La perfida Turchia

Il sunnita Erdogan è uno dei maggiori responsabili dell’esodo che sta interessando l’Europa.

I cinque milioni di profughi siriani sono in gran parte da mettere sul suo conto.

La collusione tra Ankara e il Califfato, infatti, è più che evidente. Per mesi Ankara ha negato le sue basi aeree per colpire l’Isis e, attualmente, i suoi raid aerei sono serviti a contrastare i curdi, unici combattenti veri contro il Califfato.

Ankara ha usato le primavere arabe per estendere il suo dominio e la propria influenza nella regione e sostiene il governo libico di Tripoli, che permette ai trafficanti di esseri umani di gestire il flusso africano dei profughi che sbarcano sulle coste italiane e greche.

Dei 330 mila arrivi in Europa, i due terzi provengono dalle coste turche e Ankara è la responsabile prima della rotta balcanica e della rotta libica attraverso le quali arrivano i profughi.

La strategia di Ankara è chiara: favorire con tutti i mezzi l’islamizzazione d’Europa.

A testimoniarlo è anche il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Estergom-Budapest, Janos Székely, il quale ha recentemente scritto: “In Turchia si sentono voci fra la comunità musulmana che vogliono conquistare l’Europa”.

Non è una novità. C’è un movimento musulmano che negli anni Settanta voleva conquistare l’America. Il movimento è stato fondato negli anni ’70 da un imam di nome Fethullah Gulen e si chiama Hizmet (il Servizio), una sorta di Opus Dei musulmana; ha sviluppato una rete di scuole, dette guleniste, con l’obbiettivo di formare una nuova classe dirigente legata alla Turchia e al movimento gulenista.  I seguaci del movimento, con il mondo esterno, predicano il dialogo inter-religioso e la reciproca comprensione, ma tra di loro parlano di conquistare il mondo. Forse l’America l’hanno conquistata, vista la politica di Obama. Ora l’obbiettivo è l’Europa.

Il problema è che le cosiddette potenze occidentali, salvo fare propaganda sull’accoglienza, non vogliono prendere atto del fatto che un paese che è membro della Nato fa il doppio gioco e mentre dice di voler combattere il terrorismo, cosa che non fa, alimenta il flusso dei profughi con l’obbiettivo di islamizzare l’Europa.

 

Il pennarello e la Shoah

Evocare la Shoah e accomunare la polizia di confine che marca i migranti con un pennarello ai nazisti che tatuavano le loro vittime destinate ai campi di sterminio indica che il mondo “sinistrese” ha perso la ragione e la decenza.

Non è bello vedere poliziotti che scrivono numeri sulle braccia di chi arriva al confine per tentare di gestire la valanga umana che si riversa sull’Europa, ma quelle persone sono avviate ai centri di accoglienza, non ai campi di sterminio.

Il problema è che dietro all’indignazione si nasconde la tentazione, sempre presente, di annacquare, in un pastone generico, il terribile significato della Shoah, ossia l’eliminazione fisica di un popolo, voluta e perpetrata dai nazisti, così come oggi, avviene per opera dell’Isis, nell’area iracheno siriana e in Libia, nell’ignava esecrazione parolaia dell’Occidente e dell’inutile Onu.

Non è antisemitismo, visto che sono semiti anche gli arabi musulmani che arrivano a migliaia in Europa; è insorgente insofferenza nei confronti degli Ebrei, che risponde ad un odio coltivato per secoli dai cattolici e dai protestanti, che ha fornito le basi ideologiche per l’eliminazione fisica, nel secolo scorso, di sei milioni di europei colpevoli solo di appartenere al popolo ebraico.

A mettere la stella gialla di Davide sugli abiti degli Ebrei sono stati per primi i cristiani spagnoli, così come è stato un papa ad istituire i ghetti.

La prima Crociata, nel 1095, ebbe in Germania, come primo effetto, l’insorgere di un crudele antiebraismo, con i pellegrini armati che in alcune città massacrarono o convertirono a forza migliaia di “perfidi giudei”: uomini, donne e bambini.

L’odio di Martin Lutero per gli Ebrei è feroce, come è dimostrato nel suo libro “Degli Ebrei e delle loro menzogne”, da lui pubblicato nel 1543 e che, secoli dopo, è stato usato da Adolf Hitler per avvalorare e diffondere lo sterminio.

Solo un piccolo esempio del Lutero pensiero: “Io voglio dare il mio sincero consiglio.
In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto. E questo lo si deve fare in onore di nostro Signore e della Cristianità, in modo che Dio veda che noi siamo cristiani e che non abbiamo tollerato né permesso – consapevolmente – queste palesi menzogne, maledizioni e ingiurie verso Suo figlio e i Suoi cristiani. Perché ciò che noi fino a ora abbiamo tollerato per ignoranza (io stesso non ne ero a conoscenza) ci verrà perdonato da Dio. Ma se noi, ora che sappiamo, dovessimo proteggere e difendere per gli ebrei una casa siffatta, nella quale essi – proprio sotto il nostro naso – mentono, ingiuriano, maledicono, coprono di sputi e di disprezzo Cristo e noi (come sopra abbiamo sentito), ebbene, sarebbe come se lo facessimo noi stessi, e molto peggio, come ben sappiamo”.

La preghiera del venerdì santo: Oremus et pro perfidis Judaeis  (preghiamo anche per i perfidi giudei ), con la quale i cristiani pregavano per la conversione dei giudei, è stata cambiata, eliminando le parole “perfidis” e “perfidiam” da papa Giovanni XIII, che nel 1959 le fece eliminare durante la celebrazione presieduta da lui stesso. Poco dopo scomparvero definitivamente con la riforma dell’intero messale nel 1962.

L’antiebraismo cristiano, che ha fornito armi ideologiche al nazismo, non può ora cavarsela annacquando la shoah nell’orrore mediatico per i pennarelli, mentre lo stesso orrore non si traduce in azioni decise dei governi europei nei confronti dell’Isis, che stermina, e della Turchia che fa il doppio gioco.

 

Una guerra voluta e un esodo programmato

Ci voleva un tredicenne siriano per dire in una frase tutta la verità: “Per non farci venire in Europa, dovete fermare la guerra”.

Perché non si ferma la guerra?

La risposta è semplice: “Perché la si vuole” e chi la vuole è l’America che combatte in Medio Oriente un confronto interno tra gruppi di potere: i Bush, da un lato, sabatisti, amici della famiglia Bin Laden, strateghi delle violenze sunnite e, incredibilmente, anche della caduta di Saddam, voluta per scaricare su qualcuno lo shock delle Torri Gemelle, senza pensare alle conseguenze: il dilagare degli sciiti iraniani e ora, eterodiretta, la guerra dei sunniti dell’Isis, ossia degli ex di Saddam; dall’altro il clan che sta dietro ad Obama, che ha scelto prima i turchi e ora gli sciiti.

Nemico comune è Assad, non perché sia un pericoloso criminale internazionale che massacra il suo popolo (cosa peraltro vera, ma che a Obama interessa poco), ma per il fatto che è appoggiato da russi e ortodossi e perché garantisce alla Russia la base navale di Tartuz, che consente a Putin il pieno accesso al Mediterraneo. Guarda caso in Siria ad appoggiare Assad ci sono ora truppe russe che combattono l’Isis.

In Medio Oriente, pertanto, si combattono due guerre per interposta persona: quella del clan Bush e del clan che sta dietro ad Obama per il potere in America e quella, strisciante, non dichiarata, ma esistente, tra l’America e la Russia.

Il bambino siriano ha messo il dito nella piaga. Il re è nudo. Il primo re ad essere nudo è l’Onu, l’Organizzazione delle nazioni unite, che non ferma la guerra perché è un organismo impotente, inutile e costoso e ridotto ad essere un alibi.

Il secondo re ad essere nudo è Obama, il quale, quando fece il suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, nel suo primo mandato, nel 2009, affermò: “A coloro che perseguono i loro obbiettivi con il terrore e il massacro degli innocenti vogliamo dire che il nostro spirito è più forte e non si lascerà sopraffare: non durerete a lungo e noi vi sconfiggeremo”. Bugie. Per sconfiggere il terrore ha pensato bene di alimentare le primavere arabe, in mano ai Fratelli Musulmani, di dare il via libera a Teheran per le sue mire espansionistiche e per la bomba atomica, di disastrare la Libia, di abbandonare Israele e, non contento, di consentire alla Turchia, membro di una Nato ormai morta e sepolta e resuscitata solo in Ucraina, di fingere di bombardare l’Isis e di bombardare invece i curdi, unici guerrieri dell’area a contrastare il Califfato.

La conseguenza di questa strategia è un insieme di focolai di guerra che rischiano di unirsi in un confronto globale e il via libera alla Turchia per essere l’agente principale dell’invasione islamica d’Europa. Una Turchia che sogna di tornare ad essere l’Impero Ottomano e che ha aperto le vie dell’invasione attraverso la rotta balcanica e la rotta libica. Un sogno preparato da anni, come dimostra la presenza in America della setta gilenista, con l’obbiettivo di preparare una nuova classe dirigente Usa legata alla Turchia. Il movimento gilenista, “in inglese predica il dialogo inter religioso e la reciproca comprensione, ma in turco gli adepti parlano di conquistare il mondo e attaccano chi si oppone” (Claudio Gatti, Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2011).

Ad Obama, che ha mentito sin dal suo insediamento alla Casa Bianca, va tolto il premio Nobel per la pace e gli va consegnato il premio Evil per la guerra.

Il terzo re nudo è l’Europa, che continua a fingere che l’invasione islamica non sia una realtà e si trincera dietro al tema dell’accoglienza degli immigrati per non affrontare quanto un bambino siriano, questo sì davvero rifugiato politico, dice, invitando l’Occidente a fermare la guerra, per evitare l’esodo.

Parola al vento? Può darsi, ma la lucida richiesta di un innocente, suona a condanna dei tanti finti commossi che, con lacrime di coccodrillo, sono correi di una strategia guerrafondaia i cui autori hanno nomi e cognomi.

Fionnbharr