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Giornalista

LA SINISTRA, L’ANIMA E IL FAUST DI GOETHE

La sinistra, dopo la recente sconfitta plurima e cocente, si contorce nella ricerca di una rinascita che è del tutto impossibile, in quanto, nel passaggio attraverso le fasi degli ultimi decenni, ha venduto l’anima.

faust
Dimentica dei padri e delle madri (le società di mutuo soccorso, i primi sindacati, i partiti del socialismo nascente) che guardavano al riscatto del popolo, la sinistra italiana ha venduto l’anima al sistema bancario e finanziario e alle logiche del mondialismo delle multinazionali.
Senza l’anima nessuna rinascita è possibile.
La sinistra ha fatto la fine del dottor Faust nell’omonima opera di Goethe, scritta in sessant’anni di intenso lavoro e di continue sistemazioni, che rese immortale la leggenda popolare medioevale dell’essere umano che vende la propria anima al diavolo, che nel caso di Faust è Mefistofele, per godere dei beni della materialità.
Il dramma della sinistra e, in particolare del Pd, è che ha scambiato il diavolo con l’acqua santa, con un errore tragico e irrimediabile.
La sinistra laica, frequentando da vicino i cattolici, avrebbe dovuto sapere, visto che sembrerebbe dotata di intellettuali accorti, che San Paolo, nella Lettera ai Corinzi ha scritto, a proposito del demonio: “Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere”.
Satana si maschera da angelo di luce. E infatti il mondialismo delle multinazionali e della finanza, che vorrebbe trasformare il mondo in una massa informe di consumatori, tutti servi della nuova gleba (il consumo), non importa a quale dio credano, purché si assoggettino al dio denaro, si è ben mascherato da angelo della bontà e ha mascherato molto bene i suoi ministri i quali predicano l’accoglienza coprendo un immondo traffico di esseri umani, in parte riserva di schiavi da immettere sul mercato del lavoro e in parte carne umana per gli usi e consumi più diversi, a cominciare dalle lucrose attività del finto buonismo accogliente.
Il popolo a chi ha venduto l’anima fa schifo, così come fa schifo a chi, chiuso nelle ville con piscina, ben guardate da servitori in livrea, predica l’uguaglianza a chi deve sbarcare il lunario e non arriva a fine mese.

quarto stato
Ve lo ricordate il quadro del pittore italiano Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato nel 1901: il quarto stato. Brutti, impolverati, straccioni, miserabili. Dimenticati. I miserabili la sinistra se li va a cercare nel mondo, perché quelli di casa sono troppo prossimi, mentre quelli di importazione possono essere confinati nelle periferie, lontani dai compound radical chic. I cinque milioni di poveri italiani puzzano e poi sono sgradevoli quando vanno a cercare nei cassonetti dei supermercati qualcosa da mangiare o fanno la fila alle mense. I disperati africani, invece, ingrassano il business dell’accoglienza e alimentano il mercato della misericordia. I negrieri non si smentiscono mai.
Satana si è ben travestito, frequenta i salotti buoni, respira l’aria rarefatta di Davos e le stanze ovattate della finanza internazionale. Il dottor Faust, in ansia di legittimazione e di cooptazione, ha venduto l’anima.
Goethe conosceva bene il giochino del cammuffamento avendo frequentato l’Ordine degli Illuminati organizzato il primo maggio 1776 da Adamo Weishaupt sulla base di un modello gesuitico (la Compagnia di Gesù era stata sciolta nel 1773). L’Ordine, contrastato dai Rosacroce, ebbe uno scopo più politico che religioso e la corrente illuministica interna alla Stretta Osservanza, alla ricerca di un progetto da opporre ai Martinisti, guardò agli Illuminati con la mediazione di Knigge, che aveva come modello il Paraguay gesuitico e pensava a stati modello nelle Indie Occidentali (America). Alain Wodrow, uno dei massimi esperti dei gesuiti, a proposito dell’esperimento del Paraguay, afferma: “Questa esperienza di comunismo paternalista è singolare e fu esempio per gli utopisti del XX secolo. L’ammirava persino Voltaire, che fu allievo dei gesuiti, ma li detestava”. Ludovico Antonio Muratori lo definisce “il cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”.
Emerge dalle aspettative del Knigge lo sfondo utopistico che si riallaccia alle teorie di Platone, di Tommaso Moro, di Campanella, ma anche quelle dei despoti illuminati, come Federico II, il quale negli anni Settanta del Settecento ordinò la costruzione di Urbaniborg, sull’isola di Ven, per l’astronomi Tycho Brahe. Urbaniborg, collocato in un palazzo rinascimentale, è stato considerato il primo moderno centro di ricerca scientifica, dotato di biblioteca, laboratori e di un celebre osservatorio. Tra i membri dell’Ordine troviamo personaggi di grande rilievo nella cultura europea: Goethe, appunto, ma anche Herder, Martens, Mirabou, Robespierre, Lavoisier, Filangieri, Pagano, Muenter, Nicolai, Antonio Jerocades
La mano sapiente dei gesuiti nel ‘700 ha creato più di un mostro.
Goethe, tuttavia, nelle molte sistemazioni della sua opera, giunge infine alla conclusione che mentre Faust sta per essere condotto all’Inferno, giungono degli angeli che, per la sua continua tensione all’infinito, salvano Faust grazie all’Amore dell’Eterno Femminino.
Il poema si chiude con la celebrazione dell’Eterno Femminino, individuando così nell’Amore la forza creatrice e motrice dell’intero universo.
Un Amore che collega, infine, il massone Goethe al filone iniziatico dei Fedeli d’Amore, quello di un Federico II immortale e grande, Stupor Mundi, che è ben altra cosa di quel Federico di Prussia, principe illuminato, che si alleò con i gesuiti.
Non bisogna sbagliare Federico, perché quello di Prussia è un despota, mentre quello di Jesi è portatore di un Amore per l’Eterno Femminino che è la Sapienza del Divino.
Confondere il fumo di Satana con Sophia produce inevitabilmente la perdita dell’anima.
Fedele d’Amore era Dante e le opere del Sommo Poeta, come quelle dei suoi contemporanei “Fedeli d’Amore” (Cavalcanti, Petrarca, Boccaccio, ecc.), ci forniscono le chiavi di comprensione di una linea di pensiero frutto dell’incontro di culture diverse, le quali hanno in comune la libera conoscenza adogmatica della Sapienza divina (Rosa), raggiungibile con un percorso iniziatico il quale, per quanto condiviso, presuppone una tensione conoscitiva individuale (Amore) capace di condurre l’adepto (Amante) dalla Croce (la materialità che fissa lo Spirito nello spazio tempo) alla Rosa.
Tale linea di pensiero ha dei riferimenti essenziali in Federico II di Svevia e nella sua “Magna Curia”, nella Provenza e nell’Aquitania dei Trovatori, eredi della cultura basca, nei Minnesanger, in Severino Boezio, nella poesia dei mistici arabi e nella Champagne di Chrétien de Troyes, che ripropone, con la “Materia di Bretagna”, l’antica cultura druidica. Anche Shakespeare rientra in questa linea di pensiero.
Sbagliare Federico è tragico. Anziché stare con la Sapienza divina, con la Rosa, con la Donna, con il Fiore, ci si allea con il despota, che si circonda di compiacenti intellettuali, ma esercita il suo potere dispotico a danno del popolo.
Qui habet aures audiendi audiat.

Silvano Danesi

La Francia deve chiudere la tragedia libica che ha creato

La Francia deve chiudere la tragedia libica che ha creato.
L’incontro tra il presidente Macron e il presidente Conte, al di là delle belle intenzioni e delle amorevoli dichiarazioni, non ha affrontato il nodo di fondo della questione italo-francese: la Libia. Senza affrontare finalmente e decisamente questo nodo non si va da nessuna parte e, soprattutto, non si aggredisce all’origine la questione dell’invasione africana dell’Europa.
Il 20 ottobre 2011, Mu’ammar Gheddafi è stato giustiziato a freddo dopo una guerra scatenata da Gran Bretagna e Francia, con il beneplacito degli Usa dei Clinton e con la colpevole, mai sufficientemente esecrata, acquiescenza dell’Italia. Acquiescenza che si pone come un vero e proprio tradimento degli interessi nazionali italiani.
Dietro alla guerra a Gheddafi, che la solita stupidità delle anime belle del nostro Paese voleva venderci come guerra di liberazione da un tiranno, ci stavano interessi ben precisi dei due paesi europei che, molto in teoria, dovrebbero essere nostri alleati.
L’assassinio a freddo di Gheddafi ha precipitato la Libia nel caos tribale e l’ha fatta diventare la porta incontrollata dell’invasione africana dell’Europa.
Facciamo un passetto indietro.
Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, in: “Il golpe inglese” (Chiare lettere) scrivono: “Nella notte tra il 31 agosto e il primo settembre 1969, con un colpo di stato, il re filo britannico Idris viene deposto a Tripoli e conquista il potere il giovane colonnello Mu’ammar Gheddafi, un filo nasseriano addestrato nelle accademie militari europee. Quel golpe è stato pianificato mesi prima in un albergo di Abano Terme, in provincia di Padova. E i suoi effetti sugli equilibri dell’area mediterranea si fanno subito sentire. Il nuovo governo rivoluzionario annuncia alle compagnie straniere di voler aumentare il prezzo del petrolio. Espelle poi dal territorio libico le basi militari americane e inglesi, mentre sono destinati a crescere i rapporti commericali e militari con l’Italia”.
Nel 2011, quando Gheddafi è eliminato brutalmente in omaggio anche alla demenziale teoria clintoniana della primavere arabe, ottima copertura per le più sordide nefandezze, l’Eni, ossia l’Italia, gestiva i due terzi dei contratti petroliferi e di gas con una Libia stabile e amica dell’Italia.
Il 31 dicembre 2015 sono state rese note molte email della signora Hillary Clinton e, fra queste, una del 2 aprile 2011 nella quale un funzionario americano spiega a chiare lettere alla signora, in corsa per la Casa Bianca e all’epoca Segretario di Stato, che i francesi hanno destabilizzato la Libia con l’intento di rientrare in gioco nell’area, a danno evidentemente dell’Italia, e di bloccare il tentativo di Gheddafi di dar vita ad una moneta panafricana in sostituzione del Franco francese africano. Il dittatore feroce, in buona sostanza, voleva emancipare l’Africa del dominio coloniale francese e, anche, inglese. Dominio coloniale mai venuto meno di fatto.
Ora, se Conte incontra Macron, deve chiedergli quanto manca ancora (mesi, giorni, anni?) alla fine del giochetto francese e quando si potrà chiudere la partita, restituendo alla Libia un governo unitario, restituendole la stabilità.
Fatto questo ci sarà un governo stabile con cui trattare e al quale dare le opportune garanzie, chiedendone in cambio altre.
Questo è il nodo da sciogliere. Il resto è ciccia per le anime belle, che abbondano nel nostro Paese e che hanno le fette di salame sugli occhi.
Come si può costruire una vera Europa se la Francia e l’Inghilterra pugnalano alle spalle l’Italia e aprono la voragine africana che, guarda caso, ci casca addosso senza alcuna solidarietà dell’Unione?

Silvano Danesi

 

L’Europa di Peter Pan deve diventare adulta e per diventare adulta deve essere realmente democratica

La formazione di un governo giallo-verde continua a riproporre ossessivamente il tema della compatibilità con l’Europa. Compatibilità economica, di mercato, di vincoli, di debito pubblico in rapporto al Pil e via discorrendo.

Si dimentica che l’Unione Europea, dal punto di vista politico, è l’isola che non c’è dell’eterno fanciullo Peter Pan e che gli aspetti fondamentali della politica di un’Unione che si rispetti non esistono.

Mentre la geopolitica mondiale sta cambiando radicalmente e celermente, l’Unione Europea vede i governi che la compongono andare, come diceva Pappagone, “vincoli e sparpagliati”. Libia docet. La Merkel da una parte, Macron dall’altra. I paesi dell’Est in un modo, quelli dell’Ovest in un altro.

La Ue non ha una politica estera, non ha un esercito e conta come il due di coppe quando si gioca a bastoni nelle scelte di politica internazionale.

L’Europa, come entità politica unitaria è stata pensata all’indomani della seconda guerra mondiale al fine di chiudere una lunga serie di guerre civili tra i popoli europei. Prima di giungere alla formulazione dei Trattati di Roma, alcuni uomini come Andrè Malraux, Helmuth James von Moltke, Joseph Retinger e Winston Churchill, pensarono agli Stati Uniti d’Europa come soluzione stabile di pace e di prosperità per il continente uscito massacrato dai conflitti.

Quella emersa dai trattati e concretizzatasi nella realtà è un’Europa ben distante dall’idea originaria, che era molto simile al modello statunitense.

L’Europa, così com’è, mantiene Stati, nazioni, patrie e popoli in mezzo ad un guado che rende la stessa Europa un player internazionale incapace, mentre si stanno ridefinendo gli assetti del potere mondiale.

Così accade che il potere finanziario-burocratico con la sua azione indebolisce gli Stati membri, aprendo inevitabilmente spazi alle piccole patrie, senza dare una risposta coerente in termini di una nuova statualità europea democratica, che abbia la sua legittimazione autentica nel voto popolare.

Per il potere finanziario-burocratico l’Europa è un grande mercato di consumatori, solo che se l’Europa è solo un grande mercato sarà inevitabilmente schiacciata come un limone dalla morsa trilaterale Usa-Russia-Cina.

Alla luce delle difficoltà in cui versa l’attuale Unione Europea, sono stati indicati nuovi programmi unitari, relativi ad un esercito comune, ad una politica estera comune, ad una ricerca comune, ad un intelligence comune e via discorrendo. Solo che, così come sono stati posti, sembrano più a un’ennesima finzione che ad una reale volontà.

L’Europa di Peter Pan deve diventare adulta e per diventare adulta deve diventare realmente democratica. Se non diventa adulta, perché continua a voler essere Peter Pan, sarà presto travolta da un’ondata di destra sovranista, come ha profetizzato Edward Luttwak.

Silvano Danesi

 

 

In Europa la danza dei fantasmi

Un fantasma si aggira per l’Europa: l’Unione europea; e non saranno le prediche a trasformare l’ectoplasma in una solida struttura capace di avere un ruolo geopolitico all’altezza delle trasformazioni epocali in atto.
In questi giorni, nei quali si profila in Italia un possibile governo composto da due forze non propriamente filo Unione, si sprecano le prediche e gli appelli alla necessità di stare in Europa, ma, come al solito, le prediche sono funzionali solo a nascondere la realtà. E la realtà è che l’Unione europea è un mostro buro-finanziario che fa acqua da tutte le parti. Il famoso asse franco tedesco è a pezzi. Ad Aquisgrana Emmanuel Macron ha accusato la Germania di feticismo in materia politica di bilancio e di surplus commerciale. Il presidente francese è stato esplicito: “A Berlino non può esserci un feticismo perpetuo per i surplus commerciali e di bilancio, perché questi sono fatti a spese degli altri”.
Cosa significa? Semplice. Significa che la Germania, da quando ha ritrovato l’unità ha accumulato un tesoro grazie all’euro e a spese degli altri partner, i quali sono stati costretti a non sforare il limite del 3 per cento del deficit, mentre il Quarto Reich ha evitato di stare nei limiti imposti al surplus commerciale a all’avanzo di bilancio.
Angela Merkel ha riconosciuto che tra i due paesi le distanze sono evidenti e, ricevendo la Lampada della pace ad Assisi (per quale merito non si sa!) ha detto che noi tutti “dobbiamo andare oltre i nostri interessi”. Ecco: proprio così, ma come sempre le prediche valgono per gli altri.
Se è legittimo per la Germania fare i propri interessi, alla faccia dei partner europei non si capisce perché chi rivendica di fare altrettanto è un sovranista pericoloso.
Mario Draghi, che si è opposto nei fatti al Quarto Reich economico, ha detto: “Oggi tre quarti dei cittadini dell’Eurozona sono a favore della moneta unica. […] Ma i cittadini europei si aspettano che l’euro dia la stabilità e la prosperità promesse ed è nostro dovere ricambiare la loro fiducia e sanare quelle parti dell’Unione che tutti sappiamo essere incomplete”.
Appunto: sanare quelle parti dell’Unione che tutti sappiamo essere incomplete e l’incompletezza è soprattutto quella della democrazia, perché l’Unione è tutto fuorché un’entità democratica.
La Merkel, che ha ricevuto la fiaccola del testimone del mondialismo da Obama (che sta bene assieme alla Lanterna, simile al premio Nobel preventivo dato all’ex inquilino della Casa Bianca), urla contro Trump perché fa gli interessi dell’America. E lei cosa fa? Voleva che la Germania fosse il general contractor per l’Europa e le è rimasta in mano una lampada.


L’Unione è un fantasma. E lo è anche in politica estera, in un momento storico nel quale stanno cambiando gli assetti geopolitici nel mondo. La Cina, con la nuova ferrovia sta accorciando le distanze con Iran, Iraq e Pakistan. La presenza di Netanyahu a Mosca fa pensare ad una svolta nei rapporti tra Putin e Israele, con la Siria che potrebbe entrare direttamente nella sfera russa, abbandonando la sponda iraniana a tutto vantaggio della sicurezza israeliana. La politica di Trump, che ha annunciato lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, si accompagna alle dichiarazioni del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman , il quale ha detto che israeliani e palestinesi hanno diritto ad un loro stato, riconoscendo così il diritto di Israele ad esistere. Il Bahrein, a sua volta, ha riconosciuto il diritto di Israele ad esistere. Nel mondo arabo si stanno determinando novità importanti per il nuovo assetto del Medioriente. La mossa di Trump di uscire dall’accordo con l’Iran va in questa direzione mentre, come dice Edward Luttwak, esperto statunitense di strategia, “gli Europei sono dei veri irresponsabili”, perché “non si rendono conto del pericolo dei missili balistici iraniani”.
Luttwak, nell’ottobre del 2107, aveva visto lungo anche sulla deriva europea, dovuta all’incapacità oppressiva dell’Unione buro-finanziaria e mondialista. In Europa, aveva detto, “si sta rompendo un equlibrio. Le persone non possono più accettare un sistema che opprime le popolazioni, sono stufe marce di subire la presenza delle élite europee il cui unico pensiero è la globalizzazione. Sempre più persone vogliono difendere la propria identità, la propria tradizione, il proprio territorio”.
Luttwak aveva stigmatizzato anche la politica di Papa Francesco, “che rappresenta perfettamente quelle élite che vogliono imporre il loro pensiero”, ossia le élite del mondialismo.
E così, a distanza di pochi mesi dalle esternazioni di Luttwak, il Papa emerito, Benedetto XVI, che continua ad essere Papa a tutti gli effetti, scrive un libro dal titolo: “Liberare la libertà”, dove difende il diritto dei popoli a mantenere e difendere la loro identità e stigmatizza l’attuale Europa dei tecnocrati che cerca di imporre un pensiero unico positivista.
A che servono le prediche degli euroentusiasti? A nulla, perché i veri nemici dell’Unione non sono gli euroscettici, i sovranisti, e via discorrendo, ma gli egoismi tedeschi, la grandeur dei francesi, la protervia dei finanzieri, l’ottusità dei burocrati e la debolezza di Stati, come quello italiano, che, per essere politicamente corretti, sono solo in costante regime di correzione da parte di chi dirige la danza dei fantasmi.
Così, mentre Usa, Russia, Cina stanno definendo la nuova geopolitica, l’Unione ectoplasmatica si aggira in Europa come un fantasma raggelante.

Il vero nemico dei possibili e auspicabili Stati Uniti d’Europa non è il sovranismo; è il fantasmismo.

Silvano Danesi

“Ci scusiamo con i signori viaggiatori”. FS, un disastro ferroviario.

“Ci scusiamo con i signori viaggiatori per il disagio”. La voce dell’altoparlante mi accompagna in continuazione, come un mantra, e segue la raffica di annunci di ritardo riguardanti ogni sorta di treno.

A Firenze santa Maria Novella c’è una brezza primaverile, ci sono anche le barriere che impediscono l’accesso ai binari a chi non ha il biglietto, ma quando sei dentro e aspetti che il tabellone delle partenze ti dica dove prenderai il tuo treno, non c’è nemmeno l’ombra di una sedia. Devi stare in piedi, perché così capisci che quando l’altoparlante, con quelle scuse inutili e ripetute, ti piglia per il culo (ogni eufemismo qui è fuori luogo), sei in piedi e ben attento. Per fortuna, il Frecciarossa sul quale devo salire, arriva con pochi minuti di ritardo e quando viaggia verso Bologna ne accumula una decina. La frase “in orario” nelle FS non esiste, è stata abolita dal vocabolario (politically correct), ma 10 minuti sono ancora sopportabili, visto che quando viaggio prendo tempi lunghi tra un treno e l’altro, proprio perché il ritardo è endemico. A metà strada tra Firenze e Bologna il treno si ferma. L’altoparlante annuncia che siamo in attesa del consenso a proseguire da parte del gestore della rete, che in sostanza è chi gestisce binari, instradamenti e stazioni, ossia ancora le Ferrovie dello Stato, con altra società. Bugia. Il naso si allunga, perché pochi minuti dopo lo stesso altoparlante annuncia che siamo fermi per un controllo al convoglio e che staremo fermi per trenta minuti. I passeggeri (che sono clienti e non carne da macello in trasferimento ferroviario) si agitano, perché saltano le coincidenze. Chiedo a un conduttore: “Che succede?”. Risposta intelligente. “Abbiamo un problema”. Fin lì c’ero arrivato anch’io. Ma io sono un viaggiatore (cliente!) di FS, ossia sono un Fesso e uno Stupido e in quanto tale non degno di spiegazioni. Devo solo subire i loro ritardi senza far domande. Punto.

Arriviamo finalmente a Milano con oltre 40 minuti di ritardo. Chiedo al capotreno cose me ne faccio del mio biglietto, visto che ho perso la coincidenza. Mi dice di salire sul primo treno utile, spiegando al suo collega che siamo arrivati in ritardo e che ho diritto a proseguire. L’altoparlante della stazione di Milano annuncia, mentre mi tiro dietro il trolley, che il regionale per Verona Porta Nuova è stato abolito. “Ci scusiamo con i signori passeggeri per il disagio”. I passeggeri diretti a Brescia possono salire sul Genova Brignole (che sta già chiudendo le porte) e scendere a Lambrate. E poi? Non si sa. La presa per il culo continua, imperterrita, urticante, vomitevole (il politically correct se lo tenga qualche mellifluo benpensante per farsi una tisana al veleno o anche un clistere). La gente si dispera. Vedo un Frecciarossa che sosta sul binario vicino e che va a Venezia Santa Lucia. Dicono che parte in ritardo di 40 minuti per difficoltà nella composizione del convoglio. Cosa vuol dire? Noi profani non possiamo capire. Salgo dicendo al capotreno quanto mi aveva detto il suo collega. Ho il biglietto Frecciarossa e quindi posso salire. Arriva un signore trafelato e dice: “Hanno abolito il mio treno per Verona, salgo qui”. Risposta: “No. Lei non può salire perché ha un biglietto per un regionale”. Ma se il regionale lo avete abolito voi, avete il dovere di mettere a disposizione altri mezzi. No. Il dovere non esiste. Esiste solo il diritto di prendere soldi. Il dovere di rendere un servizio è ciccia. Il Frecciarossa è mezzo vuoto. Il disgraziato poteva accomodarsi, ma è un paria e deve andare all’assistenza. Io, che sono un Fracciarossato, ossia carne da macello di superiore qualità, finalmente mi avvio verso casa. Ma non è finita.

Arrivo a Brescia e sento il solito altoparlante il quale annuncia che il treno per Cremona partirà con oltre trenta minuti di ritardo per un guasto sulla linea. “Ci scusiamo con i signori viaggiatori per il disagio”. Dentro di me si agitano la bisnonna Giovanna e il bisnonno Giuseppe, ferrovieri, casellanti delle Regie Ferrovie. Non lo dico ad alta voce, perché non è carino, ma l’ho pensato, lo confesso. Forse con me lo hanno pensato anche i bisnonni ferrovieri. Ho pensato: “Andate a cagare”.

Silvano Danesi

Il Papa “contemplativo”delle radici cristiane e il Papa “attivo” del mondialismo massificante.

Il Prefetto della Segreteria per le Comunicazioni mons. Dario Viganò ha inviato una richiesta a Papa Benedetto XVI: vergare una pagina teologicamente densa a commento e conseguentemente ad avallo della teologia di Papa Francesco condensata in undici volumetti.

Papa Benedetto XVI ha risposto con una lettera che è stata diffusa solo in parte, con una censura che ha creato un pasticcio e le conseguenti dimissioni di mons. Dario Viganò.

La lettera di risposta di Benedetto XVI è stata censurata perché si riteneva improprio far sapere che Joseph Ratzinger non aveva alcuna intenzione di leggere, nemmeno “in un prossimo futuro”, gli “undici volumetti” sulla teologia del successore.

La nuova gestione vaticana, quella del Papa “attivo”, ha chiesto a Papa Benedetto XVI, il Papa “contemplativo”, di legittimare teologicamente il successore con una “breve e densa pagina teologica” e avendo ricevuto un diniego, ha censurato la lettera di risposta.

La risposta di Benedetto XVI inizia così: “Reverendissimo Monsignore, molte grazie per la sua cortese lettera del 12 gennaio e per l’allegato dono degli 11 piccoli volumi curati da Roberto Repole. Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi. I piccoli volumi mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento”.

La “continuità interiore” significa che non c’è quella esteriore? Il vocabolo stolto, ossia “grossolana ingenuità”, usato da Benedetto XVI, è a doppio taglio. Se infatti è stolto chi pensa che Papa Francesco non sia uomo dotato di conoscenza filosofica e teologica, altrettanto stolto è chi pensa che Papa Benedetto XVI sia solo “un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi”.

La chiave del messaggio criptato è nel fatto che Papa Benedetto XVI ha rinunciato al ministerium, ma non al munus, pertanto è Papa a tutti gli effetti.

Il chiarimento lo ha dato mons. Gaenswein il 21 maggio 2106 quando ha dichiarato: “Dall’elezione del suo Successore, Papa Francesco, il 13 marzo 2013, non ci sono dunque due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla sua talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora «Santità». Inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo Successore e a una nuova tappa della storia del Papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la centralità della preghiera e della compassione posta nei Giardini vaticani”.

Il Papa “contemplativo” non ha nessuna intenzione di avallare quello che afferma teologicamente il Papa “attivo”?

Parrebbe proprio di sì, visto che subito dopo c’è un paragrafo nel quale Benedetto XVI dice che comunque lui gli undici volumetti sulla teologia di Francesco non li ha letti e non li leggerà.

“Tuttavia – annota Ratzinger –non mi sento di scrivere su di essi una breve e densa pagina teologica. In tutta la mia vita è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto sui libri che avevo anche veramente letto. Purtroppo anche solo per ragioni fisiche non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunto”.

Benedetto XVI non solo non scrive, ma fa sapere che i libretti di Francesco non li ha letti e non li leggerà.

Chi ha orecchie e intelligenza per intendere, capisce bene che il Papa Benedetto XVI, il Papa “contemplativo”, considera i libretti di Papa Francesco, non di uno qualsiasi, ma del Papa regnante, talmente non interessanti al punto che non li leggerà né ora né in futuro.

Il più grande teologo cattolico vivente, nonché Papa a tutti gli effetti, anche se non regnante, boccia la teologia di Papa Francesco, ossia del papa regnante, come talmente poco significativa da non meritare una lettura.

Che nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana sia in atto una profonda spaccatura, non solo di conduzione degli affari correnti, ma teologica, dottrinale, che coinvolge i principi stessi del cattolicesimo, così come si sono strutturati nei secoli, è del tutto evidente.

Questo il testo integrale della lettera di Benedetto XVI:

“Reverendissimo Monsignore, molte grazie per la sua cortese lettera del 12 gennaio e per l’allegato dono degli 11 piccoli volumi curati da Roberto Repole. Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi. I piccoli volumi mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento.
Tuttavia non mi sento di scrivere su di essi ‘una breve e densa pagina teologica’. In tutta la mia vita è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto su libri che avevo anche veramente letto. Purtroppo anche solo per ragioni fisiche non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunti.
Solo a margine vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professore Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per aver capeggiato iniziative anti-papali. Egli partecipò in misura rilevante al rilascio della ‘Kölner Erklärung’, che, in relazione all’enciclica ‘Veritatis splendor’, attaccò in modo virulento l’autorità magisteriale del Papa specialmente su questioni di teologia morale. Anche la ‘Europäische Theolongesellschaft’, che egli fondò, inizialmente da lui fu pensata come un’organizzazione in opposizione al magistero papale. In seguito, il sentire ecclesiale di molti teologi ha impedito questo orientamento, rendendo quell’organizzazione un normale strumento di incontro fra teologi. Sono certo che avrà comprensione per il mio diniego e La saluto cordialmente”.

Dietro alla scontro dottrinale c’è anche uno scontro politico di vaste proporzioni.

Il 6 gennaio 2008 Papa Benedetto, durante le celebrazioni dell’Epifania, ha scelto una metafora ad effetto per attaccare la globalizzazione. Durante la messa celebrata nella basilica di San Pietro davanti a cardinali, vescovi, membri del corpo diplomatico e semplici fedeli, il Papa ha detto: “Anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro”. L’umanità, ha denunciato, è “lacerata” da “spinte di divisione e sopraffazione” e “conflitto di egoismi”.

“I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime – ha sottolineato Ratzinger – rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale”. “C’è bisogno – ha proseguito – di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti”.

Benedetto XVI ha indicato quindi la strada da percorrere. “La moderazione – ha ricordato – non è solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità”. Infatti, “è ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile”.

Da tempo la stampa ha pubblicato testimonianze sulla possibilità che dietro dimissioni forzate di Benedetto XVI ci sia la longa manus dei mondialisti, al tempo e anche ora legati al clan Clinton-Obama e al miliardario Soros, i quali avrebbero favorito la salita al Soglio di Bergoglio.

Ora i riferimenti internazionali di Bergoglio, dopo l’elezione di Trump, vacillano. Il confronto tra mondialisti, assertori del nuovo dio mercato, e coloro che guardano alle radici dei popoli, alle patrie, alla tradizione, si è spostato in Europa.

Benedetto XVI, Papa a tutti gli effetti, non avalla la teologia di Francesco, mettendo così a nudo la sua debolezza dottrinale e non solo.

Per la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, trascinata in uno scontro tra mondialisti e assertori della dignità dei popoli, delle nazioni e delle patrie, è giunta l’ora di una prova durissima, che potrebbe anche portare ad uno scisma.

Silvano Danesi

 

 

 

 

A rischio la tenuta democratica del Paese

“I numeri grandi e senza controllo degli sbarchi mettono a rischio la tenuta democratica del Paese”. Parola di Marco Minniti, Ministro dell’Interno.
Non è un’affermazione da poco, in quanto prende finalmente atto di una realtà che cova sotto la cenere e che potrebbe diventare esplosiva.
Quanto è accaduto a Macerata è un segnale preoccupante di quanto cova sotto traccia, ma che potrebbe diventare davvero una bomba, se la follia di una sinistra che ha portato la testa all’ammasso delle sorosiane teorie mondialiste, ovviamente dirette dalla finanza, porterà la situazione dell’immigrazione al punto di rottura.
Anziché guardare in faccia la realtà, la sinistra tira in ballo l’antifascismo, come se la questione fosse quella di un fascismo risorgente che non c’è, se non nelle intenzioni di frange minoritarie che fanno alla pari con quelle dell’estrema sinistra.
Accade così che, mentre le persone responsabili cercano di smorzare la caldaia bollente, gli scherani degli opposti estremismi si combattono in manifestazioni che coinvolgono poche centinaia di persone, sempre le stesse, e che finiscono inevitabilmente in scontri violenti.
Perché tanta insistenza della sinistra sulla questione degli immigrati? Una questione ideale? Chi ci crede è un povero ingenuo. Dietro l’angolo ci sono gli interessi di un mondo dell’accoglienza che in questi anni ha fatto i miliardi sulla pelle dei disperati. E questo è un dato chiaro, basta guardare le numerose indagini in corso. Ma questo non basta.
Dietro l’angolo c’è la strategia di Soros e della Open Society Foundation, con la teoria del finanziare americano che vuole un mondo in cui cancellare le frontiere, per evitare che ci siano barriere allo spostamento di merci e di persone. Una teoria che si ammanta di buonismo e di egualitarismo, ma che nasconde una tracotante volontà di dirigere il mondo dalla plancia di comando della finanza, con il mercato che non ha più ostacoli e con una massa amorfa di esseri umani grigi e indifferenziati, tutti ottimi consumatori e schiavi della produzione e del mercato.
E’ semplicemente assurdo che la sinistra abbia perso la testa per le teoria di George Soros? No, non è assurdo, perché la Open Society Foundation paga, finanzia, orienta.
Soros ha speso 450 milioni di euro per una campagna che tende a ricondurre la Gran Bretagna in Europa, alla faccia di un referendum che ha visto il popolo inglese esprimere un’idea contraria. In Israele, che si appresta a rimpatriare, con dote di soldi e garanzie, oltre 400 mila clandestini, Soros è stato accusato da Netanyahu di finanziare i dissidenti. In Russia, Putin, che ha le idee chiare, nel 2015 ha messo al bando la Open Society.
George Soros ha finanziato la campagna elettorale di Hillary Clinton in ragione di 10,5 milioni di dollari e la sinistra italiana ha da tempo imparato a baciare la pantofola del clan Clinton.
Il buonismo della sinistra italiana non ha nulla a che fare con l’etica, ma con una strategia mondiale, della quale è parte anche Papa Francesco, che non a caso, nel frattempo, perde continuamente quote di credenti in un’Europa sempre più laicizzata e islamizzata.
Se la strategia della sinistra continuerà a portare in Italia masse sempre crescenti di immigrati, la caldaia sociale potrebbe esplodere. E allora il tema non sarà il fascismo e l’antifascismo, ma la guerra civile, che sarà una guerra dei poveri, perché i ricchi e, con loro, molti leader della sinistra vestita di cachemire, vivono dove gli immigrati non ci sono o, se ci sono, servono a tavola in divisa, come nelle vecchia fattorie dell’America del Sette e Ottocento, che in fatto di immigrati la sa lunga. Il know how delle navi negriere si è trasformato in quello dei moderni mercanti, che guidano gli sbarchi. Ma la sinistra finge di non capire e grida al fascismo degli italiani.

Silvano Danesi

Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic

Gli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic (in effetti Urmenschen, primitivi) sono di fatto gli attuali autentici razzisti poiché considerano se stessi dotati di una mente superiore, corroborata da una superiore cultura, che fa di loro un’élite alla quale si dovrebbe guardare come ad un faro di luce illuminante il cammino di noi poveri mortali, ossia gregge, bestioline inconsapevoli.

Chi non è d’accordo con le idee degli Übermenschen della sinistra radical chic è, se gli va bene, un ignorante, un rozzo, un buzzurro, ma spesso è “percepito” (gli Übermenschen, dotati di suprema sensibilità “percepiscono”) come razzista e, in quanto tale, fascista e nazista. Di Stalin, gli Übermenschen, non si ricordano mai e nemmeno di Tito, che ha infoibato poveri italiani innocenti ovviamente “percepiti” come fascisti. A un certo tipo di sinistra il popolo non è mai piaciuto, in quanto insieme indifferenziato. A un certo tipo di sinistra piaceva parlare di classe operaia, di proletariato: uno stato sociale ben definito, che esprimeva una sua élite: l’aristocrazia operaia, alla quale fungevano da suggeritori i soliti intellettuali dell’Übermensch pensiero. Il Lumpenproletariat faceva schifo già ai tempi, figuratevi oggi. Fatto si è che di Ür pensiero in Ür pensiero gli Übermenschen della sinistra radical chic hanno trasformato la sinistra in un’area radicale di massa e i partiti della sinistra in partiti radicali di massa, con una particolare sensibilità per la finanza e per le banche. Dei poveri non si curano e nemmeno dei lavoratori, siano essi dipendenti o indipendenti. Così capita che il ceto medio produttivo e i lavoratori, nonché il popolo dei poveri, guardino a destra. E allora l’Übermensch pensiero, anziché porsi domande in merito, lancia strali. Il popolo guarda a destra? Siamo di fronte ad una deriva populista e fascista. Che schifo. Che ribrezzo questo popolo che non capisce l’elevato pensiero e guarda a tirare a campare, tartassato per garantire sprechi e disastri bancari, nonché debiti altrui (tedeschi e francesi), addossati agli Italiani da governi imposti. Il popolo non ne può più di “accoglienza” fatta su misura per favorire il mercato del lavoro di riserva (una volta si chiamava: esercito di manodopera di riserva) ad uso e consumo di lor Signori e di fatto terreno di caccia di interessi poco puliti? Il popolo è fascista.

Un esempio eclatante della spocchia degli Übermenschen è dato dalla curatrice del museo Guggenheim di New York ha risposto alla Casa Bianca, che aveva chiesto, come di consueto, un quadro (in questo caso un Van Gogh) per la Sala Ovale, offrendo un water dell’artista Cattelan. Questa perfetta rappresentante degli Übermenschen (superuomini) della sinistra radical chic, tronfi della loro superiorità culturale, da vera e propria minus habens non ha saputo distinguere tra la sua avversione per l’uomo Trump e uno dei simboli più significativi dell’America, ossia la Sala Ovale. Non è il signor Trump che voleva un quadro, ma l’istituzione Casa Bianca. Che pena questi Dem bavosi di rabbia e con il cervello ormai in pappa.

Un altro esempio, tutto italiano, è la laurea honoris causa a Soros, il finanziere che ha speculato sulla pelle degli Italiani.

Nel 1988 a Georg Soros, fondatore e consigliere del Quantum Group, Presidente del Soros Fund e dell’Open Society Foundations, venne chiesto di partecipare insieme ad un gruppo di investitori al piano di cambiamento di gestione della banca francese Société Générale. Soros rifiutò e preferì agire individualmente sfruttando l’occasione.Questa mossa gli costò una condanna per insider da parte del tribunale francese, che dopo vari ricorsi confermò nel 2006 la multa al magnate della finanza. Multa confermata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, nonostante l’ennesimo tentativo di ricorso provato da Soros.

Nel 1992 Soros vendette allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline in un’operazione pronti contro termine; questa mossa, che costrinse il Regno Unito ad abbandonare il Sistema monetario europeo e che valse a Soros il soprannome di “L’uomo che sbancò la banca d’Inghilterra”, gli fruttò oltre 1 miliardo di dollari. Quel giorno, che passò alla storia con il nome di “mercoledì nero”, costò al tesoro britannico 3,4 miliardi di sterline.

Sempre nel 1992, precisamente il 16 settembre, Soros effettuò la stessa identica operazione nei confronti della lira italiana.

Mentre in Francia è stato incriminato, con conferma della condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, e in Paesi come la Malesia, la Thailandia e l’Indonesia si vuole nei suoi confronti l’ergastolo o addirittura la pena di morte, in Italia le cose sono andate diametralmente all’opposto: l’Università di Bologna, la più antica università al mondo, lo ha premiato con una laurea in economia honoris causa. La cerimonia si svolse in presenza di Romano Prodi (che di Soros presentò anche l’edizione italiana del libro autobiografico) e fu presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dello stesso Prodi.

Il popolo, che si è sonoramente rotto le scatole degli elevati pensieri degli Übermenschen della sinistra radical chic e della schiera di loro servizievoli politici, in America li ha mandati al diavolo, eleggendo Trump, che ha rotto il gioco.

Anche gli Italiani hanno ora l’occasione di mandare gli Übermenschen a pensare a casa. Del resto, le loro dimore, di solito, non sono case popolari.

Silvano Danesi

BASCHI E BERBERI NELLE ISOLE CANARIE

Da: Silvano Danesi, “Tu sei Pietra”, Ilmiolibro.it

Garaldea, secondo le ricerche di Federico Krutwig Sagredo, è, come scrive Roberto Gremmo, “un misterioso ed unitario insieme culturale che, in un lontanissimo passato, ha “umanizzato” l’Halbinseleuropa, l’Europa delle penisole. Laddove, specialmente nei dialetti, si trovano tracce assimilabili al basco, “si può star certi che ci si sta avvicinando alla mitica Garaldea”. [1]

Gremmo, alla cui cortesia devo queste indicazioni, cita inoltre il professor Dominik Wolfer dell’Università di Graz, il quale “per parte sua aveva già sottolineato come, dalle Canarie ai Paesi Baschi passando per l’Europa montana che si affaccia sulle penisole, i linguaggi che hanno accompagnato la nascita della cultura (uomo di Cromagnon e Neolitico) hanno tutti in comune un substrato definibile come atlanto-libico”. [2]

Nel suo Garaldea, Federico Krutwig Sagredo, come abbiamo già accennato, si occupa della “regione della montagna” o “regione delle alture”, ossia di quell’insieme culturale unitario che nel lontanissimo passato ha ripopolato l’Halbinseleuropa, l’Europa delle penisole. Un insieme culturale che si è espanso lungo linee che oggi possiamo rintracciare seguendo antichi luoghi megalitici e che seguono, sorprendentemente, le linee dei paralleli terrestri. Sono linee di penetrazione che da Ovest si spingono verso Est e che hanno lasciato le loro tracce linguistiche nei dialetti e nei toponimi. Nel capitolo di Garaldea dedicato al dottor Dominik Woelfel, studioso delle possibili parentele linguistiche tra il basco e le lingue delle penisole europee che si affacciano sul Mediterraneo, nonché con il libico antico e con la lingua delle popolazioni antiche delle Canarie, Sagredo scrive che “pare probabile sia esistito nella penisola iberica uno «strato» bascoide abbastanza esteso, preceltico e preiberico” e focalizza l’attenzione sulla teoria di Woelfel laddove lo studioso parla di un substrato libico-basco nelle lingue italiche e greche e nelle lingue celtiche e germaniche.[3]

Woelfel, nel capitolo su : “Lo strato linguistico atlanto-libico e il Megalitico”, fornisce una nuova spiegazione delle coincidenze linguistiche italo-celtico-germanica e sposta l’attenzione sulla relazione tra la lingua atlanto-libica e l’Europa pre-indoeuropea, affermando che il substrato linguistico si limita all’Europa delle Penisole, la Halbinsel-Europa.

Woelfel stabilisce inoltre che tra lo strato linguistico atlanto-libico e la cultura megalitica esisterebbe una coincidenza nello spazio e nel tempo, cosicché l’atlanto-libico può essere considerato come la lingua dei megalitici. Gli indoeuropei occidentali presero i loro termini per gli animali, le piante e l’agricoltura dalla lingua atlanto-libica. Inoltre gli “indoeuropei occidentali – scrive Sagredo riassumendo il pensiero di Woelfel – presero i termini corrispondenti alla religione e alla vita superiore politica degli atlanto-libici. I popoli megalitici erano popoli produttori di cultura (Kulturellgebende) e formarono parte della casta sociale superiore”. [4]

Le teorie di Woelfel, scrive Sagredo, sono state confermate da studi antropologici e dall’ematologia.

Riguardo alla Isole Canarie, leggende antiche irlandesi, che parlano di navigazioni sull’Atlantico, rappresentano una traccia di sicuro interesse. Una traccia che viene confermata da parentele linguistiche tra il popolo guanche delle Canarie e quello basco.

La leggenda vuole che Brendano, alla testa di un gruppo di monaci, sia andato alla ricerca del Paradiso Terrestre, situato su un’isola meravigliosa, facendo vari incontri con creature fantastiche. La Navigatio è composta da ventinove paragrafi e racconta il viaggio che San Brendano compì nell’Oceano Atlantico, con sessanta compagni, alla ricerca della mitica “Isola dei Beati” (detta anche Tír na nÓg), la cui esistenza gli viene svelata da un suo ospite, l’abate Barindo. Secondo alcuni autori San Brendano avrebbe raggiunto le Isole Fær Øer, l’Islanda o addirittura l’America. Si dice che abbia scoperto le isole Canarie, dove è venerato con il nome di San Borondòn.

Chi erano i Guanche? Cromagnon discendenti da quelli di Francia o da popoli fratelli, secondo José Luis Conceptión,[5] probabilmente arrivati nelle isole dalla zona berbera o dall’antica Libia. Molti vocaboli guanches sono simili o uguali all’antico berbero. Simili, tra popolazioni berbere e Guanches, sono le lavorazioni e molte usanze.   Dello stesso parere di José Luis Conceptión è anche José Carlos Cabrera Pérez, il quale si occupa dell’isola di Fuerteventura, il cui primo nome sarebbe stato Maoh o Mahoh, dal significato di isola, per cui i Mahoreros sono gli isolani. Maho è gente del paese, gente della terra ed ha una probabile radice condivisa con Maori, di origine punica, che relazionerebbe i Maouharim con “gli Occidentali”. Erodoto cita i Maxyes sul litorale tunisino. Il termine Imazighen, derivato dalla radice MZG o MSK, rappresenta la forma nella quale il popolo berbero si autonominava (José Carlos Cabrera Pérez). Fuerteventura era anche chiamata Erbania, forse da Arbani, il luogo della muraglia, dal radicale libico bani, che significa muraglia. Una muraglia, infatti, divideva l’isola in due regni.

Federico Krutwig[6] scrive che i primi naviganti che approdarono alle isole Canarie trovarono due tipi razziali ben distinti: “Il primo di questi alto e rosso, corrispondeva a quello che nell’antropologia moderna si chiama «dálico» (o atlanto-dálico) e che si considera il dicendente più diretto della razza Cromagnon; il secondo, molto più piccolo, più nuovo, che l’antropologia moderna caratterizza come razza mediterranea”.[7]

Secondo alcuni studiosi le isole Canarie sarebbero state separate culturalmente nell’Africa continentale prima dell’Età dei Metalli. Krutwig scrive che tra l’ottavo e il quarto millennio a.C. popolarono l’Africa del Nord popolazioni Cromagnon e che tra il quarto e il terzo millennio a.C. emigrò in Africa del Nord una popolazione proto-mediterranea di pastori di buoi che diedero vita alla cultura Capsiense. Krutwig esclude un rapporto tra Guanche e Berberi, la cui lingua ne indicherebbe la provenienza dall’Asia Minore. Nessuna parentela nemmeno tra berbero e basco. Diversamente Krutwig ritiene che il popolo dei Libui, che diede il nome alla Libia, venga da Occidente, ma è cauto nell’avallare le teorie di Woelfel che scrive di un sostrato libico-vasco delle lingue italiche e greca e di una lingua atlanto-libica che coinciderebbe, nello spazio e nel tempo, con la cultura megalitica. Rimane, invece, per Krutwig evidente una marcata parentela linguistica tra la lingua canaria e quella basca.

“Al momento della conquista [XV secolo], le isole Canarie – scrive José Luis Conceptión – erano governate da uno o da vari re o principi in ogni isola. In Gran Canaria, il re era chiamato Guanartme e a Tenerife Mencey. I re avevano i loro consiglieri o capitani. In Tenerife c’erano tre strati sociali: Achimenceyes, rango dopo il Mencey, Achiciquitza, nobili, e Achicaxua, agricoltori. Il capitano era chiamato Sigoñe. Nella Gran Canaria chiamavano Faycán il gran sacerdote, Guaire o Gaire il consigliere o capitano e Fayacán il giudice. Al momento di essere nominati mencey facevano il seguente giuramento: «Agoñe yacoron yñatsahaña chacoñamet», giuro sul sangue di chi mi ha fatto grande. La cerimonia si celebrava nel «togoror» [piazza circolare costruita in pietra]”. [8]

Louis Charpentier scrive di capi distretto o capi isole, guanarteme, poi detti re, circondati da nobili guayre e il titolo di guayre, “se era concesso ad alcune famiglie, non poteva tuttavia non essere accompagnato da alcune virtù, tra cui il rispetto delle donne e l’obbligo di non pronunciare mai davanti a loro parole volgari”. [9]

Interessante notare che gani o gainera, che si contrae in gaira, in basco è cima, gaithen è superiore, significati che ben si attagliano a quello di capitano. Guan herri in basco, secondo Charpentier, indicherebbe il paese dei guanche e guanci ricorderebbe da vicino il gizon basco, con il significato di uomo.

Riguardo ai Faycáns, Louis Charpentier, scrive: “forse non dei capi nel senso letterale del termine, ma delle specie di consiglieri superiori provvisti di tutte le competenze e i privilegi che furono quelli dei druidi gallici…. D’altronde, un certo numero di leggende e di tradizioni concordano sul fatto che fosse proprio così e che i druidi gallici fossero in origine dei saggi dell’antico ceppo Cro-Magnon”.[10]

Qualsiasi uomo poteva arrivare ad essere nobile. L’aspirante doveva avere meriti personali e non doveva aver tenuto comportamenti scorretti; gli venivano poste domande e se non venivano evidenziati comportamenti scorretti o disonesti veniva dichiarato nobile, ma se si era comportato male gli tagliavano i capelli e lo convertivano per sempre in villano, dandogli il soprannome di tosato.

L’organizzazione sociale era basata sulla parentela e l’unità elementare della società era la famiglia estesa, ovvero la tribù. A Lanzarote era praticata la poliandria (tre mariti), mentre a Fuerteventura era praticato il matrimonio poligamico. A Lanzarote vigeva un sistema di filiazione matrilineare e l’avunculato (il parente più autorevole e di riferimento è il fratello della madre). [11]

Louis Charpentier scrive che i Guanches “adoravano un essere onnipotente ed eterno” e parla di un “culto sulle montagne, celebrato da delle specie di druidesse, le magnades, che si vestivano con pelli bianche e sarebbero state modelli di virtù. Sull’isola di Palma innalzarono a quest’essere supremo delle piramidi di pietra e celebravano un culto accompagnato a danze”. [12]

“Secondo Abreu Galindo y Espinosa – ci riferisce José Luis Conceptión – gli aborigeni credevano in un essere supremo che invocavano con il suo nome: «Aborac», «Acoran» e altri. Alcuni cronisti hanno anche detto che credevano in demoni, come guayota, che viveva nel vulcano di Teide (echeide o inferno); … Tutte le tribù avevano loro sacerdoti e templi o luoghi di preghiera. In Gran Canaria c’erano una specie di monache (harimaguadas) il cui unico ufficio era la preghiera e l’insegnamento. I loro conventi si chiamavano tamogantes e il tempio almogaren. …. A Tenerife separavano gli agnelli dalle pecore per, congiuntamente con i loro belati e le orazioni, implorare Dio perché piovesse. Inoltre c’erano altri riti similari nel resto delle isole e facevano offerte di cibo a Dio”. [13] J.Abreu Galindo colloca il dio supremo dei Guanches nel cielo e scrive. “adoraban a un Dios, levantando las manas al cielo”. [14] José Juan Jménez González, in riferimento a Gran Canaria, parla di un dio chiamato Alcorán, solo, eterno, onnipotente signore del cielo e della terra, creatore e costruttore di tutto.

Gli studiosi scrivono di un culto astrale e di un culto solare, di un culto degli antenati, per i quali esistevano luoghi cultuali specifici chiamati efequenes: piazze circondate da una sorta di muro a spirale. Al centro della piazza si adorava un idolo di forma umana, del quale non sono note le caratteristiche. I Guanches contavano l’anno per dodici mesi, i mesi con la luna, i giorni con il sole, la settimana con 7 soli. L’anno, Achano, cominciava con l’equinozio di primavera e, con il sole in Cancro, il 21 di giugno, si teneva una grande festa di nove giorni.

“Avevano quelli di Lanzarote e di Fuerteventura dei luoghi o cuebas come templi, ove, secondo Juan de Leberriel, facevano sacrifici e presagi e dove, mangiando certe cose che erano dei defunti, le bruciavano apprendendo dal fumo e dicevano che erano gli spiriti degli antenati che andavano per i mari e venivano a dare notizie quando erano chiamati e gli isolani erano felici e dicevano che venivano in forma di annunci alle orecchie dal mare nei giorni più importanti dell’anno e facevano grandi feste e vegliavano fino al mattino nel giorno del maggiore fulgore del sole nel segno del Cancro che per noi corrisponde al giorno di San Giovanni Battista”.[15]

Le fonti storiche parlano di donne dotate di grande prestigio e influenza sociale, politica e religiosa. “C’erano in quest’isola [Fuerteventura] due donne – scrive J.Abreu Galindo – che parlavano con il demonio; una si chiamava Tibiabín e l’altra Tamonante. Si diceva che fossero madre e figlia”. [16]

“Una – scrive Cabrera Peréz – si chiamava Tamonante e governava la giustizia e decideva le controversie e le dispute che nascevano tra i duchi e i principi dell’isola e in tutte le cose il suo governo era superiore”. [17]

Le due donne, Tibabin e Tamonante, avevano un ruolo religioso, specialmente in primavera. Siamo in presenza delle “donne fatali” di grande sapienza, “che per rivelazione dei demoni o per giudizio naturale – scrive Torriani – profetizzavano varie cose che poi risultavano vere, per le quali erano considerate come una dea e venerate; e queste governavano le cose delle cerimonie e i riti, come sacerdotesse”.[18] ”Incaricate della direzione delle cerimonie religiose, intervenivano decisamente nei riti propiziatori della pioggia e a entrare in contatto con gli antenati grazie alle loro facoltà profetiche e di divinazione del futuro, godendo di un grande prestigio e venerazione da tutta la comunità aborigena”. [19]

Tra i Berberi troviamo gli agurrâm dotati di facoltà taumaturgiche, funzioni sacerdotali e di predizione del futuro. “Solevano essere donne, conosciute come tagurramt o tigurramín, coloro che possedevano un potere magico e quelle dotate del privilegio della divinazione. Secondo lo storico Procopio: «I mauros [popolazione proto berbera] nel loro timore consultano le donne divinatrici. Tra di loro non è consentito agli uomini di fare vaticini; perciò certe donne, dopo alcune cerimonie, ricevono l’ispirazione e scoprono il futuro”. [20]

“A quanto pare ci si troverebbe di fronte a uno dei lignaggi “santi” o religiosi, giustificato dal rapporto di parentela tra le due donne, molto comuni in una società segmentata, in particolare tra le tribù berbere del Nord Africa. Assumono funzioni mediatrici in un contesto di conflittualità permanente tra fazioni tribali. Il rispetto delle loro decisioni viene rafforzato per il ruolo di intermediazione tra gli uomini e le divinità, da cui deriva la denominazione di “fatidiche”, così come il loro ruolo di leader nel rituale. A lungo termine, la missione dei lignaggi religiosi è di impedire l’affermarsi di disequilibri duraturi che minavano la base del segmentarismo, limitando il potere dei capi locali e agendo come contrappeso ai loro capricci”.[21]

Silvano Danesi

[1] Almanacco Piemontese, 1983, Andrea Viglongo & C. Editori – Torino

[2] Almanacco Piemontese, 1983, Andrea Viglongo & C. Editori – Torino

[3] Vedi Federico Krutwig Sagredo, Garaldea, Editoria Txertoa, 1978

[4] Vedi Federico Krutwig Sagredo, Garaldea, Editoria Txertoa, 1978

[5] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[6] Federico Krutwig, Garaldea, Editorial Txertoa

[7] Federico Krutwig, Garaldea, Editorial Txertoa

[8] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[9] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[10] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[11] José Carlos Cabrera Pérez, Lanzarote i los Majos, Centro de la cultura popular canaria

[12] Louis Charpentier, Mistero dei Baschi, Edizioni dell’Acquario

[13] José Luis Conceptión, Los Guanches que sobrevivieron y su decendencia, Associación Cultural de las islas Canarias

[14] Citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[15] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[16] Citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[17] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[18] Torriani, citato da José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[19] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[20] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

[21] José Carlos Cabrera Pérez, Fuerteventura y los Majoreros, Centro de la cultura popular canaria

La Casta dei Buoni e la nuova tratta degli schiavi

La Casta dei Buoni (composta dai non casti Castisti) parla di accoglienza e considera tutti coloro i quali avanzano obiezioni di qualsiasi tipo alle loro verità politicamente corrette di essere razzisti e fascisti, mentre la loro maschera buonista nasconde la tragica realtà della formazione di un esercito di manodopera di riserva che è funzionale ad un mercato del lavoro dove i diritti dei lavoratori sono ormai un’alea e dove i salari sono sempre più bassi, anche per la presenza di cooperative che offrono servizi a costi inferiori rispetto a quelli dell’assunzione normale.

La nuova dittatura del politicamente corretto, il linguaggio della casta dominante, diventa automaticamente censura per chi la pensa diversamente da lor signori. Tuttavia, la realtà è molto più incisiva della maschera buonista.

E’ noto, perché le cronache ne hanno scritto ad libitum, che in Italia esiste un business dell’accoglienza che ha ingrassato centri, cooperative e privati.

Un secondo business è quello delle cooperative di vario genere e specie che offrono servizi a basso costo e, ovviamente, salari inferiori a chi lavora. Così sempre di più l’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro trascina verso il basso salari e diritti. I sindacati, ormai entrati nel coro del buonismo, non fanno una piega.

Un terzo business è quello del lavoro nero e clandestino, al quale si accompagnano l’esercito di prostitute e di spacciatori.

Il fatto è che otto richiedenti asilo su dieci sono migranti economici e non ottengono il permesso di soggiorno. Lo Stato li caccia, ma non li accompagna alla porta e gli immigrati diventano fantasmi. L’accoglienza si trasforma così nella fabbrica dei clandestini. Andranno, se va bene, nelle città a fare gli ambulanti, oppure a lavorare nei campi gestiti dai caporali o, ancora, a mungere le mucche in cambio di vitto, alloggio e dieci euro al giorno. L’esercito dei fantasmi ingrossa l’esercito di manodopera a basso costo nei luoghi dove il lavoro è nero, sottopagato e non servono documenti.

Questi sono i dati, ma la Casta dei Buoni finge di non vederli.

Lo Stato investe per l’accoglienza 4,5 miliardi l’anno e la prova che non tutto procede secondo le regole del buon cuore è l’istituzione di una task force per verificare le strutture dell’accoglienza.

I pilastri del sistema sono due: lo Sprar (servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito dai Comuni, e i Cas, affidati a privati scelti dalle prefetture attraverso bandi pubblici o chiamata diretta. L’adesione al progetto Spar è volontaria. Su ottomila Comuni, cinquemila e trecento hanno detto no grazie.

In Sardegna i Cas sono aumentati del 400%. Strutture turistiche che non ce la facevano più hanno rialzato la testa col business degli immigrati. Anche in questo caso per assoluto altruismo.

Il ruolo delle Ong a Catania, la «parentopoli» nell’organizzazione dell’ospitalità dei richiedenti asilo nel Veneto, i centri per i migranti gestiti dalla ‘ndrangheta in Calabria. Le indagini hanno rivelato un mondo corrotto e soprattutto molto ampio e diffuso, dove i 35 euro che lo Stato versa a chi gestisce i migranti si trasforma in un lauto business, in quanto non vengono garantiti gli standard richiesti.

Si sa, ma il verbo politicamente corretto è che chi lo dice o lo scrive è un rozzo razzista. E hanno ragione, perché la razza dei profittatori è una razza che fa schifo.

La Casta dei Buoni accusa i soliti razzisti, fascio-nazisti (leggi: tutti quelli che non sono d’accordo con i Castiti) di essere insensibili di fronte ai poveretti che finiscono annegati in mare, ma sorvolano bellamente sul fatto che l’agenzia Frontex dell’Unione Europea accusò le Organizzazioni Non Governative di essere “colluse” con gli scafisti. L’addebito suonava più o meno così: i trafficanti prima di mettere in mare le imbarcazioni forniscono ai migranti l’esatta posizione delle navi delle missioni , così da assicurare un rapido ripescaggio. Ovviamente le Ong risposero piccate affermando che si trattava di una “aggressione politica”. Frontex è scorretta mentre le Ong sono, ovviamente, dalla parte del politicamente corretto e del buonismo internazionale.  Poi, come sempre, la realtà smentisce la Casta.

Il tempo, che è galantuomo,  ha portato a galla una verità meno rosea di quella delineata dai vertici delle Ong. A febbraio Frontex è tornata alla carica, scrivendo nel rapporto 2017 che di fatto le navi umanitarie “aiutano i criminali a raggiungere i loro obiettivi a costi minimi, rafforzando il loro modello di business”.:

Le operazioni umanitarie di salvataggio sono schizzate nel corso degli anni. I trafficanti insomma preferiscono le missioni alle navi militari. Perché? La mancanza di coordinamento con le autorità Ue e il vizio delle Ong di spingersi anche oltre i limiti delle acque territoriali, secondo l’Europa, sono un invito ai trafficanti a mettere in mare sempre più barconi, sempre più carichi e con meno benzina. Tanto – è il ragionamento – poco dopo la partenza i migranti vengono presi in carico dai soccorritori che li portano in Italia. Con l’unico effetto di aumentare i morti in mare.

Ora, dopo alcuni accordi con la Libia e con altri Paesi africani, molti migranti sono fermati prima di imbarcarsi, ma il buonismo accusa le autorità italiane di aver consegnato chi vuol raggiungere il miraggio europeo nelle mani di terribili persecutori.

Le vestali del politicamente corretto, in buona sostanza, sono sempre all’opera e, ovviamente, sempre al servizio delle classi dominanti che usano il buonismo come maschera per il loro predominio sociale.

Le vestali non si fermano a favorire il business dell’accoglienza e del mercato del lavoro a basso costo, ma mettono in discussione anche le tradizioni secolari del Bel Paese.

Il Museo egizio di Torino fa lo sconto a chi viene dai Paesi arabi e fa pubblicità in arabo. Ero convinto che Torino fosse in Italia, ma evidentemente non è così.

Una preside che non vuole il presepe è uno dei tanti casi che si leggono sulle italiche cronache.

C’è poi la maestra che, per non offendere gli islamici, trasforma in una canzone natalizia facendo diventare il Bambino Perù, anziché Gesù. Andrebbe licenziata per falso storico e incapacità acclarata, ma si sa, i buonisti assolvono i buonisti e così  l’azione della maestra è stata considerata dai suoi superiori non grave.

Nella chiesa Regina Pacis di Monza alcune fotografie di migranti sono state messe al posto dei quadri raffiguranti la Via Crucis e l’altare è stato ricoperto con la bandiera arcobaleno. Nella chiesa di Sant’Eustorgio di Arcore San Giuseppe, la Madonna e il Bambino erano collocati  su un barcone come quello dei migranti. Propaganda di bassa lega del buonismo schizofrenico.

Nella pubblicità televisiva di una ditta che si occupa di immobili, San Giuseppe cerca un appartamento su una app, mentre Maria si lamenta perché al quinto piano non ci stanno il bue e l’asinello. Il Bambino nella culla, nel frattempo, piange. Nessuno si indigna, i buonisti sono distratti e poi, si tratta di business e allora anche Gesù può essere un testimonial. Se per caso dici che non sei d’accordo con quanto asseriscono gli islamici, i buonisti si scatenano; sei un islamofobo, condannabile, in quanto razzista e già che ci siamo fascista, amico dei nazisti e guerrafondaio.

La Casta dei Buoni ha deciso che dobbiamo essere tutti uguali, grigi consumatori aventi come unica patria il supermercato, seguaci del Dio Mercato e della Chiesa Finanziaria e, possibilmente, privi di ogni abbraccio, perché il puritanesimo ben si attaglia alla logica sterilizzante della Casta. Nel supermercatismo buonista, di Gesù, Maria e Giuseppe si può ben fare uno spot pubblicitario. Business is business.

I preti, nel frattempo, invece di fare i preti, non rinunciano a far politica e ad usare il pulpito non per predicare il Vangelo, ma per imbonire il popolo sulle scelte da fare alle prossime elezioni.

Il vescovo di Como, Oscar Cantoni, invitando dal pulpito al voto, ha aggiunto che i leader populisti non possono assumere responsabilità di governo. Pensasse ai fatti suoi e al fatto che la Chiesa cattolica apostolica romana sta andando a rotoli grazie a quelli come lui.

I preti s lamentano se ad andare in chiesa sono sempre in meno e se le chiese sono sempre più vuote. Se andando in chiesa si devono sentire prediche da spot elettorale, meglio andare al bar.

Secondo l’Istat, la pratica religiosa regolare in Italia, per il 2015, ha coinvolto il 29% degli italiani. Il ché significa che il  61 per cento degli italiani è lontana dal culto religioso. Il vescovo di Como dovrebbe preoccuparsi dei dati Istat, invece di predicare scelte politiche.

l dato medio dell’Istat si ottiene guardando alla pratica religiosa dell’insieme degli italiani con più di 6 anni, per cui esso risulta un poco drogato dalle ali estreme delle popolazione (i bambini da un lato e i soggetti con più di 75 anni dall’altro) che sono i gruppi che presentano la più alta partecipazione al culto domenicale. Ad esempio, ben il 52% dei bambini e dei ragazzi dai 6 ai 13 anni hanno frequentato nel 2015 i riti almeno una volta alla settimana.

Inoltre, guardando alle diverse classi di età, vi è la conferma del fatto che la pratica religiosa assidua è più un habitus della popolazione anziana (con più di 65 anni) che di quella adulta e soprattutto giovanile. Vanno in chiesa ogni domenica il 40% degli anziani, rispetto al 25% di quanti hanno un’età compresa tra i 45 e i 60 anni, rispetto ancora al 15% circa dei giovani tra i 18 e i 29 anni.

I dati più interessanti emergono dall’andamento nel tempo della pratica religiosa che caratterizza le diverse classi di età.

Dal 2006 al 2015, quindi nell’arco dell’ultimo decennio, il gruppo che più si è assottigliato nella pratica religiosa regolare è quello dei giovani dai 18 ai 24 anni, che ha perso ben il 30% dei frequentanti. Lo stesso è avvenuto tra gli adulti dai 55 ai 59 anni. Mentre le flessioni sono più contenute per i 25-29 enni (- 20%), per gli italiani dai 40 ai 50 anni (- 10%), per gli anziani (-12%). Insomma, il calo è generalizzato e interessa anche i bambini e gli adolescenti; ma coinvolge assai più i giovani (cosa nota) e gli over 50 (aspetto questo imprevisto).

La Chiesa cattolica apostolica romana è ormai avviata sulla via del declino, con i preti che si occupano degli spiedi di beneficienza negli oratori diventati luoghi di divertimento, quando non si occupano di fare di tutto meno che il loro mestiere, che dovrebbe chiamarsi vocazione.

Tralasciamo di citare i disastri petrini, che si consumano entro le mura leonine, con i vari scandali, lo Ior, il riciclaggio e via discorrendo.

Anche sui diritti umani la Casta dei Buoni è del tutto strabica.

Le vestali della Casta dei Buoni sono, guarda guarda, tenere con l’Islam e molto distratte quando c’è qualcuno che invoca la libertà in terre dominate dalle teocrazie islamiche.

Le teocrazie o i regni retti in base alla shari’a affamano i loro popoli in nome della religione e dell’esportazione delle loro ideologie totalitarie e poi se la prendono con l’Occidente.

La teocrazia, ogni teocrazia,  è incompatibile con la democrazia ed è nemica del benessere del popolo.

La teocrazia iraniana esporta la rivoluzione sciita, affama il suo popolo e conculca ogni libertà. Gli errori della Francia con Komeini e le allucinazioni della sinistra hanno dato spazio a decenni di oppressione. Ora, a fronte alla rivolta di un popolo che anela alla libertà, la Casta dei Buoni e le vestali del buonismo volgono il capo dall’altra parte. Le vestali, intruppate nel  puritanissimo  sdegno per le attrici di Hollywood insidiate nella loro castità dai loro registi e produttori non battono ciglio per le donne incarcerate in Iran perché vogliono togliersi il velo e vogliono essere libere.

La nuova moda del politicamente corretto radical chic è denunciare gli orchi ormai ottantenni rincoglioniti che avrebbero attentato alle donne in carriera trent’anni fa. Le signore prima hanno fatto carriera e ora si rifanno la verginità.

Anche sul fronte internazionale la Casta dei Buoni è all’arrembaggio.

La pattumiera pseudo democratica radical chic dei clintoniani della globalizzazione finanziaria ha vomitato una nuova montagna di pattume.

Il libro fasullo del giornalista Michael Wolff “Fire and Fury – Inside the Trump White House, che sta andando a ruba nelle librerie Usa e nel quale il presidente Usa viene descritto come mentalmente non inidoneo per il suo alto incarico, è una montagna di gossip di incerta serietà, la cui unica vittima sarà, come è già accaduto in altri casi, Steve Bannon, ridicolizzato e abbandonato dai finanziatori, mollato dal Partito Repubblicano e, ovviamente, divenuto la star della pattumiera pseudo democratica dei radical chic.
Alla fine del grande gossip, sul terreno rimarrà il cadavere politico di Bannon, che puntava alla candidatura alla Casa Bianca.

Nel frattempo il fuoco e la furia infuriano in borsa, che ha fatto nuovi balzi storici, mentre l’economia americana cresce e decresce la disoccupazione.

Con il suo solito stile, Donald Trump ha twittato: «Sono un genio, e stabile». In una serie di straordinari post mattutini, Trump ha detto che i suoi critici democratici e i mezzi di informazione degli Stati Uniti stanno puntando sulla questione della sua sanità mentale e della sua intelligenza (rievocando il morbo di Alzheimer dell’ex presidente Ronald Reagan), dal momento che non sono stati in grado batterlo in altri modi . «In realtà, durante tutta la mia vita – ha scritto – i miei due più grandi punti di forza sono stati la stabilità mentale e l’essere davvero intelligente. Sono passato da essere un uomo d’affari molto riuscito, a una top star televisiva, a presidente degli Stati Uniti (al mio primo tentativo). Penso che questo potrebbe qualificarsi come non intelligente, ma genio… e un genio molto stabile!»
La pattumiera vomita gossip, ma nel frattempo l’Fbi ha aperto un’inchiesta sulla Fondazione Clinton e a Obama andrebbe ritirato il Nobel, visto che ha aperto le porte all’Iran, la cui teocrazia opprime il popolo e prepara armi nucleari. La Clinton, per parte sua, è responsabile, come Obama, di una politica mediorientale disastrosa. In un anno di amministrazione Trump il Medioriente è cambiato completamente, con un ristabilimento del rapporto storico con i Sunniti e con la ripresa di rapporti con Israele, bloccati da otto anni di obamismo mondialista inconcludente e disastroso. La Libia, nel frattempo, potrebbe tornare nelle mani di Gheddafi alla faccia dei Francesi, degli Inglesi e degli obamian-clintoniani, i quali, fingendo di voler abbattere un dittatore volevano abbattere gli interessi italiani.  Il figlio del dittatore ucciso, Saif Al Islam Gheddafi può oggi contare sull’appoggio dell’80 per cento dei membri dei 140 consigli tribali presenti in Libia.

Se questi sono i risultati di un bambino poco intelligente, viva i bambini.
La pattumiera non si fermerà, perché i radical chic sono convinti di essere gli unici intelligenti al mondo e gli unici dotati di moralità. Tuttavia, alla faccia della pattumiera, contano i risultati e quelli ci sono, e come.

Silvano Danesi