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“FRATELLI TUTTI”, MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA UTOPISTA DEL GLOBALISMO

L’enciclica “Fratelli tutti” comincia male, con una forzatura storica su San Francesco, poi sale nell’empireo dei principi generali, molti dei quali condivisibili, per poi precipitare a volo radente, dal paragrafo 119, sulle ricette politiche, facendo dell’enciclica il manifesto del Partito comunista utopistico del globalismo, del quale Francesco diventa il teorico e l’ispiratore. 

Nulla di male, ovviamente, ma è importante collocare lo scritto del papa nel suo ambito specifico, che è quello di un manifesto politico.

Vediamo i motivi di queste mie affermazioni.

Al paragrafo 119 Francesco scrive: “Nei primi secoli della fede cristiana, diversi sapienti hanno sviluppato un senso universale nella loro riflessione sulla destinazione comune dei beni creati. Ciò conduceva a pensare che, se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando. Lo riassume San Giovanni Crisostomo dicendo che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri, è privarli della loro stessa vita; e quanto possediamo non è nostro, ma loro. Come pure queste parole di San Gregorio Magno: «Quando distribuiamo agli indigenti qualunque cosa, non elargiamo roba nostra ma restituiamo loro ciò che ad essi appartiene». “Di nuovo – aggiunge Francesco al paragrafo 120 – faccio mie e propongo a tutti alcune parole di San Giovanni Paolo II, la cui forza non è stata forse compresa: «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». In questa linea ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico- sociale», è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, «non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione», come affermava San Paolo VI. Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica”. Al paragrafo 123 Francesco aggiunge: “Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso”.

Il ragionamento è chiaro e colloca Francesco sul terreno proprio del comunismo utopistico, con una conseguenza politica immediata: la legittimazione dell’esproprio proletario. Infatti, se la proprietà privata è un diritto secondario e se la proprietà è un furto, il ragionamento politico di Francesco legittima inevitabilmente quello che, non molto tempo fa, era definito “esproprio proletario”.

E’ chiaro che in questo modo il ragionamento di Francesco legittima tutta la sinistra estrema, quella che occupa le case, che considera la proprietà privata una res nullius della quale ognuno può impunemente appropriarsi.

Non è un caso se l’elemosiniere del papa, il cardinale Konrad Krajewski, abbia riattaccato la luce a chi occupava abusivamente un condominio, dando un messaggio chiaro in tal senso.

Intendiamoci, ogni opinione è legittima, l’importante è che sia collocata nel suo giusto ambito. In questo caso non solo in quello del comunismo utopistico, ma anche in quello del comunismo chavista o ceguevarista o maoista che ha ispirato gruppetti e gruppuscoli della sinistra extraparlamentare negli anni di piombo.

La logica conseguenza è anche il feeling con la Cina e con le dittature sudamericane.

Al paragrafo 121, Francesco afferma: “Nessuno dunque può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non possono impedire che questo si realizzi”.

Un mondo senza frontiere, detto in questo modo, anche se appartiene ai nobili intenti, di fatto costituisce il via libera al potere finanziario globalista, che ha come unico freno l’autonomia degli Stati, la quale presuppone la tutela delle frontiere.

Al paragrafo 124 Francesco si spinge oltre affermando. “La certezza della destinazione comune dei beni della terra richiede oggi che essa sia applicata anche ai Paesi, ai loro territori e alle loro risorse. Se lo guardiamo non solo a partire dalla legittimità della proprietà privata e dei diritti dei cittadini di una determinata nazione, ma anche a partire dal primo principio della destinazione comune die beni, allora possiamo dire che ogni Paese è anche dello straniero, in quanto i beni di un territorio non devono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo. Infatti, come hanno insegnato i Vescovi degli Stati Uniti, vi sono diritti fondamentali che «precedono qualunque società perché derivano dalla dignità conferita ad ogni persona in quanto creata da Dio»”.

Non solo la proprietà privata è un furto, ma non esiste più nemmeno il diritto dei popoli ad avere una patria, uno stato, dei confini. La Patria è un diritto secondario, come la proprietà privata.

Quando arriva al punto delle migrazioni, Francesco, entra a gamba tesa nella gestione, si fa partito politico e detta l’agenda ai governi.

Al paragrafo 129 infatti scrive: “Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse. Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Infatti, «non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana»”. Da queste considerazioni nasce il programma politico del paragrafo 130: “Ciò implica alcune risposte indispensabili, soprattutto nei confronti di coloro che fuggono da gravi crisi umanitarie. Per esempio: incrementare e semplificare la concessione di visti; adottare programmi di patrocinio privato e comunitario; aprire corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili; offrire un alloggio adeguato e decoroso; garantire la sicurezza personale e l’accesso ai servizi essenziali; assicurare un’adeguata assistenza consolare, il diritto ad avere sempre con sé i documenti personali di identità, un accesso imparziale alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari e la garanzia del necessario per la sussistenza vitale; dare loro libertà di movimento e possibilità di lavorare; proteggere i minorenni e assicurare ad essi l’accesso regolare all’educazione; prevedere programmi di custodia temporanea o di accoglienza; garantire la libertà religiosa; promuovere il loro inserimento sociale; favorire il ricongiungimento familiare e preparare le comunità locali ai processi di integrazione”.

Programma che prosegue al paragrafo 131 con il concetto di piena cittadinanza ai migranti.

Per quanti sono arrivati già da tempo e sono inseriti nel tessuto sociale, è importante applicare il concetto di “cittadinanza”, che «si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli»”.

Ed è a questo punto che si nasconde la vera insidia del Manifesto del Partito comunista utopistico del globalismo, che a questo punto abbandona l’utopia e si fa portatore di un’idea che rafforza il potere della finanza e delle multinazionali.

Paragrafo 132: “Al di là delle diverse azioni indispensabili, gli Stati non possono sviluppare per conto proprio soluzioni adeguate «poiché le conseguenze delle scelte di ciascuno ricadono inevitabilmente sull’intera Comunità internazionale». Pertanto «le risposte potranno essere frutto solo di un lavoro comune», dando vita ad una legislazione (governance) globale per le migrazioni. In ogni modo occorre «stabilire progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza. Essi dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate»”.

La governance globale richiama quella di Soros e delle sue filantropiche azioni a favore delle organizzazioni non governative Ong), ossia quelle organizzazioni che con la loro opera mettono costantemente in discussione il concetto di Stato e di frontiera da difendere.

Qui cadono i veli e l’alto livello morale si abbassa a volo radente sul Nuovo ordine mondiale.

Al paragrafo 138, Francesco afferma che “abbiamo bisogno che un ordinamento mondiale giuridico, politico ed economico «incrementi ed orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli» e al paragrafo 165 aggiunge che è “necessario far crescere non solo la spiritualità della fraternità ma nello stesso tempo un’organizzazione mondiale più efficiente, per aiutare a risolvere i problemi impellenti degli abbandonati che soffrono e muoiono nei Paesi poveri”.

Più governance mondiale è esattamente quello che vuole la finanza internazionale, quella della quale Francesco in altri paragrafi stigmatizza la tracotante presenza.

La contraddizione, se si contraddizione si tratta, raggiunge il suo massimo nel paragrafo 172, laddove Francesco afferma: “Il secolo XXI «assiste a una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare». Quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale. Tuttavia, dovrebbe almeno prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”.

Il fatto è, come è ormai evidente a chi non abbia il paraocchi, che le grandi organizzazioni mondiali legate all’Onu o ad esse simili, hanno fallito, diventando carrozzoni burocratici governati da interessi particolari. Tra queste l’Oms è la più evidentemente fallace e fallita, ormai in mano a Big Pharma e alla Cina, così come l’Unesco è diventata il veicolo della propaganda islamica.

Al paragrafo 173, a proposito dell’Onu Francesco scrive: “Occorre evitare che questa Organizzazione sia delegittimata, perché i suoi problemi e le sue carenze possono essere affrontati e risolti congiuntamente”.

Più delegittimata di quanto non sia è difficile delegittimare l’Onu, che non conta assolutamente più nulla, se non per la propaganda globalista, per affermare le politiche della finanza internazionale e per lanciare appelli.

Al Paragrafo 174 Francesco invita a fare esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare. Infatti scrive: “Tra tali strumenti normativi vanno favoriti gli accordi multilaterali tra gli Stati, perché garantiscono meglio degli accordi bilaterali la cura di un bene comune realmente universale e la tutela degli Stati più deboli”.

Gli accordi multilaterali, guarda caso, sono quelli che strozzano l’autonomia degli Stati e favoriscono le multinazionali e la finanza internazionale.

Tutto l’impianto amorevole e misericordioso di “Fratelli tutti” cade a precipizio e si trasforma nel Manifesto del partito comunista utopista  del globalismo, dietro al quale si nasconde la mano della finanza internazionale e dei filantropi alla Soros, cosicché il Manifesto del partito comunista utopista del globalismo, tanto utopista non è, ma si rende piattaforma ideologica delle logiche sorosiane.

L’impianto ideologico di Francesco, tuttavia, viene da lontano, dalla letteratura delle repubbliche dei saggi.

La letteratura propositrice di società governate da saggi trae ispirazione dall’Atlantide descritta da Platone, ma anche dai bardi sacerdoti del Sole dei quali narra Ecateo.

In Picatrix si afferma che Hermes costruì una città nell’Egitto orientale, “la lunghezza della quale era di dodici miglia, e nella quale costruì inoltre un castello che aveva ai quattro lati quattro porte; nella porta all’Oriente pose una statua a forma di aquila, nella porta verso Occidente una forma di toro, in quella meridionale una forma di leone e in quella settentrionale una con le sembianze di cane. Vi fece entrare solo gli spiriti dediti alle cose spirituali, che parlavano profferendo suoni, né altro poteva varcare le porte del luogo  (sacro) senza il loro permesso. Piantò degli alberi in mezzo ai quali ve ne era uno grande, che portava appese ai rami le generazioni di tutti i frutti. Alla sommità di questo castello fece poi edificare una torre che raggiungeva i venti cubiti di altezza, sulla cui sommità fece porre un pomo rotondo, il cui colore cambiava ogni giorno, fino a sette giorni. Alla fine dei sette giorni riprendeva il colore che aveva assunto il primo; così la città rifulgeva ogni giorno di un determinato colore. Lungo il perimetro della torre vi era grande abbondanza di acqua e in essa vi erano molte specie di pesci. Attorno al perimetro della città ordinò immagini diverse e generi di qualsivoglia fattura, per le virtù dei quali i cittadini erano lì virtuosi ed esenti dalla turpitudine e dai cattivi umori. Questa città si chiamava Adocentyn. Costoro erano poi eruditi nelle scienze degli antichi, nelle loro profondità e segreti, nonché nelle scienze astronomiche” (Picatrix).

“I Bardi, secondo Ecateo [250 a.C. ], citato da Diodoro Siculo, erano una casta di sacerdoti del Sole, «le cui funzioni erano ereditarie e consistevano nel cantare sulle arpe le azioni gloriose del dio, nel custodire il suo tempio e dare leggi a una città vicina al tempio»”. [i]

Tommaso  Campanella, filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano, ad esempio, nel suo testo “La città del sole”, descrive una repubblica teocratica retta da un principe-sacerdote, detto Sole o Metafisico, capo temporale e spirituale, e da dignitari eletti dal popolo. Tre principi (princìpi) gli sono collaterali: Pon, Sin e Mor, ossia Potestà, Sapienza e Amore. I tre principi hanno sotto di sé vari ufficiali per le arti, per le virtù e per la generazione.

Il Metafisico “a tutte le scienze comanda, come architetto, ed ha vergogna ignorare cosa alcuna al mondo umano”. E non può “essere Sole se non quello che sa tutte l’istorie delle genti e riti e sacrifizi e repubbliche ed inventori di leggi ed arti”.

Gli abitanti di questa città governata dal Sole-Metafisico, “nulla creatura adorano di latria, altro che Dio, e però a lui serveno solo sotto l’insegna del Sole, ch’è insegna e volto di Dio, da cui viene la luce e il calore ed ogni altra cosa” e inoltre “….essi tengono la libertà dell’arbitrio”.

Tommaso Moro, umanista, scrittore e politico cattolico inglese, nel suo “Utopia”, narra di un’isola dove la base del potere statuale si basa sulle famiglie. Ogni anno ogni gruppo di 30 famiglie elegge un controllore o filarco e ogni gruppo di 10 filarchi elegge un protofilarco, che è un controllore anziano. Ogni città ha 200 controllori distrettuali, che eleggono il principe (carica a vita) tra i nominati dal popolo e raccomandati dal Consiglio degli anziani. E’ immediato volgere il pensiero al sistema dei clan scozzesi, prima che subentrasse la fissità dovuta all’ereditarietà dei ruoli.

In Utopia i “bambini crescono imparando il mestiere del padre, cui sono naturalmente inclinati, ma se un bimbo preferisce imparare un mestiere diverso, viene a questo scopo adottato da una delle famiglie che praticano la professione cui il piccolo è interessato. In questi casi, sia il padre del ragazzo, sia le autorità locali, prestano la massima attenzione affinché il ragazzo venga affidato a una famiglia perbene”.

Esiste in Utopia il ruolo specifico di “studioso”, ma anche chi lavora, studiando nel tempo libero, può assurgere a quel ruolo. Anche in questo caso quanto scrive Moro è chiaramente riferibile alla permeabilità delle classi nel mondo celtico, dove era la propria individuale virtù, corroborata dalla volontà, a stabilire il ruolo nella comunità e il conseguente “prezzo dell’onore”.

In Utopia vi sono varie religioni e vige la tolleranza religiosa, “ma la parte più cospicua e saggia della popolazione crede in un unico Dio, eterno, onnipotente e misterioso, presente in tutto l’universo, non sotto forma di corpo, ma di forza attiva” e ognuno ammette che “egli coincide con la Natura, con quel potere tremendo, da tutti riconosciuto come la sola vera origine di tutte le cose”.

A Utopia i sacerdoti, pochi e eletti dalla comunità, sono consacrati dai colleghi, possono sposarsi, vestono con vesti variopinte e adornate da piume d’uccelli, entrano nelle battaglie impedendo massacri e la loro musica induce stati d’animo.

Infine, a Utopia anche le donne possono essere sacerdotesse.  

Francesco Bacone, nella sua “Nuova Atlantide”, distaccandosi apparentemente dal platonismo, che definisce filosofia fantastica, e dalla cultura umanistica, poiché definisce la magia e l’alchimia saperi fantastici e superstiziosi, propone una restaurazione del potere dell’uomo sulla natura che si realizza attraverso la scienza e la tecnologia e che ha valore, ai suoi occhi, solo se porta al servizio dell’ideale di fratellanza e della «carità».

Il «sapiente» proposto da Bacone assomiglia più a Galilei che a Paracelso o a Cornelio Agrippa e, a Nuova Atlantide, gli scienziati lavorano isolati e si assumono la responsabilità di tenere segreti i loro lavori o di consegnarli al governo.

Sull’isola governa il re legislatore Solamone, il quale ha fondato l’Ordine o la Società Casa di Salomone (inversione voluta), guida e luce di Nuova Atlantide. Fine dell’istituzione è “la conoscenza della cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obbiettivo”.

I membri della Casa di Salomone vengono inviati nel mondo per riferire su usi, costumi, conquiste scientifiche e tengono nascosta la loro origine. Essi portano a Nuova Atlantide libri, sommari ed esemplari delle scoperte di tutti gli altri paesi e sono chiamati «Mercanti di luce».

Ritroveremo queste idee negli Illuminati di Baviera, la cui nascita e la cui esperienza successiva si svolge in parallelo con quella gesuitica e con le esperienze gesuitiche di comunismo paternalista latino americane.

L’Ordine degli Illuminati è organizzato il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt , sulla base, guarda caso, di un modello gesuitico.

L’Ordine, contrastato dai Rosacroce, ebbe uno scopo più politico che religioso e la corrente illuministica interna alla Stretta Osservanza, alla ricerca di un progetto massonico da opporre ai Martinisti, guardò agli Illuminati con la mediazione di Knigge, che aveva come modello il Paraguay gesuitico e pensava a stati modello nelle Indie Occidentali (America).

Alain Wodrow, uno dei massimi esperti dei gesuiti, a proposito dell’esperimento del Paraguay, afferma: “Questa esperienza di comunismo paternalista è singolare e fu esempio per gli utopisti del XX secolo. L’ammirava persino Voltaire, che fu allievo dei gesuiti, ma li detestava”.

Ludovico Antonio Muratori lo definisce “il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”.

Emerge dalle aspettative del Knigge e in quelle del Muratori lo sfondo utopistico che si riallaccia alle teorie di Platone, di Tommaso Moro, di Campanella, ma anche quelle dei principi despoti illuminati, come Federico II, il quale negli anni Settanta del Settecento ordinò la costruzione di Urbaniborg, sull’isola di Ven, per l’astronomo Tycho Brahe. Urbaniborg, collocato in un palazzo rinascimentale, è stato considerato il primo moderno centro di ricerca scientifica. Dotato di biblioteca, laboratori e di un celebre osservatorio.

Tra i membri dell’Ordine troviamo personaggi di grande rilievo nella cultura europea: Goethe, Herder, Martens, Mirabou, Robespierre, Lavoisier, Filangieri, Pagano, Muenter, Nicolai, Antonio Jerocades

Il tipico esperimento politico gesuita al quale si ispirano gli Illuminati di Baviera è quello delle Riduzioni, piccoli nuclei cittadini secondo i quali erano strutturate le missioni della Compagnia di Gesù, soprattutto in Paraguay, ma anche in Cile, Nuova Granada, Brasile, Argentina, Bolivia e Uruguay.

Il rapporto tra gesuiti e Illuminati di Baviera, ordine più volte restaurato, è interessante da indagare nell’attualità, in quanto potrebbe mettere a nudo intrecci mondiali insospettabili.

Sta di fatto che la “Fratelli tutti” si pone, più che un testo di indirizzo dottrinale, come un vero e proprio manifesto politico, che propugna un’idea di società che, dietro alla facciata della saggezza, nasconde la tirannia.

“L’idea antica di un potente re-filosofo che attuasse programmi ben meditati – scrive in proposito Karl Popper – era una bella favola dell’aristocrazia terriera, cui fa riscontro, in clima democratico, la superstizione che un numero sufficiente di persone di buona volontà possa essere indotto da argomenti razionali ad un’azione pianificata”. [ii]

L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buonfine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.

“Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – aggiunge Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [iii]

© Silvano Danesi


[i] Citazione in Hersart de la Villemarqué, Les Baredes bretones, Didier, Paris, 1860

[ii] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli

[iii] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli

GESTIONE COVID: INCAPACITÀ IMBELLE O DISASTRO VOLUTO?

I provvedimenti relativi a Covid-19 e le loro tragiche conseguenze.

Un dossier predisposto dal dott. Silvano Danesi che mette in evidenza i guasti arrecati da une gestione assurda dell’emergenza dovuta alla pandemia. 

Qui sotto il link del pdf che è liberamente scaricabile.

Clicca sulla scritta in verde e scarica il pdf. 

INGINOCCHIATI ALLA “DITTATURA MONDIALE DI IDEOLOGIE APPARENTEMENTE UMANISTICHE”

L’utilizzo dei simboli e dei gesti, attivato da una regia accorta, ha in questi giorni scatenato una furia iconoclasta e oicofobica, finalizzata a impedire che si possa metter in discussione il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale, voluto, gestito e diretto da un ristretto gruppo di magnati della finanza, i quali si sono autoeletti élite illuminata, sull’esempio della Repubblica di Platone, a sua volta costruita sull’esempio dell’esperienza dei Trenta.

La Repubblica di Platone, infatti, non è solo un’asettica elaborazione filosofica, ma si pone come un manifesto politico, conseguente ad esperimenti reali e propedeutico alla loro continuazione.

In particolare, il riferimento è, come ben spiega Luciano Canfora, professore emerito all’Università di Bari, al governo utopico-sanguinario dei Trenta (404-403 a.C.), i cosiddetti «trenta tiranni», i quali, “pur dopo la sconfitta e il naufragio tragico del loro tentativo «palingenetico» hanno continuato a ritenere che si fosse trattato unicamente di un incidente di percorso, cioè di un esperimento da migliorare e riproporre”. [1]

Luciano Canfora ricorda come ci fossero esperimenti di governo pitagorico in corso in vari luoghi. “In Magna Grecia era in atto da tempo, con Archita, l’esperimento di governo pitagorico che, a sua volta, non era stato senza effetti come elemento ispiratore della costruzione platonica. Platone va in Sicilia a tentare la Kallipolis perché a Taranto c’è Archita che governa”. [2]

Canfora propone le critiche del tempo all’opera di Platone, prima fra tutte quella di Aristofane.

Sotto tiro è il ruolo dei «guardiani», pronti a combattere non solo il nemico esterno, ma chi all’interno agisce male. Un ruolo ben interpretato da tutti i totalitarismi e da tutti i dittatori succedutisi nei secoli.

Canfora ricorda la “polarizzazione negativa che Platone ha suscitato contro di sé e contro il suo spregiudicato interventismo politico” e come un “poco letto Aristofonte compose un Platone nel cui unico frammento superstite dovuto, al solito, ad Ateneo (XII,552 E = fr.8K-A) qualcuno dice, forse rivolto a Platone medesimo: «così in pochi giorni ci farai tutti morti»!”. [3]

Significativo l’attacco sferrato alla Kallipolis di Platone da Erodico di Seleucia, grammatico del II sec. a.C. (Contro il filosocrate). “I due punti più rilevanti su cui si concentra l’attacco – scrive Luciano Canfora – sono: la pretesa platonica di formare «l’uomo nuovo» come premessa fondante della Kallipolis e la deriva «tirannica» che immediatamente hanno preso coloro che, in varie città greche, dopo aver frequentato lui si sono impegnati in politica”. [4] “In altri termini – sostiene ancora Canfora – l’Accademia non fu semplicemente un «pensatoio» (come non lo fu del resto la meno strutturata ma non meno efficace cerchia socratica). E’ evidente che volle essere anche una fucina di potenziali «governanti» (…). Perciò, soprattutto perciò, dall’esterno è stata vista con sospetto: anche come un pericoloso luogo di formazione di aspiranti a governare in nome di allarmanti progetti”. [5]

Quell’idea platonica non è mai tramontata ed ora è di nuovo in atto con il tentativo di affermare un Nuovo Ordine Mondiale.

La furia iconoclasta e di proteste violente scatenata da un fatto esecrabile, avvenuto negli Usa, a Minneapolis, è il risultato di una strumentalizzazione per scopi politici evidenti (battere Trump), ma anche, e soprattutto, per dare spazio e forza ad una progressiva eliminazione della storia dell’Occidente, al fine di attuare una sorta di erasione di ogni tradizione, di damnatio memoriae della storia e della tradizione occidentale, per affermare una tabula rasa dove tutto è senza distinzione.

L’atto di inginocchiarsi, diventato virale, a seguito dell’evento di Minneapolis, non è un gesto di riparazione o di protesta, ma di sottomissione dal sapore feudale a quella che Benedetto XVI ha definito un “dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo”; è la genuflessione ai magnati della finanza auto elettisi prosecutori della tirannia di Trenta.

L’atto di inginocchiarsi ha assunto significati diversi nei secoli: da semplice gesto di cortesia, ad un semplice saluto, come per gli Egizi, che si salutavano inchinandosi con la mano sul ginocchio[6], fino ad assumere quello di un atto di omaggio e di riconoscimento del potere altrui, come nel Medioevo feudale.

Tuttavia, l’atto di inginocchiarsi ha un suo valore specifico e sacrale propriamente legato all’orizzonte vetero e neo testamentario.

“Se guardiamo alla storia – scrive in proposito Joseph Ratzinger (Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, parte IV – Forma liturgica, cap. II – Il corpo e la liturgia, n. 3 – Atteggiamenti, pp. 181-190) – possiamo osservare che Greci e Romani rifiutavano il gesto di inginocchiarsi. Di fronte agli dei faziosi e divisi che venivano presentati dal mito, questo atteggiamento era senz’altro giustificato: era troppo chiaro che questi dei non erano Dio, anche se si dipendeva dalla loro lunatica potenza e per quanto possibile ci si doveva comunque procacciare il loro favore. Si diceva che inginocchiarsi era cosa indegna di un uomo libero, non in linea con la cultura della Grecia; era una posizione che si confaceva piuttosto ai barbari. Plutarco e Teofrasto definiscono l’atto di inginocchiarsi come un’espressione di superstizione; Aristotele ne parla come di un atteggiamento barbarico (Retorica, 1361 a 36). Agostino gli dà per un certo verso ragione: i falsi dei non sarebbero infatti altro che maschere di demoni, che sottomettono l’uomo all’adorazione del denaro e del proprio egoismo, che in questo modo li avrebbero resi «servili» e superstiziosi. L’umiltà di Cristo e il suo amore che è giunto sino alla croce, ci hanno liberato – continua Agostino – da queste potenze ed è davanti a questa umiltà che noi ci inginocchiamo. […]. In effetti, l’atto di inginocchiarsi proprio dei cristiani – prosegue Ratzinger – non si pone come una forma di inculturazione in costumi preesistenti, ma, al contrario, è espressione della cultura cristiana che trasforma la cultura esistente a partire da una nuova e più profonda conoscenza ed esperienza di Dio. L’atto di inginocchiarsi non proviene da una cultura qualunque, ma dalla Bibbia e dalla sua esperienza di Dio. L’importanza centrale che l’inginocchiarsi ha nella Bibbia la si può desumere dal fatto che solo nel Nuovo Testamento la parola proskynein compare 59 volte, di cui 24 nell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, che viene presentato alla Chiesa come modello e criterio per la sua liturgia. […]. Osservando più attentamente possiamo distinguere tre atteggiamenti strettamente imparentati tra di loro. Il primo di essi è la prostratio: il distendersi fino a terra davanti alla predominante potenza di Dio; soprattutto nel Nuovo Testamento c’è, poi, il cadere ai piedi e, infine, il mettersi in ginocchio. I tre atteggiamenti non sono sempre facili da distinguere, anche sul piano linguistico. Essi possono legarsi tra di loro, sovrapporsi l’uno all’altro. […]. Nell’Antico Testamento ebraico alla parola berek (ginocchio) corrisponde il verbo barak, inginocchiarsi. Le ginocchia erano per gli ebrei un simbolo di forza; il piegarsi delle ginocchia è quindi il piegarsi della nostra forza davanti al Dio vivente, riconoscimento che tutto ciò che noi siamo, lo abbiamo da Lui. […]. Vorrei aggiungere solo un’osservazione: l’espressione con cui Luca descrive l’atto di inginocchiarsi dei cristiani (theis ta gonata) è sconosciuta al greco classico. Si tratta di una parola specificamente cristiana”. [7]

Nell’ultimo libro di Peter Seewald (Benedetto XVI, una vita), di prossima uscita anche in Italia e del quale sono state date alcune anticipazioni, il biografo del Papa chiede a Benedetto XVI: «Una frase dell’omelia sull’inizio del suo pontificato è stata particolarmente ricordata: ”Pregate per me che io non fugga davanti ai lupi”. Prevedeva tutto quello che le sarebbe successo?».

Benedetto XVI risponde: «Qui devo dire che il raggio di percezione di ciò che un Papa può temere è troppo piccolo. Naturalmente, questioni come ”Vatileaks” sono fastidiose e, soprattutto, incomprensibili per le persone in tutto il mondo ed estremamente dirompenti. Ma la vera minaccia per la Chiesa e quindi per il servizio petrino non sta in queste cose, ma nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo. Cento anni fa qualcuno avrebbe pensato che fosse assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Oggi coloro che si oppongono a questo sono socialmente scomunicati. Lo stesso vale per l’aborto e la produzione di persone in laboratorio. La società moderna è in procinto di formulare un credo anticristiano e se uno vi si oppone viene colpito dalla scomunica. La paura di questo potere spirituale dell’Anticristo è quindi fin troppo naturale e ci vuole davvero l’aiuto della preghiera della Chiesa universale per resistere».

Ecco cos’è l’Anticristo: la “dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo”. Detto in termini diversi, il pensiero unico politicamente corretto imposto da élite al servizio della finanza internazionale.

 

In questi giorni abbiamo assistito alla genuflessione ad una dittatura mondiale che, nell’orizzonte culturale del cristianesimo, ha i tratti dell’Anticristo.

 © Silvano Danesi

[1] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[2] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[3] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[4] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[5] Luciano Canfora, La crisi dell’utopia – Aristofane contro Platone, Laterza

[6] Tertulliano, La Preghiera, Introduzione di Piero Angelo Gramaglia, Ed. Paoline

[7] Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, parte IV – Forma liturgica, cap. II – Il corpo e la liturgia, n. 3 – Atteggiamenti, pp. 181-190.

 

Sul Covid una tecnica comunicativa da marketing dell’incertezza.

L’8 giugno, secondo le previsioni dell’Istituto Superiore della Sanità, doveva essere il giorno più nero dell’epidemia, con 151 mila ricoverati in terapia intensiva.

Breve parentesi relativa alla comunicazione.

Perché proprio 151 e non 150? La cifra tonda avrebbe dato la dimensione globale comunque, considerato che non è possibile prevedere un migliaio in più o in meno di casi su 150 mila, con un delta di circa lo 0,6 per cento.

Perché si vendono le cifre del Covid con le tecniche del marketing. Un oggetto che costa 4,99 ti dà il senso del 4 e non del cinque. Il 151 ti dà l’idea di 150 e più. La cifra è volutamente enfatizzante.

I dati reali dell’8 giugno sono: dei 280 tamponi positivi rilevati, la maggior parte è in Lombardia, con 194 nuovi positivi (il 69,2% dei nuovi contagi). Tra le altre regioni l’incremento di casi è di 14 casi in Piemonte, 20 in Emilia Romagna, di 14 in Liguria e di 16 nel Lazio. Zero casi in Abruzzo, Umbria, Sardegna, Valle d’Aosta, Calabria, Molise Basilicata. Un solo caso in Puglia, Sicilia, Friuli V.G. e un caso rispettivamente in provincia di Trento e di Bolzano. Due casi in Marche e Campania, 4 in Veneto e 9 in Toscana.

Il numero totale di persone che hanno contratto il virus dall’inizio dell’epidemia è 235.278.
In terapia intensiva si trovano l’8 giugno 283 persone, 4 meno del giorno prima. Sono ancora ricoverate con sintomi 4729 persone, 135 meno del giorno prima. In isolamento domiciliare 29.718 persone (-393 rispetto al giorno prima). Nelle ultime ventiquattr’ore sono morte 65 persone (il giorno prima le vittime erano state 53), arrivando a un totale di decessi 33.964. I guariti raggiungono quota 166.584, per un aumento in 24 ore di 747 unità (il giorno prima erano state dichiarate guarite 759 persone). Il calo dei malati (ovvero le persone positive) è stato pari a 532 unità (il giorno prima erano stati 615), mentre i nuovi contagi rilevati nelle ultime 24 ore sono stati 280 (il giorno prima 197).

 

L’aumento dei contagiati rilevati è dovuto all’aumento dei tamponi effettuati e, comunque, il dato nei giorni attorno all’8 di giugno oscilla tra lo 0,5 e l’1 per cento di positivi sui tamponi effettuati.

 

Il 7 giugno (riportato da Il Messaggero), il commissario Domenico Arcuri in un programma di Rai 3 del giorno prima, sostiene che l’App Immuni è importante e che bisogna dare la caccia agli asintomatici, “che – dice il commissario – in questa fase sono più importanti di chi il virus ce l’ha”.

 

L’8 giugno l’Oms afferma che l’uso dei guanti, prima ritenuti mezzo decisivo per evitare il contagio, aumenta il rischio di infezione e indossare sempre le mascherine, ritenute anch’esse indispensabili, non protegge dal virus, se non ci sono altri accorgimenti.

Il 9 giugno la stampa riferisce che la dottoressa Maria Van Kerkove , capo del team tecnico anti Covid-19 dell’Oms, durante un briefing del giorno prima, ossia dell’8 giugno, ha dichiarato: “E’ molto raro che un asintomatico possa tramettere il virus”. L’affermazione è suffragata dall’analisi dei dati dei vari Paese affetti da Coronavirus.

Il 9 giugno giunge una precisazione della stessa Maria Van Kerkove (vedi Sky Tg 24), la quale chiarisce di essere stata fraintesa: “Stavo rispondendo a una domanda e non esprimendo una posizione dell’Oms. Ho usato la parola “molto rara” e c’è stato un fraintendimento perché è sembrato che dicessi che la trasmissione asintomatica è globalmente molto rara. Mentre mi riferivo a un set di dati limitati”. “E’ necessario – prosegue la Van Kerkhove – fare una differenza tra quel che sappiamo, quel che non sappiamo e quel che stiamo ancora cercando di capire. Sappiamo che di solito le persone infettate dal coronavirus Sars-CoV-2 sviluppano i sintomi, ma in una piccola parte dei casi ciò non avviene. Sappiamo anche che la maggior parte delle infezioni è provocata da pazienti sintomatici che contagiano altre persone attraverso le goccioline di saliva infette. Ma c’è una proporzione di persone che non sviluppa sintomi e non sappiamo ancora quante siano, potrebbero essere dal 6% al 41% della popolazione che si infetta, a seconda delle stime. Sappiamo che alcuni asintomatici possono trasmettere il virus, ma dobbiamo ancora chiarire qual è il loro numero. Ciò che ho detto ieri in conferenza stampa si riferiva a piccoli studi pubblicati”.

Marcia indietro un poco contorta, considerato che la questione degli asintomatici è ondivaga da sempre in casa Oms.

Infatti il 30 gennaio 2020 l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria mondiale (la pandemia sarà dichiarata solo l’11 marzo) e Tedros Adhanom Ghebresyesus, che è al capo dell’Organizzazione mondiale della sanità, commentando i dati di Pechino nei quali non vengono consuiderati gli asintomatici, dichiara che “la percentuale di infezioni veramente asintomatiche non sembra un fattore trainante della trasmissione”.

Il 31 gennaio le linee guida dell’Oms sostengono che un paziente è sosptetto di coronavirus solo se ha i sintomi di un’acuta infezione respiratoria con febbre di 37,5 gradi e ha avuto un contatto con la Cina.

Bisogna arrivare al 16 marzo 2020 per sentire la signora Van Kerkhove dichiarare che “la nostra definizione di caso infetto include anche gli asintomatici”.

La questione degli asintomatici va e viene a seconda delle convenienze e di una strategia comunicativa che tende, come è ormai evidente, a generare paura, incertezza, confusione, divisione nella popolazione tra i chi vorrebbe la mascherina e il distanziamento sociale anche a letto e chi ritiene che i dati dicano ben altro.

Un giorno risponde al fatto che si vuole recuperare il contributo Usa e il giorno dopo che non si vuol perdere la Cina, che, guarda caso, delocalizza le sue aziende in Etiopia (patria di Tedros Adhanom Ghebresyesus) e nel Corno d’Africa.

Il quadro scientifico più corretto lo fornisce il fisico Fabio Truc, persona che conosco, che è un amico e che è di assoluta serietà e onestà, in un’intervista a Giuseppe Zois di Bergamonews afferma: “Zangrillo ha quasi ragione, il Covid si è molto indebolito”.

Chi è Fabio Truc.

Appena finiti gli studi e vinta una borsa di studio approdò al Cern dove ha lavorato per 7 anni svolgendo ricerche nella fisica delle particelle elementari. Successivamente si è trasferito all’università “La Sapienza” di Roma dove ha contribuito al primo esperimento al mondo di teletrasporto quantistico realizzato con il gruppo sperimentale del professor De Martini negli anni Novanta. La svolta di vita avviene quando a un convegno conosce Lucien Israel, uno dei più prestigiosi oncologi dell’epoca che invitò Fabio a Parigi a lavorare sul cancro. È ancora lì, dove lavora da oltre vent’anni nell’oncologia sperimentale e insegna. Con Israel è stato messo a punto un modello che spiegherebbe l’origine del tumore. Ha insegnato Fisica al Politecnico di Torino, a Roma, Nizza e Parigi. Nella prima parte della vita ha lavorato principalmente sulla Fisica teorica e adesso si dedica interamente allo studio di come una cellula possa portare a sviluppare il cancro e quali relazioni corrano tra virus e cancro.

 

Fabio Truc, fa ricerca da vent’anni a Parigi: “Userei qualche cautela nel sostenere che il virus è definitivamente scomparso e quindi non dobbiamo abbassare troppo il livello di guardia”

Fabio Truc, 60 anni, originario di Cogne, è un fisico teorico, ricercatore e docente universitario.

Dopo le dirompenti dichiarazioni fatte dal professor Alberto Zangrillo, secondo cui il “covid-19” non esiste più, Giuseppe Zois ha raccolto il suo qualificato parere.

Di seguito il testo integrale dell’intervista:

“Io sono fondamentalmente d’accordo con quanto ha dichiarato Alberto Zangrillo – commenta -. Userei qualche cautela nel sostenere che il virus è definitivamente scomparso e quindi non dobbiamo abbassare troppo il livello di guardia, soprattutto con le norme igieniche e di distanziamento sociale che abbiamo osservato in questi mesi, come lavarci le mani, usare i guanti, tenere le distanze e metterci le mascherine. Tutto questo sì”.

D -Ci spieghi.

Che il virus non sia del tutto scomparso lo confermano i dati della Regione Lombardia, dove ancora si registrano comunque alcune decine di positivi ogni giorno (lunedì 50). Dal punto di vista virologico, però, concordo con Zangrillo, sulla base anche delle esperienze fatte e non solo con il coronavirus. Il concetto portante è che il virus non ha interesse a uccidere il suo ospite e quindi a essere troppo aggressivo, perché se uccide il suo ospite, questo non gli dà più la possibilità di riprodursi, moltiplicarsi e propagarsi e infettando altre persone. Se uccide il paziente, il virus muore con lui o comunque ha poche possibilità di moltiplicarsi e diffondersi. Questi virus continuamente si modificano, un po’ di più o un po’ di meno. Come si dice in gergo evoluzionistico, si adattano. E l’adattamento prevede che ci sia un patto di non eccessiva belligeranza tra il sistema immunitario dell’ospite e il virus. “Tu lasci vivere me e io lascio moltiplicare te” e quindi il virus diventa via via meno letale, il paziente subisce meno danni e consente al virus di riprodursi. Questo è un meccanismo evolutivo: ed è – ipotizzo – su questa base che Zangrillo parla di scomparsa del virus o in ogni modo di un suo sicuro indebolimento. Dal punto di vista clinico il “covid-19” risulta depauperato, la malattia viene curata più facilmente, anche a domicilio, inoltre abbiamo capito in modo più approfondito la serie di guai che il virus innesca nel nostro organismo. A riscontro abbiamo il fatto che si stanno svuotando le rianimazioni e le terapie intensive. Normalmente in 90 giorni sono il tempo necessario per osservare la tipica curva di comportamento del virus.

D – Quindi il vaccino può non servire?

Se continua questo indebolimento del virus, potrebbe vacillare l’utilità del vaccino, con evidenti ripercussioni anche per la potente industria farmaceutica. Poi, cosa succederà a settembre, quando ritornerà il freddo e ci saranno forse condizioni più favorevoli al contagio sarà tutto da vedere.

Sembra ottimista.

Io continuo a rimanere abbastanza ottimista, visto che questo virus si è stabilizzato su un profilo di aggressività molto più basso rispetto agli esordi e non a caso si vedono tamponi con sempre meno carica virale. Non dimentichiamo che è importante la carica virale. Ci vuole una certa quantità di virus per contagiare, non è sufficiente ad esempio un virus agganciato a una particella di pulviscolo atmosferico.

D – Cosa abbiamo imparato da tutto questo?

Che la stessa virologia, l’epidemiologia e l’infettivologia andranno perfezionate alla luce di quanto è successo. In questa emergenza dobbiamo ascoltare i virologi più autorevoli, non necessariamente gli abituali frequentatori degli studi televisivi. E con loro i medici che hanno curato i pazienti e che sono stati e sono in prima linea nel fronteggiare il coronavirus. Ritengo pertanto autorevole l’opinione espressa dal prof. Zangrillo alla luce della grande esperienza clinica che gli ha consentito di ben comprendere l’eziopatogenesi e l’insidioso comportamento di questa malattia.

D – Perché questa alta concentrazione virale e letale in Lombardia e al Nord in generale, con epicentro a Bergamo-Brescia e meno al Centro e al Sud Italia?

È una domanda da cento pistole. Nessuno è in grado di dare una risposta certa. C’è stata una concomitanza di cause che hanno portato a questa diffusione così rilevante del virus nel Nord Italia e nel confinante Cantone Ticino. Alcune scuole di pensiero sono più attendibili, altre più fantasiose. Mi sono fatto l’idea della “tempesta perfetta”. La Lombardia, con Codogno – 21 febbraio 2020 – è stata la prima ad essere interessata da questo contagio che circolava da almeno un mese. L’emergenza ha colto tutti spiazzati. Nei luoghi chiusi e affollati il virus ha trovato le condizioni ideali per espandersi: dai Pronto Soccorso agli ospedali, alle residenze per anziani. Quando si è capito che la strategia da attuare era il distanziamento sociale, il guaio era già stato fatto. La gente non doveva andare ad affollare i Pronto Soccorso e gli ospedali, ma – come s’è visto fare in Germania – doveva essere curata sul territorio: purtroppo questo s’è capito dopo.

D _L’errore iniziale di aver abbassato la guardia. Si sono viste troppe leggerezze, incaute uscite e anche inefficienze unite ai ritardi e alle comprensibili improvvisazioni…

Indubbiamente, anche per colpa degli scienziati, molti dei quali autorevoli – li abbiamo visti tutti in televisione – che banalizzavano dicendo trattarsi di una forma influenzale poco più che leggera. E si spiegò che la prima serie di decessi non era “per” coronavirus ma “con” il coronavirus. Tutti si sono tranquillizzati, abbassando la guardia. Altro fattore precipitante: la densità di popolazione sul territorio, con rischio molto alto di contagio per contiguità.

D- C’è chi invoca anche il fattore inquinamento.

Se uno guarda dal satellite, vede che le zone più interessate dal virus – Piemonte, Cantone Ticino, Lombardia, Veneto e Emilia Romagna – sono ad altissimo inquinamento, fatto soprattutto di polveri sottili costituite da nanoparticelle. Il virus si aggancerebbe a queste piccole particelle che diventerebbero dei vettori, con propagazione anche per via aerea: è una correlazione che sta prendendo
consistenza.

D – Hanno sbagliato in molti nel costruire modelli di proiezione che non funzionano per capire le modalità di una pandemia, lo sviluppo della stessa, quando questa finirà, se ci sarà contagio di ritorno…

Quando parliamo del numero dei contagiati, si è costretti all’approssimazione perché non sono stati fatti sufficienti tamponi e perché il tampone attuale non è affidabile, restituendo troppi falsi positivi e falsi negativi. Tutto questo impianto di base ha prodotto dei numeri a loro volta molto “malati” e lavorare su questi porta a risultati sballati. Molti ci hanno detto che alla metà di aprile sarebbe stato tutto risolto, poi abbiamo visto com’è andata. Ma non perché sono sbagliati i modelli matematici, quanto per l’inserimento di numeri imprecisi. Non sono un epidemiologo, ma quello che io consiglierei è di non partire da questi numeri di contagiati: non lo sapremo mai con esattezza quanti sono. Sicuramente molti, molti di più di quelli che ogni giorno la Protezione Civile diffonde. Sono convinto che questo virus ha cominciato a girare già a dicembre e quindi le persone positive nel mondo sono milioni e milioni. È perciò inutile lavorare su numeri probabili: bisogna partire dai dati certi, che sono i decessi.

D – Come prova d’urto dell’epoca globale quale la sua valutazione?

Al momento l’unico strumento che siamo riusciti a mettere in campo è il distanziamento sociale, che ha innegabilmente dato dei risultati. Non è ancora chiaro dove si può porre il punto di rottura, lo vedremo alla fine, quando saremo fuori dal tunnel.

D – Lei però sostiene che prima di questo cataclisma c’è stata una prova generale di nome Chernobyl.

Ritengo Chernobyl un piccolo allenamento di fondocampo in vista dell’attuale ciclone. C’è un parallelismo interessante. Là, un neutrone, che è una particella nucleare – una sorta di piccolo proiettile – va a colpire un nucleo di uranio e lo spacca in due. Questa operazione libera un sacco di energia ma anche altri neutroni che vanno a bersagliare altri nuclei, li rompono, scatenando uno sciame di neutroni. Si tratta di una reazione a catena che va moderata con apposite barre di controllo, altrimenti diventa una bomba atomica. Per una serie di errori umani a Chernobyl la reazione sfuggì al controllo con le conseguenze tristemente note.

D – Dove sta l’analogia con il coronavirus?

Anche la propagazione del “covid-19” è una catena: un soggetto infetto mediamente ne contagia altri due, poi gli altri due ne uncineranno altri due e avanti così. Il correttivo di questa pandemia è il distanziamento sociale, per fare in modo che un malato non ne contagi più due, ma uno soltanto e poi nemmeno più quello.

D – Parliamo di questo virus misterioso, ignoto, che muta anche velocemente e che ha invaso il pianeta.

Noi scienziati pensavamo fino a qualche tempo fa che fosse un salto di specie, passato dall’animale all’uomo, come già successo molte volte; oppure – piano B – c’è qualcuno che l’ha manipolato in laboratorio. Considerando quante volte il salto di specie dall’animale all’uomo si è ripetuto – dall’Hiv alla Sars, dall’influenza aviaria, alla rabbia, all’ebola – è ormai dato per certo che ci sia stato l’ennesimo salto dall’animale all’uomo, soprattutto pensando a Wuhan dove c’è un’altissima densità di popolazione, dove si mangiano animali di ogni genere, cotti e crudi, dove insomma ci sono le condizioni ideali per un contagio. A Wuhan però c’è anche un laboratorio dove – guarda caso – si fanno esperimenti su virus come i coronavirus, ragion per cui alcuni ambienti hanno sostenuto anche l’ipotesi che il virus sia partito dal laboratorio, forse per un errore.

Le mutazioni del virus e il “cricchetto di Muller”

D – È possibile immaginare quando finirà la “tempesta”?

Credo che non avremo un vaccino affidabile prima di un paio d’anni. Intravedo una speranza. Si sa che il virus muta molto rapidamente e questo potrebbe essere il suo tallone d’Achille. Si chiama “ingranaggio di Muller” o “cricchetto di Muller” (il virus che muta, non può più tornare indietro). Con le mutazioni, il virus introduce nel suo DNA delle varianti che sono quasi sempre deleterie, quindi continuando a mutare perde col tempo la sua carica patogena fino ad estinguersi.

D – Dovendo trovare un’analogia più riscontrabile nella quotidianità vissuta?

Mi servo di un esempio illuminante che un medico vostro bergamasco, il dottor Giancarlo Minuscoli, mi portò, partendo dall’influenza più comune, che conosciamo tutti. “I primi che la prendono – argomentava – la vivono in forma molto dura e se ne devono magari stare a letto anche per una settimana, poi, via via, le forme calano di intensità. Questo forse perché i virus mutano, per un fatto evolutivo, ed è il caso che introduce queste mutazioni che evidentemente favoriscono l’ospite in qualche modo. Gli ultimi che prendono l’influenza, la passano in piedi”. Questo coronavirus lo conosciamo troppo poco e ci ha spiazzati tutti.

D – Lei ha fatto autocritica dichiarando che “noi scienziati avremmo dovuto prevedere con molto anticipo”…

Col coronavirus la scienza ha mostrato i suoi limiti. Non abbiamo al momento una cura, procediamo per tentativi. Possiamo debellare il virus solo ritrovando il senso della collettività con occhio tecnico-scientifico. Il virus ha bisogno di una popolazione per propagarsi, per contro noi dobbiamo essere la popolazione che lo ferma. Una comunità che sia tale è molto di più della somma dei suoi singoli e riesce in imprese impossibili alla somma dei singoli.

D – Aspettando il vaccino, dove e quando arriveremo? E adesso si aspetta il San Vaccino, ma ci sono anche molte e fondate preoccupazioni che circondano questa attesa, con percepibile strapotere dell’industria del farmaco. Dove stiamo andando?

Intanto, secondo me, fare un vaccino su questo virus è difficile per la sua continua metamorfosi. In molti ci stanno provando, vedremo. Non mi piace atteggiarmi a futurologo.

D – Come mai noi tutti gli anni dobbiamo vaccinarci contro l’influenza? E come si può predisporre un vaccino anti-influenzale – che è preventivo – rispetto ad un virus che ancora non si conosce?

Il virus cambia, anche poco, ma cambia. C’è da dire che i ceppi influenzali ormai sono ben conosciuti: si sa come mutano e si riesce pertanto a mettere a punto un nuovo vaccino ogni anno. Con il coronavirus non sappiamo quanto muta e pertanto “costruire” un vaccino adesso e iniettarlo a tutti potrebbe essere una perdita di tempo o un azzardo rischioso. È sufficiente un leggero mutamento per vanificare la copertura. E siamo di nuovo esposti, esattamente come per i virus influenzali, dove siamo vulnerabili, anche se abbiamo fatto la vaccinazione l’anno precedente. È un rito che si impone ogni anno, per la nostra salute.

D – Il grosso problema adesso è capire se chi ha già superato il “covid-19” si potrà reinfettare in futuro o no.

A questo quesito oggi la scienza non è in grado di rispondere. Realisticamente vedo lontana la soluzione del vaccino anti-coronavirus. Quello che bisogna fare adesso è concentrarsi bene sui meccanismi che questo virus innesca nel nostro corpo e che a volte sono letali. Il punto cruciale è l’interazione tra questo vaccino e il nostro sistema immunitario. I grossi guai pare che siano scatenati dal nostro sistema immunitario più che dal virus. Il virus infetta le cellule e poi succede qualcosa nel nostro corpo e in alcuni casi, soprattutto nei pazienti anziani e debilitati, si avvia un processo di degenerazione verso malattie mortali, come questa polmonite che poi non pare una polmonite, ma piuttosto un problema tromboembolico, di microembolie nei vasi polmonari (i polmoni si riempiono di microtrombi). Cade quindi la pista della polmonite interstiziale, come ci avevano spiegato e motivato i cinesi.

D – Da fisico, ricercatore, studioso, quale sarebbe la sua ricetta?

In primo luogo, capire per tempo cosa succede nel corpo di un malato di “covid-19”; poi cercare una cura. Secondo me, si arriverebbe ben prima alla meta, cioè a debellare il “covid-19”. Certo è però che il vaccino “produce” molti soldi e qui entriamo nella big pharma e nella pericolosità di questi scenari, perché una campagna di vaccinazioni di massa diventerebbe poi un passo obbligatorio.

D – Fabio Truc oggi: più ottimista, più pessimista o nella terra di mezzo dei “forse”?

Per mia indole sono ottimista, ma nella situazione attuale non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno. Il mio è un ottimismo di pancia, non certo di testa.

© Silvano Danesi

 

 

 

 

 

ATHENAGATE, GLI INTRECCI TRA VATICANO E CINA

AthenagateAthenagate è uno scandalo milionario che investe interessi strategici dell’Italia e che apre una pista di indagine riguardante gli interessi trasversali tra Vaticano e Cina.

Partiamo dalla cronaca recente propostaci da Adnkronos.

Mia Grassi e Tommaso Gallavotti scrivono su Adnkronos del 5 giugno 2020: “La stangata al Vaticano: truffe, veleni, raggiri, estorsioni, lotte di potere, loschi affari e faccendieri spregiudicati, tradimenti consumati nei sacri palazzi, funzionari infedeli, rogatorie in Svizzera, indagini a Londra, il progetto di un bond da 30 milioni di euro con la Banca Popolare di Bari, infiniti rivoli di denaro che portano lontano, lontanissimo, dall’obolo di carità per i poverelli a cui i tanti soldi spariti erano destinati. Il più grande scandalo finanziario di sempre a Oltretevere, per come lo hanno ricostruito i magistrati vaticani, e che l’Adnkronos è in grado di rivelare (si parte da 300 milioni ma le cifre dei soldi che ballano in varie operazioni sarebbero molto più alte) si è consumato negli anni all’insaputa di un Papa Francesco impegnato in un’epocale e radicale opera di moralizzazione che non pochi nemici ha incontrato (e tuttora incontra) sulla sua strada”.

“Quello che si dipana in queste ore dopo l’arresto di Torzi – scrivono Mia Grassi e Tommaso Gallavotti – è uno scandalo senza precedenti che non risparmia niente e nessuno e che con l’arresto del broker per peculato, truffa, estorsione e auto riciclaggio è destinato a terremotare la Chiesa di Roma. Un sisma giudiziario che si traduce nella gestione “allegra” di centinaia e centinaia di milioni di euro relativa all’acquisto da parte della Segreteria di Stato Vaticana dell’immobile di Sloane Avenue nella capitale britannica (prezzo triplicato rispetto al valore iniziale). Tutto, dunque, ruota attorno all’imprenditore Gianluigi Torzi, intervenuto nell’affare – secondo i magistrati pontifici – per risolvere l’impasse della partecipazione della Santa Sede al fondo Athena e diventato poi, secondo la procura vaticana, l’uomo in grado di tenere in pugno la segreteria di Stato fino a riuscire a estorcerle 15 milioni di euro”.

“Per gli inquirenti dell’Ufficio del Promotore di Giustizia Gian Piero Milano e del suo aggiunto Alessandro Diddi – scrivono sempre Mia Grassi e Tommaso Gallavotti -il quadro si fa inquietante a cominciare dagli investimenti fatti dalla Segreteria di Stato nell’Athena Capital Global Opportunities Fund del noto finanziere Raffaele Mincione, dopo un analogo tentativo di business naufragato in Angola: un’operazione, quella con Athena, nata quando a capo della sezione Affari generali della Segreteria c’era monsignor Angelo Becciu, e considerata anomala dalla magistratura vaticana già solo per il fatto che si fosse deciso di finanziare in parte il fondo con i denari dell’Obolo di San Pietro, destinando dunque somme possedute con vincolo di scopo per il sostegno delle attività caritatevoli a vere e proprie operazioni speculative”.

“La necessità di uscire da questa operazione scomoda che era costata milioni di euro al Vaticano – proseguono i due giornalisti – porterà poi al ‘caso’ dell’acquisto dell’immobile di Sloane Avenue con l’intermediazione di Torzi e della sua Gutt Sa, scatenando uno dei più violenti scontri mai registrati Oltretevere e uno scambio al vetriolo tra il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, che ha definito “opaco” l’affare di Londra, e l’ex Sostituto della Segreteria di Stato, mons. Angelo Becciu, che ha assicurato di aver sempre agito nell’esclusivo interesse della Santa Sede arrivando a evocare la ‘macchina del fango’”.

“Con indagini mirate la “procura” pontificia avrebbe accertato ruoli e interessi dei protagonisti oltre al percorso dei “soldi dei poveri” finiti a finanziare acquisizioni – osservano gli inquirenti come riportato da Mia Grassi e Tommaso Gallavotti – di azioni per diversi milioni di dollari, la sottoscrizione di obbligazioni e perfino quella di un bond emesso da una società riconducibile ancora a Mincione per 16 milioni di dollari: tutte mosse che peraltro, lungi dal portare un guadagno alle casse del Vaticano, per gli inquirenti si sono tradotte in una perdita accertata di oltre 18 milioni di euro al settembre del 2018 e che, secondo gli investigatori, potrebbero nascondere una enorme voragine nei conti della Santa Sede”.

La notizia è di primaria importanza, in quanto il fondo Athena porta diritti al Vaticano e alla scalata a Banca Carige, Tas e Retelit.

Vediamo di ricostruire i fatti, in parte già accennati dall’articolo di Mia Grassi e Tommaso Gallavotti.

Dovevano andare ad un investimento petrolifero in Angola i fondi dell’Obolo di San Pietro, ma poi sono stati dirottati per l’acquisto di un palazzo in Sloane Square a Londra. A operare è il Fondo Athena (che fa riferimento al Vaticano), i cui soldi, mentre l’investimento londinese fatica a decollare, vengono usati per scalare Banca Carige (per molto tempo banca di riferimento della Cei), Tas e Retelit.

Per quest’ultima scalata il Financial Times, ha scoperto che una società finanziata da un fondo d’investimento finito al centro di uno scandalo Vaticano aveva assunto l’attuale presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte come consulente poco prima della sua nomina a capo del governo.

La vicenda risale alla primavera del 2018, quando il fondo Fiber 4.0, di proprietà al 40 per cento del finanziere Raffale Mincione, si stava scontrando con un’altra cordata di azionisti per il controllo di Retelit, una società proprietaria di 8 mila chilometri di fibra ottica in tutta Italia. Il Financial Times ha scoperto che il denaro con cui Mincione aveva conquistato la posizione di guida all’interno di Fiber 4.0, circa 200 milioni di euro, proveniva dalla segreteria di Stato del Vaticano. Proprio la segreteria di Stato del Vaticano e i suoi giri di affari con le società di Mincione sono al centro di un’indagine della polizia vaticana, che all’inizio di ottobre ha portato alla sospensione di cinque dipendenti della segreteria di Stato e al sospetto che milioni di euro siano stati sottratti alle casse del Vaticano per realizzare investimenti azzardati e che ora, stando alle cronache, comincia ad uscire allo scoperto.

Conte venne coinvolto in questa vicenda proprio dal consorzio Fiber 4.0 guidato da Mincione. Nell’aprile del 2018 il gruppo era stato sconfitto in una votazione per il controllo di Retelit. Per cercare di rovesciare il risultato Fiber 4.0 ingaggiò Conte come consulente per un parere legale. Il 14 maggio, poche settimane prima della formazione del governo Lega-Movimento 5 Stelle, Conte inviò la sua consulenza a Fiber 4.0: l’unico modo di rovesciare la votazione a loro sfavore era un intervento del governo tramite il “golden power”, lo strumento che permette all’esecutivo di imporre a società ritenute strategiche, come quelle di telecomunicazioni, di seguire particolari orientamenti o di fare certe scelte piuttosto che altre. Meno di un mese dopo Conte divenne presidente del Consiglio e in uno dei primi Consigli dei ministri venne deciso di esercitare il “golden power” su Retelit, esattamente come lui stesso aveva suggerito nel suo parere per conto di Fiber 4.0.

Il Presidente del Consiglio ha più volte ribadito che non vi è stato alcun conflitto di interessi e non spetta a noi stabilire se ha torto o ragione. Per questo ci sono gli organi competenti.

Rimane il fatto che l’intreccio porta dritto in Vaticano, perché è con i suoi soldi che si sono fatte varie operazioni.

Va inoltre detto che Retelit non è una società qualsiasi.

Retelit, uno dei principali operatori italiani di servizi dati e infrastrutture nel mercato delle telecomunicazioni, ha infatti ampliato, nel marzo 2018, come si legge sul sito della società, la sua rete internazionale con l’inserimento di nuove tratte di capacità in Asia e in Europa, pari a 160 Gbps. Le nuove rotte vanno ad aggiungersi a quelle già operative sul cavo sottomarino AAE-1, che con i suoi 25.000 km collega tre continenti (Asia, Africa, Europa) da Marsiglia a Hong Kong, e a quelle paneuropee.

L’operazione ha previsto l’apertura di nuove rotte diversificate per il Mediterraneo e il Far East. In particolare, Retelit ha rafforzato la sua presenza in Asia con un nuovo collegamento diretto tra Singapore e Hong Kong, diversificato rispetto alla corrispondente tratta già raggiunta tramite il cavo sottomarino AAE-1, nell’area del Mediterraneo con un anello tra la Sicilia e la Grecia (in particolare tra Palermo e Atene) e, infine, diversificando la tratta end to end dall’Italia al Far East, con un ulteriore collegamento diretto tra Palermo e Singapore.

Sempre sul sito della società si legge che l’infrastruttura in fibra ottica di proprietà della società si sviluppa per oltre 12.500 chilometri (equivalente a circa 321.000 km di cavi in fibra ottica) e collega 10 reti metropolitane e 15 Data Center in tutta Italia. Con 4.000 siti on-net e 41 Data Center raggiunti, la rete di Retelit si estende anche oltre i confini nazionali con un ring paneuropeo con PoP nelle principali città europee, incluse Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Marsiglia, raggiungendo anche New York e il New Jersey, negli USA.

Retelit è membro dell’AAE-1 (Africa-Asia-Europe-1), consorzio che gestisce il sistema di cavo sottomarino che collega l’Europa all’Asia attraverso il Medio Oriente, raggiungendo 19 Paesi, da Marsiglia a Hong Kong, con una landing station di proprietà a Bari e del Consorzio Open Hub Med, nodo delle telecomunicazioni digitali nell’area del Mediterraneo, con un Data Center di proprietà a Carini (PA).

Dal novembre 2018 l’azienda è parte di Ngena (Next Generation Enterprise Network Alliance), alleanza globale di operatori di telecomunicazioni nata per condividere i network proprietari dei membri e fornire una rete di connettività dati globale stabile e scalabile.

Tali asset fanno di Retelit il partner tecnologico ideale per gli operatori e per le aziende, con un’offerta completa di soluzioni digitali e infrastrutturali di qualità, affidabili e sicure. I servizi vanno dalla connessione Internet in fibra ottica al Multicloud, dai servizi di Cyber Security e Application Performance Monitoring ai servizi di rete basati su tecnologia SD-WAN.

Retelit è, come si vede, una società strategica nelle telecomunicazioni e non sfugge che rientra nell’alveo della sicurezza nazionale e di quella delle alleanze che l’Italia ha con altri Paesi e europei e con l’America.

La scalata a Retelit ha avuto chiaramente un valore strategico per il ruolo dell’Italia nel quadro internazionale.

Che ci faceva il Vaticano in questa complessa manovra? E’ questa la vera domanda alla quale rispondere, visto che il Vaticano è il maggior sponsor dei rapporti dell’Italia con la Cina. Siamo proprio sicuri che l’indignazione del Segretario di Stato Pietro Parolin non sia un modo per prendere le distanze da una situazione divenuta scottante, ma che, nella sostanza, andava nella direzione di favorire i rapporti tra Vaticano e Cina?

Se una società italiana, ossia Fiber 4.0, di fatto con i soldi del Vaticano (Fondo Athena) scala Retelit e grazie alla golden power elimina i concorrenti, significa che Retelit è del Vaticano e può rappresentare un’ottima carta da gettare sul tavolo delle trattative con Xi Jinping, alla faccia degli interessi strategici italiani.

© Silvano Danesi

 

PAPA FRANCESCO SULLA “VIA DELLA SETA” E DELLA RELIGIONE MONDIALE

Il papa cattolico e il papa geopolitico – Benedetto XVI e la tradizione – Francesco

 

 

 

Nella storia della Chiesa Cattolica Apostolica Romana la compresenza di due papi non è una novità. Al tempo di Bernardo di Chiaravalle, per fare un esempio, a Roma c’era Anacleto e nella Champagne Innocenzo II. Bernardo decise per Innocenzo II e Anacleto uscì dalla serie ufficiale dei papi da consegnare alla storia.

La situazione odierna, tuttavia, è assolutamente inedita, in quanto c’è un papa, Benedetto XVI, non regnante, che non ha rinunciato al munus, e un papa regnante, Francesco. Inoltre i due papi hanno due linee di pensiero totalmente diverse. Benedetto XVI, fine intellettuale, teologo tra i maggiori della storia della Chiesa, è il papa della tradizione. Francesco è un papa mondialista e relativista, il cui pensiero è vicino a quello del globalismo proprio delle élite del pensiero unico.

La prova della distanza abissale tra i due papi è nel documento sulla fratellanza firmato da Francesco con il Grande Imam di Al-Azhar.

Il 3-5 febbraio 2019, Papa Francesco ha compiuto un viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti e dall’incontro con il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyeb, è scaturito un documento, firmato dal papa e dal Grande Imam in data 4 febbraio dal titolo: “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e per la convivenza comune”, dove, nella prefazione, è scritto che “il credente è chiamato ad esprimere questa fratellanza umana”.

Nel documento si afferma che la fratellanza umana “abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali” e, subito dopo, che la libertà è un dono “che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa”.

Il documento chiede poi ai leader mondiali della politica e dell’economia, nonché agli intellettuali, di impegnarsi per la cultura della tolleranza, della convivenza, della pace, per porre fine al degrado ambientale e per riscoprire i valori della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza e della convivenza comune. Si riafferma inoltre l’essenzialità della famiglia “quale nucleo fondamentale della società e dell’umanità”.

Fin qui niente di nuovo sotto il sole. Di appelli di questo genere e di questa genericità se ne sono visti molti.

Come non condividere, senza bisogno di essere credenti o, comunque, credenti nel dio di questa o di quella religione, l’anelito alla pace, alla giustizia, al bene, alla bellezza e alla fratellanza?

In merito al documento, il giudizio del vaticanista Aldo Maria Valli è tranciante: “È il linguaggio globalista standard, che possiamo ritrovare nei discorsi del papa come dei dirigenti delle Nazioni Unite, di Bill Gates come di Hillary Clinton.”[1] Non solo. Aldo Maria Valli giudica l’evento denominato “Economia di Francesco”, ad Assisi, “base per la nuova dottrina sociale ed economica mondiale, le cui linee si trovano in Evangelii gaudium e nella Laudato si’: “ un modello economico nuovo”, come si dice nella presentazione dell’evento di Assisi, ma nel quale di nuovo sembra esserci ben poco visto che appare come una versione riveduta del vecchio egualitarismo di matrice marxista, con una spruzzata di ecologismo.”[2]

La linea di Francesco sembra essere, pertanto, non solo poco originale, ma in sintonia con il globalismo propugnato dalle élite finanziarie e con il pensiero unico del politicamente corretto di matrice laicista e relativista.

Ad un certo punto del documento si legge che “il primo e più importante obbiettivo delle religioni è quello di credere in Dio, di onorarlo e di chiamare tutti gli uomini a credere che questo universo dipende da un Dio che lo governa, è il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirlo”.

Qui comincia a restringersi il campo, in quanto non tutte le religioni hanno la stessa idea dell’origine del tutto e il concetto di un Dio Creatore non è universalmente condiviso.

Tuttavia il punto essenziale sul quale è necessario appuntare la riflessione sta nel paragrafo nel quale si afferma: “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.

La domanda che sorge spontanea è come possa il Dio dei cattolici, che si è incarnato in Cristo, avere sapientemente voluto la pluralità delle religioni. Come è possibile che un papa cattolico sottoscriva un documento dove si parla di un Dio generico senza che vi sia alcun accenno a Cristo, che è il fondamento stesso del cristianesimo? Senza Cristo non c’è cristianesimo, non c’è Chiesa, non c’è papa.

“Non è neppure il caso di aggiungere – scrive Aldo Maria Valli – che in tutti questi documenti e in tutte queste iniziative globaliste il nome di Gesù Cristo non compare mai. Perché non deve comparire. Se l’obiettivo è arrivare a una nuova religione mondiale, che ingloba tutto, Gesù diviene un ostacolo, e dunque va tolto di mezzo.”[3]

Monsignor Nicola Bux, nell’intervista contenuta nel libro di Valli, in proposito afferma: “Giovanni Paolo II nel 2000 volle dare una risposta con la dichiarazione Dominus Iesus sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, affidata all’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Vi si afferma che le visioni relativistiche, secondo le quali tutte le religioni sono valide vie di salvezza, non possono essere accettate. Resta dunque valida la pretesa cristiana di essere la religio vera, in cui metafisica e storia si sono rapportate ed è avvenuta la sintesi tra ragione, fede e vita.”[4]

Sempre nel libro di Valli, il cardinale Gerhard Müller scrive: “L’epitome della fede di tutti i cristiani risiede nella confessione della Santissima Trinità. Siamo diventati discepoli di Gesù, figli e amici di Dio, attraverso il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La differenza delle tre persone nell’unità divina (254) segna una differenza fondamentale nella fede in Dio e nell’immagine dell’uomo rispetto alle altre religioni. Riconosciuto Gesù Cristo, i fantasmi scompaiono. Egli è vero Dio e vero uomo, incarnato nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio è l’unico Salvatore del mondo (679) e l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (846). Per questo, la prima lettera di Giovanni si riferisce a colui che nega la sua divinità come all’anticristo (1Gv 2,22), poiché Gesù Cristo, Figlio di Dio, dall’eternità è un unico essere con Dio, suo Padre (663)”.[5]

Nelle parola di Müller compare l’Anticristo, una figura evocata anche nel libro intervista di Peter Seewald a Benedetto XVI: “La mia vita”.

Domanda di Peter Seewald: «Una frase dell’omelia sull’inizio del suo pontificato è stata particolarmente ricordata: ”Pregate per me che io non fugga davanti ai lupi”. Prevedeva tutto quello che le sarebbe successo?»

Risposta di Benedetto XVI: «Qui devo dire che il raggio di percezione di ciò che un Papa può temere è troppo piccolo. Naturalmente, questioni come ”Vatileaks” sono fastidiose e, soprattutto, incomprensibili per le persone in tutto il mondo ed estremamente dirompenti. Ma la vera minaccia per la Chiesa e quindi per il servizio petrino non sta in queste cose, ma nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi da consenso sociale di fondo. Cento anni fa qualcuno avrebbe pensato che fosse assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Oggi coloro che si oppongono a questo sono socialmente scomunicati. Lo stesso vale per l’aborto e la produzione di persone in laboratorio. La società moderna è in procinto di formulare un credo anticristiano e se uno vi si oppone viene colpito dalla scomunica. La paura di questo potere spirituale dell’Anticristo è quindi fin troppo naturale e ci vuole davvero l’aiuto della preghiera della Chiesa universale per resistere».

Ora, la “dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche” non può che far pensare al Filantropo di Soloviev e a un percorso, come quello di Francesco, che a queste ideologie in gran parte si accosta.

Ed ecco che la frattura appare in tutta la sua evidenza.

Da una parte il papa della tradizione cristiana, Benedetto XVI; dall’altra il papa che, accostandosi alle ideologie apparentemente umanistiche, favorisce l’avvento di una generica religione mondiale che nega il cristianesimo.

Diventa, in questo contesto, comprensibile la linea filocinese di Francesco, non solo perché soddisfa la versione riveduta del vecchio egualitarismo marxista, ma perché in una sopravveniente religione mondiale, dove scompare la figura del Cristo, è possibile che la religione cattolica sia sottoposta al placet e al controllo di un regime nazionalcomunista totalitario.

Alla linea filocinese di Francesco è perfettamente sintonica quella filo Unione Europea a trazione tedesca, considerato che la Germania è il più importante interlocutore europeo della Cina e si è posta come general contractor per conto dei paesi UE.

La presa di posizione della Conferenza episcopale europea a favore del Recovery fund è un segno inequivocabile della politicizzazione della Chiesa, trasformata nel partito di Bergoglio. Un partito che tiene in ostaggio anche le posizioni geopolitiche e geostrategiche dell’Italia e che è subordinato alla linea della Germania, che è il primo partner commerciale della Cina e ha 5 mila aziende nella terra del Dragone.

La Chiesa cattolica ha avuto stretti rapporti con il potere, sin dal tempo della sua legittimazione costantiniana; ha conosciuto un dibattito interno senza esclusione di colpi, con condanne di eretici e di eresie; ha vissuto scismi, ma mai ha visto presentarsi il problema che, per giocare un ruolo nel mondo, dovesse eliminare il suo fondamento: Cristo, per stemperarsi in una religione mondiale, negando se stessa e trasformandosi in un partito globalista, dai toni vetero-marxisti, conditi con una spruzzata di ecologismo, ma di fatto in linea con le élite finanziarie mondiali.

© Silvano Danesi

 

[1] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[2] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[3] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[4] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

[5] Aldo Maria Valli. “Non avrai altro Dio.” Chorabooks, 2020.

 

Una pista cinese per l’Obamagate?

Russiagate: dopo l’archiviazione di Flynn, riemerge la pista italiana che porta ai Dem. Il ruolo di Nawaf Obaid e Jho Low. I Biden e il ruolo dell’Ucraina. Chi è Michel Froman? – L’agente cinese Johnny Chung invitato alla Casa Bianca.

Nella vicenda Link Joseph Mifsud (il professore maltese che avrebbe dato le mail di Hillary Clinton hakerate dai Russi a George Papadopulos, collaboratore di Trump) ad un certo punto compare un accordo tra la Link e Essam & Dalal Obaid foundation (Edof) saudita, per finanziare il War and peace center, un centro di ricerca della Link.

Il finanziamento di 750 mila euro in tre anni (250 mila euro all’anno) sarebbe saltato per lo scandalo finanziario oscuro che ha coinvolto il fondo 1 Malaysia development berhad (1Mdb) e la Petrosaudi, azienda guidata da Tarek Obaid. 1Mdb vede sparire 3 miliardi e causa le dimissioni del primo ministro malaysiano Najb Razak.

Sul sito https://edof.org/fr/partenariats/link-campus-university/ si legge: “Il Centro EDOF lavorerà a stretto contatto con i vari dipartimenti accademici interdisciplinari della Link Campus University, nonché con governi e organizzazioni internazionali al fine di supportare esperti, accademici, ricercatori, diplomatici, governi e attivisti della società civile nei loro tentativi di aiutare i paesi in conflitto, crisi e transizione nel mondo. L’accordo di partenariato è stato firmato a Roma l’8 maggio 2017. “Siamo molto entusiasti di collaborare con la Link Campus Foundation per finanziare e consentire un’importante borsa di studio che mira a costruire ponti di mediazione nelle regioni di conflitto in tutto il mondo”, ha affermato il CEO di EDOF, il dott. Nawaf Obaid. “Abbiamo rispettato il lavoro di Link Campus per qualche tempo. Il Centro spera di svolgere un ruolo importante nel contribuire ai suoi sforzi per creare pace e buon governo rafforzando la capacità dei ricercatori, dei media e della società civile di esprimersi e di essere informati su questioni contemporanee vitali”.

Il professor Joseph Mifsud sarebbe stato nominato direttore fondatore del Centro per un periodo di tre anni. Borse di studio e borse di studio sarebbero assegnate nel campo degli studi di guerra e pace. Il Centro terrebbe anche seminari e conferenze internazionali, produrrebbe pubblicazioni di ricerca e nominerebbe Senior Fellows nel campo degli studi di Guerra e Pace.

Secondo Tarek Obaid, fondatore di EDOF, “Il Centro adotterà un approccio molto pragmatico per contribuire a portare un pensiero più intelligente e pertinente nell’area della mediazione dei conflitti”. Raggiungerà questo obiettivo avendo tre aree di concentrazione: formazione, tutoraggio e fornitura di piattaforme per seminari professionali ed esperti; rafforzamento delle capacità delle istituzioni e dei gruppi civici; e lavoro con partner indipendenti e ufficiali per rimuovere gli ostacoli alla libera espressione, al dibattito pubblico solido e al coinvolgimento dei cittadini aperti. “Offrire questa piattaforma di ricerca per esperti è il modo di EDOF di cercare di supportare coloro che stanno riflettendo su come possiamo portare una soluzione ad alcuni dei conflitti più intrattabili nel nostro mondo.”

La figura di Tarek Obaid e Nawaf Obaid conducono ad un possibile link con Barack Obama. Un link che passa attraverso Mike Froman, come si legge su www.sarawakreport.org.

https://www.sarawakreport.org/2016/01/how-najib-used-petrosaudi-to-wage-black-propaganda-against-anwar-exclusive/

“Se le autorità malesi – scrive Sarawakreport – si sono davvero impossessate dell’intero dossier Justo sul rapporto tra 1MDB, Jho Low e PetroSaudi, saranno in grado di verificare da sé che il 26 ottobre 2010 un certo Nawaf Obaid ha scritto un’e-mail molto strana all’allora vice Consigliere per la sicurezza nazionale per gli affari economici internazionali nel Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Michael Froman. L’email a Mike Froman era intitolata “Avviso RISERVATO”. Nawaf lo inoltrò quindi a suo fratello, Tarek Obaid, CEO di PetroSaudi, che a sua volta lo inviò a nientemeno che a Jho Low, l’uomo che aveva negoziato la joint venture 1MDB con PetroSaudi per conto del Primo Ministro Najib Razak” .

Nel testo compaiono i nomi di Jho Low , di Nawaf Obaid, di Tarek Obaid e Mike Froman.

Chi è Michael Braverman Goodman Froman, compagno di classe alla presso la Harvard Law School, di Barak Obama.

Nato il 20 agosto 1962) è un avvocato americano che è stato rappresentante commerciale degli Stati Uniti dal 2013 al 2017. È stato assistente del presidente degli Stati Uniti e vice consigliere per la sicurezza nazionale per gli affari economici internazionali, una posizione detenuta congiuntamente dal Consiglio di sicurezza nazionale e dal Consiglio economico nazionale. In quella posizione ha servito come sherpa degli Stati Uniti ai vertici delle potenze economiche G7 , G8 e G20 . Il 2 maggio 2013 il presidente Barack Obama lo ha nominato successore dell’ambasciatore Ron Kirk come rappresentante commerciale degli Stati Uniti. È stato confermato il 19 giugno 2013.

 

Froman, dunque, non è solo un compagno di classe del presidente Barack Obama, ma un uomo nominato dallo stesso in punti chiave dell’amministrazione Usa.

 I rapporti tra Nawaf Obaid e Jho Low sembrano, dalle ricostruzioni malesi, assai stretti. Seguiamo le ricostruzioni.

Nawaf Obaid ha istituito un “istituto di studi strategici”, chiamato Saudi National Security Assessment Project e ha operato come un “think tank” privato, specializzato nella fornitura di presunte informazioni e informazioni sull’Arabia Saudita agli sconcertati occidentali.

Nel 2105 i fratelli Obaid hanno imitato Jho Low e creato una fondazione in nome dei loro genitori, che hanno fortemente promosso come istituzione filantropica.

Nawaf aveva sviluppato i suoi legami accademici e trascorso del tempo a Washington, temporaneamente come consigliere dell’ambasciatore Prince Turki al-Faisal nel 2005. Tuttavia, un articolo di opinione provocatorio nel Washington Post (che suggeriva il potenziale di guerra tra estremisti sauditi e America) gli ha fatto perdere questo lavoro.

Quindi, Nawaf è tornato a Riyad entro il 2010, coltivando i suoi contatti occidentali e fornendo i suoi “op” (opinioni) alle organizzazioni giornalistiche ogni volta che poteva. In quel momento aveva anche un lavoro nella famiglia reale saudita di Riyadh, che era considerata un accesso considerevole, così come l’amicizia e le relazioni d’affari di Tarek con il settimo figlio del re Abdullah, il principe Turki bin Abdullah.

Il database di PetroSaudi ha fornito ampie informazioni che dimostrano che durante questo periodo Nawaf Obaid è stato fortemente coinvolto nel fornire una serie di favori a Najib, per conto di Tarek e Jho Low all’indomani dell’accordo di PetroSaudi , per il quale sembra essere stato estremamente bene remunerato.

Nel frattempo, le prove via e-mail indicano che l’area principale in cui Nawaf era stato impegnato per aiutare era la campagna di propaganda anti-Anwar, mirata ad abbattere le simpatie liberali occidentali per il leader dell’opposizione malese, dipingendolo come un terrorista.

Le e-mail mostrano che questi sforzi di Nawaf e Tarek Obaid furono per volere di Jho Low, che descriveva regolarmente il Primo Ministro come il suo “BB” (grande capo). La Low aveva versato 300 milioni di dollari in PetroSaudi e pagato a Tarek una commissione di intermediazione di 85 milioni di dollari per aver agito come “fronte” nello schema per sottrarre un totale di 1,4 miliardi di dollari dalla joint venture da 1 MB.

Nawaf passava informative ai politici americani, ma cos’erano esattamente queste “informative” che Nawaf, in quanto presunto insider reale saudita, stava passando ai politici americani?

Le e-mail che sono passate tra i due fratelli Obaid e Jho Low sul database di PetroSaudi sono informative sul fronte malese, perché anche se Nawaf ha indicato a Mike Froman che il suo documento di “valutazione” era altamente segreto, in realtà lo stava facendo passare ai giornalisti, al fine di ottenere pubblicità negativa contro Anwar nei principali media statunitensi e britannici.

Perché Nawaf stava intraprendendo questo lavoro di raccontare una storia scurrile su Anwar?

Una grande quantità di corrispondenza mostra che Jho Low e il suo “BB” Najib Razak stavano tentando di sfruttare la loro relazione con gli Obaid per promuovere le loro altre agende.

Da quanto risulta dalla ricostruzione dei media malaisiani i rapporti tra Nawaf Obaid e Jho Low sono stati stretti e continuativi.

Torniamo ora a Mifsud e all’interesse di Navaf Obaid per la Link.

La ex moglie di Mifsud , Janet Mifsud, insegna all’Università di Malta ed è specializzata in farmacologia clinica e tossicologia ed è stata invitata a collaborare con la Mayo clinic, organizzazione che gestisce 70 ospedali, specializzata in ricostruzione facciale. La Mayo clinic ha un rapporto con la Essam & Dalai Obaid foudation.

Tra Mifsud è Nawaf – scrive La Verità (20.11.2019) – è sempre corso buon sangue: già ai tempi in cui il maltese era direttore della London Accademy of diplomacy (2015) il saudita figurava come visiting fellow. E quando nel 2017 la Edof stringe la partnership con la Link, Nawaf Obaid vola a Roma per partecipare a un incontro sul G7 alla presenza, tra gli altri, dell’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria e del professor Guido Alpa, mentore del premier Giuseppe Conte”.

Al quotidiano la Verità, Alessandro Zampini, membro del cda della Link Campus University e compagno di Vanna Fadini, amministratrice della Gem, società di gestione della Link, ha dichiarato, a proposito del rifugio del professor Misfud: “Secondo me, visto che aveva amici nei Paesi arabi, probabilmente quell’area potrebbe essere un posto ‘pulito’ per lui, dove è più facile nascondersi”.

In agosto 2019 l’avvocato di Mifsud ha depositato una memoria difensiva negli Usa. John Solomon, su The Hill, in base a quanto dichiaratogli dall’avvocato Stephan Roh, scrive che “Mifsud era un collaboratore di vecchia data dei servizi di intelligence occidentali” e che gli “venne richiesto dai suoi contatti alla Link Univerity di Roma e dal London Center of International Low Practice di incontrare Papadopulos a pranzo a Roma a metà marzo 2016”.

George Papadopulos era il consigliere della campagna elettorale di Trump. Ed è proprio a Papadopulos che Mifsud spiegò di avere appreso che il governo russo possedeva materiale compromettente su Hillary Clinton.

Papadopulos, come riporta La Verità (3 agosto 2019), ha dichiarato a Star Mag “che nella telefonata di Trump a Giuseppe Conte la figura di Mifsud sia stata «parte centrale della conversazione» e che i governi italiani dell’epoca abbiano avuto un ruolo importante nella vicenda, agendo per metterlo in trappola. Quali? Quelli di Renzi e Gentiloni, grandi sostenitori dei Clinton”.

La Verità (11 agosto 2019) scrive che Rudolph Giuliani parla di una “cospirazione internazionale” e che “ci sono le prove che sia avvenuta in Ucraina, nel Regno Unito e in Italia”. Al tempo l’Italia era governata da Renzi.

“Il sospetto dell’amministrazione Trump – scrive Gabriele Carrer su la Verità dell’11 agosto 2019 – è che l’Italia di Renzi abbia avuto un ruolo nel piano dei servizi segreti occidentali per fermare Trump utilizzando Mifsud per diffondere le voci sul «materiale compromettente»”.

La Verità, 6 novembre 2019, a firma di Giacomo Amadori, scrive che Vanna Fadini è titolare al 77% e amministratore della Gem e detiene anche il 60% della Link Consulting srl e che la sigla maltese Suite Finance SccPlc è stata cooptata come socio nella compagine dell’Università per un aumento di capitale. L’operazione non è andata in porto.

Alla Link, scrive Amadori, erano in attesa di soldi russi, via Malta, ma non erano dell’Università Lomonosov.

E qui entra in scena l’Ucraina, dove opera Hunter Biden, figlio di Joe Biden.

L’8 novembre 2019 La Verità titola a pagina 11: “I 9 milioni alla Link venivano dall’Ucraina – Stephen Roh, legale controverso del prof. Mifsud, dice la sua sul misterioso bonifico che era atteso dall’ateneo il 5 marzo 2018 – «Soldi da Mosca? Scotti disse che arrivavano da Kiev». Ma il presidente nega tutto”.

Roh, nell’articolo a firma di Giacomo Amadori e Antonio Grizzuti, sostiene che Mifsud aveva più rapporti con l’Ucraina che con la Russia.

Sono giorni nei quali i Dem americani montavano la richiesta di impeachement per Trump a seguito di una telefonata al suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, facendo pressioni affinchè si portasse a fondo un’indagine su Joe Biden. A scovare la notizia è Eric Ciaramella, ex Cia, ospite proprio di Biden al pranzo di Gala organizzato in onore di Matteo Renzi nell’ottobre 2016. AKiev c’è il figlio di Biden, Hunter, che è nel consiglio di amministrazione di Buirisma Holding, la più grande compagnia di gas naturale ucraina. A capo di Burisma c’è l’imprenditore ucraino già ministro dell’ecologia e delle riserve naturali tra il 2010 e il 2012, al tempo del presidente filorusso Viktor Yanukovych, deposto nel febbraio del 2014 e sostituito dall’obamiano Petro Poroshenka.

“Mentre il figlio fa affari – scrivono Giacomo Amadori e Antonio Grizzuti – Biden è il membro dell’amministrazione Obama più impegnato in Ucraina durante la crisi politica della Russia. Un’attività diplomatica rinforzata dalla promessa di 1 miliardo di aiuti a stelle e strisce. Anche grazie a questa leva il governo americano o quanto meno l’ambasciata Usa pone come condizione le dimissioni del procuratore generale dell’Ucraina Viktor Shokin, il quale stava indagando su Burisma”.

I soldi alla Link venivano secondo Roh dall’Ucraina. Da Burisma? Scotti ha engato decisamente ogni rapporto con Kiev, ma le coincidenze di luogo e di date fanno pensare ad un possibile rapporto.

Torniamo ora a Low, altro personaggio chiave della vicenda.

Jho Low è il finanziere malese che è considerato il principale responsabile dello scandalo malese. .

Low Taek Jho (nato il 4 novembre 1981), spesso chiamato Jho Low , è un malese di origine cinese ricercato dalle autorità di Malesia, Singapore e Stati Uniti in relazione allo scandalo 1MDB . È il beneficiario di numerosi beni fiduciari discrezionali dichiarati dal governo degli Stati Uniti provenienti da pagamenti provenienti dal fondo malese 1MDB . I pubblici ministeri hanno affermato che Low è stato la mente di un piano per sottrarre complessivamente 4,5 miliardi di dollari USA da 1MDB nei suoi conti personali.

Jho Low è stato associato a numerose transazioni di alto valore, tra cui acquisizioni di aziende, immobili di lusso e arte, oltre alla filantropia.

Si crede che Jho Low si trovi in ​​Cina, dove viaggia in gran segreto attraverso le principali città. È riuscito a viaggiare liberamente nonostante la polizia malese abbia inviato un allarme rosso dell’Interpol , citando che queste azioni sono motivate politicamente.

Il 3 novembre 2019, i giornali hanno riferito che a settembre 2015 a Jho Low era stato concesso un passaporto cipriota. È stato riferito che Jho Low aveva ottenuto il passaporto nell’ambito del regime di investimenti per la cittadinanza cipriota “entro due giorni dall’investimento in alcuni immobili” a Cipro. A quel tempo, non vi era alcun mandato contro Jho Low per lo scandalo 1MDB, tuttavia era già sotto inchiesta. La rivelazione relativa alla cittadinanza cipriota di Jho Low è arrivata dopo che il sistema di investimenti per la cittadinanza cipriota è stato esaminato dopo che è stato rivelato che il governo di Cipro , sotto la presidenza di Nicos Anastasiades , aveva concesso la cittadinanza alle élite cambogiane.

Jho Low viene da una famiglia benestante—sicuramente milionaria—ma comunque meno abbiente della classe di miliardari cui lui aspira. Suo padre, Larry, aveva investito in un’azienda tessile, ma era conosciuto in tutta la Malesia come un truffatore. Low era cresciuto assistendo ai party del padre, quelli in cui faceva arrivare modelle dalla Svezia per fare festa sul suo yacht. Dal padre, Low ha imparato tutto sulle compagnie offshore. Aveva un fratello e una sorella, e Larry aveva grandi aspirazioni per tutti e tre i figli. Così, Low fu mandato ad Harrow [una scuola d’elite di Londra], dove fece amicizia con i membri di importanti famiglie reali dell’Asia e del Medio Oriente, e conobbe il figliastro del futuro primo ministro malese, Najib Razak. Voleva a tutti i costi diventare membro di quella classe sociale, e ci riuscì.

Jho aveva detto ai suoi soci che stava “lavorando con l’intelligence cinese” e che il governo di Pechino l’avrebbe protetto. Si pensa che Jho Low oggi si trovi in Cina, forse a Hong Kong, Shenzhen o Macao.

“Malaysia Development Berhad (1MDB) – scrive Sarawakreport – è un’impresa insolvente di sviluppo strategico malese, interamente di proprietà del Ministro delle finanze (incorporato). Dal 2015, la società è stata sottoposta a un attento esame per le sue transazioni sospette di denaro e prove che indicano il riciclaggio di denaro, frodi e furti. Una causa intentata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ), ha affermato che almeno 3,5 miliardi di dollari sono stati rubati dal fondo statale 1MDB della Malesia. 1MDB è stato istituito per guidare le iniziative strategiche per lo sviluppo economico a lungo termine per il Paese attraverso la creazione di partenariati globali e la promozione di investimenti esteri diretti. 1MDB si concentra su progetti di sviluppo strategico nei settori dell’energia, immobiliare, turismo e agroalimentare. 1MDB è stato coinvolto in diversi progetti di alto profilo come il Tun Razak Exchange, il progetto gemello del Tun Razak Exchange Bandar Malaysia e l’acquisizione di tre produttori indipendenti di energia elettrica. Il 28 settembre 2009, 1MDB ha costituito una joint venture (con PetroSaudi Holdings (Cayman) Ltd; il nome della società era 1MDB-PetroSaudi Ltd con un rapporto 60:40 in cui 1MDB deteneva il 40% con un contributo in contanti di 1 miliardo di dollari, mentre PetroSaudi Holdings ha contribuito con attività di almeno 1,5 miliardi di dollari. Vi erano quattro diverse società registrate sotto il nome di PetroSaudi, ma le proposte di investimento presentate al consiglio di amministrazione di 1MDB non lo affermarono.

Lo scandalo 1Malaysia Development Berhad o 1MDB è uno scandalo politico in atto in Malesia. Nel 2015, l’allora Primo Ministro della Malesia Najib Razak è stato accusato di incanalare oltre 2,67 miliardi di RM (quasi 700 milioni di USD) da 1Malaysia Development Berhad (1MDB), una società di sviluppo strategico gestita dal governo, ai suoi conti bancari personali. L’evento ha suscitato critiche diffuse tra i malesi, con molti che chiedevano le dimissioni di Najib Razak – incluso il dottor Mahathir Mohamad, uno dei predecessori di Najib come Primo Ministro, che alla fine sconfisse Najib per tornare al potere dopo le elezioni generali del 2018”.

Quanto a Mahathir, il suo governo ha bloccato tre grandi progetti sostenuti dalla Cina, del valore complessivo di 22 miliardi di dollari (18,8 miliardi di euro, ndr). Secondo Kuala Lumpur parte del prestito elargito da una banca statale cinese sarebbe finito in tangenti. Uno dei progetti bloccati riguarda la East Coast Rail Link, la linea ferroviaria che dovrebbe collegare la Thailandia alla capitale malese Kuala Lumpur attraverso la sottosviluppata costa orientale della penisola della Malaysia. Gli altri due stop sono arrivati per due oleodotti del costo di 1 miliardo di dollari ciascuno. Lo scopo della East Coast Rail, per Pechino, era arrivare nella parte orientale del Paese direttamente dal Mar Cinese meridionale e provvedere da lì allo scarico delle proprie merci, invece di dover portare le navi attraverso Malacca, snodo molto temuto dai cinesi. Il giorno dopo, il 5 luglio, è stato bloccato un altro progetto collegato a Pechino, relativo a una pipeline ed anche in questo caso si tratta di un piano pesante, di circa un miliardo di dollari.

Mahathir aveva lasciato intendere che non avrebbe intaccato la presenza cinese in Malaysia, in termini di investimenti, facendo altresì capire che si sarebbe resa comunque necessaria una ricontrattazione con la Cina. E in previsione della sua visita a Pechino ha probabilmente voluto fare capire ai cinesi che le sue intenzioni erano serie. La scorsa settimana la sua posizione al riguardo era stata espressa in una lunga intervista al South China Morning Post, il quotidiano di Hong Kong.

«Siamo sempre stati in contatto con la Cina», ha spiegato il premier, «Ai miei tempi (Mahathir ha guidato il paese dal 1981 al 2003, ndr) abbiamo sviluppato un’ottima relazione con la Cina, tanto da divenirne a volte portavoce. Siamo vicini da duemila anni e non ci hanno mai conquistato. Ho sempre considerato la Cina un buon vicino e un grande mercato per i nostri prodotti. La Malaysia è un Paese di commercio. Abbiamo bisogno di mercati e non intendiamo certo litigare con un mercato di quelle dimensioni».

Poco dopo, però, Mahathir mette in chiaro quanto probabilmente dirà ai dirigenti cinesi: «Sono state fatte cose dal precedente governo che non erano nell’interesse o a vantaggio della Malaysia. Noi diamo il benvenuto agli investimenti esteri diretti da ovunque provengano e certamente dalla Cina. Quando però questo significa cedere contratti alla Cina, prendere in prestito enormi somme di denaro dalla Cina. I contractor cinesi preferiscono usare forza lavoro dalla Cina e importano qualunque cosa dalla Cina, persino i pagamenti non vengono effettuati qui ma in Cina, noi non ne ricaviamo nulla».

E poco dopo queste parole, il governo di Myanmar ha ufficializzato l’intenzione di ridimensionare il progetto di una vasta zona economica speciale nello Stato di Rakhine, affidato alla Cina. Per Pechino, dunque, i rischi arrivano dal nuovo governo di Kuala Lumpur: il cortile di casa potrebbe non essere così sotto controllo come si pensava.

Riassumendo:

La Link ha un accordo con la Edof di Nawaf e Tarek Obaid dalla quale attendeva un finanziamento di 750.000 euro.

Tarek Obaid è il fondatore della Edof e della Petrosaudi, con la quale, il 28 settembre 2009, 1MDB ha costituito una joint venture (con PetroSaudi Holdings Ltd).

Nel 2015, l’allora Primo Ministro della Malesia Najib Razak è accusato per uno scandalo e nel frattempo la Malesia sviluppa con la Cina progetti poi bloccati dal nuovo governo. Uno dei progetti bloccati riguarda la East Coast Rail Link, la linea ferroviaria che dovrebbe collegare la Thailandia alla capitale malese Kuala Lumpur attraverso la sottosviluppata costa orientale della penisola della Malaysia. Gli altri due stop sono arrivati per due oleodotti del costo di 1 miliardo di dollari ciascuno. Lo scopo della East Coast Rail, per Pechino, era arrivare nella parte orientale del Paese direttamente dal Mar Cinese meridionale e provvedere da lì allo scarico delle proprie merci, invece di dover portare le navi attraverso Malacca, snodo molto temuto dai cinesi. Il giorno dopo, il 5 luglio, è stato bloccato un altro progetto collegato a Pechino, relativo a una pipeline ed anche in questo caso si tratta di un piano pesante, di circa un miliardo di dollari.

 Scoppia lo scandalo malese ed emergono i contatti tra Nawaf e Jho Low.

 Tre personaggi: Jho Low, Patrick Mahony e Tarek Obaid mettono in relazione l’intelligence cinese con l’Arabia Saudita e con Barak Obama.

Danial Dzulkifly (Kuala Lampur, 6 nov 2019) su Malaymail.com scrive: “L’ex CEO di 1DMB sostiene che Jho Low, Patrick Mahony e Tarek Obaid cospirati per ingannare Najib. L’ex amministratore delegato della Malesia Development Berhad (1MDB) Datuk Shahrol Azral Ibrahim Halmi ha concordato con l’affermazione della difesa del processo, che il finanziere fuggiasco Low Taek Jho aveva cospirato con due direttori di Petrosaudi International Limited (PSI), Patrick Mahoney e Tarek Obaid per fuorviare l’ex Primo Ministro Datuk Seri Najib Razak, l’Alta Corte lo ha ascoltato oggi. L’affermazione è stata avanzata dall’avvocato di Najib Tan Sri Muhammad Shafee Abdullah, che ha interrogato Shahrol sul contenuto di un’e-mail tra Obaid e Mahony, che aveva cospirato con Low per non dire a Najib una perdita di 500 milioni di dollari per la joint venture abortiva tra 1MDB e PSI. L’email che è stata letta in tribunale da Shafee ha mostrato che Obaid e Mahony, insieme a Low, intendevano cancellare la perdita presumibilmente causata dalle “promesse e ritardi infranti” di 1MDB. “In base al punto quattro e solo al punto quattro, sembra che ci sia una cospirazione per fuorviare il primo ministro”, ha detto Shahrol. Shahrol si riferiva a un paragrafo sull’e-mail in cui Mahoney scriveva a Obaid: “Penso che dire che i ritardi ci siano costati … ci aiuti perché possiamo quindi incolparli per le perdite in seguito.” Shafee ha anche suggerito a Shahrol che tutti e tre i finanziatori avevano sottratto $ 500 milioni per il loro uso personale e avevano cospirato per frodare più fondi da 1MDB. Tuttavia, Shahrol ha risposto che non era a suo agio nel concordare con il suggerimento di Shafee, affermando che non aveva informazioni complete per concludere con l’affermazione di quest’ultimo. Ad un certo punto, nell’agosto 2010, tutti e tre i finanziatori intendevano invece convincere Najib a investire altri 500 milioni di dollari con loro per presumibilmente catturare altre opportunità di investimento redditizie. Ieri Shahrol ha spiegato che 1MDB ha registrato gravi perdite nei suoi rapporti commerciali con PSI, incluso un investimento iniziale di 1 miliardo di dollari, un prestito di 500 milioni di dollari nel 2010 e un altro prestito di 330 milioni di dollari nel 2011. Shahrol aveva anche precedentemente testimoniato che il miliardo di dollari USA era stato versato sotto forma di $ 300 milioni alla società di joint venture PSI-1MDB e alla società da $ 700 milioni alla Good Star Limited. I pubblici ministeri hanno affermato che 20 milioni di dollari statunitensi dei 700 milioni di dollari versati al fuggiasco Good’s Good Star sarebbero stati incanalati verso Najib. A settembre, Shafee aveva anche interrogato l’ex ufficiale speciale di Najib Datuk Amhari Efendi Nazarrudin sulla stessa e-mail di Obaid e Mahony.

Amhari ha anche concordato con Shafee che esiste una “possibilità” che Najib sia stato indotto in errore sulla base delle e-mail. Shahrol è il nono testimone dell’accusa a testimoniare contro Najib, e oggi è il 31 ° giorno del processo. Il processo in corso 1MDB di Najib comporta 25 accuse penali – quattro conteggi di abuso della sua posizione per il proprio vantaggio finanziario per un totale di quasi 2,3 miliardi di RM presumibilmente originati da 1MDB e i risultanti 21 conteggi di riciclaggio di denaro.

R. Loheswar su Malaymail.com, il 20 febbraio 2019, scrive: Justo: la sonda svizzera per lo spionaggio economico è il risultato di “prodezza pubblicitaria”. Justo ha accusato due direttori di Petrosaudi, Patrick Mahoney e Tarek Obaid, di essere responsabili della cosiddetta prodezza di pubbliche relazioni. Xavier Andre Justo, banchiere svizzero trasformato in informatore, ha scartato le accuse di illeciti in Svizzera, sostenendo che le indagini contro di lui per lo spionaggio economico provenivano da un’acrobazia di pubbliche relazioni (PR) di due suoi ex colleghi.

Justo ha accusato due direttori di Petrosaudi, Patrick Mahoney e Tarek Obaid, ricercati in diversi paesi in relazione allo scandalo 1Malaysia Development Bhd (1MDB), come responsabile della cosiddetta acrobazia. “Questa è una trovata pubblicitaria dei registi di Petrosaudi in quanto vogliono che io faccia fronte alla legge visto che sono stati indagati per il loro coinvolgimento nel caso 1MDB”, ha detto Justo ad Astro Awani. Ha aggiunto che l’inchiesta è contro un vecchio caso.

Le autorità svizzere hanno avviato un’indagine nei confronti di Justo da parte sua nell’esporre lo scandalo 1MDB sostenendo di aver rubato proprietà agli ex datori di lavoro Petrosaudi.

L’ufficio del procuratore generale della Svizzera (OAG) ha riferito ad Astro Awani che l’11 dicembre 2017 è stato presentato un reclamo ufficiale a OAG da qualcuno vicino alle indagini 1MDB.L’OAG ha quindi aperto un fascicolo contro Justo il 19 settembre 2018, sostenendo che Justo potrebbe aver violato l’articolo 273 del codice penale in Svizzera.Justo era tuttavia non impressionato dalle accuse e dalle indagini imminenti. “Questo è un fatto antico del 2017 quando noi, come famiglia, abbiamo presentato nuovamente denunce di criminali a Tarek Obaid e Patrick Mahony. Quello che hanno fatto invece di farci causa per diffamazione hanno presentato una denuncia contro di noi per spionaggio industriale. “Ormai sappiamo tutti che l’unico lato industriale di Petrosaudi era il lato criminale e che non avevo rubato alcun dato”, aveva poi detto Justo sul suo profilo Facebook. Justo ha aperto il coperchio dello scandalo 1MDB quando ha preso file da Petrosaudi, il suo ex posto di lavoro, e li ha condivisi con l’editore del rapporto Sarawak Clare Rewcastle-Brown nel 2015. Tarek e Mahoney sono sotto controllo per la loro parte nel consentire il trasferimento di miliardi di ringgit dal 1MDB attraverso la loro azienda”.

Per il Russiagate, ora Obamagate, la pista Dem americana appare ben tracciata e quella cinese non è impossibile, dati i precedenti e lo scandalo della Malesia.

I rapporti tra i Dem e la Cina, del resto, sono antichi e acclarati. Nel 1996 il Partito democratico americano “avrebbe ricevuto – secondo quanto scrive Roger Faligot (I servizi segreti cinesi- Newton Compton) – una somma pari a 4,5 milioni di dollari per il comitato di rielezione di Clinton, provenienti dal gruppo sino-indonesiano Lippo e da quelli sino-thailandesi Charoeun Popkhand e San Kin Yip, con base a Macao. Tra i fondi figurerebbero circa 300.000 dollari forniti direttamente, su richiesta del capo dell’informazione dell’Epl-2, il generale Ji Shende, assistente di Xiong Guankai”. In nota al testo di Faligot si legge: “Nel settembre 2007, il “Wall street Journal” ha rivelato che Norman Hsu, cittadino di Hong Kong legato a queste stesse reti di contatti e condannato per frode, aveva contribuito alla campagna della senatrice democratica [Hillary Clinton, ndr] che lo obbligava a consegnare, sotto forma di donazione, 85 mila dollari”.

L’agente dell’Epl-2 negli Usa, scrive Faligot, Johnny Chung, un impiegato “del gruppo sino indonesiano Lippo, partner finanziario e commerciale di molte imprese della Cina popolare” è stato “integrato nella segreteria di Stato al commercio e poi consigliere di Ron Brown (Segretario al Commercio Usa) per la Cina”. Ron Brown è morto nell’aprile del 1966 in uno strano incidente aereo in Croazia.

Nel gennaio del 1994, “con il via libera dello stesso Brown – scrive Faligot – , Huang gode di un accesso illimitato ai documenti confidenziali dell’informazione economica e tecnologica” e quando “Clinton viene eletto presidente, Huang è invitato alla Casa Bianca. Nello stesso periodo, il gruppo China resources (Huaren Jituan) con sede a Hong kong, diventerà azionaria di Lippo al 50%. Questo gruppo effettuerà donazioni al partito democratico in vista della rielezione di Clinton nel 1996. L’affare si complica se si considera che China Resources serve anche da copertura all’Epl-2 diretta dal generale Ji Shengde”.

Quanto sin qui scritto è il risultato di un’attenta consultazione delle “fonti aperte”, alle quali tutti possono accedere, anche per approfondire l’argomento. L’insieme dei fatti fa intravvedere una pista possibile, fatta di molte coincidenze e di molti rapporti che fanno apparire un filo rosso. Nessuno possiede la verità. Tuttavia i fatti e le coincidenze, i rapporti tra i personaggi, costituiscono materiale di riflessione e indicano una possibile traccia di indagine che porta alla reale possibilità che quello che oggi viene definito Obamagate abbia un fondo di verità.

© Silvano Danesi

 

 

 

L’Italia cavia di un progetto gesuitico

Il link Conte, Gesuiti e M5S

Per quale motivo Giuseppe Conte, nonostante la sua manifesta incapacità a governare il Paese, viene tenuto sotto tutela da Jorge Maria Bergoglio (“Non si cambia cavallo quando si è in mezzo al guado”) e incassa quotidianamente il silenzio assordante del Presidente della Repubblica sul suo operato, nonostante i richiami di illustri costituzionalisti e nonostante la deriva totalitaria messa in atto nel Paese?

La risposta sta in un progetto di lunga lena, che fa di Giuseppe Conte la sintesi di un rapporto che lega il mondo dei Gesuiti e quello del M5S.

Giuseppe Conte ha studiato al Collegio Nazareth di Roma, proprietà di una fondazione guidata dal cardinale Achille Silvestrini (morto da poco). In questo collegio studiano ragazzi che poi saranno messi nei posti adatti a fare gli interessi del Vaticano in giro per il mondo.

Achille Silvestrini è stato uno dei partecipanti del “Gruppo di San Gallo”, promosso dal vescovo Ivo Fürer. Quando il gruppo si incontrò per la prima volta, nel gennaio del 1996, su invito del vescovo Ivo Fürer, furono presenti: Carlo Maria Martini (gesuita e ispiratore delle linee guida del gruppo), arcivescovo di Milano; Paul Verchuren, vescovo di Helsinki (Dehoniano); Jean Félix Albert Maria Vilnet, vescovo di Lilla; Johann Weber, vescovo di Graz-Seckau; Walter Kasper, vescovo di Rottemburg-Stoccarda (in seguito cardinale) e Karl Lehmann, vescovo di Magonza (in seguito cardinale).

In seguito al Gruppo di San Gallo furono associati altri membri:

  • 1999: cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles e Adrianus Herman van Luyn, vescovo di Rotterdam.
  • 2001: Cormac Murphy O’Connor, arcivescovo di Westminter (in seguito cardinale) e Joseph Doré, arcivescovo di Strasburgo.
  • 2002: Alois Kothgasser, (salesiano) vescovo di Innsbruk, in seguito arcivescovo di Salisburgo
  • 2003: Achille Silvestrini, cardinale della Curia Romana.
  • 2003 Ljubomry Huzar, arcivescovo maggiore di Leopoli degli Ucraini.
  • 2004: José Policarpo, Patriarca di Lisbona.

L’ultimo incontro del Gruppo di San Gallo si tenne nel 2006.

Secondo varie ricostruzioni, il Gruppo di San Gallo avrebbe fatto in modo che, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, fosse eletto Jorge Mario Bergoglio.

Achille Silvestrini (Brisighella, 25 ottobre 1923 – Roma, 29 agosto 2019) è stato un cardinale al servizio della Santa Sede, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali.

Diplomatico, il primo dicembre 1953 è entrato a servizio della Segreteria di Stato della Santa Sede, dove si è occupato delle relazioni con i paesi del sud-est asiatico, in particolare Vietnam, Cina e Indonesia. Silvestrini ha svolto per decenni incarichi diplomatici per la Santa Sede. Dal 1958 è stato segretario personale del cardinale segretario di Stato Domenico Tardini e ha mantenuto l’incarico anche presso il suo successore, Amleto Giovanni Cicognani (fino al 1969; anch’egli nato a Brisighella).

Come responsabile dei rapporti con le organizzazioni internazionali, Silvestrini è stato uno dei principali collaboratori del cardinale Agostino Casaroli, del quale ha assecondato la politica di apertura e distensione verso i regimi comunisti dell’Europa orientale; ha partecipato a tutte le fasi della conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (1975), dai lavori preparatori a Ginevra (1973), alla riunione di Belgrado, per verificarne l’applicazione; ha ottenuto il riconoscimento esplicito, nel decalogo finale, della libertà religiosa, che ha offerto una legittimazione alle richieste della Chiesa cattolica nei negoziati con i Paesi dell’Est europeo.

E’ stato capo delegazione della Santa Sede alla conferenza dell’ONU sull’uso civile dell’energia atomica (1971) e alla conferenza sul Trattato di non proliferazione delle armi atomiche (1975). Dal 28 luglio 1973 è stato Sottosegretario della sezione per i Rapporti con gli stati della Segreteria di Stato, dove nel 1979 ha assunto l’incarico di Segretario.

Silvestrini era considerato il “potere della Curia romana” dietro ad Andreotti, della cui corrente ha fatto parte il presidente della Link University, Vincenzo Scotti.

Nel Collegio Nazareth, dove studiava Conte, faceva il direttore monsignor Pietro Parolin, il segretario di Stato del Vaticano, l’autore della politica di apertura verso la Cina, che ha portato alla firma di un accordo, ancora segreto, con il regime di Xi Jinping. Politica, quella del Vaticano, che ha dettato e detta l’agenda al governo italiano, il quale ha firmato il Memorandum relativo alla Via della Seta, guarda caso, proprio con il governo presieduto da Giuseppe Conte.

In una fase delicata della politica italiana, serviva, dunque, uno come Conte per tenere sotto controllo il governo gialloverde e, poi, per trasformarlo in un governo giallorosso (o Conte-bis) su suggerimento del pupillo di Barack Obama, Matteo Renzi, il quale faceva gli esercizi spirituali tutti gli anni dai gesuiti.

Renzi indica Conte (Conte – bis), ma lo fa anche Grillo Conte -1) imponendo uno che non era dei suoi e, successivamente, ponendolo al di sopra dei suoi, a dirigerli, a controllarli. Con poche dichiarazioni, Grillo ha tolto quasi tutto il potere a quelli che pensavano di essere i suoi e lo ha trasferito a Conte.

Da dove deriva tanta fiducia del M5S in Conte?

Il Movimento Cinque Stelle e i Gesuiti

Tutto nasce dall’esperimento che ha dato vita al Movimento Cinque Stelle.

In un articolo di Giacomo Amadori e di Gianluca Ferraris (Panorama, 3 aprile 2013) l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, fondatore della Gran loggia regolare d’Italia, restauratore in Italia degli Illuminati di Baviera e fondatore di Dignity, alla domanda dei giornalisti volta a chiedere se Gianroberto Casaleggio, autore di una profezia di “un futuro senza religioni in cui «l’uomo è Dio»” e che fa immaginare “un approccio umanistico”, sia stato un massone risponde: “Non mi risulta che Casaleggio sia massone, la sua ideologia è sicuramente più vicina a quella degli Illuminati di Baviera e all’accademia che io ho risvegliato in Italia nel 2002. Quale la differenza? I massoni vogliono migliorare il mondo così com’è, gli Illuminati puntano a ripensarlo rispetto alle future condizioni; in più gli Illuminati considerano la democrazia una forma di degenerazione del potere che va superata come hanno già postulato Platone e Aristotele. Il credo contenuto nel video della Casaleggio e associati va proprio in questa direzione”. “La visione di Casaleggio in Gaia e la mia nel libro La conoscenza umana (Marsilio) – continua Di Bernardo – sono molto simili: entrambi riteniamo che nel futuro dell’umanità scompariranno le differenziazioni ideologiche, religiose e politiche. Per me a governare sarà una comunione di illuminati, presieduta dal «tiranno illuminato», per Casaleggio a condurre l’umanità sarà la rete, probabilmente controllata dal tiranno illuminato. Un concetto che, però, Casaleggio non ha ancora esplicitato”.

Esplicitazione giunta di recente dal comico Giuseppe Grillo, con la sua teoria degli Elevati.

Il 4 marzo 2013 Casaleggio mette in onda Gaia, un video dove si afferma che si arriverà, il 14 agosto 2054, ad un mondo governato dalla rete, con un governo mondiale chiamato Gaia eletto dai cittadini attraverso la rete. Nel 2054 non esisteranno più partiti politici, ideologie, religioni e i cittadini non avranno più carte d’identità o passaporti, ma esisteranno solo se saranno iscritti a Earthlink, un social network, mentre una mega intelligenza artificiale collettiva, chiamata Braintrust, risolverà i problemi del mondo. Il primo esperimento è stato fatto sulla pelle degli Italiani e ne sopportiamo le conseguenze tragiche. Altro che intelligenza artificiale. Qui siamo in presenza di un tentativo di dittatura strisciante venduto per democrazia di massa ( https://www.youtube.com/watch?v=rx46BpHQ2mo ).

Le teorie di Gaia, frutto delle visionarietà di Gianroberto Casaleggio, esplicitate dal Comico Giuseppe Grillo, sono, secondo Giuliano Di Bernardo, molto vicine a quelle degli Illuminati di Baviera.

Chi sono gli Illuminati di Baviera?

L’Ordine degli Illuminati fu organizzato, il primo maggio 1776, da Adamo Weishaupt, sulla base di un modello gesuitico.

L’Ordine ebbe uno scopo più politico che religioso e la corrente illuministica interna alla Stretta Osservanza, alla ricerca di un progetto da opporre ai Martinisti, guardò agli Illuminati con la mediazione di Knigge, il quale aveva come modello il Paraguay gesuitico e pensava a stati modello nelle Indie Occidentali (America).

Alain Wodroow, uno dei massimi esperti dei Gesuiti, a proposito dell’esperimento del Paraguay, afferma: “Questa esperienza di comunismo paternalista è singolare e fu esempio per gli utopisti del XX secolo. L’ammirava persino Voltaire, che fu allievo dei Gesuiti, ma li detestava”. [i]

Ludovico Antonio Muratori lo definì “il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”.

Emerge dalle aspettative del Knigge e in quelle del Muratori lo sfondo utopistico che si riallaccia alle teorie di Platone, di Tommaso Moro, di Campanella, ma anche quelle dei principi dispotici illuminati, come Federico II, il quale negli anni Settanta del Settecento ordinò la costruzione di Urbaniborg, sull’isola di Ven, per l’astronomo Tycho Brahe. Urbaniborg, collocato in un palazzo rinascimentale, è stato considerato il primo moderno centro di ricerca scientifica, dotato di biblioteca, laboratori e di un celebre osservatorio.

Le radici del progetto gesuitico di un “comunismo paternalistico”, che sta alla base dell’ingaggio di Conte sono, dunque, antiche e oggi hanno preso forma nel laboratorio politico italiano, con il totale avallo del gesuita Jorge Mario Bergoglio, il quale, con il segretario di Stato Parolin, ha intrapreso una marcia di avvicinamento al regime nazicomunista di Xi Jinping ed ha “ispirato” la firma del Memorandum riguardante la “Via della Seta”.

Il progetto gesuitico è perfettamente in linea con le idee globaliste della finanza internazionale, alla quale guarda da tempo il Pd. Il cerchio così si chiude.

Gli Italiani sono oggi le cavie di un esperimento che è avviato su una deriva autoritaria.

© Silvano Danesi

 

 

[i] Alan Woodrow, Una storia di potere, Newton Compton

“Trump introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

“Trump introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

E’ necessario premettere che ogni analisi ha come punto di partenza lo scenario geopolitico e che oggi questo riguarda l’egemonia nel mondo delle democrazie occidentali o quello della dittatura cinese.

E’ necessario inoltre ipotizzare come strategica un’alleanza tra Usa e Europa che sia capace di attrarre la Russia al fine di costruire una solida alleanza mondiale tra democrazie.

In un’intervista a La Verità del 18 novembre 2019, Gennaro Sangiuliano, direttore del TG2 e autore di un libro su Xi Jinping dal titolo: “Il nuovo Mao”, alla domanda sul confronto tra Cina e Usa risponde: “Sarà la contrapposizione dei prossimi decenni. E l’Occidente deve attrarre a sé la Russia: sarebbe un tragico errore “regalarla” all’altro campo”.

Dello stesso avviso è Carlo Pelanda nel suo testo: “La grande alleanza – L’integrazione globale delle democrazie” (Franco Angeli). “Il sistema di governo mondiale generato a Bretton Woods (1944), centrato sulla dominanza degli Stati Uniti, del dollaro e dei criteri occidentali nelle istituzioni internazionali, è in via di esaurimento. Gli Stati Uniti restano la potenza singola principale del pianeta, ma ormai sono troppo ‘piccoli’ per esercitare da soli la funzione ordinatrice globale come hanno fatto dal 1945 in poi”. Carlo Pelanda propone, pertanto, “un’Alleanza forte tra America, Paesi dell’Unione Europea e le democrazie asiatiche: Russia, India, Giappone”. “La convergenza progressiva della forza militare ed economica di queste meganazioni più l’area europea – continua Carlo Pelanda – sarebbe più che sufficiente per produrre una credibile sicurezza e governabilità economica globale. Il loro essere democrazie, pur con quella russa a rischio di regressione, con la prevalenza di quelle americana ed europea, darebbe un’anima, darebbe un’anima globalmente democratizzante e stabilizzante all’alleanza. La renderebbe un soggetto credibile di governo del pianeta”.

Giulio Sapelli, nel suo: “Un nuovo mondo – La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali” (Guerini e associati), scrive che “sino a quando l’Europa non raccoglierà il messaggio gaullista di costruirsi dall’Atlantico agli Urali, e continuerà a giacere, invece, sotto il tallone tedesco travestito da europeismo, non potrà più giocare quel ruolo benefico di guardiano pacifico dell’Heartland che ha esercitato per secoli”. A proposito della Russia Sapelli scrive: “La teoria di Primakov, il geniale ministro e intellettuale geostratega russo, maestro di Putin e di tutto il Kgb, è risultata vincente: è nel Medio Oriente che la Russia riacquista il suo ruolo globale di potenza euroasiatica. Ben si capisce allora che l’Unione Europea si è messa fuori gioco da sé”.

“Quello che si affermerà veramente – scrive Sapelli – sarà l’inizio del ritorno alla ragion di stato, ossia alla pace di Westfalia [1648], in un nuovo ordine internazionale fondato sul duopolio instabile tra Usa e Russia, con la Cina che vorrebbe o divenirne parte (formando un triopolio), oppure dominare da solo almeno l’Asia”. “Trump – afferma con convinzione Sapelli – introduce una pillola di realismo in un mondo di pazzi”.

Sapelli fornisce uno scenario: la Russia stabilizza il Medioriente, la Cina va contenuta e gli alleati sono il Giappone, il Vietnam e la Thailandia.

“La Russia – sostiene Sapelli – è potenza euroasiatica per eccellenza ed è indispensabile in questo disegno. Ma, per svolgere la sua parte nell’ordito geopolitico, deve avere mano libera in Europa sul fronte baltico e su quello che era un tempo il Sud della Nato”.

“Il nuovo disegno strategico [dovuto all’ingresso sulla scena di Trump, ndr] – secondo Sapelli – è nitido: si può da un lato giocare di sponda come roll back contro la Cina, mentre in realtà Xi Jnping ricerca un mondo duopolare, e dall’altro sempre gli Usa negoziano ora finalmente con la Russia e con l’India per non abbandonare alla Cina tutta l’Asia”.

“Ecco una previsione vera– sostiene Sapelli – : fine delle guerre mesopotamiche; ripresa da ricostruzione; keynesismo di guerra”.

In effetti i recenti fatti di passaggio del testimone tra Usa e Russia in Siria e nei rapporti con la Turchia lasciano pensare ad una normalizzazione del Medioriente.

Riguardo all’Europa Sapelli scrive: “L’Europa che i cattolici fondatori si ritrovarono a costruire dopo il massacro della Seconda guerra era piuttosto quello del cecoslovacco Coudenhove – Kalergi, affiliato allo Loggia viennese Humanitas e propugnatore della convinzione che occorreva promuovere lo spirito europeo prima della convergenza di interessi materiali per ottenere la pace. Nel 1923 propose di unire societariamente le miniere di carbone e le industrie siderurgiche franco-tedesche, così da scongiurare una nuova guerra, e nello stesso anno pubblicò Pan-Europa, un testo che ebbe un’eco ancora tutta da studiare e approfondire, ma che colpì soprattutto i circoli cattolici: Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide De Gasperi lo lessero e lo rilessero e se ne fecero portatori e anche Winston Churchill ne fu profondamente influenzato. E ancora: per primo propose nel 1929 di adottare come inno europeo l’Inno alla gioia”.

L’influenza “delle idee di Coudenhove – Kalergi fu – continua Sapelli – profonda anche per Aristide Briand (anch’egli massone del rito scozzese accettato), il quale presentò alla Società delle Nazioni nel 1929, nell’approssimarsi della grande crisi, il suo primo progetto per un’Unione Pan-Europa. Dopo aver suggerito nel 1947 la creazione del primo francobollo comune, fondò nel 1948 l’Unione Parlamentare Europea, che dopo il Congresso dell’Europa a L’Aja nel 1948 condurrà alla creazione del Consiglio d’Europa e del suo Parlamento”.

Paneuropa fu pubblicato nel 1923 e conteneva le linee guida per il Movimento Pan-Europa, che fece il suo primo congresso a Vienna nel 1926. Nel 1927 fu eletto presidente onorario il massone di Rito scozzese Aristide Briand. Tra le personalità che parteciparono alla prima fase del movimento vi furono Albert Einstein, Thomas Mann, Sigmund Freud, Rainer maria Rilke, Miguel de Unamuno, Salvador de Madariaga, Ortega y Gasset e Konrad Adenauer.

©Silvano Danesi

Le spie cinesi in Italia e in Europa

L’attività di intelligence cinese in Italia è notevole e ad essa corrispondono le remore di alcune autorità italiane, allertate dagli Usa. C’è da chiedersi il motivo di tali remore.

Gli americani sono preoccupati che la sicurezza sia messa a repentaglio dalla infiltrazione di strumenti di ascolto e di controllo.

Di Cinesi si parla poco, eppure i loro uomini si stanno infiltrando nei governi occidentali, in maniera più lenta, subdola ed efficace”.

Nel 2012 l’intellingence cinese è passata da una modalità passiva a una modalità attiva.

Le priorità sono sì raccogliere informazioni sulla tecnologia militare e penetrare la rete internet, ma soprattutto comprare funzionari e famigliari delle élite politiche e del mondo degli affari perché si muovano affinché gli accordi tra terze parti siano sempre favorevoli alla Cina.

In Canada, Australia e Nuova Zelanda recentemente si sono dimostrati diversi tentativi da parte cinese di comprare influenza presso politici, università e think tank affinché siano questi ultimi a sponsorizzare i loro interessi.

Complicato, dunque, distinguere, il soft power dall’intelligence e gli affari dal condizionamento politico se c’è di mezzo la Cina.

E’ ormai opinione comune che gli sforzi cinesi nel raccogliere informazioni siano raddoppiati negli ultimi anni, specialmente dalla riforma dell’intelligence del 2016 e dalla riorganizzazione del ministero della Sicurezza di stato.

Il reclutamento cinese invece si basa sull’invisibilità e soprattutto sul futuro: l’obiettivo è quello di avere sempre più voci amiche nei paesi stranieri, ed è un gioco a lungo termine.

Bruxelles ha pubblicato un report nel quale segnalava la presenza nella capitale europea di “almeno 250 spie cinesi” sotto copertura.

Secondo l’intelligence interna (Dgsi) ed esterna (Dgse) di Parigi, i servizi cinesi, negli ultimi anni, hanno tentato di intromettersi nelle più alte sfere dell’amministrazione statale francese, nell’industria e nei grandi circoli del potere esagonale, attraverso social network come Linkedin, Viadeo e l’utilizzo di avatar digitali.

Nel dicembre 2017, l’intelligence tedesca aveva già denunciato le operazioni aggressive di Pechino, facendo sapere che erano stati contattati circa 10mila profili.

In Italia la penetrazione cinese si muove a tutto campo.

La People’s bank of China, che è la banca centrale cinese, equivalente della Banca d’Italia o della Fed Usa, possiede quote importanti di Intesa San Paolo, di Generali, di Eni, di Enel, di Terna, di Unicredit. I Cinesi con State gride corporation of China, colosso statale dell’energia, posseggono il 35 per cento di Cdp reti.

Cagliari diventerà la prima smart city italiana grazie alle reti integrate, ma soprattutto grazie alla tecnologia di Huawei, il colosso cinese che dopo aver investito 20 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, oggi è diventato leader mondiale nell’infrastruttura 5G, che sta costruendo in tutti i Paesi. Vuol dire reti ad altissima velocità per la comunicazione mobile, per la connessione a droni, sensori, auto a guida autonoma, oltre che per la digitalizzazione di tutte le infrastrutture pubbliche: monitoraggio di ospedali, controllo del traffico, gestione dei rifiuti, riscaldamento e sicurezza.

L’Italia ha aderito al piano cinese di espansione in Europa (Via della Seta) nonostante le perplessità di Berlino, di Parigi e degli Usa.

Nel frattempo, a novembre l’Unione europea ha votato una legge che prevede uno screening degli investimenti diretti stranieri che possano mettere in pericolo la sicurezza, e il 7 gennaio l’università inglese di Oxford ha sospeso l’accettazione di fondi per la ricerca e donazioni filantropiche dal gruppo cinese.

L’Italia, nonostante gli avvertimenti ricevuti dal Copasir negli ultimi dieci anni, ha invece messo le sue reti in mano all’azienda cinese.

Persino la Panic Room di Palazzo Chigi, la stanza di massima sicurezza della presidenza del Consiglio, «passa attraverso due grandi nodi: il primo con i router di Tim, e quindi è fatto da Huawei», afferma Esposito. «Se ci fosse un microchip, loro potrebbero ascoltare o addirittura vedere in video il presidente del Consiglio: è possibile, ma non è mai stato provato».

Nella lista nera del Governo americano compaiono Huawei Italia e il Centro di ricerche di Segrate, il quale è uno degli undici centri di ricerca e sviluppo di Huawei sparsi per il mondo che appaiono scritti nella aggiornata Entity List. Quello di Segrate, alle porte di Milano, è stato il primo centro ricerca globale a essere inaugurato da Huawei fuori dai confini cinesi e guidato da uno dei più noti scienziati della compagnia: Renato Lombardi, impegnato nello studio delle tecnologie delle microonde usate nella comunicazione mobile e satellitare.

L’Italia quindi lascia le porte aperte al colosso cinese.

Gli esperti di sicurezza degli Stati Uniti ritengono che con l’aiuto di Huawei, il governo cinese sarà in grado di interrompere, sospendere, reindirizzare o monitorare il traffico Internet utilizzando stazioni di terra per cavi sottomarini, nonché attraverso l’hardware e il software che Huawei fornisce per queste stazioni.

Ren Zhengfei, il fondatore di Huawei, viene descritto come un genio delle comunicazioni, con un passato al servizio dell’esercito e del partito comunista cinese (anche se, visto il passato familiare di vicinanza al Kuomintang, non è mai stato portato ai vertici dell’apparato).

Nel nostro Paese la Huawei ha investito molto e le maggiori aziende di telecomunicazione (tra cui Telecom e Vodafone) hanno fatto e fanno ricorso alla tecnologia prodotta dalla società cinese. Secondo quanto sostengono alcune fonti, la tecnologia prodotta a Shenzhen verrebbe usata anche all’interno di reti protette su cui transitano informazioni potenzialmente sensibili.

«In base alle informazioni di intelligence che sono di pubblico dominio si sa che la Cina porta avanti una strategia di cyber-spionaggio industriale molto aggressiva, del resto necessaria per tenere il passo con i progressi tecnologici degli Stati Uniti e degli altri competitors», spiega Stefano Mele, coordinatore dell’Osservatorio InfoWarfare e Tecnologie emergenti dell’Istituto Italiano di Studi Strategici. «Considerato poi lo stretto legame che esiste in Cina tra imprese private, partito comunista ed esercito della Repubblica popolare, è ovvio che ci siano timori che Pechino possa aver affidato ad aziende cinesi – informalmente magari, e sicuramente solo ai massimi livelli – anche compiti non strettamente commerciali, anche se per ora non ci sono prove in questo senso. Le reazioni degli Stati Uniti e degli altri Paesi sono tuttavia indicative di questa preoccupazione».

In questo ambito in particolare, l’azienda che produce un dispositivo tecnologico potrebbe inserire all’interno dell’hardware un chip – ma si può agire anche a livello software – che permette l’accesso e lo spionaggio di tutte le informazioni veicolate.

Un cip difficilmente scopribile. Nell’ambito dell’informatica, infatti, i sistemi di protezione, come ad esempio l’antivirus o il firewall, girano al di sopra del kernel (semplificando, è il cuore di ciascun sistema operativo ndr). Perciò, questo genere di protezioni non riescono a “vedere” ciò che gira all’interno dei firmware dei chip che costituiscono hardware, che, pertanto, vengono considerati dal sistema operativo affidabili di default. Quindi se il trojan  che “ruba” le informazioni, o la backdoor che vi consente l’accesso, è a livello hardware non si riesce a rilevarlo. E casi simili, purtroppo, sono anche già documentati e da tempo noti agli esperti.

È molto difficile scovarlo anche smontando l’apparecchio, in quanto è un pezzettino di plastica identico a tutti gli altri contenuti nella scheda, e certamente non ha un cartello luminoso che lo evidenzia come chip-spia.

Cosa dovrebbe fare l’Italia? Dovrebbe innanzitutto porsi, con estrema urgenza, il problema di verificare la filiera produttiva dell’hardware e del software che introduciamo nelle reti sensibili e riservate del nostro Stato (una questione questa che in America è stata di recente posta dal direttore della National Intelligence tramite una direttiva). Senza un controllo di questo tipo, al di là dei possibili esiti, potremmo rendere la vita veramente facile a chiunque voglia carpire informazioni sensibili. L’Italia deve iniziare a discutere anche di questi problemi, valutandone al più presto i rischi al fine di garantire al meglio la tutela della sicurezza nazionale e dei propri interessi economici.

Il governo e il Parlamento italiano non sembrano disposti a parlarne.

Considerato l’interesse che i cittadini, le imprese e molti altri soggetti potrebbero avere nella vicenda appare molto negativa l’impossibilità di aprire una discussione pubblica. Specie se si pensa che l’Inghilterra – alleata di ferro dell’America, patria di uno dei migliori servizi segreti del pianeta e non certo nota per lavare i panni sporchi in piazza – sta affrontando proprio in questi giorni la medesima questione, coinvolgendo però i media, gli organi politici e l’opinione pubblica.

La questione Cina è di fondamentale importanza e sta assumendo una accelerazione strategica che può portare definitivamente l’Italia nell’orbita del Dragone.

©Silvano Danesi