Sul Covid una tecnica comunicativa da marketing dell’incertezza.

L’8 giugno, secondo le previsioni dell’Istituto Superiore della Sanità, doveva essere il giorno più nero dell’epidemia, con 151 mila ricoverati in terapia intensiva.

Breve parentesi relativa alla comunicazione.

Perché proprio 151 e non 150? La cifra tonda avrebbe dato la dimensione globale comunque, considerato che non è possibile prevedere un migliaio in più o in meno di casi su 150 mila, con un delta di circa lo 0,6 per cento.

Perché si vendono le cifre del Covid con le tecniche del marketing. Un oggetto che costa 4,99 ti dà il senso del 4 e non del cinque. Il 151 ti dà l’idea di 150 e più. La cifra è volutamente enfatizzante.

I dati reali dell’8 giugno sono: dei 280 tamponi positivi rilevati, la maggior parte è in Lombardia, con 194 nuovi positivi (il 69,2% dei nuovi contagi). Tra le altre regioni l’incremento di casi è di 14 casi in Piemonte, 20 in Emilia Romagna, di 14 in Liguria e di 16 nel Lazio. Zero casi in Abruzzo, Umbria, Sardegna, Valle d’Aosta, Calabria, Molise Basilicata. Un solo caso in Puglia, Sicilia, Friuli V.G. e un caso rispettivamente in provincia di Trento e di Bolzano. Due casi in Marche e Campania, 4 in Veneto e 9 in Toscana.

Il numero totale di persone che hanno contratto il virus dall’inizio dell’epidemia è 235.278.
In terapia intensiva si trovano l’8 giugno 283 persone, 4 meno del giorno prima. Sono ancora ricoverate con sintomi 4729 persone, 135 meno del giorno prima. In isolamento domiciliare 29.718 persone (-393 rispetto al giorno prima). Nelle ultime ventiquattr’ore sono morte 65 persone (il giorno prima le vittime erano state 53), arrivando a un totale di decessi 33.964. I guariti raggiungono quota 166.584, per un aumento in 24 ore di 747 unità (il giorno prima erano state dichiarate guarite 759 persone). Il calo dei malati (ovvero le persone positive) è stato pari a 532 unità (il giorno prima erano stati 615), mentre i nuovi contagi rilevati nelle ultime 24 ore sono stati 280 (il giorno prima 197).

 

L’aumento dei contagiati rilevati è dovuto all’aumento dei tamponi effettuati e, comunque, il dato nei giorni attorno all’8 di giugno oscilla tra lo 0,5 e l’1 per cento di positivi sui tamponi effettuati.

 

Il 7 giugno (riportato da Il Messaggero), il commissario Domenico Arcuri in un programma di Rai 3 del giorno prima, sostiene che l’App Immuni è importante e che bisogna dare la caccia agli asintomatici, “che – dice il commissario – in questa fase sono più importanti di chi il virus ce l’ha”.

 

L’8 giugno l’Oms afferma che l’uso dei guanti, prima ritenuti mezzo decisivo per evitare il contagio, aumenta il rischio di infezione e indossare sempre le mascherine, ritenute anch’esse indispensabili, non protegge dal virus, se non ci sono altri accorgimenti.

Il 9 giugno la stampa riferisce che la dottoressa Maria Van Kerkove , capo del team tecnico anti Covid-19 dell’Oms, durante un briefing del giorno prima, ossia dell’8 giugno, ha dichiarato: “E’ molto raro che un asintomatico possa tramettere il virus”. L’affermazione è suffragata dall’analisi dei dati dei vari Paese affetti da Coronavirus.

Il 9 giugno giunge una precisazione della stessa Maria Van Kerkove (vedi Sky Tg 24), la quale chiarisce di essere stata fraintesa: “Stavo rispondendo a una domanda e non esprimendo una posizione dell’Oms. Ho usato la parola “molto rara” e c’è stato un fraintendimento perché è sembrato che dicessi che la trasmissione asintomatica è globalmente molto rara. Mentre mi riferivo a un set di dati limitati”. “E’ necessario – prosegue la Van Kerkhove – fare una differenza tra quel che sappiamo, quel che non sappiamo e quel che stiamo ancora cercando di capire. Sappiamo che di solito le persone infettate dal coronavirus Sars-CoV-2 sviluppano i sintomi, ma in una piccola parte dei casi ciò non avviene. Sappiamo anche che la maggior parte delle infezioni è provocata da pazienti sintomatici che contagiano altre persone attraverso le goccioline di saliva infette. Ma c’è una proporzione di persone che non sviluppa sintomi e non sappiamo ancora quante siano, potrebbero essere dal 6% al 41% della popolazione che si infetta, a seconda delle stime. Sappiamo che alcuni asintomatici possono trasmettere il virus, ma dobbiamo ancora chiarire qual è il loro numero. Ciò che ho detto ieri in conferenza stampa si riferiva a piccoli studi pubblicati”.

Marcia indietro un poco contorta, considerato che la questione degli asintomatici è ondivaga da sempre in casa Oms.

Infatti il 30 gennaio 2020 l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria mondiale (la pandemia sarà dichiarata solo l’11 marzo) e Tedros Adhanom Ghebresyesus, che è al capo dell’Organizzazione mondiale della sanità, commentando i dati di Pechino nei quali non vengono consuiderati gli asintomatici, dichiara che “la percentuale di infezioni veramente asintomatiche non sembra un fattore trainante della trasmissione”.

Il 31 gennaio le linee guida dell’Oms sostengono che un paziente è sosptetto di coronavirus solo se ha i sintomi di un’acuta infezione respiratoria con febbre di 37,5 gradi e ha avuto un contatto con la Cina.

Bisogna arrivare al 16 marzo 2020 per sentire la signora Van Kerkhove dichiarare che “la nostra definizione di caso infetto include anche gli asintomatici”.

La questione degli asintomatici va e viene a seconda delle convenienze e di una strategia comunicativa che tende, come è ormai evidente, a generare paura, incertezza, confusione, divisione nella popolazione tra i chi vorrebbe la mascherina e il distanziamento sociale anche a letto e chi ritiene che i dati dicano ben altro.

Un giorno risponde al fatto che si vuole recuperare il contributo Usa e il giorno dopo che non si vuol perdere la Cina, che, guarda caso, delocalizza le sue aziende in Etiopia (patria di Tedros Adhanom Ghebresyesus) e nel Corno d’Africa.

Il quadro scientifico più corretto lo fornisce il fisico Fabio Truc, persona che conosco, che è un amico e che è di assoluta serietà e onestà, in un’intervista a Giuseppe Zois di Bergamonews afferma: “Zangrillo ha quasi ragione, il Covid si è molto indebolito”.

Chi è Fabio Truc.

Appena finiti gli studi e vinta una borsa di studio approdò al Cern dove ha lavorato per 7 anni svolgendo ricerche nella fisica delle particelle elementari. Successivamente si è trasferito all’università “La Sapienza” di Roma dove ha contribuito al primo esperimento al mondo di teletrasporto quantistico realizzato con il gruppo sperimentale del professor De Martini negli anni Novanta. La svolta di vita avviene quando a un convegno conosce Lucien Israel, uno dei più prestigiosi oncologi dell’epoca che invitò Fabio a Parigi a lavorare sul cancro. È ancora lì, dove lavora da oltre vent’anni nell’oncologia sperimentale e insegna. Con Israel è stato messo a punto un modello che spiegherebbe l’origine del tumore. Ha insegnato Fisica al Politecnico di Torino, a Roma, Nizza e Parigi. Nella prima parte della vita ha lavorato principalmente sulla Fisica teorica e adesso si dedica interamente allo studio di come una cellula possa portare a sviluppare il cancro e quali relazioni corrano tra virus e cancro.

 

Fabio Truc, fa ricerca da vent’anni a Parigi: “Userei qualche cautela nel sostenere che il virus è definitivamente scomparso e quindi non dobbiamo abbassare troppo il livello di guardia”

Fabio Truc, 60 anni, originario di Cogne, è un fisico teorico, ricercatore e docente universitario.

Dopo le dirompenti dichiarazioni fatte dal professor Alberto Zangrillo, secondo cui il “covid-19” non esiste più, Giuseppe Zois ha raccolto il suo qualificato parere.

Di seguito il testo integrale dell’intervista:

“Io sono fondamentalmente d’accordo con quanto ha dichiarato Alberto Zangrillo – commenta -. Userei qualche cautela nel sostenere che il virus è definitivamente scomparso e quindi non dobbiamo abbassare troppo il livello di guardia, soprattutto con le norme igieniche e di distanziamento sociale che abbiamo osservato in questi mesi, come lavarci le mani, usare i guanti, tenere le distanze e metterci le mascherine. Tutto questo sì”.

D -Ci spieghi.

Che il virus non sia del tutto scomparso lo confermano i dati della Regione Lombardia, dove ancora si registrano comunque alcune decine di positivi ogni giorno (lunedì 50). Dal punto di vista virologico, però, concordo con Zangrillo, sulla base anche delle esperienze fatte e non solo con il coronavirus. Il concetto portante è che il virus non ha interesse a uccidere il suo ospite e quindi a essere troppo aggressivo, perché se uccide il suo ospite, questo non gli dà più la possibilità di riprodursi, moltiplicarsi e propagarsi e infettando altre persone. Se uccide il paziente, il virus muore con lui o comunque ha poche possibilità di moltiplicarsi e diffondersi. Questi virus continuamente si modificano, un po’ di più o un po’ di meno. Come si dice in gergo evoluzionistico, si adattano. E l’adattamento prevede che ci sia un patto di non eccessiva belligeranza tra il sistema immunitario dell’ospite e il virus. “Tu lasci vivere me e io lascio moltiplicare te” e quindi il virus diventa via via meno letale, il paziente subisce meno danni e consente al virus di riprodursi. Questo è un meccanismo evolutivo: ed è – ipotizzo – su questa base che Zangrillo parla di scomparsa del virus o in ogni modo di un suo sicuro indebolimento. Dal punto di vista clinico il “covid-19” risulta depauperato, la malattia viene curata più facilmente, anche a domicilio, inoltre abbiamo capito in modo più approfondito la serie di guai che il virus innesca nel nostro organismo. A riscontro abbiamo il fatto che si stanno svuotando le rianimazioni e le terapie intensive. Normalmente in 90 giorni sono il tempo necessario per osservare la tipica curva di comportamento del virus.

D – Quindi il vaccino può non servire?

Se continua questo indebolimento del virus, potrebbe vacillare l’utilità del vaccino, con evidenti ripercussioni anche per la potente industria farmaceutica. Poi, cosa succederà a settembre, quando ritornerà il freddo e ci saranno forse condizioni più favorevoli al contagio sarà tutto da vedere.

Sembra ottimista.

Io continuo a rimanere abbastanza ottimista, visto che questo virus si è stabilizzato su un profilo di aggressività molto più basso rispetto agli esordi e non a caso si vedono tamponi con sempre meno carica virale. Non dimentichiamo che è importante la carica virale. Ci vuole una certa quantità di virus per contagiare, non è sufficiente ad esempio un virus agganciato a una particella di pulviscolo atmosferico.

D – Cosa abbiamo imparato da tutto questo?

Che la stessa virologia, l’epidemiologia e l’infettivologia andranno perfezionate alla luce di quanto è successo. In questa emergenza dobbiamo ascoltare i virologi più autorevoli, non necessariamente gli abituali frequentatori degli studi televisivi. E con loro i medici che hanno curato i pazienti e che sono stati e sono in prima linea nel fronteggiare il coronavirus. Ritengo pertanto autorevole l’opinione espressa dal prof. Zangrillo alla luce della grande esperienza clinica che gli ha consentito di ben comprendere l’eziopatogenesi e l’insidioso comportamento di questa malattia.

D – Perché questa alta concentrazione virale e letale in Lombardia e al Nord in generale, con epicentro a Bergamo-Brescia e meno al Centro e al Sud Italia?

È una domanda da cento pistole. Nessuno è in grado di dare una risposta certa. C’è stata una concomitanza di cause che hanno portato a questa diffusione così rilevante del virus nel Nord Italia e nel confinante Cantone Ticino. Alcune scuole di pensiero sono più attendibili, altre più fantasiose. Mi sono fatto l’idea della “tempesta perfetta”. La Lombardia, con Codogno – 21 febbraio 2020 – è stata la prima ad essere interessata da questo contagio che circolava da almeno un mese. L’emergenza ha colto tutti spiazzati. Nei luoghi chiusi e affollati il virus ha trovato le condizioni ideali per espandersi: dai Pronto Soccorso agli ospedali, alle residenze per anziani. Quando si è capito che la strategia da attuare era il distanziamento sociale, il guaio era già stato fatto. La gente non doveva andare ad affollare i Pronto Soccorso e gli ospedali, ma – come s’è visto fare in Germania – doveva essere curata sul territorio: purtroppo questo s’è capito dopo.

D _L’errore iniziale di aver abbassato la guardia. Si sono viste troppe leggerezze, incaute uscite e anche inefficienze unite ai ritardi e alle comprensibili improvvisazioni…

Indubbiamente, anche per colpa degli scienziati, molti dei quali autorevoli – li abbiamo visti tutti in televisione – che banalizzavano dicendo trattarsi di una forma influenzale poco più che leggera. E si spiegò che la prima serie di decessi non era “per” coronavirus ma “con” il coronavirus. Tutti si sono tranquillizzati, abbassando la guardia. Altro fattore precipitante: la densità di popolazione sul territorio, con rischio molto alto di contagio per contiguità.

D- C’è chi invoca anche il fattore inquinamento.

Se uno guarda dal satellite, vede che le zone più interessate dal virus – Piemonte, Cantone Ticino, Lombardia, Veneto e Emilia Romagna – sono ad altissimo inquinamento, fatto soprattutto di polveri sottili costituite da nanoparticelle. Il virus si aggancerebbe a queste piccole particelle che diventerebbero dei vettori, con propagazione anche per via aerea: è una correlazione che sta prendendo
consistenza.

D – Hanno sbagliato in molti nel costruire modelli di proiezione che non funzionano per capire le modalità di una pandemia, lo sviluppo della stessa, quando questa finirà, se ci sarà contagio di ritorno…

Quando parliamo del numero dei contagiati, si è costretti all’approssimazione perché non sono stati fatti sufficienti tamponi e perché il tampone attuale non è affidabile, restituendo troppi falsi positivi e falsi negativi. Tutto questo impianto di base ha prodotto dei numeri a loro volta molto “malati” e lavorare su questi porta a risultati sballati. Molti ci hanno detto che alla metà di aprile sarebbe stato tutto risolto, poi abbiamo visto com’è andata. Ma non perché sono sbagliati i modelli matematici, quanto per l’inserimento di numeri imprecisi. Non sono un epidemiologo, ma quello che io consiglierei è di non partire da questi numeri di contagiati: non lo sapremo mai con esattezza quanti sono. Sicuramente molti, molti di più di quelli che ogni giorno la Protezione Civile diffonde. Sono convinto che questo virus ha cominciato a girare già a dicembre e quindi le persone positive nel mondo sono milioni e milioni. È perciò inutile lavorare su numeri probabili: bisogna partire dai dati certi, che sono i decessi.

D – Come prova d’urto dell’epoca globale quale la sua valutazione?

Al momento l’unico strumento che siamo riusciti a mettere in campo è il distanziamento sociale, che ha innegabilmente dato dei risultati. Non è ancora chiaro dove si può porre il punto di rottura, lo vedremo alla fine, quando saremo fuori dal tunnel.

D – Lei però sostiene che prima di questo cataclisma c’è stata una prova generale di nome Chernobyl.

Ritengo Chernobyl un piccolo allenamento di fondocampo in vista dell’attuale ciclone. C’è un parallelismo interessante. Là, un neutrone, che è una particella nucleare – una sorta di piccolo proiettile – va a colpire un nucleo di uranio e lo spacca in due. Questa operazione libera un sacco di energia ma anche altri neutroni che vanno a bersagliare altri nuclei, li rompono, scatenando uno sciame di neutroni. Si tratta di una reazione a catena che va moderata con apposite barre di controllo, altrimenti diventa una bomba atomica. Per una serie di errori umani a Chernobyl la reazione sfuggì al controllo con le conseguenze tristemente note.

D – Dove sta l’analogia con il coronavirus?

Anche la propagazione del “covid-19” è una catena: un soggetto infetto mediamente ne contagia altri due, poi gli altri due ne uncineranno altri due e avanti così. Il correttivo di questa pandemia è il distanziamento sociale, per fare in modo che un malato non ne contagi più due, ma uno soltanto e poi nemmeno più quello.

D – Parliamo di questo virus misterioso, ignoto, che muta anche velocemente e che ha invaso il pianeta.

Noi scienziati pensavamo fino a qualche tempo fa che fosse un salto di specie, passato dall’animale all’uomo, come già successo molte volte; oppure – piano B – c’è qualcuno che l’ha manipolato in laboratorio. Considerando quante volte il salto di specie dall’animale all’uomo si è ripetuto – dall’Hiv alla Sars, dall’influenza aviaria, alla rabbia, all’ebola – è ormai dato per certo che ci sia stato l’ennesimo salto dall’animale all’uomo, soprattutto pensando a Wuhan dove c’è un’altissima densità di popolazione, dove si mangiano animali di ogni genere, cotti e crudi, dove insomma ci sono le condizioni ideali per un contagio. A Wuhan però c’è anche un laboratorio dove – guarda caso – si fanno esperimenti su virus come i coronavirus, ragion per cui alcuni ambienti hanno sostenuto anche l’ipotesi che il virus sia partito dal laboratorio, forse per un errore.

Le mutazioni del virus e il “cricchetto di Muller”

D – È possibile immaginare quando finirà la “tempesta”?

Credo che non avremo un vaccino affidabile prima di un paio d’anni. Intravedo una speranza. Si sa che il virus muta molto rapidamente e questo potrebbe essere il suo tallone d’Achille. Si chiama “ingranaggio di Muller” o “cricchetto di Muller” (il virus che muta, non può più tornare indietro). Con le mutazioni, il virus introduce nel suo DNA delle varianti che sono quasi sempre deleterie, quindi continuando a mutare perde col tempo la sua carica patogena fino ad estinguersi.

D – Dovendo trovare un’analogia più riscontrabile nella quotidianità vissuta?

Mi servo di un esempio illuminante che un medico vostro bergamasco, il dottor Giancarlo Minuscoli, mi portò, partendo dall’influenza più comune, che conosciamo tutti. “I primi che la prendono – argomentava – la vivono in forma molto dura e se ne devono magari stare a letto anche per una settimana, poi, via via, le forme calano di intensità. Questo forse perché i virus mutano, per un fatto evolutivo, ed è il caso che introduce queste mutazioni che evidentemente favoriscono l’ospite in qualche modo. Gli ultimi che prendono l’influenza, la passano in piedi”. Questo coronavirus lo conosciamo troppo poco e ci ha spiazzati tutti.

D – Lei ha fatto autocritica dichiarando che “noi scienziati avremmo dovuto prevedere con molto anticipo”…

Col coronavirus la scienza ha mostrato i suoi limiti. Non abbiamo al momento una cura, procediamo per tentativi. Possiamo debellare il virus solo ritrovando il senso della collettività con occhio tecnico-scientifico. Il virus ha bisogno di una popolazione per propagarsi, per contro noi dobbiamo essere la popolazione che lo ferma. Una comunità che sia tale è molto di più della somma dei suoi singoli e riesce in imprese impossibili alla somma dei singoli.

D – Aspettando il vaccino, dove e quando arriveremo? E adesso si aspetta il San Vaccino, ma ci sono anche molte e fondate preoccupazioni che circondano questa attesa, con percepibile strapotere dell’industria del farmaco. Dove stiamo andando?

Intanto, secondo me, fare un vaccino su questo virus è difficile per la sua continua metamorfosi. In molti ci stanno provando, vedremo. Non mi piace atteggiarmi a futurologo.

D – Come mai noi tutti gli anni dobbiamo vaccinarci contro l’influenza? E come si può predisporre un vaccino anti-influenzale – che è preventivo – rispetto ad un virus che ancora non si conosce?

Il virus cambia, anche poco, ma cambia. C’è da dire che i ceppi influenzali ormai sono ben conosciuti: si sa come mutano e si riesce pertanto a mettere a punto un nuovo vaccino ogni anno. Con il coronavirus non sappiamo quanto muta e pertanto “costruire” un vaccino adesso e iniettarlo a tutti potrebbe essere una perdita di tempo o un azzardo rischioso. È sufficiente un leggero mutamento per vanificare la copertura. E siamo di nuovo esposti, esattamente come per i virus influenzali, dove siamo vulnerabili, anche se abbiamo fatto la vaccinazione l’anno precedente. È un rito che si impone ogni anno, per la nostra salute.

D – Il grosso problema adesso è capire se chi ha già superato il “covid-19” si potrà reinfettare in futuro o no.

A questo quesito oggi la scienza non è in grado di rispondere. Realisticamente vedo lontana la soluzione del vaccino anti-coronavirus. Quello che bisogna fare adesso è concentrarsi bene sui meccanismi che questo virus innesca nel nostro corpo e che a volte sono letali. Il punto cruciale è l’interazione tra questo vaccino e il nostro sistema immunitario. I grossi guai pare che siano scatenati dal nostro sistema immunitario più che dal virus. Il virus infetta le cellule e poi succede qualcosa nel nostro corpo e in alcuni casi, soprattutto nei pazienti anziani e debilitati, si avvia un processo di degenerazione verso malattie mortali, come questa polmonite che poi non pare una polmonite, ma piuttosto un problema tromboembolico, di microembolie nei vasi polmonari (i polmoni si riempiono di microtrombi). Cade quindi la pista della polmonite interstiziale, come ci avevano spiegato e motivato i cinesi.

D – Da fisico, ricercatore, studioso, quale sarebbe la sua ricetta?

In primo luogo, capire per tempo cosa succede nel corpo di un malato di “covid-19”; poi cercare una cura. Secondo me, si arriverebbe ben prima alla meta, cioè a debellare il “covid-19”. Certo è però che il vaccino “produce” molti soldi e qui entriamo nella big pharma e nella pericolosità di questi scenari, perché una campagna di vaccinazioni di massa diventerebbe poi un passo obbligatorio.

D – Fabio Truc oggi: più ottimista, più pessimista o nella terra di mezzo dei “forse”?

Per mia indole sono ottimista, ma nella situazione attuale non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno. Il mio è un ottimismo di pancia, non certo di testa.

© Silvano Danesi

 

 

 

 

 

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