“FRATELLI TUTTI”, MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA UTOPISTA DEL GLOBALISMO

L’enciclica “Fratelli tutti” comincia male, con una forzatura storica su San Francesco, poi sale nell’empireo dei principi generali, molti dei quali condivisibili, per poi precipitare a volo radente, dal paragrafo 119, sulle ricette politiche, facendo dell’enciclica il manifesto del Partito comunista utopistico del globalismo, del quale Francesco diventa il teorico e l’ispiratore. 

Nulla di male, ovviamente, ma è importante collocare lo scritto del papa nel suo ambito specifico, che è quello di un manifesto politico.

Vediamo i motivi di queste mie affermazioni.

Al paragrafo 119 Francesco scrive: “Nei primi secoli della fede cristiana, diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro. Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene». “Di nuovo – aggiunge Francesco al paragrafo 120 – faccio mie e propongo a tutti alcune parole di San Giovanni Paolo II, la cui forza non è stata forse compresa: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico- sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica”. Al paragrafo 123 Francesco aggiunge: “Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso”.

Il ragionamento è chiaro e colloca Francesco sul terreno proprio del comunismo utopistico, con una conseguenza politica immediata: la legittimazione dell’esproprio proletario. Infatti, se la proprietà privata è un diritto secondario e se la proprietà è un furto, il ragionamento politico di Francesco legittima inevitabilmente quello che, non molto tempo fa, era definito “esproprio proletario”.

E’ chiaro che in questo modo il ragionamento di Francesco legittima tutta la sinistra estrema, quella che occupa le case, che considera la proprietà privata una res nullius della quale ognuno può impunemente appropriarsi.

Non è un caso se l’elemosiniere del papa, il cardinale Konrad Krajewski, abbia riattaccato la luce a chi occupava abusivamente un condominio, dando un messaggio chiaro in tal senso.

Intendiamoci, ogni opinione è legittima, l’importante è che sia collocata nel suo giusto ambito. In questo caso non solo in quello del comunismo utopistico, ma anche in quello del comunismo chavista o ceguevarista o maoista che ha ispirato gruppetti e gruppuscoli della sinistra extraparlamentare negli anni di piombo.

La logica conseguenza è anche il feeling con la Cina e con le dittature sudamericane.

Al paragrafo 121, Francesco afferma: “Nessuno dunque può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non possono impedire che questo si realizzi”.

Un mondo senza frontiere, detto in questo modo, anche se appartiene ai nobili intenti, di fatto costituisce il via libera al potere finanziario globalista, che ha come unico freno l’autonomia degli Stati, la quale presuppone la tutela delle frontiere.

Al paragrafo 124 Francesco si spinge oltre affermando. “La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. Se lo guardiamo non solo a partire dalla legittimità della proprietà privata e dei diritti dei cittadini di una determinata nazione, ma anche a partire dal primo principio della destinazione comune die beni, allora possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo. Infatti, come hanno insegnato i Vescovi degli Stati Uniti, vi sono diritti fondamentali che «precedono qualunque società perché derivano dalla dignità conferita ad ogni persona in quanto creata da Dio»”.

Non solo la proprietà privata è un furto, ma non esiste più nemmeno il diritto dei popoli ad avere una patria, uno stato, dei confini. La Patria è un diritto secondario, come la proprietà privata.

Quando arriva al punto delle migrazioni, Francesco, entra a gamba tesa nella gestione, si fa partito politico e detta l’agenda ai governi.

Al paragrafo 129 infatti scrive: “Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse. Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Infatti, «non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana»”. Da queste considerazioni nasce il programma politico del paragrafo 130: “Ciò implica alcune risposte indispensabili, soprattutto nei confronti di coloro che fuggono da gravi crisi umanitarie. Per esempio: incrementare e semplificare la concessione di visti; adottare programmi di patrocinio privato e comunitario; aprire corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili; offrire un alloggio adeguato e decoroso; garantire la sicurezza personale e l’accesso ai servizi essenziali; assicurare un’adeguata assistenza consolare, il diritto ad avere sempre con sé i documenti personali di identità, un accesso imparziale alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari e la garanzia del necessario per la sussistenza vitale; dare loro libertà di movimento e possibilità di lavorare; proteggere i minorenni e assicurare ad essi l’accesso regolare all’educazione; prevedere programmi di custodia temporanea o di accoglienza; garantire la libertà religiosa; promuovere il loro inserimento sociale; favorire il ricongiungimento familiare e preparare le comunità locali ai processi di integrazione”.

Programma che prosegue al paragrafo 131 con il concetto di piena cittadinanza ai migranti.

Per quanti sono arrivati già da tempo e sono inseriti nel tessuto sociale, è importante applicare il concetto di “cittadinanza”, che «si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli»”.

Ed è a questo punto che si nasconde la vera insidia del Manifesto del Partito comunista utopistico del globalismo, che a questo punto abbandona l’utopia e si fa portatore di un’idea che rafforza il potere della finanza e delle multinazionali.

Paragrafo 132: “Al di là delle diverse azioni indispensabili, gli Stati non possono sviluppare per conto proprio soluzioni adeguate «poiché le conseguenze delle scelte di ciascuno ricadono inevitabilmente sull’intera Comunità internazionale». Pertanto «le risposte potranno essere frutto solo di un lavoro comune», dando vita ad una legislazione (governance) globale per le migrazioni. In ogni modo occorre «stabilire progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza. Essi dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate»”.

La governance globale richiama quella di Soros e delle sue filantropiche azioni a favore delle organizzazioni non governative Ong), ossia quelle organizzazioni che con la loro opera mettono costantemente in discussione il concetto di Stato e di frontiera da difendere.

Qui cadono i veli e l’alto livello morale si abbassa a volo radente sul Nuovo ordine mondiale.

Al paragrafo 138, Francesco afferma che “abbiamo bisogno che un ordinamento mondiale giuridico, politico ed economico «incrementi ed orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli» e al paragrafo 165 aggiunge che è “necessario far crescere non solo la spiritualità della fraternità ma nello stesso tempo un’organizzazione mondiale più efficiente, per aiutare a risolvere i problemi impellenti degli abbandonati che soffrono e muoiono nei Paesi poveri”.

Più governance mondiale è esattamente quello che vuole la finanza internazionale, quella della quale Francesco in altri paragrafi stigmatizza la tracotante presenza.

La contraddizione, se si contraddizione si tratta, raggiunge il suo massimo nel paragrafo 172, laddove Francesco afferma: “Il secolo XXI «assiste a una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare». Quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale. Tuttavia, dovrebbe almeno prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”.

Il fatto è, come è ormai evidente a chi non abbia il paraocchi, che le grandi organizzazioni mondiali legate all’Onu o ad esse simili, hanno fallito, diventando carrozzoni burocratici governati da interessi particolari. Tra queste l’Oms è la più evidentemente fallace e fallita, ormai in mano a Big Pharma e alla Cina, così come l’Unesco è diventata il veicolo della propaganda islamica.

Al paragrafo 173, a proposito dell’Onu Francesco scrive: “Occorre evitare che questa Organizzazione sia delegittimata, perché i suoi problemi e le sue carenze possono essere affrontati e risolti congiuntamente”.

Più delegittimata di quanto non sia è difficile delegittimare l’Onu, che non conta assolutamente più nulla, se non per la propaganda globalista, per affermare le politiche della finanza internazionale e per lanciare appelli.

Al Paragrafo 174 Francesco invita a fare esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare. Infatti scrive: “Tra tali strumenti normativi vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati, perché garantiscono meglio degli accordi bilaterali la cura di un bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli”.

Gli accordi multilaterali, guarda caso, sono quelli che strozzano l’autonomia degli Stati e favoriscono le multinazionali e la finanza internazionale.

Tutto l’impianto amorevole e misericordioso di “Fratelli tutti” cade a precipizio e si trasforma nel Manifesto del partito comunista utopista  del globalismo, dietro al quale si nasconde la mano della finanza internazionale e dei filantropi alla Soros, cosicché il Manifesto del partito comunista utopista del globalismo, tanto utopista non è, ma si rende piattaforma ideologica delle logiche sorosiane.

L’impianto ideologico di Francesco, tuttavia, viene da lontano, dalla letteratura delle repubbliche dei saggi.

La letteratura propositrice di società governate da saggi trae ispirazione dall’Atlantide descritta da Platone, ma anche dai bardi sacerdoti del Sole dei quali narra Ecateo.

In Picatrix si afferma che Hermes costruì una città nell’Egitto orientale, “la lunghezza della quale era di dodici miglia, e nella quale costruì inoltre un castello che aveva ai quattro lati quattro porte; nella porta all’Oriente pose una statua a forma di aquila, nella porta verso Occidente una forma di toro, in quella meridionale una forma di leone e in quella settentrionale una con le sembianze di cane. Vi fece entrare solo gli spiriti dediti alle cose spirituali, che parlavano profferendo suoni, né altro poteva varcare le porte del luogo  (sacro) senza il loro permesso. Piantò degli alberi in mezzo ai quali ve ne era uno grande, che portava appese ai rami le generazioni di tutti i frutti. Alla sommità di questo castello fece poi edificare una torre che raggiungeva i venti cubiti di altezza, sulla cui sommità fece porre un pomo rotondo, il cui colore cambiava ogni giorno, fino a sette giorni. Alla fine dei sette giorni riprendeva il colore che aveva assunto il primo; così la città rifulgeva ogni giorno di un determinato colore. Lungo il perimetro della torre vi era grande abbondanza di acqua e in essa vi erano molte specie di pesci. Attorno al perimetro della città ordinò immagini diverse e generi di qualsivoglia fattura, per le virtù dei quali i cittadini erano lì virtuosi ed esenti dalla turpitudine e dai cattivi umori. Questa città si chiamava Adocentyn. Costoro erano poi eruditi nelle scienze degli antichi, nelle loro profondità e segreti, nonché nelle scienze astronomiche” (Picatrix).

“I Bardi, secondo Ecateo [250 a.C. ], citato da Diodoro Siculo, erano una casta di sacerdoti del Sole, «le cui funzioni erano ereditarie e consistevano nel cantare sulle arpe le azioni gloriose del dio, nel custodire il suo tempio e dare leggi a una città vicina al tempio»”. [i]

Tommaso  Campanella, filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano, ad esempio, nel suo testo “La città del sole”, descrive una repubblica teocratica retta da un principe-sacerdote, detto Sole o Metafisico, capo temporale e spirituale, e da dignitari eletti dal popolo. Tre principi (princìpi) gli sono collaterali: Pon, Sin e Mor, ossia Potestà, Sapienza e Amore. I tre principi hanno sotto di sé vari ufficiali per le arti, per le virtù e per la generazione.

Il Metafisico “a tutte le scienze comanda, come architetto, ed ha vergogna ignorare cosa alcuna al mondo umano”. E non può “essere Sole se non quello che sa tutte l’istorie delle genti e riti e sacrifizi e repubbliche ed inventori di leggi ed arti”.

Gli abitanti di questa città governata dal Sole-Metafisico, “nulla creatura adorano di latria, altro che Dio, e però a lui serveno solo sotto l’insegna del Sole, ch’è insegna e volto di Dio, da cui viene la luce e il calore ed ogni altra cosa” e inoltre “….essi tengono la libertà dell’arbitrio”.

Tommaso Moro, umanista, scrittore e politico cattolico inglese, nel suo “Utopia”, narra di un’isola dove la base del potere statuale si basa sulle famiglie. Ogni anno ogni gruppo di 30 famiglie elegge un controllore o filarco e ogni gruppo di 10 filarchi elegge un protofilarco, che è un controllore anziano. Ogni città ha 200 controllori distrettuali, che eleggono il principe (carica a vita) tra i nominati dal popolo e raccomandati dal Consiglio degli anziani. E’ immediato volgere il pensiero al sistema dei clan scozzesi, prima che subentrasse la fissità dovuta all’ereditarietà dei ruoli.

In Utopia i “bambini crescono imparando il mestiere del padre, cui sono naturalmente inclinati, ma se un bimbo preferisce imparare un mestiere diverso, viene a questo scopo adottato da una delle famiglie che praticano la professione cui il piccolo è interessato. In questi casi, sia il padre del ragazzo, sia le autorità locali, prestano la massima attenzione affinché il ragazzo venga affidato a una famiglia perbene”.

Esiste in Utopia il ruolo specifico di “studioso”, ma anche chi lavora, studiando nel tempo libero, può assurgere a quel ruolo. Anche in questo caso quanto scrive Moro è chiaramente riferibile alla permeabilità delle classi nel mondo celtico, dove era la propria individuale virtù, corroborata dalla volontà, a stabilire il ruolo nella comunità e il conseguente “prezzo dell’onore”.

In Utopia vi sono varie religioni e vige la tolleranza religiosa, “ma la parte più cospicua e saggia della popolazione crede in un unico Dio, eterno, onnipotente e misterioso, presente in tutto l’universo, non sotto forma di corpo, ma di forza attiva” e ognuno ammette che “egli coincide con la Natura, con quel potere tremendo, da tutti riconosciuto come la sola vera origine di tutte le cose”.

A Utopia i sacerdoti, pochi e eletti dalla comunità, sono consacrati dai colleghi, possono sposarsi, vestono con vesti variopinte e adornate da piume d’uccelli, entrano nelle battaglie impedendo massacri e la loro musica induce stati d’animo.

Infine, a Utopia anche le donne possono essere sacerdotesse.  

Francesco Bacone, nella sua “Nuova Atlantide”, distaccandosi apparentemente dal platonismo, che definisce filosofia fantastica, e dalla cultura umanistica, poiché definisce la magia e l’alchimia saperi fantastici e superstiziosi, propone una restaurazione del potere dell’uomo sulla natura che si realizza attraverso la scienza e la tecnologia e che ha valore, ai suoi occhi, solo se porta al servizio dell’ideale di fratellanza e della «carità».

Il «sapiente» proposto da Bacone assomiglia più a Galilei che a Paracelso o a Cornelio Agrippa e, a Nuova Atlantide, gli scienziati lavorano isolati e si assumono la responsabilità di tenere segreti i loro lavori o di consegnarli al governo.

Sull’isola governa il re legislatore Solamone, il quale ha fondato l’Ordine o la Società Casa di Salomone (inversione voluta), guida e luce di Nuova Atlantide. Fine dell’istituzione è “la conoscenza della cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obbiettivo”.

I membri della Casa di Salomone vengono inviati nel mondo per riferire su usi, costumi, conquiste scientifiche e tengono nascosta la loro origine. Essi portano a Nuova Atlantide libri, sommari ed esemplari delle scoperte di tutti gli altri paesi e sono chiamati «Mercanti di luce».

Ritroveremo queste idee negli Illuminati di Baviera, la cui nascita e la cui esperienza successiva si svolge in parallelo con quella gesuitica e con le esperienze gesuitiche di comunismo paternalista latino americane.

L’Ordine degli Illuminati è organizzato il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt , sulla base, guarda caso, di un modello gesuitico.

L’Ordine, contrastato dai Rosacroce, ebbe uno scopo più politico che religioso e la corrente illuministica interna alla Stretta Osservanza, alla ricerca di un progetto massonico da opporre ai Martinisti, guardò agli Illuminati con la mediazione di Knigge, che aveva come modello il Paraguay gesuitico e pensava a stati modello nelle Indie Occidentali (America).

Alain Wodrow, uno dei massimi esperti dei gesuiti, a proposito dell’esperimento del Paraguay, afferma: “Questa esperienza di comunismo paternalista è singolare e fu esempio per gli utopisti del XX secolo. L’ammirava persino Voltaire, che fu allievo dei gesuiti, ma li detestava”.

Ludovico Antonio Muratori lo definisce “il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”.

Emerge dalle aspettative del Knigge e in quelle del Muratori lo sfondo utopistico che si riallaccia alle teorie di Platone, di Tommaso Moro, di Campanella, ma anche quelle dei principi despoti illuminati, come Federico II, il quale negli anni Settanta del Settecento ordinò la costruzione di Urbaniborg, sull’isola di Ven, per l’astronomo Tycho Brahe. Urbaniborg, collocato in un palazzo rinascimentale, è stato considerato il primo moderno centro di ricerca scientifica. Dotato di biblioteca, laboratori e di un celebre osservatorio.

Tra i membri dell’Ordine troviamo personaggi di grande rilievo nella cultura europea: Goethe, Herder, Martens, Mirabou, Robespierre, Lavoisier, Filangieri, Pagano, Muenter, Nicolai, Antonio Jerocades

Il tipico esperimento politico gesuita al quale si ispirano gli Illuminati di Baviera è quello delle Riduzioni, piccoli nuclei cittadini secondo i quali erano strutturate le missioni della Compagnia di Gesù, soprattutto in Paraguay, ma anche in Cile, Nuova Granada, Brasile, Argentina, Bolivia e Uruguay.

Il rapporto tra gesuiti e Illuminati di Baviera, ordine più volte restaurato, è interessante da indagare nell’attualità, in quanto potrebbe mettere a nudo intrecci mondiali insospettabili.

Sta di fatto che la “Fratelli tutti” si pone, più che un testo di indirizzo dottrinale, come un vero e proprio manifesto politico, che propugna un’idea di società che, dietro alla facciata della saggezza, nasconde la tirannia.

“L’idea antica di un potente re-filosofo che attuasse programmi ben meditati – scrive in proposito Karl Popper – era una bella favola dell’aristocrazia terriera, cui fa riscontro, in clima democratico, la superstizione che un numero sufficiente di persone di buona volontà possa essere indotto da argomenti razionali ad un’azione pianificata”. [ii]

L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buonfine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.

“Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – aggiunge Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [iii]

© Silvano Danesi


[i] Citazione in Hersart de la Villemarqué, Les Baredes bretones, Didier, Paris, 1860

[ii] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli

[iii] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli