiano nemmeno. Questi divieti avevano probabilmente origine nella necessità dei primi musulmani di cancellare i culti precedenti praticati dagli abitanti di quella che è oggi l’Arabia Saudita: vietare le immagini, infatti, significava vietare gli idoli adorati da quelli che venivano considerati “pagani”.

Quindi non nel Corano si trovano divieti espliciti, ma è negli hadith che è contenuto il divieto, per non mettersi in competizione con Dio, l’unico che può realizzare opere dotate di vita.

In ogni caso, resta il fatto che laddove il terrorismo islamico controlla territori, le opere d’arte vengono distrutte.

Azar Nafisi, scrittrice iraniana riparata in America, in un’intervista a Edoardo Rialti (Il Foglio quotidiano 10.10.2015) si pone una domanda: “Nella sua essenza, qual è la relazione tra una statua antica di migliaia di anni e il nostro mondo oggi? La statua è il simbolo di tutto ciò che una mente dittatoriale odia, e la prima cosa che fanno i regimi totalitari è appunto distruggere il passato per legittimare il loro presente. Non riescono a tollerare ciò che è stato, non solo ciò che è, e da ciò traggono il loro potere. Mi domando spesso cosa c’è in una statua che faccia infuriare questa gente così tanto? Deve contenere molto potere se vogliono distruggerla”.

Giulio Sapelli, in proposito scrive che la distruzione di opere d’arte da parte dei terroristi islamici si ispira “a norme teologico-estetiche radicate nella lotta all’idolatria condivisa dalle differenti anime dell’Islam” e aggiunge: “L’essenza estetica della teologia islamica è la lotta contro l’idolatria che inizia sin dalla prima delle cosiddette tre fasi dello sviluppo dell’arte islamica. Questa prima fase si estende tra il 634 e il 751 d.C. quando l’Islam comincia ad espandersi al di fuori della penisola arabica, ed è caratterizzata da un’assenza del magistero teologico sull’estetica islamica che inizia solo a partire dal IX secolo; a partire cioè dalla compilazione dello Hadih, in cui iniziano ad essere resi espliciti i divieti contro le arti, attraverso brani che si estraggono da descrizioni della vita del Profeta”.

L’interdizione riguarda ogni rappresentazione di esseri animali e umani in pittura e scultura, perché l’artista, così facendo, entra in competizione con Dio.

La Natura testimonia il Divino

“Più giustamente del volgo e dei retori – scrive Giordano Bruno nel suo “Il triplice minimo e la misura” –  affermiamo che noi non possiamo scorgere il punto originario della luce (che né con il senso, né con la ragione derivata dal senso possiamo determinare in rapporto al punto d’origine), ma la sua diffusione”.  E la sua diffusione è il cosmo; è la natura.

Dante (Paradiso, 1, 103-113) scrive:

“Le cose tutte quante

hann’ordine tra loro: e questo è forma

che l’universo a Dio fa simigliante”.

L’universo, secondo Platone, è la più bella delle cose che sono state generate: un universo fatto a immagine dell’esemplare eterno. Un esemplare eterno sconosciuto e ritenuto inconoscibile: un nascosto Principio di puro pensiero (Arché) la cui azione improntante (Logos) produce archetipi (arché typos): impronte che testimoniano del Principio.

E’ questo, così ben espresso da Platone, un pensiero che l’essere umano coltiva da millenni, sulla base dell’osservazione delle armonie della Natura.

Nel Timeo, a proposito dell’Artefice, ossia del Demiurgo, Platone scrive: “Ma è evidente a tutti che Egli guardò all’esemplare eterno: infatti l’universo è la più bella delle cose che sono state generate, e l’Artefice è la migliore delle cause. Se pertanto l’Universo è stato generato così, fu realizzato dall’Artefice guardando a ciò che si comprende con la ragione e con l’intelligenza e che è sempre allo stesso modo”.

“Stando così le cose – aggiunge Platone -, è assolutamente necessario che questo cosmo sia immagine di qualche cosa”.

Per l’uomo romanico e per quello gotico la creazione non è finita e l’uomo vi contribuisce con le sue opere. L’Artefice lo chiama a collaborare e così il lavoro assume una funzione sacra e creatrice.

E l’uomo collabora. E a collaborare sono soprattutto gli specialisti, i maestri d’opera. “Essi stavano molto al di sopra dei semplici artigiani che dirigevano, non correggevano più le pietre, né scolpivano di propria mano: adoperavano il compasso e, minuziosamente disegnate sulla pergamena, presentavano ai canonici la proiezione assonometrica del futuro edificio. «Certuni lavoravano con la parola – dice un predicatore dell’epoca -. In queste grandi costruzioni c’è generalmente un maestro capo che organizza i lavori con la parola, e raramente, o addirittura mai, ci mette mano. Muniti di regolo e compasso, i maestri d’opera dicono agli altri ‘taglia qui’. Non lavorano, e tuttavia ricevono i più alti compensi». Quegli uomini conoscevano perfettamente il proprio mestiere, ed erano in grande familiarità con i dottori di teologia, pari loro, con cui condividevano le scienze dei numeri e delle combinazioni dialettiche…” (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).

Ecco delineati, con precisione millimetrica, il ruolo e le caratteristiche della Massoneria operativa, che è la vera, autentica Massoneria, capace di essere collaboratrice dell’Artefice, ossia di avere al proprio interno architetti e artigiani capaci di collaborare con il Grande Architetto dell’Universo, con il Grande Artigiano autore dei mondi. Una Massoneria formata non da violenti e protervi “cavalieri” feudali, ma di sapienti collaboratori del Divino, amanti della Sapienza.

Molti secoli dopo, Giordano Bruno, nel suo “Il sigillo dei sigilli”, scrive: “Sono preesistite nella mente del primo artefice le idee di tutte le cose che si producono in natura e delle quali possiamo agevolmente farci contemplatori, idee secondo il cui modello esemplare vengono prodotti tutti quelli che sono i generi e le specie dei generi”. Bruno prosegue: “Queste idee—voglio dire—si comunicano dalla prima mente al primo intelletto, per opera del quale (dopo che in qualche modo erano preesistite in un archetipo immenso) procedendo verso la natura vengono quasi a racchiudersi entro un margine commensurato e così prendono a sussistere secondo l’ordine naturale”.  “ E così—continua Bruno— dal mondo supremo, che è fonte delle idee, in cui si dice sia Dio o che si dice sia in Dio, si dà il discenso al mondo ideato, che si dice formato dal supremo e attraverso il supremo, e da questo mondo ideato si da il discenso a quel mondo che è capace di contemplare entrambi i precedenti e che derivando dal primo attraverso il secondo, ugualmente potrà conoscere il primo attraverso il secondo”.

La Natura ordinata e l’Artefice

L’idea condivisa per secoli è che la natura sia fatta a immagine di esemplari eterni.

Con le scoperte di Keplero, Newton e Galilei il modello del Sei-Settecento è quello di un universo meccanismo: un cosmo orologio regolato da una legge universale della gravitazione. Un grande orologiaio interviene per regolarne i movimenti.

Un secondo modello è la cosmologia dei lumi. L’orologiaio non c’è più. Kant ipotizza oggetti e forze che si muovono sulla tela dello spazio e del tempo assolutamente governati da leggi deterministiche. Non c’è atto creativo. Il cosmo è infinito, statico, eterno.

Si arriva poi alla relatività, alla fisica quantistica, con un universo in espansione, cosicché, riavvolgendo il film si arriva alle costanti di Plank, che sono prossime al Punto. Ricompare il Pantocrator e si fanno sottili i confini tra la materia, l’energia e lo stesso pensiero.

Confini sottili che l’arte celtica e norrena esprime negli intrecci. “I Druidi  dell’epoca più antica non scolpivano immagini figurative – scrive in proposito Robert Graffin – ma solamente delle cose astratte, degli intrecci, dei simboli, dei supporti di meditazioni….. I Druidi, la cui arte interamente a base di intrecci e spirali, dove nulla è rettilineo (salvo gli Ogham) hanno ben mostrato lì che il loro spirito era tutto curve, cerchi ed ellissi, in senso proprio a figurato”. (Robert Graffin, L’art templier des cathédrales – Celtisme et tradition universelle – Éditions Garnier).

I nemici della bellezza sono “cose che parlano”

Severino Boezio asserisce che “chi abbandona il fine comune [il platonico Bene] a tutte le cose che sono cessa in pari tempo di essere. Questa mia affermazione – dice Boezio -, cioè che proprio i cattivi, ….., non sono, potrà forse sembrare strana a qualcuno; ma la questione sta proprio in questi termini. Io – continua Boezio – non contesto infatti che i cattivi siano, appunto cattivi; ma nego nettamente e semplicemente che essi siano”.

E’, infatti, ciò che si mantiene nella propria condizione e conserva la propria natura; quello che invece si stacca da questa abbandona anche l’essere, che è insito nella sua natura”.

Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza odia il divino, la natura, gli esseri viventi e la loro esperienza terrena; non è degno, per questo, di essere considerato un essere umano; è divenuto, per sua volontà, una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina, ha perso il suo essere, è divenuto una cosa che parla.

Il terrorismo islamico, che distrugge, dileggia, violenta e stupra la bellezza, radendo al suolo monumenti storici che sono patrimonio dell’Umanità, che brucia immagini, in una furia iconoclasta demenziale, è praticato da individui che hanno perso il diritto di essere considerati esseri umani; sono cose senza anima e senza spirito; sono carne che cammina; cose che parlano.

Glam dicin sui nemici dell’arte e della bellezza.

Glam dicin sui nemici della libertà.

Glam dicin sui nemici della conoscenza. 

 

[1] AE Phlilaletes, L’esoterismo dei Rosacroce nella Divina Commedia, Bastogi

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