Trump mette la palla al centro per una vera trattativa di pace

Palla al centro. E’ questo, a mio modesto parere di osservatore dei fatti,  il significato della decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di spostare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti.

Quella di Trump è una mossa abile e coraggiosa, che mette un punto fermo sul fatto che Israele è la patria degli Ebrei, che è una realtà statuale non eliminabile e che con questa realtà è necessario fare i conti.

Palla al centro, perché in quella che da parte le anime belle del buonismo internazionale (ben sostenute nelle loro idee antisemite dalla solita pecunia che “non olet”, ma che è molto “oil”) viene definita una provocazione foriera di disastri, c’è invece la volontà decisa di far capire a tutti che ogni trattativa parte dal fatto che Israele c’è, è da riconoscere come entità statuale e che è la patria degli Ebrei. Un dato non scontato, dal momento che a maggio di quest’anno il comitato esecutivo dell’Unesco ha approvato, con 20 voti a favore, 10 contrari e 23 astensioni, la controversa risoluzione sulla “Palestina occupata”, intesa a far perdere a Israele la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme.

La risoluzione sulla “Palestina occupata”, presentata da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, prevede anche che ogni decisione della “potenza occupante” israeliana su Gerusalemme sia priva di valore: ciò metterebbe in dubbio la sovranità israeliana sull’intera città e non solo sulla sua parte orientale.

A luglio di quest’anno, l’Unesco, a Cracovia, ha riconosciuto la Tomba dei Patriarchi ad Hebron, in Cisgiordania, «sito palestinese» del Patrimonio Mondiale, con un voto favorevole  ad una Risoluzione presentata dai palestinesi.

La Tomba dei Patriarchi, secondo luogo santo dell’ebraismo, è il sepolcro di Abramo, Isacco e Giacobbe. La Tomba è luogo di devozione anche per i musulmani che lo chiamano ‘Santuario di Abramo’ o ‘Moschea di Abramo’, il quale, come è noto, era ebreo e non certamente arabo e tantomeno musulmano. La risoluzione su Hebron, che si riferisce alla città come “islamica”, nega migliaia di anni di presenza ebraica. Nella riunione annuale a Cracovia, prima  di prendere posizione su Hebron, l’Unesco ha definito Israele “potenza occupante” a Gerusalemme.

L’agenzia dell’Onu per la cultura e la scienza, alla faccia delle cultura e della scienza, in tre giorni di riunione a Cracovia, ha islamizzato le città più sante dell’ebraismo, Gerusalemme e Hebron.

La deriva islamista dell’Unesco ha indotto gli Stati Uniti ad uscire dall’Agenzia, dando un primo inequivocabile segnale: l’America di Trump è solidale con Israele, che considera un’entità statuale indiscutibile ed ineliminabile. Chi vuole davvero un processo di pace deve partire da qui, ossia dalla constatazione che Israele c’è, che Israele va riconosciuto come Stato e che con Israele si deve trattare.

Il segnale è forte anche per l’Europa, per l’antisionismo emergente in molti ambienti europei e per gli stessi governanti dei paesi che fanno parte dell’Unione Europea: gli Usa stanno con Israele.

Palla al centro, dunque, per riprendere le trattative.

Trump, infatti, ha aggiunto: “Farò tutto quello che è in mio potere per un accordo israelo-palestinese che sia accettabile da entrambe le parti. E gli Stati Uniti continuano a sostenere la soluzione dei due Stati”.

I finti sostenitori dell’accordo israelo-palestinese citano gli accordi con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994) come testimonianze della possibilità di voltare pagina nell’area. Gli accordi di pace sottoscritti fra Gerusalemme, Il Cairo e poi Amman, presupponevano una condizione preliminare: il mutuo riconoscimento.

Sia il governo di Ramallah di Abu Mazen, sia il governo di Hamas a Gaza, si rifiutano di riconoscere la legittimità dello stato di Israele.

Ben 21 stati non hanno mai riconosciuto Israele o non intrattengono alcuna relazione diplomatica: Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Bhutan, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Gibuti, Indonesia, Iraq, Isole delle Comore, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Nord Corea, Pakistan, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

A questi si aggiungono altri 15 Stati che in passato hanno intrattenuto relazioni diplomatiche con Gerusalemme, con o senza soluzione di continuità e che le hanno interrotte negli anni passati per eventi generalmente riconducibili ad ostilità che in diversi momenti hanno interessato Israele: Bahrain, Bolivia, Chad, Cuba, Guinea, Iran, Mali, Marocco, Mauritania, Nicaragua, Niger, Oman, Qatar, Tunisia, Venezuela.

Nel luglio di quest’anno, al canto di “morte a Israele” gli oltranzisti della rivoluzione khomeinista hanno ricordato la “profezia” dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica: niente rimarrà dello Stato ebraico “entro il 2040”. Alla manifestazione hanno partecipato anche il presidente Hassan Rohani, su posizioni più moderate e il presidente del Parlamento Ali Larijani, che ha attaccato Israele frontalmente, come “madre del terrorismo” e “peggior terrorista di tutti i tempi”.

La mossa di Trump chiama in causa anche la Russia di Putin, che ultimamente si è posta sempre più come potenza di area in rapporto stretto con Teheran e con il mondo sciita.

Palla al centro, dunque, per avviare una trattativa vera, che parte dal fatto che la presenza dello Stato di Israele è un dato di fatto ineliminabile. Chi vuole davvero la pace e un accordo che veda nell’aera la presenza di due Stati, quello di Israele e quello della Palestina, deve partire da qui. Trump ha imposto un gioco a carte scoperte, interrompendo le derive islamiste, dell’impotente Unione Europea e  delle Nazioni Unite, chiudendo la fase delle finzioni.

Silvano Danesi

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