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La Civiltà perduta che ha costruito le piramidi nel 36.420 a.C.

mei

Una civiltà prediluviana, dotata di conoscenze scientifiche e tecnologiche di altissimo livello, ha costruito, sulla piana di Giza, in Egitto, nello Zep Tepi (il Primo Tempo), ossia nel 36.420 a.C., una serie di monumenti megalitici che riproducono gli asterismi presenti nel cielo coevo.

Questa antica civiltà potrebbe essere quella dell’uomo Sapiens-Sapiens (datata all’incirca 73 mila anni a.C.) o quella dell’intervento sul nostro pianeta di una razza aliena che ha dato vita all’essere umano evoluto.

Lasciando aperto l’interrogativo, l’archeologo Armando Mei, appartenente alla linea scientifica che ricerca oltre gli schemi obsoleti dell’egittologia ufficiale, ci dà, nel suo libro: “Il Segreto degli Dèi” (Amazon ed.) la dimostrazione matematica che le piramidi attribuite a Cheope, Chefren e Micerino, la Sfingee altri edifici della piana di Giza, sono opera di una civiltà che li ha costruiti per essere la testimonianza di pietra della loro esistenza in un preciso momento della storia: il 36.420 a.C.

Questa dimostrazione matematica mette in evidenza la colpevole e voluta censura su ogni approccio alla conoscenza dell’esistenza di una civiltà antichissima e mette in scacco le teorie darwiniane dell’evoluzione.

L’autore rilegge l’intera piana di Giza considerandola frutto di un progetto unitario, i cui autori avevano “la totale conoscenza delle caratteristiche geofisiche del pianeta, l’applicazione ingegneristica di valori matematici, quelli del π (pi-greco) ed il Φ (phi – greco)” e una conoscenza dettagliata del cielo, delle stelle e dei pianeti del sistema solare.

“Giza – scrive Armando Mei – contiene la forza delle leggi della fisica, la bellezza delle tecniche dell’ingegneria, la saggezza dell’uso dei numeri, la sublime condivisione dell’architettura Celeste”.

Su questa antica civiltà evoluta, probabilmente cancellata dalla storia da eventi catastrofici attorno all’undicesimo millennio a.C. “sembra – asserisce l’autore – sia in vigore una sorta di coprifuoco sulla Verità sull’evoluzione della specie”.

L’Egitto dinastico è l’erede di questa antica civiltà perduta. “A mio parere – scrive infatti l’autore – i sacerdoti egizi, naturalmente di epoca dinastica, custodivano un Sapere ereditato da una civiltà precedente”.

“Chi ha edificato il complesso monumentale di Giza – scrive Armando Mei – ha trasmesso tutta la scienza umana ai posteri, utilizzando gli strumenti propri della geometria sacra”.

L’antica civiltà perduta è quella di Osiride, riconosciuto assieme a Iside quale “divinità” portatrice di civilizzazione. Ambedue, Osiride e Iside, nella teologia eliopolitana sono descritti come figli del cielo Nut e della terra Geb: un riferimento che li colloca come iniziatori della razza umana intelligente.

L’autore ricorda in propositoil Kore Kosmu di Ermete Trismegisto, laddove Horus interroga Iside.

“E dopo ciò, Horus disse: «Madre, come la Terra ebbe la fortuna di ricevere l’emanazione di dio?». Iside rispose: «Mi rifiuto di narrarne la nascita, poiché non è lecito raccontare l’origine del tuo concepimento, mio potente Horus, nel timore che in seguito gli uomini vengano a conoscere la genesi degli dèi immortali, dico solo questo: il dio monarca, l’ordinatore e l’artefice dell’universo, – … – concesse per poco tempo il grandissimo padre tuo Osiride e la grandissima dea Iside, perché portassero aiuto al mondo che era privo di tutto. Essi riempirono di vita la vita umana. Essi misero fine alla crudeltà selvaggia delle uccisioni reciproche. Essi consacrarono agli dèi progenitori templi e sacrifici. Essi concessero leggi e cibo e riparo ai mortali”.

A questo punto i riferimenti si intrecciano con quelli della tradizione massonica.

Nel Rituale di 2°Grado, infatti, si legge: “L’Architettura ebbe la sua culla in Egitto, paese originario della Libera Muratoria”.

Nel Rituale del 4° Grado si legge: “Qui si manifesta la saggezza della Massoneria; essa è la sola che agisca sui suoi adepti con una lunga serie di iniziazioni secondo il procedimento dei sacerdoti dell’’Egitto, di cui riconosce l’insegnamento come il punto di partenza. Questo procedimento fu anche quello delle grandi Scuole filosofiche dell’antichità. Fu quello delle valenti Corporazioni di Maestri d’Arte che durante il Medio Evo conservarono nel mistero delle loro Logge la libertà di pensiero, allora impossibile a praticarsi pubblicamente”.

Negli Old Charges si fanno espliciti riferimenti a Euclide, Pitagora e Ermete Trismegisto come ai fondatori antichi della Massoneria.

 

Il mito di Osiride, della sua morte e della sua ricomposizione-resurrezione ad opera di Iside è chiaramente il sostrato egizio sul quale è stata compilata la leggenda massonica di Hiram.

Nel Libro dei Morti (meglio: “Per salire alla Luce”), si legge: “Io sono il Maestro dell’Opera che pone la sacra arca sul proprio supporto”.

Il riferimento del Kore Kosmu al dio monarca, ordinatore e artefice dell’universo, richiama il massonico Grande Architetto dell’Universo.

Di questa importante ricerca di Armando Mei e delle sue molteplici implicazioni per la storia dell’Umanità e anche, si parva licet componere magnis, per quella della Massoneria, parleremo nel convegno: “L’Egitto dei Neter” in programma a Napoli, nella sede dell’Istituto di studi filosofici, il 18 marzo 2017.

                                                          Silvano Danesi

Il fallito non è Renzi, ma Napolitano e una strategia internazionale

Non mi è mai stato simpatico, ma mi piacciono le persone che si assumono le loro responsabilità. A fronte di una prassi consolidata, che ha fatto registrare negli anni le dichiarazioni dei politici tartufi, volte a negare la sconfitta con sofismi vomitevoli, Matteo Renzi ha dato prova di essere un uomo, ammettendo la sconfitta e assumendosene la responsabilità. Chapeau.

Fatta questa premessa, credo si debba dire, con altrettanta chiarezza, che lo sconfitto non è Matteo Renzi, ma una linea politica che Matteo Renzi, con indubbio impegno, ha incarnato e rappresentato.

Tale linea politica è composta da più elementi.

Il primo è dovuto all’acquiescienza al globalismo clintonian-obamiano, voluto dal globalismo neo feudale finanziario e delle multinazionali, che in Italia ha avuto come massimo responsabile l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (il vero sconfitto), il quale ha consegnato il Paese alla sudditanza all’Europa dei finanzieri e dei burocrati con governi proni alle direttive feudal-burocratiche di un’Unione che non è mai stata un vero stato federale dei popoli. Renzi ha tentato un colpo di reni in fase finale, contestando i diktat eurogermanici ed euroburocratici, ma fuori tempo massimo. Il globalismo clintonian-obamiano è in crisi dopo lo tsunami dovuto al voto americano che ha premiato Trump e l’Unione è a pezzi.

E’ cambiata la musica e sono cambiati non solo i suonatori, ma anche il direttore d’orchestra. E’ cambiato lo scenario internazionale.

Il secondo è il tentativo di rimettere in campo una pseudo Democrazia Cristiana (con gli ex comunisti in ginocchio e ossequianti) come perno di un centrismo politico eterodiretto da una Chiesa politica, quella stessa che Benedetto XVI ha indicato come ormai superata.

“Io sono certo – affermava profeticamente nel 1969 Joseph Ratzinger – di ciò che rimarrà alla fine, non la chiesa del culto politico, ma la chiesa della fede. Una chiesa che non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a pochi anni fa, ma una chiesa che conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

Il terzo è il tentativo di mantenere a tutti i costi, con alchimie istituzionali esproprianti del potere del voto popolare, il potere della Casta, che ha nei politici solo la facciata riconoscibile, ma che dietro le quinte aveva come protagonisti i fautori del primo elemento.

Renzi era l’attore sulla scena di un copione che il popolo ha capito essere contrario ai propri interessi e molto funzionale ai poteri della finanza internazionale, delle multinazionali e dei feudatari degli stessi.

Tragico e miserevole è il tentativo dei vari attori sulla scena politica italiana di appropriarsi della vittoria del No.

Il No a valanga segna il fallimento di una strategia internazionale e come tale va valutato, in sintonia con la vittoria di Trump, con la Brexit e con i vari sussulti identitari e popolari che si registrano nel mondo e, in particolare, in Europa.

Onore delle armi a Matteo Renzi, ottimo interprete di una strategia sbagliata e perdente, ma nessuna acquiescenza ai sofismi irritanti di chi tenta di cavalcare la vittoria del No.

Lo scenario è cambiato e se non si vuole cadere nell’abisso, è ora di voltare pagina. Anzi: è ora di cambiare il copione.

Silvano Danesi

 

 

Il popolo e le élite della dittatura mascherata

L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buon fine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.

“Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – scrive Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [i]

E’ quanto è accaduto alle élite autoreferenziali del mondialismo, le quali, non comprendendo più il popolo, lo sfiduciano.

Che Popper avesse ragione lo testimonia il commento di Giorgio Napolitano all’elezione di Trump: “Siamo innanzi ad uno degli eventi più sconvolgenti della storia della democrazia europea e americana, direi uno degli eventi più sconvolgenti della storia del suffragio universale, che non è sempre stata una storia lineare di avanzamento, da tanti punti di vista, della nostra società e dei nostri Stati. Qualche volta l’esito di votazioni a suffragio universale è stato anche foriero di gravissime conseguenze negative per il mondo”.

Tradotto in chiaro, il pensiero di colui che è stato, purtroppo per noi, il presidente della Repubblica italiana, è che se il popolo fa quello che piace alle élite, meglio: a certe élite, allora il popolo è ottimo; se il popolo vota male, non secondo quanto vorrebbero certe élite, allora è pessimo, non è più popolo, ma massa amorfa, che esprime populismo, il cascame della democrazia.

Eppure, parrebbe che demo-crazia significhi proprio il potere del demos, ossia del popolo.

Il commento dell’élite autoreferenziale degli illuminati intellettuali mondialisti, meglio alter-mondialisti, come direbbe Agnoletto, che ha eletto a suo leader papa Francesco, autore della nuova religione terzomondista che ha sostituito il cirstianesimo, è che “il voto di Trump è un voto di gente non laureata”.

Alla faccia. Ma questi signori della cosiddetta sinistra, un tempo non lontano non erano i difensori della working class (classe operaia) e dei rurals (i contadini)?

Absit iniuria verbis. Contadini? Operai? Ignoranti non laureati. Noi l’élite dei laureati vi diciamo che se non seguite le nostre illuminanti indicazioni siete un branco di ignoranti populisti. Soprattutto non volete capire che il nostro stare con la grade finanza e con il kombinat di potere dell’industria bellica e delle multinazionali è per fare il vostro bene. Incolti, volgari (ossia vulgus), convertitevi. Seguiteci. Dateci ascolto e sarete di nuovo popolo mondialista, buonista e politicamente corretto.

Politicamente corretto? Ah! si: il linguaggio di chi non vuol dire pane al pane e vino al vino. Quelli che seguendo papa Francesco si dimenticano che nel Vangelo c’è scritto. “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. Matteo 5,37.

Il politicamente corretto è l’apoteosi dell’eufemismo, ossia del non dire per non avere conseguenze; è il linguaggio dei salotti radical chic, dove ogni presa di posizione è poco elegante. Meglio non dire, essere sfuggenti, sfumati, ossia inconsistenti.

Inconsistenti?  No. Dietro il bon ton si nasconde la dittatura del politicamente corretto, che è la censura per chi non condivide le idee dominanti dell’élite intellettual radical mondialista: oggi diversamente mondialista, ossia il predominio della finanza, delle grandi multinazionali, in primo luogo di quelle delle armi.

Vi ricordate Fedro? “Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus”.

« Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando:
“Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità:
“Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!”
Rispose l’agnello:
“Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti. ».

Cari sinistresi, diversamente terzomodialisti, amanti del comunismo papista e della dittatura feudale del lupo finanziario, accade che il popolo non faccia sempre come l’agnello di Fedro, ma prenda in mano la rude zappa dei rurals, la chiave inglese dei workers e mandi a quel paese le vostre illuminanti idee.

 

Voi, del politicamente corretto, dovreste avere il coraggio e l’onestà di dire che il popolo vi fa schifo e che preferite il governo delle élite, meglio ancora le dittature mascherate da democrazia. Ne avrebbe vantaggio l’onestà di pensiero. Ma l’onestà di pensiero è politicamente corretta? Ops. Che ineleganza!.

Silvano Danesi

[i] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli

Gli scrigni di Elémire Zolla

Leggere una pagina a caso è aprirsi a panorami , a mondi, a suggestioni, a sensazioni, ad emozioni, a incontri, ad “aure” e a “camere delle meraviglie”.

Ogni pagina è uno scrigno di tesori.

Impossibile, pertanto, ogni sintesi di: “Archetipi”, “Aure”, “Verità segrete”, “Dioniso errante”, i quattro saggi di Elémire Zolla che l’editore Marsilio offre racchiusi in un unico volume con un saggio introduttivo di Grazia Marchianò, dal quale traggo solo questo pensiero: “Che cosa è mai l’interesse spirituale? Evidentemente non un tornaconto egoistico o altruistico, entrambi egocentrici, ma il tenace intento di affinare la qualità dei nostri sentimenti, pensieri e atti. Ne risulteranno un sentire, un pensare e un agire per il fine esclusivo che ci impegna”.

Da “Archetipi”, saggio essenziale per comprenderne la potenza, estraggo alcuni concetti riguardanti gli archetipi politici, ossia la “degenerazione” della funzione archetipale.

Zolla ci spiega come i sapienti, per comunicare la loro conoscenza illuminativa, la traducano in cosmogonie e in storie di dèi e del come la degenerazione di tali traduzioni del mondo archetipale le trasformi nel “mito di fondazione di un regime, nella giustificazione di un’autorità”.

“I simboli dell’illuminazione interiore  – scrive Zolla – diventano archetipi politici e le moltitudini ne restano incantate; non li possono comprendere, ma avvertono vagamente un soffio d’altro mondo e così restano magnetizzate da ciò che fu e non è più la luce della conoscenza”.

Così il mito di Romolo celebra la comunità nell’atto in cui nasce, quello di Augusto l’universalità di Roma. Costantino incarna il mito dell’impero universale sacro, al quale si opporrà quello teocratico del Sacro Romano Impero.

I due miti daranno luogo, in Europa, alla lotta delle investiture e al confronto tra guelfi e ghibellini.

“L’archetipo dell’impero – scrive Zolla – s’è trasferito negli Stati Uniti, retti dal complesso mitico importato nel 1776 per novus ordo seculorum, com’è scritto sui biglietti da un dollaro” [in effetti: novus ordo seclorum, ndr].

In “Aure” ogni pagina ci trasmette il fascino di mondi scomparsi o in via di sparizione in un Occidente in declino, suscitando in noi una romantica nostalgia.

Nel saggio “Verità segrete” Zolla è profetico e con una frase icastica fissa l’immagine dell’orizzonte ideale  nel quale ci costringe l’ideologia della globalizzazione consumistica: “L’aldilà della quotidianità è l’apoteosi dell’immondezzaio”.

Del tempo della globalizzazione che ci consegna ad un nuovo feudalesimo dell’impero finanziario, con i suoi vassalli, valvassori e valvassini; che vuole costruire l’uomo neutro, senza patrie, senza radici, senza ideali, mero consumatore della quotidianità, Zolla profeticamente scrive: “ La quotidianità è lo stato dell’uomo che ha smesso di alienare da sé la religione, la divinità, lo spirito, ha cessato cioè di proiettare fuor di sé le antenne che gli possono consentire di cogliere gli stati superiori dell’essere.  Un urlo di orrore sfugge a chi per un momento si ridesti dal mondo del quotidiano e si veda circondato da gente che in questa oppressione vive senza nemmeno avvertire l’asfissia: conversa di fatterelli, di squadre sportive, di spettacoli televisivi, di vicende da rotocalco, sta sommersa nell’immondizia come in un bagno di vapore che la stordisce. Chi vive del quotidiano nel quotidiano non saprebbe più infilare un sillogismo all’altro, la deduzione lo spossa, la sintesi lo urta, se gli si parla di vita interiore crede che si intenda il fantasticare della sua mente ignara di significati”.

L’uomo quotidiano è l’uomo neutro, del quale scrive Claudio Risé; è il nuovo servo della gleba, metamorfosata nel debito pubblico.

“Con l’invenzione del debito pubblico mai ammortizzato – scrive Zolla – torna visibile la schiavitù; con la parte del reddito individuale destinato a pagare il debito pubblico se ne creano i titoli e il suddito, illuso di essere un libero cittadino, è venduto, pignorato, sottomesso alla banca col titolo che rappresenta la sua quota-lavoro: egli «è» quel titolo”.

L’uomo del quotidiano è senza immaginazione e poiché chi è “versato nella scienza dell’immaginazione sa cogliere le tenui premonizioni d’una catastrofe” e sa  che quando “mutano i sogni”, la “città è prossima al crollo”, all’uomo del quotidiano appartiene l’inconsapevolezza del disastro; va incontro agli eventi come un animale al macello; è l’armento sacrificale del gregge degli ignari.

Infine, Zolla è profeta anche quando ci propone un dialogo tratto dalla novella politica di B.Disraeli Coningsby:

 “ – Per conto mio non c’è errore più volgare di credere che le rivoluzioni siano dovute a ragioni economiche. Senza dubbio, queste hanno la loro parte nel precipitare una catastrofe, ma di rado ne sono la causa. Non conosco un periodo, ad esempio, in cui il benessere materiale in Inghilterra  fosse così diffuso come nel 1640. Il paese era moderatamente popolato, l’agricoltura progredita, il commercio florido, eppure l’Inghilterra stava alle soglie, dei mutamenti più sconvolgenti e violenti della sua storia.

  • Fu un movimento religioso.
  • Ammettiamolo; la causa, dunque, non fu materiale.

L’immaginazione dell’Inghilterra si sollevò contro il governo. Il che dimostra, allora, che quando quella facoltà si scatena in una nazione, pur di seguirne l’impulso, si sacrificherà persino il benessere materiale”.

Dialogo di evidente attualità, in questo scontro di civiltà alimentato da un’ideologia della morte, il cui immaginario è un paradiso costruito trasformando la Terra in un inferno di violenze  e di costrizione.

Il volume di Marsilio, che racchiude quattro saggi di Zolla, non è da leggere; è da studiare, meditare, introiettandone i messaggi antichi di una tradizione che è base per un futuro dell’Umanità non offeso dalla tracotanza delle ideologie.

Silvano Danesi

Am Groner Freiband n°5

Am Groner“Donne da redimere e che redimono. E’ questo il primo appunto che mi sono scritto nel leggere «Am Groner Freiband n° 5» di Michael Sfaradi. Chi avesse avuto modo di leggere «I lunghi giorni della Arctic Sea» potrebbe condividere questa mia osservazione.

In Arctic Sea il protagonista incontra una donna problematica, ormai incapace di amare, perché convinta dalle sue traumatiche esperienze di non essere degna d’amore e la redime con un inaspettato gesto di rispetto. Da quel gesto di redenzione sarà a sua volta redento, scoprendo la relazione d’amore con il femminile.

In «Am Groner Freiband n°5» la redenta è Rivka, l’istruttrice di ferro delle reclute israeliane, alla quale il trauma della morte del marito ha inibito la femminilità. Nel rapporto con Ruben, il protagonista del romanzo di Sfaradi, Rivka riscoprirà il suo essere donna, sbloccando anche la sua maternità. L’inconsapevole redentore, nell’apprendere le motivazioni profonde della dinamica redentiva, sarà a sua volta redento, scoprendo finalmente l’amore per il femminile.

Sfaradi, nei due romanzi, affronta il tema dell’eterno femminino, del suo problematico rapporto con un maschile incapace di comprenderlo, ma redimente e redento quando si concede all’incontro.

Rosy Domini, con l’immagine di copertina, dà forza alle mie impressioni. La Gänseliesel, la statua della guardiana delle oche della fontana di Göttingen, è complesso simbolico che sostiene iconograficamente quanto con lo scritto ci trasferisce Sfaradi e ci introduce all’eterno femminino come sedes sapientiae.

Il secondo appunto riguarda Israele, patria in quanto luogo dei padri: non territorio, ma itinerario.

Ruben sogna una patria dove, come scrive Sfaradi, “l’unico sporco ebreo è un ebreo che non si lava”; è una patria rifugio, dove non c’è la pressione del secolare disprezzo voluto dai cristiani per il popolo deicida e dagli islamici per chi ha tradito il messaggio divino. Israele è la terra degli ebrei, dove gli ebrei si riconoscono e dove non c’è chi li guarda di traverso o li considera dei subumani. Tuttavia la terra sognata si rivela necessariamente un sogno.

Ruben sente il richiamo della diaspora, che si materializza in un luogo catartico, la Germania di Göttingen, dove due Sefer Torah, miracolosamente salvi, rendono evidente la verità insita nel detto: «Nulla accade a caso», ma anche la realtà cogente di quel fenomeno che Jung definisce sincronicità e che spesso è banalizzato, per insipienza, nel concetto di coincidenza. I due Sefer Torah sono i testimoni della diaspora che è Israele come itinerario di un popolo iniziatico, depositario e custode di antiche sapienzialità, la cui origine si perde nella notte dei tempi e che sono «radici».

Il destino di un popolo iniziatico non è e non può essere la stanzialità, ma il cammino, in quanto la «terra promessa» non è una terra, ma la Terra.

Il tema di un popolo iniziatico non è il dominio, ma la semina.

E così i Sefer Torah riemergono dalle rovine, come i geroglifici, il  Per Em Ra, l’’Enuma Elish, le Triadi bardiche e tanti altri tasselli tradizionali, i quali, risalendo, come fa il salmone, verso la sorgente, riconducono alla Tradizione.

Ruben, cercando la diaspora trova se stesso e si orienta; ritrova il senso di un cammino.

La diaspora è panspermia, è semina costante; è cammino senza sosta.

Il destino di un popolo iniziatico non è facile, anzi: è difficile e doloroso, ma è fecondo”.

Obama e il maquillage del coccodrillo

Quando un leader, un comandante in capo, preoccupato del suo cocodrillesco maquillage, scarica le sue responsabilità sui collaboratori e sugli alleati, perde la dignità e diviene ridicolo agli occhi dei contemporanei e della storia.

Nel terzo millennio è accaduto a Barak Hussein Obama, purtroppo per noi presidente degli Stati Uniti d’America, il quale, tuttavia, a sua discolpa, può vantare un illustre predecessore: Adamo.

Come narra il mito ebraico, Adamo nell’Eden mangiò la mela dell’albero della conoscenza del bene e del male e fu scacciato, per questo, dal giardino divino insieme a Eva, alla quale il primo esemplare maschile dell’umanità dolente diede la colpa, dimostrando di non avere autonomia di giudizio e di essere un minus habens, con una discreta propensione alla vigliaccheria.

Barak Hussein Adamo Obama, dopo aver determinato l’eliminazione di Gheddafi, con la conseguenza di mettere la Libia nel caos, rendendo incerta e soggetta al terrorismo tutta l’area (non è mancata la colpevole connivenza degli italiani, a cominciare dal Comandante in capo) ora, preoccupato del suo maquillage storico, piange lacrime da coccodrillo  e scarica la colpa sugli alleati. “Quando mi guardo indietro – afferma  in un’intervista a The Atlantic – e mi chiedo che cosa sia stato fatto di sbagliato mi posso criticare perché ho avuto troppa fiducia nel fatto che gli europei, data la vicinanza con la Libia, si sarebbero poi impegnati di più nella gestione delle conseguenze, il follow up”.

Gli europei sono per Adamo Obama degli opportunisti e dei free riders, gente che viaggia gratis. Buon risveglio presi-niente. Dove stava Obama  con la testa quando il suo ex segretario di Stato, Hillary Clinton  voleva fortemente la fine di Gheddafi e ascoltava preoccupata i rapporti confidenziali nei quali si diceva che Berlusconi, quello tra i leader europei ritenuto più vicino al rais, riteneva che il leader libico potesse vincere.

Il fatto è che nelle fasi che precedettero gli attacchi aerei e il linciaggio a morte di Gheddafi Obama aveva ceduto al suo segretario di Stato, la Clinton, che tutti noi dobbiamo ringraziare per i disastri immani compiuti.

Ora, nell’intervista, a The Atlantic, Barak Hussein Adamo Obama ha definito un errore l’intervento militare in Libia che permise di rovesciare il regime di Gheddafi, a tutto vantaggio delle mire inglesi e francesi e a tutto danno delle anime belle italiane, a proposito delle quali va detto che, oltre ad essere buoniste e amanti di tutti coloro che rovesciano i cattivi dittatori, dovrebbero informarsi sulle conseguenze del loro stupido buonismo. La conseguenza è che a un dittatore se ne sono sostituiti decine, ferocemente armati e determinati.

 

 

Chiesa e Massoneria tra l’anatema e il dialogo

 

di Silvano Danesi

L’articolo del Cardinal Ravasi su Il Sole 24 Ore (riportato a pagina 2) ha destato stupore solo in chi non conosce il confronto, ormai secolare, tra esponenti della Chiesa Cattolica ed esponenti della Massoneria. Confronto che non ha sciolto molti nodi, che non ha chiarito molti errori storici, ma che ha sufficientemente messo a fuoco, per chi non sia animato da inguaribili pregiudizi, che tra le due istituzioni non v’è contrasto, che vi sono molte differenze (come è normale che sia, altrimenti vi sarebbe identità e non si porrebbe il problema) e, soprattutto che la Massoneria Tradizionale non trama contro la Chiesa Cattolica e che i contrasti tra le due istituzioni, quando vi sono stati, appartengono a situazioni particolari, anche in questo caso poco indagate e spesso frutto di una malintesa analisi storica.

Come nella Chiesa esistono posizioni diverse tra di loro, a volte tanto diverse da apparire contrastanti, così è anche nella Massoneria, dove alcuni massoni (si ricorda sempre a questo proposito Carducci) hanno espresso posizioni apertamente anticlericali.

Non sono mancate, del resto, tra i cattolici, interpretazioni del mondo massonico non solo offensive, ma ridicole, come quelle contenute in un opuscoletto del 1918, dal titolo: “La Massoneria, quel che è, quel che fa e quel che vuole”, edito da “Civiltà cattolica”, la rivista dei Gesuiti., dove si afferma che “… i capi veri della setta massonica sono legati a fil doppio coi capi del giudaismo militante e dipendono da questi, poiché questi nelle alte logge hanno prevalenza del numero”. Il testo, scritto in forma di dialogo avvenuto su un treno tra un colonnello e un magistrato, fa dire al magistrato: “Per me, che son venuto meglio studiando l’abisso della malizia massonica, meglio ancora mi sono persuaso, che nel suo fondo vi è una sopraffina perfidia giudaica”.

Nel volumetto destinato alla propaganda (appartiene alla collana “Nuovi dialoghi popolari”) la Massoneria  viene accusata di organizzare reti di associazioni, leghe di liberi pensatori, società operaie e di mutuo soccorso, corali, orchestrali e di essere al timone di fenomeni come il socialismo, il comunismo, il satanismo.

“La Massoneria—dice il magistrato al colonnello, mentre il treno corre sui binari di inizio Novecento— è l’antichiesa per eccellenza, cioè la chiesa di Satana, in perfettissima contraddizione con quella di Cristo”.

Argomentazioni che stanno in perfetta compagnia con quelle del poeta napoletano Francesco Gaeta, il quale scrisse un volume, edito postumo da Sansoni, dal titolo: “La Massoneria” e rieditato con prefazione di Giovanni Preziosi da Mondadori nel 1944, nella quale  il politico italiano, nonché ministro, pubblicista e traduttore, noto in epoca fascista per il suo antisemitismo, scrive, riferendosi ad alcuni scritti antiebraici del Gaeta del 1913: “L’importanza di questo scritto inedito di Gaeta non può sfuggire: quando il poeta così scriveva, il Fascismo non c‘era, il Concordato non era stato definito, i provvedimenti antiebraici e anticosmopolitici non erano stati adottati, la massoneria non era stata soppressa, la suprema conquista d’Italia, operata con ermetismo e inganno dalle forze occulte dell’ebraismo internazionale, non era ancora riconquistata, la guerra ebraica non era iniziata, né quella del 1914 né quella del 1939”.

L’idiozia antisemita, come si vede, accomunava l’opuscolo della propaganda di Civiltà Cattolica e quello del fascistissimo Preziosi e non mancava di essere dichiarata apertamente sin dal primo capitolo del suo libro dal poeta napoletano Francesco Gaeta, il quale scrive. “Che cos’è la massoneria? E’ l’organo della conquista del mondo da parte degli ebrei, a danno ed a spese dei Goim (Plurale di GoJ) che in ebraico sono tutti i non ebrei ed in particolar modo gli occidentali sotto il convenuto titolo di «cristiani», considerandosi Cristo formalmente come il capostipite delle religioni d’occidente, ma sostanzialmente come il simbolo di tutti i popoli non ebrei da assoggettare”.

Di delirio in delirio, la Massoneria diventa il braccio armato e inconsapevole dei perfidi ebrei e così, guarda caso, insieme ai sei milioni di innocento ebrei, Hitler ha sterminato anche 80 mila massoni tedeschi. Sorte risparmiata ai cattolici.

Un dialogo continuo

lungo tutto il ‘900

Pur in presenza di posizioni connotate da assurdi pregiudizi, il dialogo nel ‘900 è stato intenso, continuativo e prodromico a quanto oggi afferma il Cardinal Ravasi, il quale, nonostante gli stupori dei pasdaran militanti sui due fronti, ne è semplicemente l’intelligente continuatore.

Un volume edito da Sugarco nel 1978 raccoglie, con prefazione di Giordano Gamberini vari scritti sulla Massoneria, tra i quali quelli di don Ernesto Pisoni con l’imprimatur della Curia di Milano e quello di Padre Rosario Esposito.

Don Ernesto Pisoni, dopo aver ricordato la scomunica comminata agli appartenenti alla Massoneria da Clemente XII il 24 aprile 1738, scrive: “Bisogna comunque arrivare al 1938, cioè esattamente a due secoli dopo, per vedere ripreso in esame con diverso animo il problema dei rapporti tra Chiesa e Massoneria, nonostante la permanenza di un veto giuridico apparentemente insormontabile. Bisogna arrivare cioè ai tempi moderni per capire e soprattutto per merito di studiosi, bisogna dirlo anche cattolici, che la Massoneria non ha avuto un’origine anticlericale  e che andava considerata un centro d’unione e non di divisione, un mezzo per legare amicizie sincere tra uomini di ogni clima spirituale tra persone di buona volontà che, come principio, vogliono servire l’umanità”.

Perché proprio il 1938?

“ Il merito  – scrive don Ernesto Pisoni – è di un famoso articolo pubblicato il 15 settembre 1938 da Padre Berteleoot su «La Revue de Paris». Il valoroso gesuita francese in questo articolo continua in pubblico, con estremo coraggio, un discorso da lui iniziazto alcuni anni prima col grande storico massone francese Lantoine, gratificato dal titolo spregiativo di «gesuita» dai suoi confratelli per l’atteggiamento aperto e conciliante nei confronti della Chiesa Cattolica. Continuando lo spirito di questo dialogo, Padre Berteleoot analizza e riscopre le origini cristiane della Massoneria, i principi di tolleranza e di rinuncia a contese religiose e a risse per motivi religiosi, la condanna di guerre civili, tanto inaccettabili anche sotto il profilo evangelico; naturalmente il discorso di Padre Berteleoot era condotto con grande abilità e cautela. Egli cominciò a distinguere tra Massoneria e Massoneria e nell’interno dell’istituzione tra massoni e massoni, non disconoscendo gli errori compiuti da una parte, senza mettere troppo in rilievo gli eccessi di difesa e relativi errori compiuti anche dall’altra parte”.

Il dialogo

di Aquisgrana

Un altro “primo inizio di disgelo”, come lo chiama Don Pisoni, si ebbe in Austria e Germania, iniziato nel 1928, ancora da un gesuita, Padre Hermann Gruber, il quale ha intessuto un dialogo con due studiosi massoni. Il filosofo viennese Kurt Reichl e lo storico Eugenio Lenouf, ai quali si unì successivamente il segretario generale della Gran Loggia di New York, Ossian Lang. “I colloqui tra Padre Gruber – scrive don Pisoni – e gli esponenti massonici portarono addirittura ad un incontro noto come il Dialogo di Aquisagrana che certamente consentì un primo contatto tra eminenti responsabili delle due istituzioni, contatto non certamente ufficiale ma non per questo meno utile e meno carico di risultati. Lo spirito di Aquisgrana ero lo spirito del dialogo e del confronto, premesse indispensabili per i rapporti non soltanto correnti ma aperti a futuri sviluppi: nessun cedimento dottrinale da una parte o dall’altra ma deciso sgombero del terreno da parte di sovrastrutture leggendarie, polemiche animose e spesso totalmente infondate, e cattive informazioni”.

La storia del rapporto tra Padre Josef Berteloot e Albert Lantoine è stata narrata dal religioso nel volume: Jésuite et Franc Maçon: Souvenir d’une amitié, edito con l’imprimatur della Curia parigina nel 1952 dall’Editore Dervy.

A chi gli rimproverava le sue frequentazioni, Padre Berteleoot rispose, mettendo a nudo il solito metodo delle pubbliche virtù e dei vizi privati dei soliti integralisti: “Potrei citare il nome di molti miei benefattori i quali non si fanno alcuno scrupolo di collaborare con i massoni nei Consigli di Amministrazione in cui vengono difesi i loro interessi politici ed economici”.

Dieci anni dopo, nel 1948, finito il periodo del grande conflitto mondiale, il dialogo riprende, facendo registrare un salto di qualità. I due interlocutori sono il Cardinale Innitzer, arcivescovo di Vienna e il Gran Maestro della Massoneria austriaca Scheichelbauer. Gli incontri si svolsero nella stazione termale di Bad Hofgastein sul tema concordato: “Chiesa e Massoneria in Austria”. Conseguentemente ai colloqui il Nunzio a Vienna, Monsignor Delle Piane, inoltrò a Roma la memoria di due massoni che chiedevano l’abolizione delle censure contro la Massoneria. Un giornalista cattolico, direttore del giornale Die Fürche, il dottor Funder, scrisse al Gran Maestro il 20 gennaio del 1954, per comunicargli il suo dispiacere in seguito ai silenzi di Roma.

Se nel 1948 Vienna si muoveva, alcuni passi importanti venivano fatti anche a Parigi, con la visita del celebre quaresimalista di Nȏtre Dame, P. Riquet alla Loggia massonica Volney di Laval il 18 marzo del 1961, “con – come scrive don Pisoni  – le stupende e profonde allocuzioni scambiate in quell’occasione”.

Negli Stati Uniti vanno registrati i rapporti del cardinale  Cushing e del vescovo Robert Joyce con la Massoneria americana, delle cui logge furono in più occasioni ospiti dal 1961 al 1965. Il cardinale Cushing il 26 ottobre del 1965 fu ospite d’onore della Loggia Brotherhood di Boston Herald scrisse  che quella era la prima volta che un principe della Chiesa Cattolica Romana era ospite della Gran Loggia Massonica del Massachusset.

Nel 1976, come ricorda don Ernesto Pisoni, “l’intero espiscopato di una regione ecclesiastica quale la regione scandinava, prese posizione ufficialmente sul tema Chiesa e Massoneria”. Nel comunicato emesso congiuntamente dagli episcopati danese, norvegese, finlandese e svedese, pubblicato nel bollettino dell’episcopato norvegese «Sankt Olaw» nel mese di giugno 1967”, si rendeva noto che i membri della Massoneria che intendevano essere cattolici potevano essere individualmente ammessi, senza rinunciare ad essere membri attivi della Massoneria.

In una lettera datata19 luglio del 1974 e indirizzata agli episcopati di tutto il mondo, il cardinal Seper, Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, mentre riaffermava che rimaneva in vigore la legislazione generale, autorizzava, secondo il parere di don Pisoni, “gli episcopati di tutto il mondo a comportarsi come l’episcopato scandinavo, cioè a decidere sulla liceità per i cattolici d’appartenere alla Massoneria in base alle situazioni locali”.

Nel suo “La Massoneria” (Editrice Queriniana), don Franco Molinari, docente di Storia della Chiesa all’Università statale e professore di Storia Moderna all’Università cattolica, cita  il libro Massoni nostri fratelli separati, di Alec Mellor, magistrato francese, cattolico e massone. “La sua posizione – ricorda Molinari – si può sintetizzare in termini estremamente semplici: la Massoneria regolare non cade sotto la scomunica, perché è una scuola di etica sublime e non conduce guerra alla Chiesa”.

Sempre Molinari cita un articolo di Padre Giovanni Caprile sul mensile Jesus (agosto 1981) dove il gesuita scrive, a proposito della stupidaggine ricorrente che i massoni adorerebbero Dio e desterebbero Cristo: «La fede religiosa personale di ciascuno deve essere rispettata. Anche sotto questo profilo, quindi, il nostro interrogativo ammette un’unica risposta: di fronte alla figura di Cristo, la Massoneria rispettava le convinzioni di ciascuno».

“Fondamentalmente, perciò – aggiunge Molinari – si può dire che la Massoneria nutre, verso Cristo, grande rispetto come uomo, come animatore di fraternità universale, come martire dell’umanità. Sul terreno della fede non si entra e non si vuol entrare”.

Una scomunica

tutta politica

Don Ernesto Pisoni, in un articolo contenuto nel volume edito da Sugarco nel 1978, a proposito della scomunica comminata ai massoni da Clemente XII il 24 aprile 1738 con la Bolla In Eminenti, sostiene che il documento presenta “strane anomalie di stesura soprattutto laddove si motiva la condanna con queste testuali parole: «Per sbarrare la via tanto larga che potrebbe condurre alla penetrazione non punita dell’ingiustizia anche in base ad altri motivi a noi noti, giusti e legittimi, abbiamo ritenuto giusto ed abbiamo deciso di condannare e proibire le dette Società, Circoli, Associazioni Segrete, Assemblee e Bande Clandestine note con il nome di Massoni o con qualsiasi altra denominazione». Come ha fatto giustamente notare qualche studioso (cfr. R. Esposito, Le buone opere dei Laicisti degli Anticlericali e dei Framassoni, Ediz. Paoline, 1970) questo documento – sottolinea don Pisoni – pecca di incongruenza giuridica là dove emette una grave sentenza  di condanna contro gente che mantiene il segreto, senza assicurarsi circa il contenuto di tale segreto e un paio di righe dopo nasconde gli ulteriori motivi della sua decisione come un segreto. Forse tale anomalia trova giustificazione nel fatto che il pontefice Clemente XII era già cieco e gravemente ammalato quando il documento fu emesso e fu il cardinale segretario di Stato Giuseppe Firrao che gli sorresse la mano per firmare la bolla. Un Papa che fosse stato nel pieno possesso delle sue facoltà non avrebbe forse avallato un documento nella forma piuttosto contorta e non del tutto congruente con lo stilus curiae. Questo testo, ritenuto abbastanza anomalo anche per gli studiosi di parte cattolica è forse il frutto di un clima emotivo, più politico che morale, che lo fa assomigliare ad una condanna sommaria senza appello più che un motivato provvedimento pastorale”.

La scomunica di Clemente XII sembrerebbe, pertanto, viziata fin dall’origine, sia per il contenuto, sia per la forma, sia, infine, per la dubbia attribuzione alla volontà del Papa.

 

La scomunica

nel diritto

La scomunica è entrata nel Codice di Diritto Canonico promulgato in data 27 maggio 1817 e, in questo documento, scrive don Pisoni, “ assume una meno anomala formulazione permettendo agli esegeti pacati e attenti di sollevare qualche sottile «distinguo» già sul testo canonico che così suona: (Canone 2335) «Coloro che danno il loro nome alla setta Massonica o alle altre Associazioni della medesima specie che tramano contro la Chiesa e contro le legittime Autorità Civili, contraggono ispo facto la scomunica semplicemente riservata alla santa Sede». A differenza che nella Bolla, nel Canone è data una motivazione «religiosa» della condanna e si restringe il campo della censura a quelle Associazioni che realmente tramano contro la Chiesa o le legittime Autorità Civili”.

Qui deve intervenire l’analisi storica, che deve circonstanziare accuratamente tempi, modi e luoghi ove il conflitto non con la Chiesa in quanto istituzione religiosa, ma con la Chiesa in quanto sedicente erede dell’ Impero romano si è svolto, non solo con la Massoneria, ma con una lunga serie di istituzioni, di personaggi illustri, di re e imperatori.

“La Massoneria comunque – scrive don Pisoni – non ha avuto un’origine anticlericale, la Chiesa l’ha condannata in un momento in cui pensava che questa associazione per la sua segretezza ed atmosfera di cospirazione cui amava spesso circondarsi tramasse contro di essa e contro le legittime autorità”.

Uno dei più gravi e usuali errori della storiografia massonica è quello di datare la nascita della Massoneria al 21 giugno del 1717, quando fu fondata la Gran Loggia d’Inghilterra.

La costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra, voluta dai regnanti  protestanti  di origine tedesca Hannover, i quali avevano esiliato gli Stuart, rappresenta l’interruzione di una tradizione.

Gli Stuart, esiliati a Parigi e Roma, come ho tentato di dimostrare nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, erano i legittimi rappresentanti di una Massoneria tradizionale che non ha mai avuto conflitti con la Chiesa cattolica a meno ché non si voglia risalire al confronto secolare che ci fu, e per lungo tempo, tra la Chiesa cristiana celtica e quella romana. Confronto di ben alta natura e importanza di quello instauratosi tra la Chiesa anglicana e quella Cattolica, essendo la prima nata non per questioni religiose, ma solo ed esclusivamente per questioni politiche, come dimostrano le vicende storiche legate a Enrico VIII.

L’attività massonica dei «residenti» inglesi sul continente e, in particolare in Italia, non poteva che essere motivo di irritazione per la Santa Sede. Dai rapporti dei nunzi pontifici, infatti, come fa opportunamente osservare Padre Rosario F. Esposito, in un suo articolo contenuto nel volume: “La libera Muratoria” edito da Sugarco e al quale ho già fatto cenno,  “la Santa Sede deduceva in primo luogo l’origine «protestante» della Massoneria simbolica e i contenuti «eretici» dell’Istituzione”.

Le altre Bolle di condanna non sono meno motivate da questioni politiche della prima.

La seconda Bolla di condanna,  firmata da Benedetto XIV (Providas Romanorum Pontificum del 18 maggio 1751) trova le motivazioni in quanto si stava agitando nel napoletano.  Il 13 settembre 1821 Pio VII pubblicò la costituzione apostolica Ecclesiam a Ieasu Christo nella quale condannava la Carboneria, ritenuta un’emanazione massonica.

Leone XII, reso inquieto dai moti costituzionali,  il 13 marzo 1825 pubblicò l’enciclica Quo graviora. Pio VIII nell’enciclica Traditi humilitati del 24 maggio 1830 considerò la Massoneria come fonte della rovina sociale.

Gregorio XVI nella sua enciclica Mirari vos del 15 agosto 1832 si esercita in affermazioni assurde. “Si tratta – scrive Padre Rosario F. Esposito – di un documento molto umiliante, che indica come «deliri» tutte le libertà: di pensiero, di parola, di stampa, di religione”. La Massoneria, ovviamente, è indicata come massima responsabile di tutte queste scelleratezze.

I documenti antimassonici di Pio IX sono molteplici e motivati da fatti storici ben precisi, ossia i moti risorgimentali, che chiuderanno per sempre il potere temporale del Papa nella ristretta sede del Vaticano. “Le nostre ricerche –scrive  Padre Rosario F. Esposito – ci hanno portato a catalogare ben 116 documenti antimassonici piani, così suddivisi: 11 encicliche, 53 lettere e brevi, 33 fra allocuzioni e discorsi, 19 documenti maggiori di Curia”.  I più noti sono il Sillabo (8 dicembre 1864 e l’allocuzione Multiplices inter (25 novembre 1864).

Leone XIII è stato il Papa che nella condanna alla Massoneria ha superato anche Pio IX, ma anche in questo caso la motivazione è del tutto politica e riguarda la costruzione dello Stato unitario italiano, che è avvenuta a discapito dei territori papalini.

Leone XIII, che regnò dal 1870 al 1903, nella sua lotta contro coloro i quali stavano mettendo le basi del Regno d’Italia, promosse a Trento, nell’autunno del 1896, il primo Congresso Antimassonico Internazionale, per mobilitare tutta la cristianità contro la Massoneria. Le prove delle nefandezze della Massoneria furono tratte dalle testimonianze di Leo Taxil, sedicente ex massone pentito, il quale nel 1987, in una conferenza alla Società Geografica di Parigi confessò di aver inventato tutto.

Il furfante scrisse che il Gran Maestro era in contatto con Satana, dal quale riceveva gli ordini e che nelle riunioni massoniche si sputava sulle ostie consacrate o le ostie  erano trafitte su spade. Sull’altare erano collocate fanciulle vergini al servizio di Belzebù e altre insensatezze del genere. Poco importa quanto fosse furfante Leo Taxil, ma è importante ricordare che il libro di Taxil:  I misteri della framassoneria,  fu addirittura pubblicato a puntate nei giornali cattolici.

Alle accuse alla Massoneria di trarre le proprie idee dal Naturalismo e di essere una setta satanica, fecero seguito iniziative concrete, che si possono ascrivere alla concorrenza. In funzione antimassonica, anti liberale e anti socialista  nacquero associazioni cattoliche, società di mutuo soccorso, banche cattoliche (Banco di Roma, Banco Ambrosiano, in seguito tristemente noto, Credito Romagnolo,  le Banche Cattoliche del Veneto, le Casse Rurali, le Società cattoliche di assicurazione).

Qui, come è del tutto evidente, Satana ha ben poco a che fare. Chi si agita molto è il Papa, che vuole ricostituire il potere perso con la costituzione del Regno d’Italia in altro modo, ossia costituendo un insieme di roccaforti nella società civile. L’attacco alla Massoneria è il risultato del fatto che nel Parlamento e nei governi del Regno d’Italia ci sono molti massoni dichiarati e riconosciuti. Come è del tutto evidente, lo scontro riguarda un ben preciso territorio, in un particolare periodo storico e comunque ha come motivazione la perdita di quel potere temporale che la Chiesa aveva attribuito a sé con un falso storico, ossia con il documento Donatio Constantini, smascherato, come falso, da Lorenzo Valla.

Pio X ha semplicemente ribadito con la Gratum quidem la condanna, nell’occasione, nel 1911, dei festeggiamenti solenni del cinquantenario della proclamazione dell’Unità d’Italia, avvenuta il 17 marzo 1861. Ovviamente non erano state dimenticate altre due date: la fine dello Stato pontificio, avvenuta il 20 settembre 1870, con la presa di Roma e il 1871, quando a Roma fu trasferita la capitale del Regno.

Nel corso del pontificato di Benedetto XV si ha la codificazione canonica del 1917 che con i canoni 2335 e 2336 conferma la scomunica.

Pio XI interviene contro la Massoneria nell’enciclica Non abbiamo bisogno pubblicata nel 1931.

Pio XII non interviene nel merito.

Con Giovanni XXIII e con Paolo VI si apre una stagione di dialogo

Nel 1970, un importante moralista cattolico, Padre Häring, rispondendo su Famiglia Cristiana a delle domande di una lettrice scriveva: “La scomunica comminata a coloro  che appartenevano alla Massoneria aveva lo scopo di proteggere la fede e di richiamare l’attenzione sul peccato che si commette nel sostenere associazioni ostili alla Chiesa. Tale scomunica oggi subentra soltanto quando,  nelle nuove circostanze, si commette un peccato grave” (citazione in Molinari, op. cit).

Al Concilio Vaticano II il vescovo messicano Mendeza Arceo, nei dibattiti conciliari, ebbe a dire: “La Chiesa nostra madre misericordiosa deve cercare la strada del dialogo con la Massoneria sotto la guida dello Spirito Santo”. (citazione in Molinari, op. cit).

Il 17 luglio 1974 il cardinale Franjo Seper, presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una lettera al cardinale John Joseph Krol, presidente della Conferenza Episcopale Nordamericana, prende posizione a favore dell’apertura verso la Massoneria: «I laici», scrive Seper, «possono iscriversi alla Massoneria, i chierici no».

“Nel prendere in considerazione i casi particolari, bisogna tener presente che la legge penale va sempre interpretata nel senso restrittivo. Si può quindi insegnare con sicurezza e applicare l’opinione di quegli Autori i quali ritengono che il canone 2335 tocchi soltanto quei cattolici iscritti ad associazioni che cospirano contro la Chiesa”.

I Canoni in questione sono:

2335 Coloro che danno il proprio nome a una setta massonica o ad altre associazioni dello stesso genere che complottano contro la Chiesa o le legittime autorità civili, contraggono per il fatto stesso la scomunica riservata alla sola Sede Apostolica.

1374 – Chi dà il nome ad una associazione, che cospira contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto.

Sembra dunque che la scomunica del Codice del 1917 non venga più applicata.

Ma puntuale, due giorni dopo, il 19 luglio, la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede in una notificazione ufficiale smentisce quella lettera e conferma che e sempre in vigore il canone 2335 del Codice di Diritto Canonico contro la Massoneria, con una precisazione: «II predetto canone 2335 riguarda soltanto quei cattolici che si iscrivono ad associazioni le quali di fatto operano contro la Chiesa. Rimane tuttavia in ogni caso la proibizione a chierici, religiosi e membri di istituti secolari di iscriversi alle associazioni massoniche».

Il Codice del 1983

e il no di Ratzinger

Nel nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 e confermato il 26 novembre 1983 dal documento Dichiarazione sulla Massoneria della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, firmato dall’allora prefetto Joseph Ratzinger, quindi Papa Benedetto XVI (2005-20013) e approvato da Giovanni Paolo II è ribadita la condanna e la diffida relativa all’appartenenza alla Massoneria, valendo come interpretazione del Canone 1374

Nella dichiarazione si legge: “È stato chiesto se sia mutato il giudizio del Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore. Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie. Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione. Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la Dichiarazione di questa S. Congregazione del 17 febbraio 1981 (Cf. AAS 73, 1981, p. 240-241). Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione, decisa nella riunione ordinaria di questa S. Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983. – Joseph Card. RATZINGER Prefetto Fr. Jérôme  Hamer,O.P.Arcivescovo tit. di Lorium

Potrei aggiungere altri fatti e altri documenti, ma lo spazio di un articolo non consente di andare oltre.

La storia di un secolo, il XX dell’era volgare, ha visto la Chiesa cattolica passare dall’anatema al dialogo, ma ad un dialogo altalenante tra aperture e chiusure. Di questo dialogo altalenante l’articolo del Cardinal Ravasi è, per ora, l’ultima significativa interessante puntata, che si muove lungo la linea di un confronto vero e leale, che non può che essere tale e che non può che partire, come egli stesso afferma, dal riconoscimento delle differenze.

La questione

del Logos

La prima e fondamentale delle differenze è costituita dal Logos. Chi ha affermato che i massoni adorano Dio e disprezzano Cristo dicono, evidentemente una maligna corbelleria. I massoni ricercano il Divino, al quale danno l’appellativo di Grande Architetto dell’Universo, in quanto il Logos è arché-tecton, il realizzatore del Principio, che non è principio temporale, ma ontologico. I cristiani credono che questo principio si sia incarnato in un uomo, ossia in Gesù, detto il Cristo, traduzione greca del termine ebraico מָשִׁיחַ (mašía, cioè “unto”), dal quale proviene l’italiano Messia.

La Massoneria non disprezza per nulla Gesù, anzi, lo apprezza per il suo messaggio, che ci è riportato dalla letteratura evangelica, ma non impone la credenza della sua essenza divina, lasciando la più totale libertà a chi crede di credere.

Il credere che Gesù sia il Cristo e sia il Logos fattosi uomo comporta tutta una serie di conseguenze teologiche sulle quali la discussione è aperta da secoli tra i cristiani e i non cristiani attenti all’evolversi del cristianesimo, così come delle altre religioni presenti nel mondo.  Entrare nel merito di tali discussioni teologiche senza essere cattolici non significa essere adepti di una setta satanica dedita al peccato e alla perversione.

Del resto, Papa Francesco, ha recentemente affermato: “Dio non è cattolico”. Se è così, la ricerca è libera, così come libero è l’approdo ad una o più certezze e altrettanto libera è la navigatio.

Ben venga, pertanto, un confronto aperto e senza remore. Non può che essere produttivo di importanti risultati per l’umanità, oggi sempre più schiava di un materialismo che la rende dimentica dello spirito che anima l’uomo.

 

Il consenso nel congelatore

Un articolo di Salvatore Merlo (Il Foglio) dal titolo: “L’affaire Casaleggio”, presenta una regia informatica del Movimento 5 Stelle onnicontrollante e in grado di indirizzare le risposte della rete in ragione dei suoi obbiettivi. In buona sostanza, la democrazia telematica è una democrazia finta che consente di far eleggere nelle istituzioni della Repubblica persone il cui consenso elettorale è manipolato e la cui libertà d’azione è limitata.

La notizia interessante contenuta nell’articolo è che l’azienda di Casaleggio ha avuto dal 2006 al 2009 come cliente da core business l’Idv di Di Pietro e che, solo dopo la rottura con l’Idv, Casaleggio avrebbe deciso di mettersi in proprio con l’esperimento 5 Stelle.

Merlo scrive dei rapporti di Casaleggio con Di Pietro e attribuisce a Massimo Donadi, che dell’Idv fu capogruppo alla Camera, la seguente frase: “A me risulta che il rapporto con Di Pietro si interrompe quando Casaleggio suggerì in modo perentorio, perché secondo lui altra via non c’era, che l’Idv rompesse con il centrosinistra e diventasse una forza antisistema”.

Salvatore Merlo descrive, tuttavia, attraverso molte testimonianze, lo staff di Casaleggio come una sorta di Grande Fratello e riprende l’argomento su Il Foglio di sabato 5 marzo in un articolo dal titolo emblematico: “Un’email scovata dal Foglio dimostra come funziona il controllo della Casaleggio Associati sulle vite (e i server) degli altri”.

Sempre Salvatore Merlo, nel lungo articolo su Il Foglio del 21 febbraio 2016 dal titolo: “L’affaire Casaleggio” traccia un quadro del personaggio e del suo modo di operare e ad un certo punto, a proposito del “pissi pissi malizioso” che lo riguarda, scrive che attraverso “leggende senza fondamento (persino l’indimostrato e risibile legame con le massonerie, i fantasiosi collegamenti con i servizi segreti americani e addirittura con non meglio precisati e grotteschi centri di potere finanziario anglo-olandese) gli riconoscono straordinarie conoscenze e pure profetiche qualità professionali”.

Eppure, a quanto si legge, alcuni rapporti non sono del tutto fantasiosi.

Panorama, nell’edizione del 28 marzo 2013 scriveva: “Particolarmente interessanti sono i rapporti di Casaleggio con Giuliano Di Bernardo, già Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e fondatore della Gran Loggia Regolare, massima autorità sulla e nella massoneria italiana. Con Panorama Di Bernardo sottolinea il comune sentire che lo lega a Casaleggio: «La sua visione e la mia sono molto simili» dice Di Bernardo. «Entrambi riteniamo che nel futuro dell’umanità scompariranno le differenziazioni ideologiche, religiose e politiche. Per me a governare sarà una comunione di illuminati, presieduta dal “tiranno illuminato”, per Casaleggio a condurre l’umanità sarà la rete». «Non mi risulta che Casaleggio sia massone» aggiunge Di Bernardo. Che conclude: «Grillo si rivolge alle masse; Casaleggio, invece, con il suo messaggio parla a un’élite. Io non votavo da 15 anni, ma sono tornato a farlo e ho dato la mia preferenza al Movimento 5 stelle. E molte delle persone che conosco e che condividono la mia visione del mondo hanno fatto lo stesso. L’importante è che Casaleggio non si faccia corrompere, che non accetti il compromesso con le altre forze politiche. Il rinnovamento deve essere radicale».”.

Giuliano Di Bernardo che, nel suo percorso successivo alla Gran Loggia Regolare, ha fondato l’Accademia degli Illuminati e Dignity e che ha sempre mostrato di avere ottimi rapporti con gli inglesi (Il vice presidente di Dignity è il Marchese di Northampton), in una lunga intervista a Giacomo Amadori su Libero (22 febbraio 2016), alla domanda: “Il fondatore del Movimento 5 Stelle Gian Roberto Casaleggio si dice sia molto interessato alle questioni iniziatiche e che abbia incontrato per parlarne un suo stretto collaboratore”, risponde: “Si, lui vede la Rete in maniera esotericaSolo il M5S per le sue dichiarazioni programmatiche potrebbe far saltare questo sistema politico e portarci verso un nuovo ordine sociale. Ma per riuscirci dovrebbe continuare a non accordarsi con nessun partito politico”. Nuova domanda: “Nel suo libro [Filosofia della Massoneria e della tradizione iniziatica, ndr] lei ci fa sapere che non crede più nella democrazia, ma sogna una tirannia illuminata. Ritiene che Beppe Grillo e Casaleggio la pensino come lei?”. Risposta: “Il modo di intendere la Rete di Casaleggio va nella mia stessa direzione. La differenza è che lui crede che un’intelligenza artificiale forte acquisirà una coscienza e governerà il mondo, io no. Per me la rete sarà sempre controllata dagli uomini”.

Il quadro d’insieme, se corrispondesse al vero, sarebbe preoccupante, in quanto sarebbe in atto un progetto di trasformazione della democrazia in una sorta di Grande Fratello orwelliano, per di più disincarnato, che manipola il consenso ed eterodirige le scelte degli organismi istituzionali, i quali, a questo punto, sarebbero del tutto esautorati di ogni potere reale.

Per ora quel che si capisce è che ad essere strettamente controllati sono i parlamentari e i vari eletti del Movimento 5 Stelle e che la strategia del Movimento è quella di non assumere posizioni di governo, ma di congelare i voti in una sorta di limbo protestatario.

Va da sé che in un Paese dove il 25 per cento degli aventi diritto non vota (astensioni), con un 25 per cento dei voti congelati, si restringe notevolmente l’area di chi governa, consentendo, così come è avvenuto, a minoranze di essere maggioranze, anche grazie ad un trasformismo mostruoso degli eletti.

Anche l’Idv, per un certo periodo, ha svolto la funzione di congelatore dei voti della protesta e non è un caso che quando ha smesso di farlo, secondo le testimonianze fornite da Merlo, Casaleggio abbia deciso di mettersi in proprio.

La strategia dei voti in congelatore, qualunque siano le intenzioni di chi dirige il Movimento 5 Stelle, di fatto ha consentito quel colpo di stato strisciante, ancora in atto, che sta producendo guasti per il Paese e che risponde a logiche esterne agli interessi dell’Italia.

Non è un caso che dopo l’allarme di Draghi su manovre tese a mantenere la depressione, ora si faccia avanti Lord Mervyn King, ex governatore della banca centrale britannica, il quale ha detto, papale papale: “La depressione in cui vi affondano è una scelta deliberata dell’Unione Europea”. E chi vuole l’Europa depressa e in deflazione? La Germania, che continua imperterrita a mantenere il suo saldo commerciale superiore al 6 per cento violando le norme comunitarie, mentre chiede ai partner europei rigore e rispetto delle regole. Non è estranea l’America, che non ha mai voluto un’Europa unita e che con Obama ha raggiunto il massimo della distanza dal vecchio continente.

I voti in frigorifero a chi servono?

Una Legione Straniera per l’Italia

La Libia sta diventando ogni giorno di più un teatro di guerra per l’Italia, dopo che disastrosamente il nostro Paese, dimostrando irresponsabilità senza limiti e scuse, ha collaborato con inglesi, francesi e americani a uccidere Gheddafi e a gettare nel caos un paese che era sotto controllo.

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Ora stiamo per andare in guerra, anche se, come al solito, fingiamo che non sia vero. Il tartufismo buonista autoassolvente inventerà qualche nuova definizione. La realtà è che manderemo un esercito di italiani (dei 3000-7000 mila militari previsti saranno per due terzi italiani, quindi dai 2 mila ai 4.500 uomini).

A questi dobbiamo aggiungere quelli che già stanno in altre aree di guerra mediorientali.

Considerato che i prossimi mesi, probabilmente i prossimi anni, saranno anni di impegno militare in scenari di guerra e considerato che ci sono migliaia di giovanotti di varia estrazione e nazionalità che troppo spesso vediamo impegnati a menar le mani, vogliosi di dimostrare la loro capacità guerresca, perché non formare una Legione Straniera italiana, ossia un contingente di professionisti da inviare sui fronti più caldi?

Bancomat, la nuova gleba.

Da servi della gleba, nel feudalesimo agrario, a servi del bancomat nel feudalesimo finanziario.

bancomatAccade così che il terzo millennio è nella sostanza simile, anche se in forma diversa, al primo millennio: sudditi e servi eravamo e sudditi e servi rimaniamo.

La normativa fiscale ci obbliga ad avere un conto corrente, un bancomat e una carta di credito, dal momento che i movimenti in denaro devono essere rintracciabili. Non solo. Alcuni pagamenti relativi alle tasse devono essere fatti solo per via elettronica, in base ad una follia informatica onnipervasiva, quanto inefficiente. Infatti, quando c’è un errore, il servo della gleba deve rivolgersi umilmente a chi lo ha commesso, con procedure da incubo e a volte lascia perdere, subendo un sopruso e pagando una tassa non dovuta.

Essendo i tassi ormai a zero, tenere un conto in banca costa parecchio, a tutto vantaggio del sistema bancario, il quale sulle spalle dei servi del bancomat, sta asciugando le sue ferite, dovute a conduzioni scellerate. (Banca Etruria docet).

Quando i tassi saranno negativi pagheremo le banche per tenerci i nostri soldi sui quali abbiamo pagato le tasse, che in Italia sono intorno al 50 per cento.

Con l’introduzione dell’Euro ci hanno dimezzato stipendi e pensioni e il valore della casa, che nonna e mamma ci avevano insegnato a comprare (pagando tasse e mutui) perché bisognava essere parsimoniosi e pensare alla vecchiaia. Se poi hai risparmiato e hai una casa in più sei un facoltoso schifoso capitalista da bastonare e da grassare.

Se hai in corso un mutuo, ora la banca, dopo sette volte che non paghi più, può requisirti la casa. Questa l’idea di un mondo politico vassallo del sistema bancario che ama definirsi di sinistra ed è solo sinistro.

Lo sheriffo di Sherwood è all’opera al servizio del feudalesimo finanziario.

Se hai la corrente elettrica devi pagare il canone di una tv di stato portavoce di una dittatura strisciante garantita dal voltagabbanismo istituzionale, in base al quale tu, servo del bancomat, se hai votato un tizio perché pensavi che fosse verde te lo ritrovi rosso e se hai votato uno pensando che fosse blu te lo ritrovi giallo.

Vassalli, valvassini e valvassori si coprono l’un l’altro e tu schiavo, servo del bancomat, devi stare zitto e andare ad applaudire alle trombonate quotidiane che escono dai palazzi del potere. Nel frattempo gli appartenenti alla casta rubano a mani basse.

Ora, in base ad una scelta ideologica e propagandistica, dal sapore sinistro, il braccio armato del Fisco può andare ad aprire le cassette di sicurezza nei caveau delle banche. Un modo per rompere le scatole a chi ha messo da parte la spilla della nonna, perché, come è noto, chi i soldi li ha davvero, li spedisce alle Cajman, in barba agli ideologi dello scasso. In buona sostanza, anche l’apertura delle cassette di sicurezza è un modo per bastonare i servi del bancomat, i quali, ovviamente, le chiuderanno di corsa, sostituendole con il materasso.

Caro servo, sei passato dalla zappa al bancomat, ma sei sempre servo. A proposito, gli amici di Robin Hood sono andati in ferie o sono passati armi e bagagli dalla parte dello sheriffo. I sindacati, trasformati in succursali dello Stato, sono ormai sportelli pluriservizio, per pratiche di ogni genere. Confindustria ha tra i suoi maggiori soci le aziende pubbliche e pertanto chiunque la presieda dovrà dire quel che pensa la casta.

Quindi, caro servo del bancomat, sono solo cavoli tuoi. Manca solo che ti dicano che puzzi ed è fatta.

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