Il saggio offre una lettura critica delle opere di Chrétien de Troyes che consente di collocare il maggior poeta medievale prima di Dante tra i Fedeli d’Amore e di rintracciare le radici del suo e del loro pensiero, attraverso la letteratura celtica, nella tradizione druidica.
http://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-fedeli-damore-alla-corte-…/
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La deriva nazista dell’utero in affitto
I nazisti lo chiamavano Lebensborn, “sorgente di vita” e doveva servire a produrre individui selezionati.
Nei centri Lebensborn – diverse decine in tutto il territorio del Reich – venivano fatti nascere e crescere i figli illegittimi di soldati tedeschi; ma qui venivano anche portati i ragazzi, ritenuti “razzialmente adeguati”, strappati alle famiglie (che spesso venivano uccise) nelle zone di occupazione, per essere germanizzati e poi dati in adozione.
Erwin, ex bebè della “sorgente di vita”, biondo, alto, occhi azzurri, è nato il 21 maggio 1944, da una francese e un tedesco, nell’unica fabbrica di “bambini perfetti” in Francia. Al settimanale L’Express, Erwin racconta per la prima volta la sua storia, perché si sente solo. Dal `Lebensborn´ francese – `fonte di vita´, in tedesco antico – che si trovava a una quarantina di chilometri a nord di Parigi, a Lamorlaye, nella foresta di Chantilly – sono usciti una ventina di `bimbi superiori, come Erwin, frutto dell’incrocio di donne francesi e di tedeschi membri delle SS, dell’esercito o del partito nazista.
Quando si ritirarono in tutta fretta, i nazisti portano con loro i bebè perfetti nati nella foresta di Chantilly e li misero insieme a quelli nati nelle maternità naziste della Germania e di altri paesi occupati.
In Germania c’erano una decina di `fabbriche´, 9 in Norvegia, 3 in Polonia, due in Austria, uno in Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo e in Francia, appunto. La casa madre era a Steinhoring, vicino a Monaco, dove il programma eugenetico dell’ideologo del Reich, Henrich Himmler, era nato una decina d’anni prima.
Erwin, a due anni, viene rimpatriato ad Avignone, accolto da una zia, poi torna anche la madre. Mai visto il padre – Erwin Konstant Johannes Schmidt – il cui nome scoprirà per caso solo tanti anni dopo quando gli capita in mano il suo certificato di nascita. «Mia madre me l’ha preso, poi l’ha strappato e bruciato», racconta Erwin. A scuola è stata dura: lui con quel fisico imponente, «ma nessuno ha mai saputo delle mie origini». Ora rompe il silenzio, e – racconta L’Express – una lacrima riga il suo viso: «Perché lo faccio?» Perché finalmente – risponde – mi si riconosca per quello che sono e mi si accetti senza attribuirmi alcuna responsabilità.
Sempre al fine di incrementare la razza germanica, si parlò anche di inseminazione artificiale (fino ad allora sperimentata da Americani e Russi nell’allevamento animale): questo era il progetto del dottor Leonardo Conti, Ministro della Sanità del Reich, anche perché l’inseminazione artificiale avrebbe eliminato “il complesso psicologico dell’esperienza sessuale”.
Ci siamo.
Ovuli in affitto da una donna, inseminati da un uomo che non desidera avere esperienze sessuali con la stessa, e poi gli ovuli inseminati vengono collocati in un “utero gestionale”, ovviamente circondato, che importa!, da una donna, altrimenti definibile come essere umano. L’utero gestionale produce un bambino destinato a soddisfare le pulsioni di chi ha messo in moto il meccanismo.
Siamo sulla buona strada, quella che porta al Lebensborn. Il nazismo ha fatto buona scuola.
All’inseminazione artificiale e all’utero in affitto si erano ribellate persino le dee degli Annunaki. Ninursag, per formare i lulu (esseri umani da far lavorare al posto degli dei, che si erano stancati) aveva impastato materiale genetico terrestre con il seme degli dei e aveva messo il tutto nell’utero di sette dee. L’esperimento provocò la protesta delle dee e Ninursag dovette modificare la strategia rendendo fertili gli uomini.
La storia è vecchia, ma il mondo radical chic sinistroide (non di sinistra, che era una cosa seria) non si rende conto che la deriva nella quale si è messo è quella del nazismo.
Proconsoli e vice proconsoli di un Impero allo sfascio
Antonio Socci, dopo aver ricordato che Renzi per l’approvazione della Cirinnà ha ricevuto una telefonata di congratulazioni da Obama, scrive che questa è “la conferma che il nostro premier ha obbedito all’agenda imposta dall’Impero” e prosegue: “Da questo «contesto internazionale» Renzi ha avuto la sua vera legittimazione, perché non sono stati certo gli italiani a mandarlo a Palazzo Chigi. Da circa vent’anni l’Italia è una sorta di colonia, quasi completamente priva di vera sovranità e sballotatta fra Unione Europea a egemonia tedesca e Stati Uniti, i quali, richiesti in questi giorni di chiarimento sulle intercettazioni di Palazzo Chigi del 2011, hanno risposto esplicitamente che loro, in territorio italiano, fanno quello che vogliono”. Non a caso, dopo le riunioni del Copasir sul caso rivelato da Wikileaks sulle intercettazioni riguardanti Silvio Berlusconi, Palazzo Chigi ha spiegato il tutto con uno stringato: “Collaborazione strettissima con gli Usa”. Da tali intercettazioni emerge quanto già era abbondantemente emerso in passato, ossia che l’asse franco tedesco (Nicolas Sarkozy e Angela Merkel) aveva fatto pressioni su Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica, affinché il Quirinale desse all’Italia un governo che non fosse quello presieduto da Silvio Berlusconi.
Sbaglia Antonio Socci sulle date. Non sono vent’anni che siamo una provincia dell’Impero. Lo siamo diventati nel 1945, quando fingendo di aver vinto la guerra, grazie ai partigiani (rossi, verdi e azzurri), abbiamo chiamato alleati quelli che in effetti erano fino al giorno prima nemici. L’Italia era fascista e alleata della Germania di Hitler e dei Giapponesi e combatteva contro gli “alleati”. L’Italia ha perso la guerra (si è arresa nel 1943) ed è diventata una colonia dell’Impero. Fino alla seconda metà degli anni Ottanta, i proconoli dell’Impero avevano filato d’amore e d’accordo con la nuova Roma, ossia con Washington, che ha salvato l’Italia dalla miseria con il piano Marshall e ha consentito agli italiani di diventare una potenza economica mondiale in un contesto di guerra fredda. Alla Germania era stato riservato un triste destino: la divisione in due con il conseguente muro di Berlino. Nel frattempo era nato un mostro: l’Europa, malvisto dagli Usa e uscito da una fecondazione artificiale con utero in affitto. Un mostro figlio di un padre finanziario e di un padre burocratico, messo in gestazione da governi, accompagnato da un parlamento senza poteri. In seguito, e qui ci avviciniamo alle date di Socci, nel 1989 è caduto il muro di Berlino e la Germania s’è messa in tesa di essere quello che voleva essere con Bismark e con Hitler: Uber Alles, sopra tutti.
In questi vent’anni che ci separano dal 1989 molte cose sono cambiate, ma non il nostro vassallaggio nei confronti degli Usa, che ci hanno conquistati avendo, noi italiani, perso la guerra. In un sistema fatto di un Impero con molte provincie, nelle provincie comandano i proconsoli, che si avvalgono dei vari re Erode per dare al popolo la sensazione che esista da parte sua la legittimazione del potere. Così è stato per l’Italia fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Poi, pian piano, si è andati oltre e nel frattempo, accanto all’Impero è cresciuta una chimera, l’Europa, a guida tedesca e si sa, certi imperatori romani sono stati grandi, come Adriano, ma altri hanno avuto la vista corta o addirittura erano folli. L’Impero, al quale non è mai piaciuta l’idea di un’Europa federale fatta come gli Stati Uniti d’America, ha pensato bene di nominare un proconsole scelto nel popolo che fu tra i massimi responsabili della tragedia della seconda guerra mondiale: Angela Merkel, la quale aveva il solo merito di essere figlia di un pastore protestante e di essere una “liberata” dal giogo sovietico della Ddr.
L’Italia, così, anziché avere un proconsole occulto e un Presidente del Consiglio evidente si è trovata ad avere un proconsole occulto e un proconsole evidente in Angela Merkel.
I suoi Presidenti del Consiglio sono stati chiamati premier, per nascondere la loro vera natura di vice-proconsoli.
Nasce da qui la storia attuale, dove l’Italia è sotto la tutela dell’Impero, che ha delegato la politica europea ad un proconsole tedesco (i francesi, come al solito fanno i blageur), e ha messo al governo degli italiani un vice-proconsole.
Conseguentemente siamo impotenti.
Martin Wolf sul Financial Time scrive di élite globali che sostengono l’immigrazione di massa perché affermano che degli stranieri c’è bisogno per sostenere il welfare. Nulla di più falso, visti i risultati dell’immigrazione incontrollata.
Mario Draghi dice che nell’economia globale “ci sono forze che cospirano per tenere bassa l’inflazione” e che la Bce non si arrenderà.
In un vuoto di potere del parlamento europeo, che conta meno di zero, si pensa ad un ministro del tesoro comunitario per gestire la crisi. Un ministro, che ovviamente, risponda al proconsole tedesco e al quale i vice proconsoli dovranno allinearsi.
Non stupisce, pertanto, che la Gran Bretagna, la quale la guerra l’ha vinta davvero e che non è una provincia dell’Impero, ma un alleato degli Usa, abbia deciso di non sottostare al proconsole e di recuperare pienamente la sua sovranità nazionale. La seguiranno probabilmente altre nazioni che non hanno vice proconsoli a comandarle.
In questo panorama sconsolante la vera domanda da porsi è dove stia la testa dell’Impero, atteso che l’ultimo imperatore è stato ed è un vero disastro.
L’Impero romano, dopo Costantino, che spostò la capitale a Costantinopoli (Istambul ), ogni riferimento è puramente casuale, e abbandonò l’imperium per l’ideologia, precipitò nel caos.
Fu così anche con Akhenaton, il quale scelse l’ideologia e precipitò l’Egitto nel caos fino a quando non fu mandato in esilio.
Quando arriveranno i Ramessidi?
Massoneria e Chiesa, confronto necessario.
Un commento all’articolo scritto dal Cardinal Gianfranco Ravasi su Il Sole 24 Ore del 14 febbraio 2016, dal titolo: “Cari fratelli massoni” non può, a mio avviso, che partire dalla conclusione di Ravasi, ove egli scrive: “In conclusione, come scrivevano già i vescovi di Germania, bisogna andare oltre «ostilità, oltraggi, pregiudizi» reciproci, perché «rispetto ai secoli passati sono migliorati il tono, il livello e il modo di manifestare le differenze» che pure continuano a permanere in modo netto”.
L’avvio di un dialogo, non solo utile, ma necessario in un mondo in grave crisi di riferimenti ideali e sempre meno volto al sacro, non può che partire dal concetto di «differenza», che non è sinonimo di «contrapposizione». Un’analisi onesta e obbiettiva delle differenze è il presupposto fondativo di un confronto costruttivo che parta da ambiti specifici, come (cito Ravasi) la dignità umana, la conoscenza reciproca, la dimensione comunitaria, il contrasto al materialismo, le beneficienza.
Quelli citati sono titoli di altrettanti capitoli di un confronto che può condurre non solo a orizzonti comuni di pensiero, ma anche a percorsi comuni d’azione.
Fatta questa opportuna premessa, che pone le basi per una risposta positiva all’apertura al dialogo e al confronto espressa dal Cardinale Ravasi, va detto fermamente che le differenze non implicano necessariamente l’incompatibilità, che non è mai stata posta dalla Massoneria ad è stata in più occasioni dichiarata dalla Chiesa.
La Chiesa dialoga senza «ostilità, oltraggi, pregiudizi» con altre confessioni religiose la cui appartenenza è chiaramente incompatibile con l’essere cristiani o, più nello specifico, cattolici.
La Chiesa dialoga con esponenti di varie correnti filosofiche le cui idee sono assai distanti da quelle del cristianesimo e del cattolicesimo.
E’ del tutto incomprensibile per quale motivo non possa dialogare, confrontarsi, distinguersi e anche convergere con quanto va maturando il dibattito interno alla Massoneria, riguardo alla quale, come ha puntualmente colto il Cardinale Ravasi, da acuto osservatore e da raffinato intellettuale (cito): “si può parlare di un orizzonte e di un metodo più che di un sistema dottrinale codificato” e di “un’antropologia basata sulla libertà di coscienza”.
Molte incomprensioni sono da collocare nella storia del potere temporale della Chiesa e nella contemporanea storia della Massoneria, ossia in un orizzonte profano, sia dal punto di vista ecclesiale, sia dal punto di vista massonico e va detto che anche in questo ambito di analisi andrebbero fatte molte proficue puntualizzazioni.
La Massoneria, come ho avuto modo di scrivere nel mio “Exempla” (ilmiolibro.it) non è e non deve essere, come potrebbe apparire a osservatori superficiali, in special modo per il suo sviluppo settecentesco, un’associazione ove ricchi borghesi anelano ad accreditamenti pseudo nobiliari e ove nobili al tramonto tentano accreditamenti nelle ricchezze borghesi.
La Massoneria non è e non deve essere luogo di incontri di interessi profani e nemmeno mallevatrice di scalate sociali o, peggio, rifugio di complessati in cerca di certezze o, ancora, di paranoici alla ricerca di un piedistallo sul quale collocare la loro inutile statua.
La Massoneria è e deve essere luogo di ricerca, di conoscenza e di elevazione spirituale.
La Massoneria è e deve essere luogo di libero pensiero e di sviluppo della e delle libertà.
La Massoneria è una importante radice d’Europa, che alimenta e vivifica l’albero europeo, a sua volta alimentata da radici profonde.
L’autentica Massoneria tradizionale, alla quale guardano i massoni che si riferiscono alla Tradizione, è quella operativa, quella delle corporazioni dei costruttori, della cui sapienza preclara sono testimonianza ineludibile e incontrovertibile le opere, come le splendide cattedrali gotiche, tra le quali eccelle, non solo per stile e bellezza, quella di Chartres.
La Massoneria tradizionale ha vissuto per secoli a fianco della Chiesa, interpretando nelle opere le acquisizioni maturate dal dibattito filosofico e teologico sviluppatosi nei conventi e nelle schole. “I «dottori in pietre” – scrive Georges Duby – avevano perfettamente assimilato la scienza dei numeri insegnata nelle scuole, e si autodefinivano «maestri», intendendo così riallacciarsi all’università. Gli edifici che era loro compito costruire, infatti, inscrivevano nella materia inerte il pensiero dei professori e il suo cammino dialettico”. [1]
Per l’uomo romanico e per quello gotico la creazione non è finita e l’uomo vi contribuisce con le sue opere. L’Artefice lo chiama a collaborare e così il lavoro assume una funzione sacra e creatrice. E l’uomo collabora. E a collaborare sono soprattutto gli specialisti, i maestri d’opera. “Quegli uomini – scrive Duby – conoscevano perfettamente il proprio mestiere, ed erano in grande familiarità con i dottori di teologia, pari loro, con cui condividevano le scienze dei numeri e delle combinazioni dialettiche…”. [2]
Il dialogo, pertanto, ha fondamenta solide, anche se lo sviluppo del pensiero europeo (di questo si tratta) per molti secoli, sia pure connotato dal cristianesimo non è stato lineare e nemmeno pacifico e sono stati in molti, anche tra i chierici, anzi, direi soprattutto tra i chierici, a rivendicare una libertà di ricerca del rapporto con il divino che andasse oltre i dogmi, le verità rivelate (ossia date a qualcuno e poi velate ai molti), le idee imposte dall’auctoritas. Margherita Porete, Meister Echkart, il movimento delle Beghine, Giovanni Scoto Eriugena, Pelagio, Abelardo, gli Amalriciani, i Papelardi, Giordano Bruno sono solo alcuni esempi di un confronto serrato, a volte cruento, relativo alla via da percorrere alla ricerca del Divino.
La questione del Divino è sicuramente una differenza radicale tra chi, come la Massoneria, non definisce Dio in alcun modo, se non con l’appellativo generico di Grande Architetto dell’Universo, che non implica alcuna affermazione ontologica e chi lo definisce e lo vuole incarnato in un uomo. La Massoneria chiede al massone di ipotizzare il Divino e di tendere ad esso attraverso un processo di conoscenza. Se un massone crede che il Divino abbia le caratteristiche che la dottrina cristiana gli suggerisce e crede che il Divino si sia incarnato in un uomo, ossia in Gesù, la Massoneria lo rispetta, purchè egli non pensi che tutti gli altri debbano necessariamente condividere le sue idee.
La Massoneria, pertanto, non complotta contro la Chiesa e l’idea stessa di complotto, contenuta nella varie condanne, è politicamente (sottolineo il termine) datata e riguarda la Chiesa come istituzione temporale, nei confronti della quale, in alcuni periodi storici ben precisi, chi affermava il diritto al libero pensiero si è scontrato.
Oggi, come dice bene il Cardinale Ravasi, sono mutati (aggiungo: dovrebbero definitivamente mutare) il tono, il livello e il modi di manifestare le differenze e anche le ultime affermazioni del 1983, sia del Canone, sia della Congregazione della dottrina della fede, sono datate e da superare.
Il Cardinal Ravasi è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie. Quanto ha scritto sul quotidiano Il Sole 24 Ore rappresenta un importante motivo di riflessione.
Ragioniamo, dunque, delle diversità e dei valori comuni. C’è lavoro da fare, per il bene dell’Umanità.
Silvano Danesi
[1] Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza.
[2] Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza.
Un “valentino” d’amore per le streghe
Sin dal quindicesimo secolo i “valentini” erano i biglietti d’amore e di tenerezze che gli innamorati si scambiavano quando la natura dava i primi segni di risveglio.
In questi giorni di annuncio di primavera vorrei dedicare un “valentino” alle streghe assassinate sui roghi della Santa Inquisizione, condannate, dopo essere state torturate, da delinquenti psicopatici al servizio di Santa Romana Chiesa.
Primavera è tempo di riti di fertilità e i nostri antenati, in questo periodo, nei campi, propiziavano le forze della natura.
Molte forme rituali si svolgevano nei boschi e nei campi, dove venivano accesi fuochi e consumati banchetti, accompagnati da musiche e balli che spesso proseguivano fino a tarda notte o all’alba.
Gli antichi dei, scacciati dalla cristianizzazione, non cessarono di vivere nelle tradizioni popolari e di essere venerati secondo le antiche usanze, ma le divinità furono trasformate dai sacerdoti della nuova religione in diavoli, i riti mutati in sabba infernali e coloro che li praticavano in maghi, streghe e stregoni, donne e uomini dediti al peccato.
In terra bresciana la leggenda narra di streghe che dalle sponde del Sebino e dalla Valcamonica si raccoglievano sul Tonale in nefandi conciliaboli. Quando si trovavano assieme, queste “bestie heretiche” facevano diventare cavallo la scopa, andavano a braccetto col demonio e con gli occhi seccavano piante e fiori.
La leggenda si fa tragicamente storia quando la realtà, superando di gran lunga la fantasia, si veste dei panni degli inquisitori domenicani, come quel “prete Grosso” il quale, dopo una visita al Tonale, fece bruciare otto streghe, mentre alcuni suoi colleghi a Lovere ne mandavano al supplizio sessanta, con otto stregoni, colpevoli di essere scesi dal Tonale a sconvolgere il lago (anche la Sarneghera era opera del diavolo!).
Il nobile veneziano Marin Sanudo, testimone dei misfatti, scrive: “ … mentre venivano lette le loro sentenze, ho visto queste donne veramente pentite, secondo me, infatti recitavano molte preghiere e si racomandavano a Dio e alla santissima Vergine, dicendo sempre: o Dio misericordia! E tra di loro ce ne fu una che, alla mia presenza, si rivolse al vicario frate Bernardino dicendogli: “Mi fate un grande torto. Gli altri devono saperlo, che siccome io non dicevo come voi volevate, mi avete detto ‘brutta vacca’ e altre parolacce. E poi non mi avevi giurato di lasciarmi andare se avessi detto come volevate voi? Mi avete sull’anima (oppure: lo avete giurato) com’è vero che avete addosso un vestito. Tu sei peggio di me”. E aggiungeva: “Dio mi è testimone, lui che ci vede da lassù”. E quasi tutte gli dicevano che aveva promesso di rilasciarle se avessero confessato. E aggiungo che ho udito una di quelle donne che doveva pure essere bruciata, la quale diceva davanti a tutti: “Sappiate in verità che discolpo Antonino Decus e il Ciabattino e Bartolomio Mori” poi nominava degli altri dicendo: “Non è vero che io li abbia mai visti al sabba sul monte Tonale; me lo hanno fatto dire per forza, e questo lo dico per scaricare la mia coscienza”.
“E dico che lo spettacolo che mi si presentava era di tale crudeltà, vedere quelle donne sul rogo che bruciavano vive, che arretrai attonito: due o tre erano morte e quasi completamente arse prima ancora che il fuoco avesse raggiunto le altre.
E aggiungo di aver udito pubblicamente che alle streghe si infliggono torture eccessive; tra le altre cose ad una donna fu dato il tormento del fuoco perché confessasse al punto che per la violenza del fuoco quella ebbe i piedi staccati; io penso che anche per questo motivo si raccontino molte cose false. E dico che simili processi dovrebbero essere istruiti da uomini di grandissima competenza, teologi e canonisti di retta coscienza e pieni del timor di Dio, perché qui si tratta della morte di esseri umani”.
Questo accadeva, grazie all’opera del frate Bernardinus de Grossis, nell’anno di grazia 1518, nel territorio bresciano della Serenissima Repubblica di Venezia.
Frate Bernardinus de Grossis, un nome da ricordare ad esecranda memoria nei secoli dei secoli, perché non ne nascano altri come lui e perché la memoria delle sue nefandezze ci ricordi quanto vili possono essere gli uomini.
Questo immondo personaggio merita la condanna che Severino Boezio asserisce essere connaturata a “chi abbandona il fine comune [il platonico Bene] a tutte le cose che sono cessa in pari tempo di essere. Questa mia affermazione – dice Boezio -, cioè che proprio i cattivi, ….., non sono, potrà forse sembrare strana a qualcuno; ma la questione sta proprio in questi termini. Io – continua Boezio – non contesto infatti che i cattivi siano, appunto cattivi; ma nego nettamente e semplicemente che essi siano”.
“E’, infatti, ciò che si mantiene nella propria condizione e conserva la propria natura; quello che invece si stacca da questa abbandona anche l’essere, che è insito nella sua natura”.
Bernardinus de Grossis, i suoi colleghi, così come coloro i quali hanno dato a questi psicopatici l’ordine di inquisire e condannare, a cominciare dal quel papa Innocenzo III mai sufficientemente esecrato, hanno cessato di essere degli essere umani e sono divenuti inesistenti: hanno perso la loro anima e il loro nucleo spirituale.
Seguiamo le cronache e la triste contabilità dei roghi.
Nei primi mesi del 1485, suggeriscono le cronache del tempo, il frate domenicano Antonio Petoselli, altro delinquente psicopatico che ha perso la sua essenza di essere umano e si è perso nell’inesistente, parte per la Valcamonica, dove nei boschi e nelle radure si riuniscono “a foter e balar” uomini, donne, diavoli e diavolesse e a Edolo scopre molte persone che conducono vita eretica. Le accuse sono di bestemmiare il nome di Dio, di sputare sulla croce di Cristo, di eseguire fatture e di immolare bambini.
Nel 1499 tre sacerdoti “assatanati” sono accusati di eresia, di apostasia di Cristo, di pratiche diaboliche ed orgiastiche. I tre imputati sono Martino Raimondi, parroco di Ossimo, Ermanno de Fostinibus, di Breno e don Donato de Buzolo di Paisco Loveno. Le accuse? Aver frequentato il “zuogo del Tonale”, aver rifiutato Cristo calpestandone la croce e, si badi bene, aver causato violente grandinate sull’intera valle, secondo le regole apprese in un vecchio libro, ricevuto in dono dal Signore della radura.
Seguono le accuse di aver consegnato ostie, olio e acqua santa al diavolo, di aver celebrato messe nere, di aver consegnato lo sperma al demonio perché ne facesse unguenti (qui gli psicologi avrebbero molto materiale su cui lavorare), di aver lasciato morire senza sacramenti alcuni moribondi per consegnarne le anime al demonio.
Nel 1518 gli inquisitori Bernardino de Grossis (il “prete Grosso”) e Giacomo de Gablani, altro condannatosi all’inesistenza, a Pisogne, Rogno e Darfo vagliano testimonianze e delazioni. In poche settimane nelle loro mani finiscono 5 mila dei 34 mila abitanti della valle: un camuno su sette è inquisito.
Il 23 giugno, vigilia di San Giovanni Battista, giorno nel quale nell’antichità si accendevano fuochi per invocare l’azione del sole e la fertilità della terra, a Cemmo furono mandati al rogo sette donne e un uomo.
I roghi si moltiplicano. Il 14 luglio del 1518 un cronachista riporta l’esecuzione di settanta streghe. Un’altra testimonianza parla di sessantaquattro persone bruciate in quattro luoghi della Valcamonica. Un’altra cronaca elenca: tra streghe e stregoni 66 in tutto, dei quali 10 uomini e 56 donne. Una carneficina in nome di Dio.
Nei giorni attuali, nei quali la Chiesa parla di persecuzione dei cristiani, dovrebbe chiedere quantomeno scusa per le carneficine perpetrate in nome del suo dio.
Nei giorni in cui si inorridisce per i delitti orrendi degli estremisti islamici, è politicamente corretto (un concetto che va di moda) ricordare gli orrendi crimini della Chiesa perpetrati da psicopatici al servizio del Papa e in nome di Cristo.
Exempla, un libro di testi massonici
Exempla è una raccolta di testi relativi a interventi svolti in ambito massonico in occasioni diverse e a diversi gradi di approfondimento.
I testi, scritti per eventi specifici, anche se mantengono una loro autonomia, sono stati coordinati al fine di offrire il più possibile l’idea, anche a un pubblico profano, di quali siano gli argomenti trattati nelle riunioni della Massoneria tradizionale.
Exempla è acquistabile su:
http://ilmiolibro.kataweb.it/area-privata/libro/exempla_1172543/
L’arte e i suoi nemici
Il tema dell’arte, che sottende quello della bellezza, è connaturato con la Massoneria.
Il percorso storico della strutturazione della Massoneria è connotato, infatti, dalla volontà di conoscere il mondo e le sue regole, per proiettare la conoscenza verso il Divino, la cui presenza si intuisce nell’universo regolato; dalla volontà di applicare le regole dell’universo, percepite come armoniche, all’agire umano; dalla volontà di operare in accordo con l’armonia, superando con il coraggio le prove che la conoscenza e la vita pongono davanti ad ogni essere umano.
I concetti di bellezza, di conoscenza che tende al Divino e di volontà sono rappresentati simbolicamente nelle statue di tre archetipi: Venere, Minerva, Ercole, cosicché ancora una volta il simbolismo del Tempio ci conduce a riflessioni complesse. Non è un caso, infatti, che i tre archetipi siano nel Tempio e a loro ci si rivolga, contemporaneamente e contestualmente, all’apertura dei lavori, in quanto la conoscenza, la bellezza e la forza sono una trinità inscindibile. Minerva, la conoscenza divina, ossia la Sapienza, tramite la forza e la volontà, (Ercole) si manifesta nella vita ordinata del cosmo (Venere) che, in quanto ordinata, ha in sé il concetto di bellezza.
Sapienza, forza, vita.
I Druidi direbbero Skiant, Nerz, Karantez e il simbolo del Triskel è la rappresentazione grafica di questa Trinità dinamica
Di questa Trinità l’essere umano, che ne comprende l’essenziale valore, è imitatore e collaboratore; attiva la sua volontà per conoscere le regole della natura, ossia della vita, e per essere un cosciente e libero imitatore del divino nel suo agire.
L’arte, nelle sue varie espressioni, è pertanto la modalità con la quale l’essere umano dichiara e dimostra di essere un elemento della natura e un essere dotato di spirito immortale.
L’esercizio dell’arte è un’attivita sacerdotale, in quanto conduce al sacro.
“La via della bellezza – afferma in un’intervista a Lucia Galli (Il giornale 12 ottobre 2015) il cardinale Gianfranco Ravasi, è da sempre una lingua della religione. La bruttezza estetica genera bruttezza etica. …. Un ateo come Cioran ha scritto di Bach che dopo la messa in si minore Dio deve esistere. Sottoscrivo ed aggiungo la volta di Michelangelo della Sistina e i neuroni nella scatola cranica: sono 100 miliardi quanto le stelle della via Lattea. La complessità estrema di queste opere ti spinge a cercare un livello ulteriore che tenda all’infinito, al divino”.
I distruttori dell’arte
Chi distrugge le opere d’arte, chi dileggia, distrugge, violenta, stupra la bellezza, è nemico del sacro e compie un’opera coscientemente di distruzione del rapporto tra l’essere umano e il Divino.
Chi distrugge la bellezza sa di distruggere, vuole distruggere, contestualmente e contemporaneamente la conoscenza e la forza.
Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza è un violentatore della Trinità che rende esplicita, archetipicamente, l’opera incessante della manifestazione.
Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza odia il divino, la natura, gli esseri viventi e la loro esperienza terrena; non è degno, per questo, di essere considerato un essere umano; è divenuto, per sua volontà, una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina.
Il terrorismo islamico, che distrugge, dileggia, violenta e stupra la bellezza, radendo al suolo monumenti storici che sono patrimonio dell’Umanità, che brucia immagini, in una furia iconoclasta demenziale, è praticato da individui che hanno perso il diritto di essere considerati esseri umani; sono cose senza anima e senza spirito.
Un manipolo di assatanati ha distrutto il museo di Mosul, dove erano conservate le scoperte di Paul Emile Botta e di Rahman Layard che hanno riportato alla luce le antiche civiltà assira e babilonese, patria di Gilgamesh. Austen Henry Layard, nel suo libro: “Della scoperta di Ninive. Descrizione di Austero Enrico Layard” racconta di un suo incontro con lo sceicco Abd-er-Rahman, al quale aveva spiegato le sue scoperte. “Mio padre e il padre di mio padre – aveva risposto lo sceicco – piantarono qui la loro tenda prima di me…Da dodici secoli i veri credenti – e Dio sia lodato, essi soli posseggono la vera saggezza – si sono stabiliti in questa contrada e nessuno di essi, né di quelli che vennero prima di loro, ha mai sentito parlare di un palazzo sotterraneo. E guarda! Viene uno da una terra distante molti giorni di viaggio e va diritto sul posto e prende un bastone e traccia una linea di qua e l’altra di là. «Qui – dice – il palazzo e la porta» e ci mostra ciò che per tutta la vita è stato sotto i nostri piedi, senza che ne sapessimo nulla. Meraviglioso! Meraviglioso! Hai appreso questo sui libri, per magia o attraverso i profeti? Parla! Dimmi il segreto della sapienza”. (Tratto da Giuseppe Mercenaro, Il Foglio, sabato 7 marzo 2015).
Lo sceicco, considerato che si diceva vero credente e, in quanto tale, possessore della saggezza, avrebbe dovuto conoscere il segreto della sapienza, ma evidentemente il suo dio non lo aveva informato. Tuttavia, va sottolineato il suo atteggiamento diametralmente opposto a quello degli assatanati islamici distruttori di quanto lo sceicco riteneva meraviglioso.
Lo sceicco che esclamava meraviglioso, pur dichiarando la sua acclarata ignoranza, era ben distante dai fanatici assassini assatanati che hanno ucciso barbaramente Khaled al Asaad, l’archeologo custode di Palmira, distrutta da esseri umani senza onore, che hanno perso l’anima e lo spirito e si sono ridotti a cose: cose che camminano.
L’imam di Brest, tale Rachid Habou Hodeyfa, ha detto, rivolgendosi a una ventina di ragazzini: “Chi ascolta musica verrà trasformato in scimmia o in maiale”. Questo individuo, corruttore di anime semplici, stupratore della bellezza, non è più un essere umano; è una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina.
Le affermazioni del corruttore di anime semplici trovano fondamento nella Sunna, laddove, ad esempio, si sostiene che “il Profeta ha detto che Allah gli ha ordinato di distruggere tutti gli strumenti musicali, gli idoli, le croci e tutti gli altri vessilli di ignoranza” (Hadith Qudsi 19:5).
Siamo distanti anni luce da quanto ha affermato Benedetto XVI durante la cerimonia di conferimento del dottorato honoris causa da parte della Pontificia Università Giovanni Paolo II e dell’Accademia di musica di Cracovia: “Rimane indelebilmente impresso nella mia memoria come, ad esempio, appena risuonavano le prime note della Messa dell’Incoronazione, il cielo quasi si aprisse e si sperimentasse la presenza del Signore”.
Siamo distanti anni luce anche da Ugo di Cluny, il quale mise al centro della basilica, sui capitelli del coro, una rappresentazione dei toni musicali. “Essi costituivano per lui gli elementi di una cosmogonia, in virtù delle segrete corrispondenze che, secondo Boezio, legano le sette note della gamma ai sette pianeti, dandoci la chiave dell’armonia dell’universo…”. (George Duby, L’arte e la società medievale, Laterza).
Questa masnada di terroristi islamici divenuti, per loro scelta, cose senza anima e senza spirito, è un insieme di nemici dell’Umanità e, conseguentemente, di ogni massone, il quale, sin dai suoi primi passi nel percorso latomistico, si è impegnato a lavorare per il bene dell’Umanità.
L’arte e il Divino
L’arte, in special modo nelle sue forme rituali, sin dai primordi dell’Umanità è anche stata la modalità con la quale l’essere umano ha tentato di stabilire un contatto con il Divino, la cui potenza vedeva esplicarsi nei fenomeni naturali. Un contatto propiziatorio che, sia pure nelle sue forme più evolute e recenti, non ha perso la sua natura sacerdotale. L’architettura e le arti figurative nell’XI secolo vanno considerate come un processo iniziatico, come la musica e la liturgia.
La Massoneria nel Medioevo è stata l’artefice di magnifiche opere d’arte ispiranti il rapporto con il Divino, ossia l’artefice di un processo iniziatico.
Georges Duby, nel suo: “L’arte e la società medievale” (Laterza), riferendosi all’Europa dell’XI secolo, scrive: “Ciò che noi chiamiamo arte, o almeno la parte meno fragile e più solidamente costruita che ne resta a distanza di mille anni, aveva a quell’epoca l’esclusiva funzione di offrire a Dio le ricchezze del mondo visibile, di permettere all’uomo di placare con tali doni la collera dell’Onnipotente e di conciliarsene la benevolenza. A quel tempo la grande arte era tutta sacrificio, e aveva molto più a vedere con la magia che con l’estetica”.
Non v’è grande differenza valoriale, sia pure nella grande differenza stilistica, tra le offerte artistiche dell’XI secolo e le raffinate opere degli esseri umani del Neolitico, o dell’Età del bronzo o di quella del ferro che, spezzate e rese inservibili in questo mondo, venivano donate al Divino; e non v’è grande differenza con opere d’arte, come l’Albero della Vita, che i bresciani hanno donato ad Expo, il quale evoca simbolicamente il continuo dinamico rapporto tra la terra e il cielo, tra il manifesto e l’immanifesto e l’intrecciato fluire degli elementi simbolicamente costitutivi della vita: terra, acqua, aria e fuoco. L’Albero della Vita è un simbolo antico che l’arte moderna e la moderna tecnologia hanno riproposto all’Umanità.
A vedere l’Albero della vita sono giunte a Milano oltre 20 milioni di persone da tutto il mondo, lasciandosi affascinare dalle luci e dai getti d’acqua che danzavano seguendo le armonie musicali e che inducevano il pensiero alla sacralità della vita e della natura.
Nel XII secolo, con Sugerio e le sue modifiche alla cattedrale di Saint Denis, l’architettura diventa un inno alla luce. Le scuole attive sono le cattedrali e lo spazio adiacente alla cattedrale in quell’epoca si gremisce di alunni. L’attività scolastica si sposta dal monastero alla cattedrale. “Per le scuole di Chartres si tradussero Euclide, Tolomeo e trattati di algebra, e nei livelli d’istruzione che a poco a poco si sostituivano agli schemi dell’antico trivium, la geometria e l’aritmetica si collocarono in prima fila… Nata dalla scuola della cattedrale, l’arte di Francia si diletta di rappresentare sui basamenti delle sue chiese le sette arti liberali”. (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).
“La denominazione «Liberi Muratori» – scrive Philaletes – deriva dal diploma rilasciato loro da papa Nicolò III, nel 1277 e confermato nel 1344 da Benedetto XII. Questi Liberi Muratori si chiamavano prima Muratori di San Dionigi e di San Giovanni. Essi costruirono come prototipo del tempio la cattedrale dedicata a san Dionigi, quale modello simbolico di tutte le chiese che dovrebbero essere costruite secondo dettami del rito, perché siano come un libro nel quale ogni iniziato possa leggere tutti i misteri dell’Antico e del Nuovo Testamento”. [1]
La Massoneria contemporanea conserva gelosamente, nei suoi rituali, il significato profondo delle “sette vie della conoscenza”, ossia delle arti liberali.
“I «dottori in pietre” – scrive Duby – avevano perfettamente assimilato la scienza dei numeri insegnata nelle scuole, e si autodefinivano «maestri», intendendo così riallacciarsi all’università. Gli edifici ch’era loro compito costruire, infatti, inscrivevano nella materia inerte il pensiero dei professori e il suo cammino dialettico”. (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).
Il potere delle immagini
Nel Corano non esisterebbe, secondo alcuni, alcun esplicito divieto di rappresentare creature viventi. La discussione sull’argomento è aperta tra gli esperti: alcuni sostengono che lo stesso Corano contenga il divieto a rappresentare esseri umani o animali, mentre altri si interrogano se la proibizione si debba riferire ad alcune forme di arti figurative o se la si debba considerare assoluta.
Negli hadith, i “racconti” della vita del Profeta raccolti e messi per iscritto molti anni dopo la sua morte, esiste il divieto di raffigurare qualsiasi creatura vivente. Altri hadith non vietano esplicitamente le rappresentazioni, ma non le incoraggiano nemmeno. Questi divieti avevano probabilmente origine nella necessità dei primi musulmani di cancellare i culti precedenti praticati dagli abitanti di quella che è oggi l’Arabia Saudita: vietare le immagini, infatti, significava vietare gli idoli adorati da quelli che venivano considerati “pagani”.
Quindi non nel Corano si trovano divieti espliciti, ma è negli hadith che è contenuto il divieto, per non mettersi in competizione con Dio, l’unico che può realizzare opere dotate di vita.
In ogni caso, resta il fatto che laddove il terrorismo islamico controlla territori, le opere d’arte vengono distrutte.
Azar Nafisi, scrittrice iraniana riparata in America, in un’intervista a Edoardo Rialti (Il Foglio quotidiano 10.10.2015) si pone una domanda: “Nella sua essenza, qual è la relazione tra una statua antica di migliaia di anni e il nostro mondo oggi? La statua è il simbolo di tutto ciò che una mente dittatoriale odia, e la prima cosa che fanno i regimi totalitari è appunto distruggere il passato per legittimare il loro presente. Non riescono a tollerare ciò che è stato, non solo ciò che è, e da ciò traggono il loro potere. Mi domando spesso cosa c’è in una statua che faccia infuriare questa gente così tanto? Deve contenere molto potere se vogliono distruggerla”.
Giulio Sapelli, in proposito scrive che la distruzione di opere d’arte da parte dei terroristi islamici si ispira “a norme teologico-estetiche radicate nella lotta all’idolatria condivisa dalle differenti anime dell’Islam” e aggiunge: “L’essenza estetica della teologia islamica è la lotta contro l’idolatria che inizia sin dalla prima delle cosiddette tre fasi dello sviluppo dell’arte islamica. Questa prima fase si estende tra il 634 e il 751 d.C. quando l’Islam comincia ad espandersi al di fuori della penisola arabica, ed è caratterizzata da un’assenza del magistero teologico sull’estetica islamica che inizia solo a partire dal IX secolo; a partire cioè dalla compilazione dello Hadih, in cui iniziano ad essere resi espliciti i divieti contro le arti, attraverso brani che si estraggono da descrizioni della vita del Profeta”.
L’interdizione riguarda ogni rappresentazione di esseri animali e umani in pittura e scultura, perché l’artista, così facendo, entra in competizione con Dio.
La Natura testimonia il Divino
“Più giustamente del volgo e dei retori – scrive Giordano Bruno nel suo “Il triplice minimo e la misura” – affermiamo che noi non possiamo scorgere il punto originario della luce (che né con il senso, né con la ragione derivata dal senso possiamo determinare in rapporto al punto d’origine), ma la sua diffusione”. E la sua diffusione è il cosmo; è la natura.
Dante (Paradiso, 1, 103-113) scrive:
“Le cose tutte quante
hann’ordine tra loro: e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante”.
L’universo, secondo Platone, è la più bella delle cose che sono state generate: un universo fatto a immagine dell’esemplare eterno. Un esemplare eterno sconosciuto e ritenuto inconoscibile: un nascosto Principio di puro pensiero (Arché) la cui azione improntante (Logos) produce archetipi (arché typos): impronte che testimoniano del Principio.
E’ questo, così ben espresso da Platone, un pensiero che l’essere umano coltiva da millenni, sulla base dell’osservazione delle armonie della Natura.
Nel Timeo, a proposito dell’Artefice, ossia del Demiurgo, Platone scrive: “Ma è evidente a tutti che Egli guardò all’esemplare eterno: infatti l’universo è la più bella delle cose che sono state generate, e l’Artefice è la migliore delle cause. Se pertanto l’Universo è stato generato così, fu realizzato dall’Artefice guardando a ciò che si comprende con la ragione e con l’intelligenza e che è sempre allo stesso modo”.
“Stando così le cose – aggiunge Platone -, è assolutamente necessario che questo cosmo sia immagine di qualche cosa”.
Per l’uomo romanico e per quello gotico la creazione non è finita e l’uomo vi contribuisce con le sue opere. L’Artefice lo chiama a collaborare e così il lavoro assume una funzione sacra e creatrice.
E l’uomo collabora. E a collaborare sono soprattutto gli specialisti, i maestri d’opera. “Essi stavano molto al di sopra dei semplici artigiani che dirigevano, non correggevano più le pietre, né scolpivano di propria mano: adoperavano il compasso e, minuziosamente disegnate sulla pergamena, presentavano ai canonici la proiezione assonometrica del futuro edificio. «Certuni lavoravano con la parola – dice un predicatore dell’epoca -. In queste grandi costruzioni c’è generalmente un maestro capo che organizza i lavori con la parola, e raramente, o addirittura mai, ci mette mano. Muniti di regolo e compasso, i maestri d’opera dicono agli altri ‘taglia qui’. Non lavorano, e tuttavia ricevono i più alti compensi». Quegli uomini conoscevano perfettamente il proprio mestiere, ed erano in grande familiarità con i dottori di teologia, pari loro, con cui condividevano le scienze dei numeri e delle combinazioni dialettiche…” (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).
Ecco delineati, con precisione millimetrica, il ruolo e le caratteristiche della Massoneria operativa, che è la vera, autentica Massoneria, capace di essere collaboratrice dell’Artefice, ossia di avere al proprio interno architetti e artigiani capaci di collaborare con il Grande Architetto dell’Universo, con il Grande Artigiano autore dei mondi. Una Massoneria formata non da violenti e protervi “cavalieri” feudali, ma di sapienti collaboratori del Divino, amanti della Sapienza.
Molti secoli dopo, Giordano Bruno, nel suo “Il sigillo dei sigilli”, scrive: “Sono preesistite nella mente del primo artefice le idee di tutte le cose che si producono in natura e delle quali possiamo agevolmente farci contemplatori, idee secondo il cui modello esemplare vengono prodotti tutti quelli che sono i generi e le specie dei generi”. Bruno prosegue: “Queste idee—voglio dire—si comunicano dalla prima mente al primo intelletto, per opera del quale (dopo che in qualche modo erano preesistite in un archetipo immenso) procedendo verso la natura vengono quasi a racchiudersi entro un margine commensurato e così prendono a sussistere secondo l’ordine naturale”. “ E così—continua Bruno— dal mondo supremo, che è fonte delle idee, in cui si dice sia Dio o che si dice sia in Dio, si dà il discenso al mondo ideato, che si dice formato dal supremo e attraverso il supremo, e da questo mondo ideato si da il discenso a quel mondo che è capace di contemplare entrambi i precedenti e che derivando dal primo attraverso il secondo, ugualmente potrà conoscere il primo attraverso il secondo”.
La Natura ordinata e l’Artefice
L’idea condivisa per secoli è che la natura sia fatta a immagine di esemplari eterni.
Con le scoperte di Keplero, Newton e Galilei il modello del Sei-Settecento è quello di un universo meccanismo: un cosmo orologio regolato da una legge universale della gravitazione. Un grande orologiaio interviene per regolarne i movimenti.
Un secondo modello è la cosmologia dei lumi. L’orologiaio non c’è più. Kant ipotizza oggetti e forze che si muovono sulla tela dello spazio e del tempo assolutamente governati da leggi deterministiche. Non c’è atto creativo. Il cosmo è infinito, statico, eterno.
Si arriva poi alla relatività, alla fisica quantistica, con un universo in espansione, cosicché, riavvolgendo il film si arriva alle costanti di Plank, che sono prossime al Punto. Ricompare il Pantocrator e si fanno sottili i confini tra la materia, l’energia e lo stesso pensiero.
Confini sottili che l’arte celtica e norrena esprime negli intrecci. “I Druidi dell’epoca più antica non scolpivano immagini figurative – scrive in proposito Robert Graffin – ma solamente delle cose astratte, degli intrecci, dei simboli, dei supporti di meditazioni….. I Druidi, la cui arte interamente a base di intrecci e spirali, dove nulla è rettilineo (salvo gli Ogham) hanno ben mostrato lì che il loro spirito era tutto curve, cerchi ed ellissi, in senso proprio a figurato”. (Robert Graffin, L’art templier des cathédrales – Celtisme et tradition universelle – Éditions Garnier).
I nemici della bellezza sono “cose che parlano”
Severino Boezio asserisce che “chi abbandona il fine comune [il platonico Bene] a tutte le cose che sono cessa in pari tempo di essere. Questa mia affermazione – dice Boezio -, cioè che proprio i cattivi, ….., non sono, potrà forse sembrare strana a qualcuno; ma la questione sta proprio in questi termini. Io – continua Boezio – non contesto infatti che i cattivi siano, appunto cattivi; ma nego nettamente e semplicemente che essi siano”.
“E’, infatti, ciò che si mantiene nella propria condizione e conserva la propria natura; quello che invece si stacca da questa abbandona anche l’essere, che è insito nella sua natura”.
Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza odia il divino, la natura, gli esseri viventi e la loro esperienza terrena; non è degno, per questo, di essere considerato un essere umano; è divenuto, per sua volontà, una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina, ha perso il suo essere, è divenuto una cosa che parla.
Il terrorismo islamico, che distrugge, dileggia, violenta e stupra la bellezza, radendo al suolo monumenti storici che sono patrimonio dell’Umanità, che brucia immagini, in una furia iconoclasta demenziale, è praticato da individui che hanno perso il diritto di essere considerati esseri umani; sono cose senza anima e senza spirito; sono carne che cammina; cose che parlano.
Glam dicin sui nemici dell’arte e della bellezza.
Glam dicin sui nemici della libertà.
Glam dicin sui nemici della conoscenza.
[1] AE Phlilaletes, L’esoterismo dei Rosacroce nella Divina Commedia, Bastogi
La perfida Turchia
Il sunnita Erdogan è uno dei maggiori responsabili dell’esodo che sta interessando l’Europa.
I cinque milioni di profughi siriani sono in gran parte da mettere sul suo conto.
La collusione tra Ankara e il Califfato, infatti, è più che evidente. Per mesi Ankara ha negato le sue basi aeree per colpire l’Isis e, attualmente, i suoi raid aerei sono serviti a contrastare i curdi, unici combattenti veri contro il Califfato.
Ankara ha usato le primavere arabe per estendere il suo dominio e la propria influenza nella regione e sostiene il governo libico di Tripoli, che permette ai trafficanti di esseri umani di gestire il flusso africano dei profughi che sbarcano sulle coste italiane e greche.
Dei 330 mila arrivi in Europa, i due terzi provengono dalle coste turche e Ankara è la responsabile prima della rotta balcanica e della rotta libica attraverso le quali arrivano i profughi.
La strategia di Ankara è chiara: favorire con tutti i mezzi l’islamizzazione d’Europa.
A testimoniarlo è anche il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Estergom-Budapest, Janos Székely, il quale ha recentemente scritto: “In Turchia si sentono voci fra la comunità musulmana che vogliono conquistare l’Europa”.
Non è una novità. C’è un movimento musulmano che negli anni Settanta voleva conquistare l’America. Il movimento è stato fondato negli anni ’70 da un imam di nome Fethullah Gulen e si chiama Hizmet (il Servizio), una sorta di Opus Dei musulmana; ha sviluppato una rete di scuole, dette guleniste, con l’obbiettivo di formare una nuova classe dirigente legata alla Turchia e al movimento gulenista. I seguaci del movimento, con il mondo esterno, predicano il dialogo inter-religioso e la reciproca comprensione, ma tra di loro parlano di conquistare il mondo. Forse l’America l’hanno conquistata, vista la politica di Obama. Ora l’obbiettivo è l’Europa.
Il problema è che le cosiddette potenze occidentali, salvo fare propaganda sull’accoglienza, non vogliono prendere atto del fatto che un paese che è membro della Nato fa il doppio gioco e mentre dice di voler combattere il terrorismo, cosa che non fa, alimenta il flusso dei profughi con l’obbiettivo di islamizzare l’Europa.
Il pennarello e la Shoah
Evocare la Shoah e accomunare la polizia di confine che marca i migranti con un pennarello ai nazisti che tatuavano le loro vittime destinate ai campi di sterminio indica che il mondo “sinistrese” ha perso la ragione e la decenza.
Non è bello vedere poliziotti che scrivono numeri sulle braccia di chi arriva al confine per tentare di gestire la valanga umana che si riversa sull’Europa, ma quelle persone sono avviate ai centri di accoglienza, non ai campi di sterminio.
Il problema è che dietro all’indignazione si nasconde la tentazione, sempre presente, di annacquare, in un pastone generico, il terribile significato della Shoah, ossia l’eliminazione fisica di un popolo, voluta e perpetrata dai nazisti, così come oggi, avviene per opera dell’Isis, nell’area iracheno siriana e in Libia, nell’ignava esecrazione parolaia dell’Occidente e dell’inutile Onu.
Non è antisemitismo, visto che sono semiti anche gli arabi musulmani che arrivano a migliaia in Europa; è insorgente insofferenza nei confronti degli Ebrei, che risponde ad un odio coltivato per secoli dai cattolici e dai protestanti, che ha fornito le basi ideologiche per l’eliminazione fisica, nel secolo scorso, di sei milioni di europei colpevoli solo di appartenere al popolo ebraico.
A mettere la stella gialla di Davide sugli abiti degli Ebrei sono stati per primi i cristiani spagnoli, così come è stato un papa ad istituire i ghetti.
La prima Crociata, nel 1095, ebbe in Germania, come primo effetto, l’insorgere di un crudele antiebraismo, con i pellegrini armati che in alcune città massacrarono o convertirono a forza migliaia di “perfidi giudei”: uomini, donne e bambini.
L’odio di Martin Lutero per gli Ebrei è feroce, come è dimostrato nel suo libro “Degli Ebrei e delle loro menzogne”, da lui pubblicato nel 1543 e che, secoli dopo, è stato usato da Adolf Hitler per avvalorare e diffondere lo sterminio.
Solo un piccolo esempio del Lutero pensiero: “Io voglio dare il mio sincero consiglio.
In primo luogo bisogna dare fuoco alle loro sinagoghe o scuole; e ciò che non vuole bruciare deve essere ricoperto di terra e sepolto, in modo che nessuno possa mai più vederne un sasso o un resto. E questo lo si deve fare in onore di nostro Signore e della Cristianità, in modo che Dio veda che noi siamo cristiani e che non abbiamo tollerato né permesso – consapevolmente – queste palesi menzogne, maledizioni e ingiurie verso Suo figlio e i Suoi cristiani. Perché ciò che noi fino a ora abbiamo tollerato per ignoranza (io stesso non ne ero a conoscenza) ci verrà perdonato da Dio. Ma se noi, ora che sappiamo, dovessimo proteggere e difendere per gli ebrei una casa siffatta, nella quale essi – proprio sotto il nostro naso – mentono, ingiuriano, maledicono, coprono di sputi e di disprezzo Cristo e noi (come sopra abbiamo sentito), ebbene, sarebbe come se lo facessimo noi stessi, e molto peggio, come ben sappiamo”.
La preghiera del venerdì santo: Oremus et pro perfidis Judaeis (preghiamo anche per i perfidi giudei ), con la quale i cristiani pregavano per la conversione dei giudei, è stata cambiata, eliminando le parole “perfidis” e “perfidiam” da papa Giovanni XIII, che nel 1959 le fece eliminare durante la celebrazione presieduta da lui stesso. Poco dopo scomparvero definitivamente con la riforma dell’intero messale nel 1962.
L’antiebraismo cristiano, che ha fornito armi ideologiche al nazismo, non può ora cavarsela annacquando la shoah nell’orrore mediatico per i pennarelli, mentre lo stesso orrore non si traduce in azioni decise dei governi europei nei confronti dell’Isis, che stermina, e della Turchia che fa il doppio gioco.
Una guerra voluta e un esodo programmato
Ci voleva un tredicenne siriano per dire in una frase tutta la verità: “Per non farci venire in Europa, dovete fermare la guerra”.
Perché non si ferma la guerra?
La risposta è semplice: “Perché la si vuole” e chi la vuole è l’America che combatte in Medio Oriente un confronto interno tra gruppi di potere: i Bush, da un lato, sabatisti, amici della famiglia Bin Laden, strateghi delle violenze sunnite e, incredibilmente, anche della caduta di Saddam, voluta per scaricare su qualcuno lo shock delle Torri Gemelle, senza pensare alle conseguenze: il dilagare degli sciiti iraniani e ora, eterodiretta, la guerra dei sunniti dell’Isis, ossia degli ex di Saddam; dall’altro il clan che sta dietro ad Obama, che ha scelto prima i turchi e ora gli sciiti.
Nemico comune è Assad, non perché sia un pericoloso criminale internazionale che massacra il suo popolo (cosa peraltro vera, ma che a Obama interessa poco), ma per il fatto che è appoggiato da russi e ortodossi e perché garantisce alla Russia la base navale di Tartuz, che consente a Putin il pieno accesso al Mediterraneo. Guarda caso in Siria ad appoggiare Assad ci sono ora truppe russe che combattono l’Isis.
In Medio Oriente, pertanto, si combattono due guerre per interposta persona: quella del clan Bush e del clan che sta dietro ad Obama per il potere in America e quella, strisciante, non dichiarata, ma esistente, tra l’America e la Russia.
Il bambino siriano ha messo il dito nella piaga. Il re è nudo. Il primo re ad essere nudo è l’Onu, l’Organizzazione delle nazioni unite, che non ferma la guerra perché è un organismo impotente, inutile e costoso e ridotto ad essere un alibi.
Il secondo re ad essere nudo è Obama, il quale, quando fece il suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, nel suo primo mandato, nel 2009, affermò: “A coloro che perseguono i loro obbiettivi con il terrore e il massacro degli innocenti vogliamo dire che il nostro spirito è più forte e non si lascerà sopraffare: non durerete a lungo e noi vi sconfiggeremo”. Bugie. Per sconfiggere il terrore ha pensato bene di alimentare le primavere arabe, in mano ai Fratelli Musulmani, di dare il via libera a Teheran per le sue mire espansionistiche e per la bomba atomica, di disastrare la Libia, di abbandonare Israele e, non contento, di consentire alla Turchia, membro di una Nato ormai morta e sepolta e resuscitata solo in Ucraina, di fingere di bombardare l’Isis e di bombardare invece i curdi, unici guerrieri dell’area a contrastare il Califfato.
La conseguenza di questa strategia è un insieme di focolai di guerra che rischiano di unirsi in un confronto globale e il via libera alla Turchia per essere l’agente principale dell’invasione islamica d’Europa. Una Turchia che sogna di tornare ad essere l’Impero Ottomano e che ha aperto le vie dell’invasione attraverso la rotta balcanica e la rotta libica. Un sogno preparato da anni, come dimostra la presenza in America della setta gilenista, con l’obbiettivo di preparare una nuova classe dirigente Usa legata alla Turchia. Il movimento gilenista, “in inglese predica il dialogo inter religioso e la reciproca comprensione, ma in turco gli adepti parlano di conquistare il mondo e attaccano chi si oppone” (Claudio Gatti, Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2011).
Ad Obama, che ha mentito sin dal suo insediamento alla Casa Bianca, va tolto il premio Nobel per la pace e gli va consegnato il premio Evil per la guerra.
Il terzo re nudo è l’Europa, che continua a fingere che l’invasione islamica non sia una realtà e si trincera dietro al tema dell’accoglienza degli immigrati per non affrontare quanto un bambino siriano, questo sì davvero rifugiato politico, dice, invitando l’Occidente a fermare la guerra, per evitare l’esodo.
Parola al vento? Può darsi, ma la lucida richiesta di un innocente, suona a condanna dei tanti finti commossi che, con lacrime di coccodrillo, sono correi di una strategia guerrafondaia i cui autori hanno nomi e cognomi.
Fionnbharr


