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Gli scrigni di Elémire Zolla

Leggere una pagina a caso è aprirsi a panorami , a mondi, a suggestioni, a sensazioni, ad emozioni, a incontri, ad “aure” e a “camere delle meraviglie”.

Ogni pagina è uno scrigno di tesori.

Impossibile, pertanto, ogni sintesi di: “Archetipi”, “Aure”, “Verità segrete”, “Dioniso errante”, i quattro saggi di Elémire Zolla che l’editore Marsilio offre racchiusi in un unico volume con un saggio introduttivo di Grazia Marchianò, dal quale traggo solo questo pensiero: “Che cosa è mai l’interesse spirituale? Evidentemente non un tornaconto egoistico o altruistico, entrambi egocentrici, ma il tenace intento di affinare la qualità dei nostri sentimenti, pensieri e atti. Ne risulteranno un sentire, un pensare e un agire per il fine esclusivo che ci impegna”.

Da “Archetipi”, saggio essenziale per comprenderne la potenza, estraggo alcuni concetti riguardanti gli archetipi politici, ossia la “degenerazione” della funzione archetipale.

Zolla ci spiega come i sapienti, per comunicare la loro conoscenza illuminativa, la traducano in cosmogonie e in storie di dèi e del come la degenerazione di tali traduzioni del mondo archetipale le trasformi nel “mito di fondazione di un regime, nella giustificazione di un’autorità”.

“I simboli dell’illuminazione interiore  – scrive Zolla – diventano archetipi politici e le moltitudini ne restano incantate; non li possono comprendere, ma avvertono vagamente un soffio d’altro mondo e così restano magnetizzate da ciò che fu e non è più la luce della conoscenza”.

Così il mito di Romolo celebra la comunità nell’atto in cui nasce, quello di Augusto l’universalità di Roma. Costantino incarna il mito dell’impero universale sacro, al quale si opporrà quello teocratico del Sacro Romano Impero.

I due miti daranno luogo, in Europa, alla lotta delle investiture e al confronto tra guelfi e ghibellini.

“L’archetipo dell’impero – scrive Zolla – s’è trasferito negli Stati Uniti, retti dal complesso mitico importato nel 1776 per novus ordo seculorum, com’è scritto sui biglietti da un dollaro” [in effetti: novus ordo seclorum, ndr].

In “Aure” ogni pagina ci trasmette il fascino di mondi scomparsi o in via di sparizione in un Occidente in declino, suscitando in noi una romantica nostalgia.

Nel saggio “Verità segrete” Zolla è profetico e con una frase icastica fissa l’immagine dell’orizzonte ideale  nel quale ci costringe l’ideologia della globalizzazione consumistica: “L’aldilà della quotidianità è l’apoteosi dell’immondezzaio”.

Del tempo della globalizzazione che ci consegna ad un nuovo feudalesimo dell’impero finanziario, con i suoi vassalli, valvassori e valvassini; che vuole costruire l’uomo neutro, senza patrie, senza radici, senza ideali, mero consumatore della quotidianità, Zolla profeticamente scrive: “ La quotidianità è lo stato dell’uomo che ha smesso di alienare da sé la religione, la divinità, lo spirito, ha cessato cioè di proiettare fuor di sé le antenne che gli possono consentire di cogliere gli stati superiori dell’essere.  Un urlo di orrore sfugge a chi per un momento si ridesti dal mondo del quotidiano e si veda circondato da gente che in questa oppressione vive senza nemmeno avvertire l’asfissia: conversa di fatterelli, di squadre sportive, di spettacoli televisivi, di vicende da rotocalco, sta sommersa nell’immondizia come in un bagno di vapore che la stordisce. Chi vive del quotidiano nel quotidiano non saprebbe più infilare un sillogismo all’altro, la deduzione lo spossa, la sintesi lo urta, se gli si parla di vita interiore crede che si intenda il fantasticare della sua mente ignara di significati”.

L’uomo quotidiano è l’uomo neutro, del quale scrive Claudio Risé; è il nuovo servo della gleba, metamorfosata nel debito pubblico.

“Con l’invenzione del debito pubblico mai ammortizzato – scrive Zolla – torna visibile la schiavitù; con la parte del reddito individuale destinato a pagare il debito pubblico se ne creano i titoli e il suddito, illuso di essere un libero cittadino, è venduto, pignorato, sottomesso alla banca col titolo che rappresenta la sua quota-lavoro: egli «è» quel titolo”.

L’uomo del quotidiano è senza immaginazione e poiché chi è “versato nella scienza dell’immaginazione sa cogliere le tenui premonizioni d’una catastrofe” e sa  che quando “mutano i sogni”, la “città è prossima al crollo”, all’uomo del quotidiano appartiene l’inconsapevolezza del disastro; va incontro agli eventi come un animale al macello; è l’armento sacrificale del gregge degli ignari.

Infine, Zolla è profeta anche quando ci propone un dialogo tratto dalla novella politica di B.Disraeli Coningsby:

 “ – Per conto mio non c’è errore più volgare di credere che le rivoluzioni siano dovute a ragioni economiche. Senza dubbio, queste hanno la loro parte nel precipitare una catastrofe, ma di rado ne sono la causa. Non conosco un periodo, ad esempio, in cui il benessere materiale in Inghilterra  fosse così diffuso come nel 1640. Il paese era moderatamente popolato, l’agricoltura progredita, il commercio florido, eppure l’Inghilterra stava alle soglie, dei mutamenti più sconvolgenti e violenti della sua storia.

  • Fu un movimento religioso.
  • Ammettiamolo; la causa, dunque, non fu materiale.

L’immaginazione dell’Inghilterra si sollevò contro il governo. Il che dimostra, allora, che quando quella facoltà si scatena in una nazione, pur di seguirne l’impulso, si sacrificherà persino il benessere materiale”.

Dialogo di evidente attualità, in questo scontro di civiltà alimentato da un’ideologia della morte, il cui immaginario è un paradiso costruito trasformando la Terra in un inferno di violenze  e di costrizione.

Il volume di Marsilio, che racchiude quattro saggi di Zolla, non è da leggere; è da studiare, meditare, introiettandone i messaggi antichi di una tradizione che è base per un futuro dell’Umanità non offeso dalla tracotanza delle ideologie.

Silvano Danesi

Attenzione al nazi-islamismo

Fiamma Nirenstein (Il Giornale del 5 febbraio 2012) scrive che il “mondo europeo e americano, dopo essersi dichiarato a iosa colpevole di non aver capito nulla, di non aver saputo prevedere le rivoluzioni arabe, adesso cerca una pericolosa scorciatoia: individuare nei Fratelli Musulmani, i grandi vincitori dello scuotimento, un interlocutore plausibile, aperto, perfino moderato. Basta frequentare le riunioni (recentemente per esempio quella delle commissioni estere convocata dall’UE) in cui si discutono i futuri rapporti con i nuovi poteri, per capire che il maggiore desiderio dei funzionari e dei politici addetti è avviare subito il previsto nuovo «piano Marshall» che dovrebbe aiutare lo sviluppo della democrazia. Non importa se dopo la mancata «primavera araba» aiuteremo la «primavera islamista».

A questo proposito va notato che i Fratelli Musulmani, fondati nel1928 inEgitto, dopo il collasso dell’Impero Ottomano, sono contrari alla secolarizzazione dell’Islam, hanno come riferimento la Jihād e sono stati molto influenzati da Hag Amin Al Husny, muftì di Gerusalemme nel 1921 e, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, alleato di Hitler. Nel 1941 lo troviamo a Berlino a sostenere la “soluzione finale” e a incitare i musulmani ad arruolarsi nelle file del Reich.

Dopo la guerra l’ex muftì nazista rinsaldò i rapporti con Sayyid Qutb e Haran al Bannah, rispettivamente teorico e fondatore dei Fratelli Mussulmani e pose sotto la sua ala protettiva Yasser Arafat.

Hag Amin Al Husny considerava l’Olocausto una macchinazione ebraica. Il negazionismo islamico ha dunque basi precise.

In Turchia il Main Kampf e i Protocolli dei Savi di Sion sono best seller, come in altri paesi islamici.

Su questa nazificazione dell’Islam nessuno riflette, anzi, si tende ad iscrivere i Fratelli Musulmani ad un orizzonte di sinistra terzomondista e di libertà dei popoli.

I Fratelli Musulmani, aggiunge Fiamma Nirenstein, “non si cambiano, non si comprano, non si dividono. E sono una forza abituata da una lunga tradizione a fare prudenti, cautissimi conti con amicizie e inimicizie alterne, ma alla fine sempre con l’occhio al califfato mondiale. È dal 1938 che lo ripetono col loro fondatore Hassan Al banna: «Allah è il nostro obiettivo, il Profeta il nostro leader, il Corano la nostra legge, la Jihad la nostra strada, morire sulla strada di Allah la nostra più grande speranza»”.

“Yussef Al Qaradawi – scrive ancora Fiamma Nirenstein – lo stesso clerico che ha cacciato i bloggers da piazza Tahrir, disse durante la guerra in Iraq che per i musulmani era un obbligo morale uccidere i cittadini americani. Hamas ha appena riaffermato la necessità religiosa di uccidere gli ebrei e combattere l’Occidente cristiano, e le promesse di stragi trovano conferma nell’appartenenza e varie branche della Fratellanza (come Al Qaeda) dei maggiori terroristi: Bin Laden, Ayman al Zawahiri, Khalid Sheich Muhammed, Anwar al Awlaki, lo sceicco Yassin, vengono tutti di là. Ma che fare dunque, si chiede l’Europa? Essi sono comunque ovunque, con sfumature nazionali diverse, i grandi vincitori della rivoluzione. Un’Internazionale grandiosa sostituirà il panarabismo dal Marocco al Golfo. La loro vittoria in Egitto, Fratelli e Salafiti al 75 per cento del parlamento, in Tunisia (con Ennahda, certo dal volto più umano, ma dal carattere integralista evidente), in Libia dove Al Qaeda è in agguato come anche in Yemen, pronti alla lotta in Giordania, ingaggiati in una disperata battaglia (insieme ad altre forze) contro il dittatore Assad in Siria, sapientemente ingaggiati in una larga diplomazia da parte della Turchia, essi hanno al momento senz’altro superato largamente l’asse sciita, costituita dall’Iran, la Siria, il Libano degli hezbollah. L’Arabia saudita naturalmente gioisce. Intanto Hamas, mentre cambia casa lasciando Damasco, segnala che il fronte sunnita della Fratellanza è quello prescelto”.

“I sensi di colpa, molto ben basati, per avere per decenni sostenuto dittatori che hanno schiacciato i popoli musulmani – conclude Fiamma Nirenstein – ci portano oggi verso il sostegno di una forza che farà indossare il velo alle donne, opprimerà le differenze sessuali e politiche, aggredirà la pace con Israele”.

Forse è ora di aprire gli occhi e di non agire sempre pensando solo agli interessi economici e finanziari. Dobbiamo pensare alle generazioni future, che non meritano un nuovo medioevo di intolleranza sotto il nazi-islamismo.

I crimini di Tito: 9 mila italiani nelle foibe

Nelle foibe, vittime del comunismo di Tito, sono finite circa 9 mila persone, ree soltanto di essere di nazionalità italiana. In ricordo di questa vergogna, simile a quella dei campi di sterminio nazista e dei gulag di Stalin, il Giornale di Brescia ha dedicato due pagine, dalle quali estraiamo l’intervista a Luciano Rubessa, presidente del Centro mondiale per la cultura giuliano-dalmata.

BRESCIA – 8.2.2012 – «Meglio via che diventare schiavi di Tito», titolavano i giornali del dopoguerra, raccontando la diaspora di 300-350.000 italiani fra Italia, Canada e Australia. Molti passarono anche per Brescia, per una sosta temporanea. O per mettere radici. Memorabili furono l’impegno e la passione profusi dal primo presidente degli esuli bresciani, Antonio («Tonci») Cepich, scomparso nel 2007. Luciano Rubessa, esule da Fiume, per anni ne ha continuato e sviluppato l’opera, ed oggi è il presidente del «Centro mondiale per la cultura giuliano-dalmata» (Cmc).Presidente Rubessa, come venne organizzata a Brescia l’accoglienza dei profughi e cosa resta di quell’esperienza così traumatica?
«Nella nostra città approdarono a più riprese oltre 5.000 esuli, sistemati nell’ex caserma di via Callegari. Altri vennero distribuiti nei campi raccolta profughi di Chiari (1.500 persone), Fasano, Bogliaco e Gargnano (2.000). Trovammo case e industrie distrutte, grande disoccupazione e, purtroppo, tanta, maledettissima fame. Eppure, nonostante i difficilissimi conti interni, i rudi e silenziosi bresciani ci accolsero benevolmente. I disagi furono pesanti, la miseria vera, ma la grande voglia di fare tipica della nostra gente e l’aiuto delle istituzioni dell’epoca, ci portarono col tempo a trovare lavoro e casa. Molte le privazioni e i disagi, ma forte la soddisfazione di aver contribuito alla ricostruzione e alla rinascita del Paese, ovunque ci siamo insediati».
A distanza di oltre sessant’anni dagli eccidi delle foibe e dal dramma dell’esodo, è possibile parlare ancora di «rivendicazioni» degli esuli? E quali?
«Le ferite non sono rimarginate. Non possiamo dimenticare gli infoibamenti, le deportazioni nei gulag, l’espulsione forzata di chi era colpevole soltanto di appartenere all’etnia italiana, le confische dei beni e l’umiliazione dei campi profughi. Alla Croazia, nell’ambito della procedura di adesione all’Ue, inoltriamo le medesime richieste già rivolte a suo tempo alla Slovenia, ossia: le scuse, in maniera ufficiale e solenne, agli italiani, agli esuli e ai loro famigliari; la restituzione dei beni confiscati ai legittimi proprietari, e in subordine un equo indennizzo; il permesso alla riesumazione dei corpi delle vittime gettate nelle foibe; l’obbligatorietà del bilinguismo negli istituti scolastici e universitari di tutta l’area istriana, quarnerina e dalmata, da estendere alla cartellonistica stradale».
Come ricorderete il 10 febbraio?
«Il Cmc ha promosso un convegno, venerdì mattina alle 10 in S. Giulia, sul ruolo della Serenissima, dell’Istria, Fiume e Dalmazia quali baluardi di civiltà ai confini orientali. Davanti ai tentativi di negare la verità storica, proponiamo un viaggio alle radici della secolare presenza e dell’eredità culturale latina e veneta in quell’area».

L’Islam conquista l’Europa

“Per fare solo un esempio, che può essere estremo – scrive Marco Zagni, nel suo “La svastica e la runa, Mursia – l’esperimento tedesco di «germanizzazione» di allora [il riferimento è al nazismo] si può paragonare (comunque in forma minore e comunque allora esplicita) all’attuale tacita massiccia operazione di «arabizzazione e magrebizzazione dell’Europa», così come denunciata dalla stessa Fallaci e che, nata come intenzione economico-solidale di basso profilo nel 1975, con la compiacenza di «forze globalizzanti» insite nelle stesse organizzazioni istituzionali europee, punta oramai a un completo stravolgimento dell’identità culturale del vecchio continente per trasformarlo in un «blocco eurabico», per puri interessi economici dell’élite finanziaria”.

Una riprova di quanto sta avvenendo, nella più totale indifferenza e sottovalutazione degli eventi è nei dati forniti da Fiamma Nirenstein (il Giornale, 22 gennaio 2012).

“Oggi – scrive Fiamma Nirenstein – l’immigrazione musulmana in Europa aumenta mentre le Chiese chiudono i battenti: ce ne dà le cifre, impressionanti, Soeren Kern, senior fellow del Gruppo di Studi Strategici per le Relazioni Transatlantiche basato a Madrid. La proliferazione di moschee in luoghi di culto cristiani abbandonati, secondo Kern, riflette il declino del Cristianesimo e la veloce crescita dell’Islam in Europa, fino al rimpiazzo. La nazione in cui si stanno proprio in questi giorni svolgendo gli ultimi episodi di questo romanzo è la Germania, a Duisburg dove la Chiesa cattolica ha annunciato un piano di chiusura di sei chiese. A Duisburg ci sono 500mila abitanti di cui 100mila musulmani, soprattutto turchi. Il giornale Der Western descrive una situazione drammatica nei distretti di Hamborn e Marxloh: qui l’unica chiesa che sopravvive è quella di San Pietro e Paolo e dovrebbe essere chiusa alla fine del 2012. A Marxloh c’è anche una moschea, la Merkez, dove si possono raccogliere 1200 persone. Per iniziativa del suo presidente Mohammed Al, le chiese verranno trasformate in moschee, ha detto. La popolazione musulmana è aumentata da 50mila persone nei primi anni Ottanta a 4 milioni, ci sono circa 200 moschee, più 128 in costruzione e 2600 sale di preghiera. Invece, 400 chiese cattoliche e 100 protestanti sono state chiuse. In Francia, il numero delle moschee è raddoppiato negli ultimi dieci anni raggiungendo le 2000 e Dalil Boubakeur, rettore della Grande Moschea di Parigi, vuole arrivare a 4000. Invece la Chiesa cattolica ha costruito 20 chiese in dieci anni e ne ha chiuse più di 60. Per forza: anche se in Francia ci sono 41,6 milioni di cattolici, solo 1,9 milioni si dichiarano praticanti, mentre su 4,5 milioni di musulmani dei 6 di nordafricani o subsahariani presenti sul territorio, ben 2,5 vanno alla moschea regolarmente. In Inghilterra, la situazione è ancora più seria: se 930mila musulmani vanno alla moschea, altrettanto fanno 913mila anglicani, ma siamo a casa della Regina. Diecimila chiese sono state chiuse dal 1960, fra cui 8000 chiese metodiste e 1700 anglicane. Nel 2020 si prevede la chiusura di altre 4000, mentre dall’altra parte ci sono 1700 moschee molte della quali in ex chiese, 2000 sale di preghiera e innumerevoli garage o magazzini trasformati in moschea”.

“Intanto – scrive sempre Fiamma Nirenstein – il clerico egiziano Ali Abu Al Hasan dalla tv Al Helma, il 6 gennaio ha fatto uno dei tanti annunci che galvanizzano e infiammano: «Con l’emigrazione musulmana e il rifiuto europeo di sposarsi e fare bambini, cento di loro fra dieci anni diventeranno ottanta, e gli ottanta sessanta… e i quaranta saranno dieci, e poi non resterà nessuno. L’Europa diventerà un solo Stato islamico». Esagerato? Lo ha detto lui”.

Il canone Rai e la nonnetta

E’ tempo di pagare il nuovo canone televisivo (vera e propria tassa), in tempi di crisi elevato a 112 euro. Conosco una nonnetta che prende 450 euro di pensione al mese. Volendo essere larghi, per 13 mesi fa la notevole cifra di 5850 euro. Il canone incide sul reddito della nonnetta in ragione dell’1,9 per cento. Si potrebbe obiettare che la nonnetta, avendo superato i 75 anni di età, ha diritto all’esenzione che riguarda chi vive da solo e ha un reddito non superiore a 516,46 euro al mese (la precisione è un vanto della Rai). Il fatto è che la nonnetta è vedova e ha una pensione di reversibilità del marito, che la porta alla favolosa somma di 680 euro el mese, pari a 8.840 euro annui. Essendo così ricca, non ha diritto all’esenzione. I sacrifici sono sacrifici. Anche stando al nuovo favoloso reddito, la tassa Rai incide in ragione dell’1,66 per cento. Non è necessario essere bocconiani a banchieri per usare la calcolatrice. E non ci vuole molto per capire che è ora di togliere una tassa inutile e vendere la Rai, che dà a due calciatori un milione di euro a testa per ballare nella trasmissione collegata alla lotteria di Capodanno, quella che fa sognare i poveri.  Solo sognare.