La tolleranza, virtù dell’incontro, e i suoi limiti.

Il tema della tolleranza, impostosi con la forza della necessità nell’Europa insanguinata dalle guerre di religione e affermatosi con la forza della ragione, è uno dei temi centrali della riflessione massonica ed è divenuto uno dei paradigmi della civiltà europea, madre della cosiddetta civiltà occidentale.

Il tema si è imposto come drammatica necessità anche nella prima metà del XX secolo, quando i figli dell’idea dello Stato etico, nuova religione laica, hanno insanguinato il vecchio continente, portando la protervia del potere del Leviatano a livelli orribili di inumanità.

Fascismo, comunismo, nazismo hanno massacrato l’Europa dalla Manica agli Urali e hanno seminato nel mondo i loro semi malefici, che ancora oggi danno origine a piante velenose e infestanti.

Nello scorcio di fine millennio e, drammaticamente, in questo esordio  di inzio del nuovo secolo e del nuovo millennio, il tema della tolleranza si impone con la forza della necessità per l’insorgere minaccioso della violenza del fanatismo islamico, che intende costituire nel mondo uno stato teocratico contrario ad ogni principio di libertà individuale e di pensiero e alieno ad ogni forma di democrazia.

Libertà personale e di pensiero, democrazia, parità dei sessi, sono conquiste del continente europeo e sono frutti delicati, prodotti grazie anche al fertilizzante offerto dal pensiero massonico.

La tolleranza, non a caso, è considerata la prima virtù del Libero Muratore.

Nei documenti massonici la tolleranza viene descritta come metodo e come valore in quanto “permette a uomini di carattere e condizioni diverse di sedere fraternamente” in comune e “di lavorare per gli stessi scopi con il più assoluto, affettuoso, reciproco rispetto, ovvero in piena uguaglianza e fratellanza”.

La tolleranza come metodo e valore, rende possibile attuare quanto è detto nei documenti massonici in relazione alle definizioni di libertà, morale, virtù.

“Da parte nostra – si legge a conclusione delle descrizioni scritte nei documenti massonici a proposito di libertà, morale e virtù  – vi abbiamo proposto le definizioni che la Libera Muratoria ha adottato qualche secolo fa , pur sapendo che Libertà, Morale, Virtù non sono principi perfettamente uguali in ogni tempo o presso ogni popolo”.

Questa affermazione introduce il concetto di tolleranza come virtù degli incontri, che presuppone capacità di identificazione e che, generando una rete empatica, ha come esito pratiche di rispetto personale.

Rispetto anzitutto di se stessi, in quanto ogni incertezza significativa sulla nostra identità ci conduce ad essere stranieri a noi stessi. E la nostra identità inizia con la conoscenza del nostro corpo, delle sue potenzialità, dei suoi limiti, in quanto la sua animalità obbedisce all’istinto. Conoscere il nostro corpo significa conoscere la hyle e per dirla in termini gnostico-valentiniani, il nostro essere ilici. Vi è poi la conoscenza della nostra psiché o anima (il nostro essere psichici) e, dulcis in fundo, del nostro spirito (gli gnostici direbbero pneuma).

Perché cito lo gnosticismo? Per il fatto che è una delle grandi correnti di pensiero che ispira l’esperienza latomistica e che, se non compresa o compresa ad usum, può condurre a pesanti conseguenze.

Nel caso personale un guasto evidente deriverebbe dall’identificazione con la hyle, ma guasti altrettanto evidenti si produrrebbero nell’identificazione con la psiché o con il pneuma. In questo ultimo caso, il ritenersi pneumatici, l’identificarsi con la sola parte spirituale, produrrebbe un’inflazione tragica e patologica.

La via da seguire è quella del riconoscimento dell’identità trinitaria dell’essere umano che è ilico, psichico e pneumatico (coporeo, animato e spirituale), ossia quella del dialogo costante tra le parti che si riconoscono come unità e si tollerano, ossia si incontrano e si comprendono. L’alternativa è la nevrosi.

Conoscere la propria animalità è essenziale alla determinazione della propria moralità, ossia dell’idea di noi stessi nel contesto sociale, poiché, come ci avverte Jung, “la natura pulsionale dell’uomo si trova costantemente a urtare contro le limitazioni imposte dalla civiltà”. [i] Essenziale al determinarsi della propria moralità è altresi il conoscere la propria anima e il proprio spirito.

L’essere stranieri a se stessi è fonte di nevrosi, poiché la “nevrosi è una frattura con sé stessi. La causa di questa frattura deriva, nella maggior parte degli uomini, dal fatto che la coscienza vorrebbe tener fede al suo ideale morale, mentre l’inconscio tende a un proprio ideale immorale (almeno nel senso attuale) che la coscienza vorrebbe rinnegare”.[ii]

L’imperativo iniziatico: “Conosci te stesso” di apollinea e, pertanto, di iperborea tradizione primordiale derivazione, è dunque anzitutto l’invito all’incontro, ossia alla tolleranza.

E qui si apre la riflessione su un altro aspetto, che riguarda la luce e le tenebre.

Il conoscere se stessi implica, infatti,  fare i conti con l’altra faccia della nostra natura, ossia con l’Ombra.

“C’è qualcosa di terribile – afferma Jung – nello scoprire che l’uomo ha anche un lato oscuro, una parte in ombra che non consiste soltanto in piccole debolezze e in piccoli difetti, ma è dotata di una dinamica addirittura demoniaca” [iii], laddove il termine demoniaco va inteso nel suo significato originario di daimon, che non risponde ai criteri imposti dal SI (la psiché collettiva), ma a quelli del SÉ, che è al centro dell’inconscio.

La lotta tra il lato chiaro e il lato oscuro ha ispirato molte opere letterarie, come il Faust di Goethe, Il signore degli anelli, di Tolkien e, più recentemente, Harry Potter, per citarne alcune molto conosciute. Significativo il ruolo dell’Ombra nel Gioco delle perle di vetro di Herman Hesse.

Queste opere, citate come esempio, sono aspetti attuali di un’antica disquisizione iniziatica riguardante il “bene” e il “male” come coesistenti e irriducibilmente opposti (es. gnosticismo radicale manicheo) oppure, intesi come poli di un’unica realtà e svestiti da connotazioni soteriologiche, come coesistenti e, nel loro rapporto “polemico”, generatori di energia e di vitalità (il polemos di Eraclito).

La morte iniziatica, dunque, è tolleranza, ossia incontro delle tre parti della trinità umana che si riconoscono nella loro unità, essendo la trinità la necessaria dinamis dell’unità, ossia la necessaria modalità del suo transito nel mondo del manifesto.

Gli iniziati, “seguendo l’antico assioma mistico: «Liberati da ciò che hai, e allora riceverai», … devono infatti rinunciare a quasi tutte le loro illusioni più care per far emergere in sé qualcosa di più profondo, più bello, più vasto”. [iv]

Il conoscere noi stessi è pertanto il presupposto essenziale per ogni ulteriore incontro basato sul criterio di tolleranza, perché il conoscere se stessi è la sperimentazione della tolleranza della nostra unità nella nostra trinità.

Traslato sul piano sociale, ossia degli incontri con gli altri esseri umani, il concetto declina in termini che attengono alla polis. Il prevalere delle masse consegnerebbe l’umanità alla materialità, all’istintualità, alle passioni; il prevalere dell’aspetto psichico ad un’intellettualità algida; il prevalere dell’aspetto pneumatico ad una presunzione disincarnante.

L’orrido baratro  dell’umanità si raggiunge quando l’aspetto ilico, armato dell’aspetto psichico, si spaccia per pneumatico, cosicché l’iniziato a Mammona si presenta come il rappresentante del Divino. E’ l’antica storia della controiniziazione, sempre pronta a presentarsi sulla scena del mondo.

La saggezza è la tolleranza che agisce nella trinità umana e la mantiene nella coscienza della sua unità e, sul piano sociale e politico, è la dinamica tra la massa, l’intellettualità e la spiritualità; dinamica polemica continuamente alla ricerca dell’equilibrio e dell’unità.

La tolleranza presuppone la reciprocità

Presupposto essenziale della virtù dell’incontro, ossia della tolleranza, è la reciprocità. Se non c’è reciprocità c’è intolleranza.

L’intolleranza – ci avverte Salvatore Veca – si mostra come “promessa di reciprocità violata e negata, non mantenuta”. [v]

La tolleranza sociale,  come virtù della convivenza di differenti mondi identitari, ha come imprescindibile il principio di reciprocità.

Lo stesso concetto contenuto nel trinomio Libertà, Uguaglianza, Fraternità, se lo si astrae dal suo significato storico politico, legato alla Rivoluzione francese, è comprensibile solo se si fa riferimento al valore della tolleranza. La tolleranza come valore esercitato rende i Fratelli uguali nell’esercizio della tolleranza stessa, che ne accoglie la diversità e i limiti e le provvisorietà delle posizioni personali e identitarie di gruppo, di clan, di religione, ecc.

La tolleranza tra diversi fa necessariamente i conti con l’idea del mondo che ogni individuo ha.

Il concetto è ben espresso dal vocabolo tedesco weltanschauung, che, suggerisce Jung, può essere definito non solo come “concetto di mondo”, ma anche come “la maniera con cui si guarda al mondo: visione del mondo e della vita” e aggiunge: “E’ lecito parlare di visione del mondo solo quando si è almeno fatto seriamente il tentativo di formulare concettualmente o intuitivamente il proprio orientamento, cioè di comprendere perché ed a quale scopo si agisce e si scrive in questa o in qualla maniera”. [vi]

“Ogni più alto stato di coscienza – afferma Jung – è condizione di una visione del mondo. Ogni coscienza di ragioni e di intenti è, in germe, una visione del mondo. Ogni accrescimento dell’esperienza e della conoscenza significa un ulteriore passo nell’evoluzione della visione del mondo. Modificando l’immagine che egli si crea del mondo, l’uomo pensante modifica anche se stesso. L’uomo il cui sole gira ancora attorno alla terra è diverso da quello la cui terra è un satellite del sole. Non per nulla il pensiero dell’infinito di Giordano Bruno rappresenta uno degli inizi più importanti della coscienza moderna”. [vii]

“In altri termini – sostiene ancora Jung – non è indifferente avera una visione del mondo e avere l’una piuttosto che l’altra, poiché non soltanto noi creaiamo un’immagine del mondo, ma questa, di rimando, modifica anche noi”. [viii]

“L’errore fondamentale di ogni visione del mondo – ci avverte Jung – è la sua singolare tendenza ad essere considerata essa stessa come la verità delle cose… “. [ix]

E qui si annidano il fanatismo e l’intolleranza.

Come afferma Voltaire, “bisogna dunque che gli uomini comincino con non essere fanatici per meritare la tolleranza”. [x]

Il fanatismo si è spesso presentato vestito dai panni delle religioni. Oggi ne abbiamo una prova evidente nel fanatismo islamico, ma l’Europa ha conosciuto nel passato gli orrori del fanatismo cristiano al quale sono rivolte le osservazioni di Voltaire e di quanti, tra il ‘600 e il ‘700 hanno indirizzato le loro riflessioni al concetto di tolleranza.

Bayle, nel Commentaire philosophique contesta la lettura agostiniana del versetto biblico (Luca XIV, 23) “costringerli ad entrare” con il quale si giustificava il ricorso alla forza nelle conversioni. Oggi c’è chi vuol costringere il mondo a convertirsi alla sharia.

“Ci sono – scrive il teologo cattolico Vito Mancuso – una fede vera e una fede falsa. La fede vera si nutre delle interrogazioni radicali della vita perché sa di essere al servizio della vita e pensa di valere non per se stessa, ma unicamente in funzione del cammino verso la verità. E’ la verità che salva, non la fede. La fede ha senso solo se, senza identificarsi con la verità, pone se stessa al servizio della verità in quanto fiducia che la verità esista, e poi sua ricerca appassionata (infatti, non si cerca una cosa se non se ne conosce, o almeno se ne spera, l’esistenza). La fede falsa, invece, non cerca; sa già, è ideologia”. [xi]

Il fanatismo si è anche rivestito con i panni delle ideologie, come quelle del comunismo, del nazismo e del fascismo, figlie dello Stato etico hegeliano. “La filosofia di Hegel è, per Popper, apologia di Stato prussiano e del mito dell’orda; costituisce l’arsenale dei moderni movimenti totalitari…”. [xii]

La tolleranza politica è elemento costitutivo degli stati liberali e del liberalismo. Lo stato di diritto è lo stato che elimina la violenza e che è intollerante unicamente con gli intolleranti.

Quando la tolleranza si muta in connivenza.

In questa intolleranza con gli intolleranti cominciamo ad intravvedere il limite della tolleranza. Un limite che, se non osservato, può tramutarsi in accondiscendenza, connivenza, vigliaccheria.

La reciprocità implica il possesso della “regolare intelligenza”, qualità essenziale del Libero Muratore.

Potremmo anche definirla “intelligenza cosmica”, poiché il termine cosmo, oltre a indicare quello fisico, quello al quale guardavano gli antichi, oltre al significato più noto di ordine, significa disposizione, struttura, regola, conformità alla regola, ossia regolarità.

Non è questa la sede per approfondire il significato di cosmo, che Cicerone voleva principio regolatore e governante, animato, ossia Dio, a differenza degli gnostici che lo riducevano a tenebra governata dal demiurgo. Antica questione, questa, che si agita nel mondo iniziatico, con evidenti conseguenze individuali e sociali.

Regolare intelligenza significa capacità di intelligenza delle regole, anche quella del cosmo e della natura e, tra queste, per quanto ci riguarda in relazione con la tolleranza, quelle che garantiscono la libertà, essenziale condizione per seguire la via della conoscenza.

Nessuna tolleranza con chi vuole imporre la sottomissione.

La tolleranza, virtù dell’incontro, non può pertanto essere esercitata nei confronti di chi non vuole l’incontro, ma la sottomissione, la conversione, l’adesione ad un’ideologia, ad una religione, ad uno schema. Qui la virtù della tolleranza ha il suo limite e deve trasmutarsi nella virtù del respingimento dell’intollerante che vuol sottomettere. Alla tracotanza e all’aggressione si risponde con la forza della legittima difesa. Altrimenti non si è tolleranti; si è vigliacchi.

Tra la tolleranza e la libertà di pensiero vi è un rapporto biunivoco inseparabile.

Nell’Avvertimento degli editori all’edizione di Kehl del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire, il concetto è espresso in modo chiaro: “Libertà di pensiero e tolleranza sono sinonimi”. “Tutte le volte che gli uomini hanno la libertà di discutere – afferma ancora l’Avvertimento – la verità finisce per trionfare da sola”.

“Si conosce abbastanza – scrive Voltaire – quanto sono costate le dispute dei cristiani intorno al dogma: hanno fatto scorrere il sangue, sia sui patiboli, sia nelle battaglie, dal quarto secolo fino ai giorni nostri”. [xiii]

Nell’Editto di Milano (313) si afferma che “…..la libertà è garantita anche ad altri che desiderino seguire le loro proprie pratiche religiose….. ciascuno abbia la libertà di scegliere e di adorare qualsiasi divinità preferisca”. Tuttavia, pochi decenni dopo, con l’Editto di Teodosio, il cristianesimo è diventato intollerante e persecutore non solo delle religioni tradizionali, ma anche dell’ebraismo.

Nel VI secolo Cassiodoro, ministro di Teodorico, scrive: “Non possiamo imporre la religione, perché nessuno è costretto a credere contro la propria volontà”, o, anche: “poiché Dio sopporta l’esistenza di tante religioni, noi non osiamo imporne una sola”.

Sono ideali di tolleranza nati nel seno del diritto romano e subito contraddetti dalla violenza del cristianesimo imperante.

Altri ideali di tolleranza li troviamo in una dichiarazione di Giacomo VII di Scozia, erede di un regno celtico che è durato per secoli e fino al quando Giacomo VI lo ha unificato con quello d’Inghilterra.

Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra, successore di Carlo II e ultimo regnante della dinastia Staurt prima dell’avvento nel 1714 degli Hannover, emanò per iscritto una Dichiarazione per la libertà di coscienza (4 aprile 1687) che gli costò il trono. Nel documento proponeva la libertà religiosa per tutti.

“E’ nostra costante e ponderata opinione – scriveva Giacomo VII di Scozia e II d’Inghilterra – che la Coscienza non debba essere vincolata, né le persone costrette in questioni di pura religione. La costrizione è sempre stata contraria alla nostra inclinazione, in quanto riteniamo che non sia nell’interesse dei governi che distrugge danneggiando il commercio, spopolando i paesi e scoraggiando gli stranieri. E infine, non ha mai ottenuto lo scopo per cui è stata impiegata…. Dichiariamo quindi che è nostro regale volere e piacere che, d’ora in avanti, l’applicazione di tutte e qualsivoglia sanzioni penali (in materia ecclesiastica) per non andare in Chiesa, o non ricevere il Sacramento o non conformarsi in qualsiasi altro modo alla religione di Stato, o per l’esercizio della religione in qualsivoglia maniera, sia immediatamente sospesa; e l’ulteriore applicazione di dette sanzioni penali è sospesa con la presente dichiarazione […]. E onde evitare che la Libertà ora concessa metta in pericolo la Pace e la Sicurezza del nostro Governo nella pratica della medesima, abbiamo ritenuto opportuno decretare e comandare, e con la presente decretiamo e comandiamo che tutti i nostri affezionati sudditi si sentano liberi di incontrare e servire Dio a loro modo e maniera…”. [xiv]

Un lascito morale, quello di Giacomo VII di Scozia e I d’Inghilterra raccolto dalla Massoneria.

La tolleranza, a livello personale, presume la consapevolezza che tutta la nostra conoscenza è e resta fallibile.

“Sapere di  essere ignoranti; sapere di non sapere nulla, nulla di assolutamente certo: in questa consapevolezza consiste, per Popper, la saggezza”. [xv]

Nel Dizionario Filosofico, Voltaire definisce così la tolleranza: “E’ una conseguenza necessaria della nostra umanità. Noi tutti siamo fallibili, e inclini all’errore: perdoniamoci dunque l’un l’altro la nostra follia. Questo è il primo principio del diritto naturale”.

Da tale cosapevolezza della fallibilità del nostro sapere deriva il concetto che tollerante è colui che consente all’altro, agli altri, di criticare (falsificare) le sue conoscenze, ma secondo un principio di reciprocità: io consento a te (voi) di criticare le mie conoscenze e tu (voi) consenti a me di criticare le tue (le vostre).

“La teoria che la verità è manifestata, visibile a tutti, solo che lo vogliano – scrive in proposito Popper -, è alla base di quasi ogni forma di fanatismo”. [xvi]

La verità è orthotes, esatta corrispondenza, quando riguarda le questioni della razionalità, ma è a-letheia, uscita dal nascondimento, quando riguarda la grande regola implicita che è all’origine delle regole cosmiche. Se la verità è “rivelata” è per il semplice motivo che qualcuno dice di averla conosciuta e che subito dopo di nuovo si è velata ai più. Nel concetto di “rivelazione” si nasconde la truffa di chi fa della propria verità la verità universale.

Se la verità coincide con l’archè, allora è un punto limite della conoscenza e pertanto il percorso verso la verità, che è anche il compimento della libertà, è il continuo indagare gli errori della conoscenza, con la critica e l’autocritica. In questo consiste la razionalità, che è solo una delle facoltà umane.

“Per «razionalità» – scrive Popper – intendo semplicemente un’attitudine critica verso i problemi, la prontezza ad imparare dai nostri errori e l’attitudine a ricercare in modo conscio i nostri errori e i nostri pregiudizi. Per «razionalità» intendo quindi l’attitudine all’eliminazione dell’errore attuata in modo critico e cosciente”. [xvii]

La razionalità presiede alla verità come orthotes. La tolleranza, virtù dell’incontro, è amore di Sophia, ossia della conoscenza divina che si svela (a-letheia) nell’incontro e nel reciproco riconoscimento che fa dire all’essere umano: “Io sono quello”.

Ecco dunque che nello scenario irrompe la filo-sophia, l’amore per Sophia, la conoscenza divina. “La filosofia, la sola filosofia – scrive Voltaire- , questa sorella della religione, ha disarmato mani che la superstizione aveva così a lungo insanguinate”. [xviii]

La filosofia è razionalità critica, che presiede alla verità come orthotes, ma è anche amore per Sophia e in quanto amore è tensione verso; è apertura a; è disponibilità all’incontro: è tolleranza

La tolleranza, nella sua accezione più elevata, è, pertanto, epopteia, il cui vero significato, da epi (sopra) e da optomai (guardare), è sorvegliare, per cui l’epopta è il sur-vegliante, colui che vede sopra: vede oltre il velo, oltre la barriera che lo separa dall’incontro.

L’incontro con il Divino non è sottomissione; è amore e pertanto, anche qui, chi intende la tolleranza, virtù dell’incontro, come sottomissione alla “legge di Dio” devia dalla ricerca della verità, perché intende solo imporre la propria legge, che è legge degli uomini da imporre ad altri uomini. Ogni rivelazione assurta a norma è una deviazione controiniziatica a danno dell’incontro.

L’abbandono di sé alla volontà divina poco ha a che fare con le norme scritte dagli uomini e contrabbandate per legge di Dio. L’abbandono di sé alla volontà divina è un fatto del tutto personale, vero e unico segreto intrasmissibile dell’iniziato giunto allo stadio più alto dell’iniziazione grazie alla tolleranza, ossia alla virtù dell’incontro.

[i] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[ii] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[iii] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[iv] Carl Gustav Jung, Psicologia dell’inconscio. L’Io e l’inconscio, Fabbri

[v] Salvatore Veca, Introduzione a Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[vi] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[vii] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[viii] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[ix] Carl Gustav Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Fabbri

[x] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[xi] Vito Mancuso-Corrado Augias, Disputa su Dio, Mondadori

[xii] Dario Antiseri, Introduzione a Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, Il Mulino

[xiii] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

[xiv] Citazione in:Laurence Garner, La linea di sangue del Santo Graal, Newton Compton

[xv] Dario Antiseri, Introduzione a Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, Il Mulino

[xvi] Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’intelligenza, Il Mulino

[xvii] Karl Popper, Le fonti della conoscenza e dell’intelligenza, Il Mulino

[xviii] Voltaire, Trattato sulla Tolleranza, Feltrinelli

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