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BASCHI E BERBERI NELLE ISOLE CANARIE

Da: Silvano Danesi, “Tu sei Pietra”, Ilmiolibro.it

Garaldea, secondo le ricerche di Federico Krutwig Sagredo, è, come scrive Roberto Gremmo, “un misterioso ed unitario insieme culturale che, in un lontanissimo passato, ha “umanizzato” l’Halbinseleuropa, l’Europa delle penisole. Laddove, specialmente nei dialetti, si trovano tracce assimilabili al basco, “si può star certi che ci si sta avvicinando alla mitica Garaldea”. [1]

Gremmo, alla cui cortesia devo queste indicazioni, cita inoltre il professor Dominik Wolfer dell’Università di Graz, il quale “per parte sua aveva già sottolineato come, dalle Canarie ai Paesi Baschi passando per l’Europa montana che si affaccia sulle penisole, i linguaggi che hanno accompagnato la nascita della cultura (uomo di Cromagnon e Neolitico) hanno tutti in comune un substrato definibile come atlanto-libico”. [2]

Nel suo Garaldea, Federico Krutwig Sagredo, come abbiamo già accennato, si occupa della “regione della montagna” o “regione delle alture”, ossia di quell’insieme culturale unitario che nel lontanissimo passato ha ripopolato l’Halbinseleuropa, l’Europa delle penisole. Un insieme culturale che si è espanso lungo linee che oggi possiamo rintracciare seguendo antichi luoghi megalitici e che seguono, sorprendentemente, le linee dei paralleli terrestri. Sono linee di penetrazione che da Ovest si spingono verso Est e che hanno lasciato le loro tracce linguistiche nei dialetti e nei toponimi. Nel capitolo di Garaldea dedicato al dottor Dominik Woelfel, studioso delle possibili parentele linguistiche tra il basco e le lingue delle penisole europee che si affacciano sul Mediterraneo, nonché con il libico antico e con la lingua delle popolazioni antiche delle Canarie, Sagredo scrive che “pare probabile sia esistito nella penisola iberica uno «strato» bascoide abbastanza esteso, preceltico e preiberico” e focalizza l’attenzione sulla teoria di Woelfel laddove lo studioso parla di un substrato libico-basco nelle lingue italiche e greche e nelle lingue celtiche e germaniche.[3]

Woelfel, nel capitolo su : “Lo strato linguistico atlanto-libico e il Megalitico”, fornisce una nuova spiegazione delle coincidenze linguistiche italo-celtico-germanica e sposta l’attenzione sulla relazione tra la lingua atlanto-libica e l’Europa pre-indoeuropea, affermando che il substrato linguistico si limita all’Europa delle Penisole, la Halbinsel-Europa.

Woelfel stabilisce inoltre che tra lo strato linguistico atlanto-libico e la cultura megalitica esisterebbe una coincidenza nello spazio e nel tempo, cosicché l’atlanto-libico può essere considerato come la lingua dei megalitici. Gli indoeuropei occidentali presero i loro termini per gli animali, le piante e l’agricoltura dalla lingua atlanto-libica. Inoltre gli “indoeuropei occidentali – scrive Sagredo riassumendo il pensiero di Woelfel – presero i termini corrispondenti alla religione e alla vita superiore politica degli atlanto-libici. I popoli megalitici erano popoli produttori di cultura (Kulturellgebende) e formarono parte della casta sociale superiore”. [4]

Le teorie di Woelfel, scrive Sagredo, sono state confermate da studi antropologici e dall’ematologia.

Riguardo alla Isole Canarie, leggende antiche irlandesi, che parlano di navigazioni sull’Atlantico, rappresentano una traccia di sicuro interesse. Una traccia che viene confermata da parentele linguistiche tra il popolo guanche delle Canarie e quello basco.

La leggenda vuole che Brendano, alla testa di un gruppo di monaci, sia andato alla ricerca del Paradiso Terrestre, situato su un’isola meravigliosa, facendo vari incontri con creature fantastiche. La Navigatio è composta da ventinove paragrafi e racconta il viaggio che San Brendano compì nell’Oceano Atlantico, con sessanta compagni, alla ricerca della mitica “Isola dei Beati” (detta anche Tír na nÓg), la cui esistenza gli viene svelata da un suo ospite, l’abate Barindo. Secondo alcuni autori San Brendano avrebbe raggiunto le Isole Fær Øer, l’Islanda o addirittura l’America. Si dice che abbia scoperto le isole Canarie, dove è venerato con il nome di San Borondòn.

Chi erano i Guanche? Cromagnon discendenti da quelli di Francia o da popoli fratelli, secondo José Luis Conceptión,[5] probabilmente arrivati nelle isole dalla zona berbera o dall’antica Libia. Molti vocaboli guanches sono simili o uguali all’antico berbero. Simili, tra popolazioni berbere e Guanches, sono le lavorazioni e molte usanze.   Dello stesso parere di José Luis Conceptión è anche José Carlos Cabrera Pérez, il quale si occupa dell’isola di Fuerteventura, il cui primo nome sarebbe stato Maoh o Mahoh, dal significato di isola, per cui i Mahoreros sono gli isolani. Maho è gente del paese, gente della terra ed ha una probabile radice condivisa con Maori, di origine punica, che relazionerebbe i Maouharim con “gli Occidentali”. Erodoto cita i Maxyes sul litorale tunisino. Il termine Imazighen, derivato dalla radice MZG o MSK, rappresenta la forma nella quale il popolo berbero si autonominava (José Carlos Cabrera Pérez). Fuerteventura era anche chiamata Erbania, forse da Arbani, il luogo della muraglia, dal radicale libico bani, che significa muraglia. Una muraglia, infatti, divideva l’isola in due regni.

Federico Krutwig[6] scrive che i primi naviganti che approdarono alle isole Canarie trovarono due tipi razziali ben distinti: “Il primo di questi alto e rosso, corrispondeva a quello che nell’antropologia moderna si chiama «dálico» (o atlanto-dálico) e che si considera il dicendente più diretto della razza Cromagnon; il secondo, molto più piccolo, più nuovo, che l’antropologia moderna caratterizza come razza mediterranea”.[7]

Secondo alcuni studiosi le isole Canarie sarebbero state separate culturalmente nell’Africa continentale prima dell’Età dei Metalli. Krutwig scrive che tra l’ottavo e il quarto millennio a.C. popolarono l’Africa del Nord popolazioni Cromagnon e che tra il quarto e il terzo millennio a.C. emigrò in Africa del Nord una popolazione proto-mediterranea di pastori di buoi che diedero vita alla cultura Capsiense. Krutwig esclude un rapporto tra Guanche e Berberi, la cui lingua ne indicherebbe la provenienza dall’Asia Minore. Nessuna parentela nemmeno tra berbero e basco. Diversamente Krutwig ritiene che il popolo dei Libui, che diede il nome alla Libia, venga da Occidente, ma è cauto nell’avallare le teorie di Woelfel che scrive di un sostrato libico-vasco delle lingue italiche e greca e di una lingua atlanto-libica che coinciderebbe, nello spazio e nel tempo, con la cultura megalitica. Rimane, invece, per Krutwig evidente una marcata parentela linguistica tra la lingua canaria e quella basca.

“Al momento della conquista [XV secolo], le isole Canarie – scrive José Luis Conceptión – erano governate da uno o da vari re o principi in ogni isola. In Gran Canaria, il re era chiamato Guanartme e a Tenerife Mencey. I re avevano i loro consiglieri o capitani. In Tenerife c’erano tre strati sociali: Achimenceyes, rango dopo il Mencey, Achiciquitza, nobili, e Achicaxua, agricoltori. Il capitano era chiamato Sigoñe. Nella Gran Canaria chiamavano Faycán il gran sacerdote, Guaire o Gaire il consigliere o capitano e Fayacán il giudice. Al momento di essere nominati mencey facevano il seguente giuramento: «Agoñe yacoron yñatsahaña chacoñamet», giuro sul sangue di chi mi ha fatto grande. La cerimonia si celebrava nel «togoror» [piazza circolare costruita in pietra]”. [8]

Louis Charpentier scrive di capi distretto o capi isole, guanarteme, poi detti re, circondati da nobili guayre e il titolo di guayre, “se era concesso ad alcune famiglie, non poteva tuttavia non essere accompagnato da alcune virtù, tra cui il rispetto delle donne e l’obbligo di non pronunciare mai davanti a loro parole volgari”. [9]

Interessante notare che gani o gainera, che si contrae in gaira, in basco è cima, gaithen è superiore, significati che ben si attagliano a quello di capitano. Guan herri in basco, secondo Charpentier, indicherebbe il paese dei guanche e guanci ricorderebbe da vicino il gizon basco, con il significato di uomo.

Riguardo ai Faycáns, Louis Charpentier, scrive: “forse non dei capi nel senso letterale del termine, ma delle specie di consiglieri superiori provvisti di tutte le competenze e i privilegi che furono quelli dei druidi gallici…. D’altronde, un certo numero di leggende e di tradizioni concordano sul fatto che fosse proprio così e che i druidi gallici fossero in origine dei saggi dell’antico ceppo Cro-Magnon”.[10]

Qualsiasi uomo poteva arrivare ad essere nobile. L’aspirante doveva avere meriti personali e non doveva aver tenuto comportamenti scorretti; gli venivano poste domande e se non venivano evidenziati comportamenti scorretti o disonesti veniva dichiarato nobile, ma se si era comportato male gli tagliavano i capelli e lo convertivano per sempre in villano, dandogli il soprannome di tosato.

L’organizzazione sociale era basata sulla parentela e l’unità elementare della società era la famiglia estesa, ovvero la tribù. A Lanzarote era praticata la poliandria (tre mariti), mentre a Fuerteventura era praticato il matrimonio poligamico. A Lanzarote vigeva un sistema di filiazione matrilineare e l’avunculato (il parente più autorevole e di riferimento è il fratello della madre). [11]

Louis Charpentier scrive che i Guanches “adoravano un essere onnipotente ed eterno” e parla di un “culto sulle montagne, celebrato da delle specie di druidesse, le magnades, che si vestivano con pelli bianche e sarebbero state modelli di virtù. Sull’isola di Palma innalzarono a quest’essere supremo delle piramidi di pietra e celebravano un culto accompagnato a danze”. [12]

“Secondo Abreu Galindo y Espinosa – ci riferisce José Luis Conceptión – gli aborigeni credevano in un essere supremo che invocavano con il suo nome: «Aborac», «Acoran» e altri. Alcuni cronisti hanno anche detto che credevano in demoni, come guayota, che viveva nel vulcano di Teide (echeide o inferno); … Tutte le tribù avevano loro sacerdoti e templi o luoghi di preghiera. In Gran Canaria c’erano una specie di monache (harimaguadas) il cui unico ufficio era la preghiera e l’insegnamento. I loro conventi si chiamavano tamogantes e il tempio almogaren. …. A Tenerife separavano gli agnelli dalle pecore per, congiuntamente con i loro belati e le orazioni, implorare Dio perché piovesse. Inoltre c’erano altri riti similari nel resto delle isole e facevano offerte di cibo a Dio”. [13] J.Abreu Galindo colloca il dio supremo dei Guanches nel cielo e scrive. “adoraban a un Dios, levantando las manas al cielo”. [14] José Juan Jménez González, in riferimento a Gran Canaria, parla di un dio chiamato Alcorán, solo, eterno, onnipotente signore del cielo e della terra, creatore e costruttore di tutto.

Gli studiosi scrivono di un culto astrale e di un culto solare, di un culto degli antenati, per i quali esistevano luoghi cultuali specifici chiamati efequenes: piazze circondate da una sorta di muro a spirale. Al centro della piazza si adorava un idolo di forma umana, del quale non sono note le caratteristiche. I Guanches contavano l’anno per dodici mesi, i mesi con la luna, i giorni con il sole, la settimana con 7 soli. L’anno, Achano, cominciava con l’equinozio di primavera e, con il sole in Cancro, il 21 di giugno, si teneva una grande festa di nove giorni.

“Avevano quelli di Lanzarote e di Fuerteventura dei luoghi o cuebas come templi, ove, secondo Juan de Leberriel, facevano sacrifici e presagi e dove, mangiando certe cose che erano dei defunti, le bruciavano apprendendo dal fumo e dicevano che erano gli spiriti degli antenati che andavano per i mari e venivano a dare notizie quando erano chiamati e gli isolani erano felici e dicevano che venivano in forma di annunci alle orecchie dal mare nei giorni più importanti dell’anno e facevano grandi feste e vegliavano fino al mattino nel giorno del maggiore fulgore del sole nel segno del Cancro che per noi corrisponde al giorno di San Giovanni Battista”.[15]

Le fonti storiche parlano di donne dotate di grande prestigio e influenza sociale, politica e religiosa. “C’erano in quest’isola [Fuerteventura] due donne – scrive J.Abreu Galindo – che parlavano con il demonio; una si chiamava Tibiabín e l’altra Tamonante. Si diceva che fossero madre e figlia”. [16]

“Una – scrive Cabrera Peréz – si chiamava Tamonante e governava la giustizia e decideva le controversie e le dispute che nascevano tra i duchi e i principi dell’isola e in tutte le cose il suo governo era superiore”. [17]

Le due donne, Tibabin e Tamonante, avevano un ruolo religioso, specialmente in primavera. Siamo in presenza delle “donne fatali” di grande sapienza, “che per rivelazione dei demoni o per giudizio naturale – scrive Torriani – profetizzavano varie cose che poi risultavano vere, per le quali erano considerate come una dea e venerate; e queste governavano le cose delle cerimonie e i riti, come sacerdotesse”.[18] ”Incaricate della direzione delle cerimonie religiose, intervenivano decisamente nei riti propiziatori della pioggia e a entrare in contatto con gli antenati grazie alle loro facoltà profetiche e di divinazione del futuro, godendo di un grande prestigio e venerazione da tutta la comunità aborigena”. [19]

Tra i Berberi troviamo gli agurrâm dotati di facoltà taumaturgiche, funzioni sacerdotali e di predizione del futuro. “Solevano essere donne, conosciute come tagurramt o tigurramín, coloro che possedevano un potere magico e quelle dotate del privilegio della divinazione. Secondo lo storico Procopio: «I mauros [popolazione proto berbera] nel loro timore consultano le donne divinatrici. Tra di loro non è consentito agli uomini di fare vaticini; perciò certe donne, dopo alcune cerimonie, ricevono l’ispirazione e scoprono il futuro”. [20]

“A quanto pare ci si troverebbe di fronte a uno dei lignaggi “santi” o religiosi, giustificato dal rapporto di parentela tra le due donne, molto comuni in una società segmentata, in particolare tra le tribù berbere del Nord Africa. Assumono funzioni mediatrici in un contesto di conflittualità permanente tra fazioni tribali. Il rispetto delle loro decisioni viene rafforzato per il ruolo di intermediazione tra gli uomini e le divinità, da cui deriva la denominazione di “fatidiche”, così come il loro ruolo di leader nel rituale. A lungo termine, la missione dei lignaggi religiosi è di impedire l’affermarsi di disequilibri duraturi che minavano la base del segmentarismo, limitando il potere dei capi locali e agendo come contrappeso ai loro capricci”.[21]

Silvano Danesi

[1] Almanacco Piemontese, 1983, Andrea Viglongo & C. Editori – Torino

[2] Almanacco Piemontese, 1983, Andrea Viglongo & C. Editori – Torino

[3] Vedi Federico Krutwig Sagredo, Garaldea, Editoria Txertoa, 1978

[4] Vedi Federico Krutwig Sagredo, Garaldea, Editoria Txertoa, 1978

[5] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[6] Federico Krutwig, Garaldea, Editorial Txertoa

[7] Federico Krutwig, Garaldea, Editorial Txertoa

[8] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[9] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[10] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[11] José Carlos Cabrera Pérez, Lanzarote i los Majos, Centro de la cultura popular canaria

[12] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[13] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[14] Citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[15] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[16] Citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[17] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[18] Torriani, citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[19] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[20] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[21] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

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Gli scrigni di Elémire Zolla

Leggere una pagina a caso è aprirsi a panorami , a mondi, a suggestioni, a sensazioni, ad emozioni, a incontri, ad “aure” e a “camere delle meraviglie”.

Ogni pagina è uno scrigno di tesori.

Impossibile, pertanto, ogni sintesi di: “Archetipi”, “Aure”, “Verità segrete”, “Dioniso errante”, i quattro saggi di Elémire Zolla che l’editore Marsilio offre racchiusi in un unico volume con un saggio introduttivo di Grazia Marchianò, dal quale traggo solo questo pensiero: “Che cosa è mai l’interesse spirituale? Evidentemente non un tornaconto egoistico o altruistico, entrambi egocentrici, ma il tenace intento di affinare la qualità dei nostri sentimenti, pensieri e atti. Ne risulteranno un sentire, un pensare e un agire per il fine esclusivo che ci impegna”.

Da “Archetipi”, saggio essenziale per comprenderne la potenza, estraggo alcuni concetti riguardanti gli archetipi politici, ossia la “degenerazione” della funzione archetipale.

Zolla ci spiega come i sapienti, per comunicare la loro conoscenza illuminativa, la traducano in cosmogonie e in storie di dèi e del come la degenerazione di tali traduzioni del mondo archetipale le trasformi nel “mito di fondazione di un regime, nella giustificazione di un’autorità”.

“I simboli dell’illuminazione interiore  – scrive Zolla – diventano archetipi politici e le moltitudini ne restano incantate; non li possono comprendere, ma avvertono vagamente un soffio d’altro mondo e così restano magnetizzate da ciò che fu e non è più la luce della conoscenza”.

Così il mito di Romolo celebra la comunità nell’atto in cui nasce, quello di Augusto l’universalità di Roma. Costantino incarna il mito dell’impero universale sacro, al quale si opporrà quello teocratico del Sacro Romano Impero.

I due miti daranno luogo, in Europa, alla lotta delle investiture e al confronto tra guelfi e ghibellini.

“L’archetipo dell’impero – scrive Zolla – s’è trasferito negli Stati Uniti, retti dal complesso mitico importato nel 1776 per novus ordo seculorum, com’è scritto sui biglietti da un dollaro” [in effetti: novus ordo seclorum, ndr].

In “Aure” ogni pagina ci trasmette il fascino di mondi scomparsi o in via di sparizione in un Occidente in declino, suscitando in noi una romantica nostalgia.

Nel saggio “Verità segrete” Zolla è profetico e con una frase icastica fissa l’immagine dell’orizzonte ideale  nel quale ci costringe l’ideologia della globalizzazione consumistica: “L’aldilà della quotidianità è l’apoteosi dell’immondezzaio”.

Del tempo della globalizzazione che ci consegna ad un nuovo feudalesimo dell’impero finanziario, con i suoi vassalli, valvassori e valvassini; che vuole costruire l’uomo neutro, senza patrie, senza radici, senza ideali, mero consumatore della quotidianità, Zolla profeticamente scrive: “ La quotidianità è lo stato dell’uomo che ha smesso di alienare da sé la religione, la divinità, lo spirito, ha cessato cioè di proiettare fuor di sé le antenne che gli possono consentire di cogliere gli stati superiori dell’essere.  Un urlo di orrore sfugge a chi per un momento si ridesti dal mondo del quotidiano e si veda circondato da gente che in questa oppressione vive senza nemmeno avvertire l’asfissia: conversa di fatterelli, di squadre sportive, di spettacoli televisivi, di vicende da rotocalco, sta sommersa nell’immondizia come in un bagno di vapore che la stordisce. Chi vive del quotidiano nel quotidiano non saprebbe più infilare un sillogismo all’altro, la deduzione lo spossa, la sintesi lo urta, se gli si parla di vita interiore crede che si intenda il fantasticare della sua mente ignara di significati”.

L’uomo quotidiano è l’uomo neutro, del quale scrive Claudio Risé; è il nuovo servo della gleba, metamorfosata nel debito pubblico.

“Con l’invenzione del debito pubblico mai ammortizzato – scrive Zolla – torna visibile la schiavitù; con la parte del reddito individuale destinato a pagare il debito pubblico se ne creano i titoli e il suddito, illuso di essere un libero cittadino, è venduto, pignorato, sottomesso alla banca col titolo che rappresenta la sua quota-lavoro: egli «è» quel titolo”.

L’uomo del quotidiano è senza immaginazione e poiché chi è “versato nella scienza dell’immaginazione sa cogliere le tenui premonizioni d’una catastrofe” e sa  che quando “mutano i sogni”, la “città è prossima al crollo”, all’uomo del quotidiano appartiene l’inconsapevolezza del disastro; va incontro agli eventi come un animale al macello; è l’armento sacrificale del gregge degli ignari.

Infine, Zolla è profeta anche quando ci propone un dialogo tratto dalla novella politica di B.Disraeli Coningsby:

 “ – Per conto mio non c’è errore più volgare di credere che le rivoluzioni siano dovute a ragioni economiche. Senza dubbio, queste hanno la loro parte nel precipitare una catastrofe, ma di rado ne sono la causa. Non conosco un periodo, ad esempio, in cui il benessere materiale in Inghilterra  fosse così diffuso come nel 1640. Il paese era moderatamente popolato, l’agricoltura progredita, il commercio florido, eppure l’Inghilterra stava alle soglie, dei mutamenti più sconvolgenti e violenti della sua storia.

  • Fu un movimento religioso.
  • Ammettiamolo; la causa, dunque, non fu materiale.

L’immaginazione dell’Inghilterra si sollevò contro il governo. Il che dimostra, allora, che quando quella facoltà si scatena in una nazione, pur di seguirne l’impulso, si sacrificherà persino il benessere materiale”.

Dialogo di evidente attualità, in questo scontro di civiltà alimentato da un’ideologia della morte, il cui immaginario è un paradiso costruito trasformando la Terra in un inferno di violenze  e di costrizione.

Il volume di Marsilio, che racchiude quattro saggi di Zolla, non è da leggere; è da studiare, meditare, introiettandone i messaggi antichi di una tradizione che è base per un futuro dell’Umanità non offeso dalla tracotanza delle ideologie.

Silvano Danesi

Attenzione al nazi-islamismo

Fiamma Nirenstein (Il Giornale del 5 febbraio 2012) scrive che il “mondo europeo e americano, dopo essersi dichiarato a iosa colpevole di non aver capito nulla, di non aver saputo prevedere le rivoluzioni arabe, adesso cerca una pericolosa scorciatoia: individuare nei Fratelli Musulmani, i grandi vincitori dello scuotimento, un interlocutore plausibile, aperto, perfino moderato. Basta frequentare le riunioni (recentemente per esempio quella delle commissioni estere convocata dall’UE) in cui si discutono i futuri rapporti con i nuovi poteri, per capire che il maggiore desiderio dei funzionari e dei politici addetti è avviare subito il previsto nuovo «piano Marshall» che dovrebbe aiutare lo sviluppo della democrazia. Non importa se dopo la mancata «primavera araba» aiuteremo la «primavera islamista».

A questo proposito va notato che i Fratelli Musulmani, fondati nel1928 inEgitto, dopo il collasso dell’Impero Ottomano, sono contrari alla secolarizzazione dell’Islam, hanno come riferimento la Jihād e sono stati molto influenzati da Hag Amin Al Husny, muftì di Gerusalemme nel 1921 e, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, alleato di Hitler. Nel 1941 lo troviamo a Berlino a sostenere la “soluzione finale” e a incitare i musulmani ad arruolarsi nelle file del Reich.

Dopo la guerra l’ex muftì nazista rinsaldò i rapporti con Sayyid Qutb e Haran al Bannah, rispettivamente teorico e fondatore dei Fratelli Mussulmani e pose sotto la sua ala protettiva Yasser Arafat.

Hag Amin Al Husny considerava l’Olocausto una macchinazione ebraica. Il negazionismo islamico ha dunque basi precise.

In Turchia il Main Kampf e i Protocolli dei Savi di Sion sono best seller, come in altri paesi islamici.

Su questa nazificazione dell’Islam nessuno riflette, anzi, si tende ad iscrivere i Fratelli Musulmani ad un orizzonte di sinistra terzomondista e di libertà dei popoli.

I Fratelli Musulmani, aggiunge Fiamma Nirenstein, “non si cambiano, non si comprano, non si dividono. E sono una forza abituata da una lunga tradizione a fare prudenti, cautissimi conti con amicizie e inimicizie alterne, ma alla fine sempre con l’occhio al califfato mondiale. È dal 1938 che lo ripetono col loro fondatore Hassan Al banna: «Allah è il nostro obiettivo, il Profeta il nostro leader, il Corano la nostra legge, la Jihad la nostra strada, morire sulla strada di Allah la nostra più grande speranza»”.

“Yussef Al Qaradawi – scrive ancora Fiamma Nirenstein – lo stesso clerico che ha cacciato i bloggers da piazza Tahrir, disse durante la guerra in Iraq che per i musulmani era un obbligo morale uccidere i cittadini americani. Hamas ha appena riaffermato la necessità religiosa di uccidere gli ebrei e combattere l’Occidente cristiano, e le promesse di stragi trovano conferma nell’appartenenza e varie branche della Fratellanza (come Al Qaeda) dei maggiori terroristi: Bin Laden, Ayman al Zawahiri, Khalid Sheich Muhammed, Anwar al Awlaki, lo sceicco Yassin, vengono tutti di là. Ma che fare dunque, si chiede l’Europa? Essi sono comunque ovunque, con sfumature nazionali diverse, i grandi vincitori della rivoluzione. Un’Internazionale grandiosa sostituirà il panarabismo dal Marocco al Golfo. La loro vittoria in Egitto, Fratelli e Salafiti al 75 per cento del parlamento, in Tunisia (con Ennahda, certo dal volto più umano, ma dal carattere integralista evidente), in Libia dove Al Qaeda è in agguato come anche in Yemen, pronti alla lotta in Giordania, ingaggiati in una disperata battaglia (insieme ad altre forze) contro il dittatore Assad in Siria, sapientemente ingaggiati in una larga diplomazia da parte della Turchia, essi hanno al momento senz’altro superato largamente l’asse sciita, costituita dall’Iran, la Siria, il Libano degli hezbollah. L’Arabia saudita naturalmente gioisce. Intanto Hamas, mentre cambia casa lasciando Damasco, segnala che il fronte sunnita della Fratellanza è quello prescelto”.

“I sensi di colpa, molto ben basati, per avere per decenni sostenuto dittatori che hanno schiacciato i popoli musulmani – conclude Fiamma Nirenstein – ci portano oggi verso il sostegno di una forza che farà indossare il velo alle donne, opprimerà le differenze sessuali e politiche, aggredirà la pace con Israele”.

Forse è ora di aprire gli occhi e di non agire sempre pensando solo agli interessi economici e finanziari. Dobbiamo pensare alle generazioni future, che non meritano un nuovo medioevo di intolleranza sotto il nazi-islamismo.

I crimini di Tito: 9 mila italiani nelle foibe

Nelle foibe, vittime del comunismo di Tito, sono finite circa 9 mila persone, ree soltanto di essere di nazionalità italiana. In ricordo di questa vergogna, simile a quella dei campi di sterminio nazista e dei gulag di Stalin, il Giornale di Brescia ha dedicato due pagine, dalle quali estraiamo l’intervista a Luciano Rubessa, presidente del Centro mondiale per la cultura giuliano-dalmata.

BRESCIA – 8.2.2012 – «Meglio via che diventare schiavi di Tito», titolavano i giornali del dopoguerra, raccontando la diaspora di 300-350.000 italiani fra Italia, Canada e Australia. Molti passarono anche per Brescia, per una sosta temporanea. O per mettere radici. Memorabili furono l’impegno e la passione profusi dal primo presidente degli esuli bresciani, Antonio («Tonci») Cepich, scomparso nel 2007. Luciano Rubessa, esule da Fiume, per anni ne ha continuato e sviluppato l’opera, ed oggi è il presidente del «Centro mondiale per la cultura giuliano-dalmata» (Cmc).Presidente Rubessa, come venne organizzata a Brescia l’accoglienza dei profughi e cosa resta di quell’esperienza così traumatica?
«Nella nostra città approdarono a più riprese oltre 5.000 esuli, sistemati nell’ex caserma di via Callegari. Altri vennero distribuiti nei campi raccolta profughi di Chiari (1.500 persone), Fasano, Bogliaco e Gargnano (2.000). Trovammo case e industrie distrutte, grande disoccupazione e, purtroppo, tanta, maledettissima fame. Eppure, nonostante i difficilissimi conti interni, i rudi e silenziosi bresciani ci accolsero benevolmente. I disagi furono pesanti, la miseria vera, ma la grande voglia di fare tipica della nostra gente e l’aiuto delle istituzioni dell’epoca, ci portarono col tempo a trovare lavoro e casa. Molte le privazioni e i disagi, ma forte la soddisfazione di aver contribuito alla ricostruzione e alla rinascita del Paese, ovunque ci siamo insediati».
A distanza di oltre sessant’anni dagli eccidi delle foibe e dal dramma dell’esodo, è possibile parlare ancora di «rivendicazioni» degli esuli? E quali?
«Le ferite non sono rimarginate. Non possiamo dimenticare gli infoibamenti, le deportazioni nei gulag, l’espulsione forzata di chi era colpevole soltanto di appartenere all’etnia italiana, le confische dei beni e l’umiliazione dei campi profughi. Alla Croazia, nell’ambito della procedura di adesione all’Ue, inoltriamo le medesime richieste già rivolte a suo tempo alla Slovenia, ossia: le scuse, in maniera ufficiale e solenne, agli italiani, agli esuli e ai loro famigliari; la restituzione dei beni confiscati ai legittimi proprietari, e in subordine un equo indennizzo; il permesso alla riesumazione dei corpi delle vittime gettate nelle foibe; l’obbligatorietà del bilinguismo negli istituti scolastici e universitari di tutta l’area istriana, quarnerina e dalmata, da estendere alla cartellonistica stradale».
Come ricorderete il 10 febbraio?
«Il Cmc ha promosso un convegno, venerdì mattina alle 10 in S. Giulia, sul ruolo della Serenissima, dell’Istria, Fiume e Dalmazia quali baluardi di civiltà ai confini orientali. Davanti ai tentativi di negare la verità storica, proponiamo un viaggio alle radici della secolare presenza e dell’eredità culturale latina e veneta in quell’area».

L’Islam conquista l’Europa

“Per fare solo un esempio, che può essere estremo – scrive Marco Zagni, nel suo “La svastica e la runa, Mursia – l’esperimento tedesco di «germanizzazione» di allora [il riferimento è al nazismo] si può paragonare (comunque in forma minore e comunque allora esplicita) all’attuale tacita massiccia operazione di «arabizzazione e magrebizzazione dell’Europa», così come denunciata dalla stessa Fallaci e che, nata come intenzione economico-solidale di basso profilo nel 1975, con la compiacenza di «forze globalizzanti» insite nelle stesse organizzazioni istituzionali europee, punta oramai a un completo stravolgimento dell’identità culturale del vecchio continente per trasformarlo in un «blocco eurabico», per puri interessi economici dell’élite finanziaria”.

Una riprova di quanto sta avvenendo, nella più totale indifferenza e sottovalutazione degli eventi è nei dati forniti da Fiamma Nirenstein (il Giornale, 22 gennaio 2012).

“Oggi – scrive Fiamma Nirenstein – l’immigrazione musulmana in Europa aumenta mentre le Chiese chiudono i battenti: ce ne dà le cifre, impressionanti, Soeren Kern, senior fellow del Gruppo di Studi Strategici per le Relazioni Transatlantiche basato a Madrid. La proliferazione di moschee in luoghi di culto cristiani abbandonati, secondo Kern, riflette il declino del Cristianesimo e la veloce crescita dell’Islam in Europa, fino al rimpiazzo. La nazione in cui si stanno proprio in questi giorni svolgendo gli ultimi episodi di questo romanzo è la Germania, a Duisburg dove la Chiesa cattolica ha annunciato un piano di chiusura di sei chiese. A Duisburg ci sono 500mila abitanti di cui 100mila musulmani, soprattutto turchi. Il giornale Der Western descrive una situazione drammatica nei distretti di Hamborn e Marxloh: qui l’unica chiesa che sopravvive è quella di San Pietro e Paolo e dovrebbe essere chiusa alla fine del 2012. A Marxloh c’è anche una moschea, la Merkez, dove si possono raccogliere 1200 persone. Per iniziativa del suo presidente Mohammed Al, le chiese verranno trasformate in moschee, ha detto. La popolazione musulmana è aumentata da 50mila persone nei primi anni Ottanta a 4 milioni, ci sono circa 200 moschee, più 128 in costruzione e 2600 sale di preghiera. Invece, 400 chiese cattoliche e 100 protestanti sono state chiuse. In Francia, il numero delle moschee è raddoppiato negli ultimi dieci anni raggiungendo le 2000 e Dalil Boubakeur, rettore della Grande Moschea di Parigi, vuole arrivare a 4000. Invece la Chiesa cattolica ha costruito 20 chiese in dieci anni e ne ha chiuse più di 60. Per forza: anche se in Francia ci sono 41,6 milioni di cattolici, solo 1,9 milioni si dichiarano praticanti, mentre su 4,5 milioni di musulmani dei 6 di nordafricani o subsahariani presenti sul territorio, ben 2,5 vanno alla moschea regolarmente. In Inghilterra, la situazione è ancora più seria: se 930mila musulmani vanno alla moschea, altrettanto fanno 913mila anglicani, ma siamo a casa della Regina. Diecimila chiese sono state chiuse dal 1960, fra cui 8000 chiese metodiste e 1700 anglicane. Nel 2020 si prevede la chiusura di altre 4000, mentre dall’altra parte ci sono 1700 moschee molte della quali in ex chiese, 2000 sale di preghiera e innumerevoli garage o magazzini trasformati in moschea”.

“Intanto – scrive sempre Fiamma Nirenstein – il clerico egiziano Ali Abu Al Hasan dalla tv Al Helma, il 6 gennaio ha fatto uno dei tanti annunci che galvanizzano e infiammano: «Con l’emigrazione musulmana e il rifiuto europeo di sposarsi e fare bambini, cento di loro fra dieci anni diventeranno ottanta, e gli ottanta sessanta… e i quaranta saranno dieci, e poi non resterà nessuno. L’Europa diventerà un solo Stato islamico». Esagerato? Lo ha detto lui”.

Il canone Rai e la nonnetta

E’ tempo di pagare il nuovo canone televisivo (vera e propria tassa), in tempi di crisi elevato a 112 euro. Conosco una nonnetta che prende 450 euro di pensione al mese. Volendo essere larghi, per 13 mesi fa la notevole cifra di 5850 euro. Il canone incide sul reddito della nonnetta in ragione dell’1,9 per cento. Si potrebbe obiettare che la nonnetta, avendo superato i 75 anni di età, ha diritto all’esenzione che riguarda chi vive da solo e ha un reddito non superiore a 516,46 euro al mese (la precisione è un vanto della Rai). Il fatto è che la nonnetta è vedova e ha una pensione di reversibilità del marito, che la porta alla favolosa somma di 680 euro el mese, pari a 8.840 euro annui. Essendo così ricca, non ha diritto all’esenzione. I sacrifici sono sacrifici. Anche stando al nuovo favoloso reddito, la tassa Rai incide in ragione dell’1,66 per cento. Non è necessario essere bocconiani a banchieri per usare la calcolatrice. E non ci vuole molto per capire che è ora di togliere una tassa inutile e vendere la Rai, che dà a due calciatori un milione di euro a testa per ballare nella trasmissione collegata alla lotteria di Capodanno, quella che fa sognare i poveri.  Solo sognare.