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Il popolo e le élite della dittatura mascherata

L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato e l’esigenza di condurre a “buon fine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti.

“Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – scrive Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [i]

E’ quanto è accaduto alle élite autoreferenziali del mondialismo, le quali, non comprendendo più il popolo, lo sfiduciano.

Che Popper avesse ragione lo testimonia il commento di Giorgio Napolitano all’elezione di Trump: “Siamo innanzi ad uno degli eventi più sconvolgenti della storia della democrazia europea e americana, direi uno degli eventi più sconvolgenti della storia del suffragio universale, che non è sempre stata una storia lineare di avanzamento, da tanti punti di vista, della nostra società e dei nostri Stati. Qualche volta l’esito di votazioni a suffragio universale è stato anche foriero di gravissime conseguenze negative per il mondo”.

Tradotto in chiaro, il pensiero di colui che è stato, purtroppo per noi, il presidente della Repubblica italiana, è che se il popolo fa quello che piace alle élite, meglio: a certe élite, allora il popolo è ottimo; se il popolo vota male, non secondo quanto vorrebbero certe élite, allora è pessimo, non è più popolo, ma massa amorfa, che esprime populismo, il cascame della democrazia.

Eppure, parrebbe che demo-crazia significhi proprio il potere del demos, ossia del popolo.

Il commento dell’élite autoreferenziale degli illuminati intellettuali mondialisti, meglio alter-mondialisti, come direbbe Agnoletto, che ha eletto a suo leader papa Francesco, autore della nuova religione terzomondista che ha sostituito il cirstianesimo, è che “il voto di Trump è un voto di gente non laureata”.

Alla faccia. Ma questi signori della cosiddetta sinistra, un tempo non lontano non erano i difensori della working class (classe operaia) e dei rurals (i contadini)?

Absit iniuria verbis. Contadini? Operai? Ignoranti non laureati. Noi l’élite dei laureati vi diciamo che se non seguite le nostre illuminanti indicazioni siete un branco di ignoranti populisti. Soprattutto non volete capire che il nostro stare con la grade finanza e con il kombinat di potere dell’industria bellica e delle multinazionali è per fare il vostro bene. Incolti, volgari (ossia vulgus), convertitevi. Seguiteci. Dateci ascolto e sarete di nuovo popolo mondialista, buonista e politicamente corretto.

Politicamente corretto? Ah! si: il linguaggio di chi non vuol dire pane al pane e vino al vino. Quelli che seguendo papa Francesco si dimenticano che nel Vangelo c’è scritto. “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. Matteo 5,37.

Il politicamente corretto è l’apoteosi dell’eufemismo, ossia del non dire per non avere conseguenze; è il linguaggio dei salotti radical chic, dove ogni presa di posizione è poco elegante. Meglio non dire, essere sfuggenti, sfumati, ossia inconsistenti.

Inconsistenti?  No. Dietro il bon ton si nasconde la dittatura del politicamente corretto, che è la censura per chi non condivide le idee dominanti dell’élite intellettual radical mondialista: oggi diversamente mondialista, ossia il predominio della finanza, delle grandi multinazionali, in primo luogo di quelle delle armi.

Vi ricordate Fedro? “Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus”.

« Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando:
“Come posso – chiedo – fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità:
“Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!”
Rispose l’agnello:
“Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti. ».

Cari sinistresi, diversamente terzomodialisti, amanti del comunismo papista e della dittatura feudale del lupo finanziario, accade che il popolo non faccia sempre come l’agnello di Fedro, ma prenda in mano la rude zappa dei rurals, la chiave inglese dei workers e mandi a quel paese le vostre illuminanti idee.

 

Voi, del politicamente corretto, dovreste avere il coraggio e l’onestà di dire che il popolo vi fa schifo e che preferite il governo delle élite, meglio ancora le dittature mascherate da democrazia. Ne avrebbe vantaggio l’onestà di pensiero. Ma l’onestà di pensiero è politicamente corretta? Ops. Che ineleganza!.

Silvano Danesi

[i] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli

Obama e il maquillage del coccodrillo

Quando un leader, un comandante in capo, preoccupato del suo cocodrillesco maquillage, scarica le sue responsabilità sui collaboratori e sugli alleati, perde la dignità e diviene ridicolo agli occhi dei contemporanei e della storia.

Nel terzo millennio è accaduto a Barak Hussein Obama, purtroppo per noi presidente degli Stati Uniti d’America, il quale, tuttavia, a sua discolpa, può vantare un illustre predecessore: Adamo.

Come narra il mito ebraico, Adamo nell’Eden mangiò la mela dell’albero della conoscenza del bene e del male e fu scacciato, per questo, dal giardino divino insieme a Eva, alla quale il primo esemplare maschile dell’umanità dolente diede la colpa, dimostrando di non avere autonomia di giudizio e di essere un minus habens, con una discreta propensione alla vigliaccheria.

Barak Hussein Adamo Obama, dopo aver determinato l’eliminazione di Gheddafi, con la conseguenza di mettere la Libia nel caos, rendendo incerta e soggetta al terrorismo tutta l’area (non è mancata la colpevole connivenza degli italiani, a cominciare dal Comandante in capo) ora, preoccupato del suo maquillage storico, piange lacrime da coccodrillo  e scarica la colpa sugli alleati. “Quando mi guardo indietro – afferma  in un’intervista a The Atlantic – e mi chiedo che cosa sia stato fatto di sbagliato mi posso criticare perché ho avuto troppa fiducia nel fatto che gli europei, data la vicinanza con la Libia, si sarebbero poi impegnati di più nella gestione delle conseguenze, il follow up”.

Gli europei sono per Adamo Obama degli opportunisti e dei free riders, gente che viaggia gratis. Buon risveglio presi-niente. Dove stava Obama  con la testa quando il suo ex segretario di Stato, Hillary Clinton  voleva fortemente la fine di Gheddafi e ascoltava preoccupata i rapporti confidenziali nei quali si diceva che Berlusconi, quello tra i leader europei ritenuto più vicino al rais, riteneva che il leader libico potesse vincere.

Il fatto è che nelle fasi che precedettero gli attacchi aerei e il linciaggio a morte di Gheddafi Obama aveva ceduto al suo segretario di Stato, la Clinton, che tutti noi dobbiamo ringraziare per i disastri immani compiuti.

Ora, nell’intervista, a The Atlantic, Barak Hussein Adamo Obama ha definito un errore l’intervento militare in Libia che permise di rovesciare il regime di Gheddafi, a tutto vantaggio delle mire inglesi e francesi e a tutto danno delle anime belle italiane, a proposito delle quali va detto che, oltre ad essere buoniste e amanti di tutti coloro che rovesciano i cattivi dittatori, dovrebbero informarsi sulle conseguenze del loro stupido buonismo. La conseguenza è che a un dittatore se ne sono sostituiti decine, ferocemente armati e determinati.

 

 

Chiesa e Massoneria tra l’anatema e il dialogo

 

di Silvano Danesi

L’articolo del Cardinal Ravasi su Il Sole 24 Ore (riportato a pagina 2) ha destato stupore solo in chi non conosce il confronto, ormai secolare, tra esponenti della Chiesa Cattolica ed esponenti della Massoneria. Confronto che non ha sciolto molti nodi, che non ha chiarito molti errori storici, ma che ha sufficientemente messo a fuoco, per chi non sia animato da inguaribili pregiudizi, che tra le due istituzioni non v’è contrasto, che vi sono molte differenze (come è normale che sia, altrimenti vi sarebbe identità e non si porrebbe il problema) e, soprattutto che la Massoneria Tradizionale non trama contro la Chiesa Cattolica e che i contrasti tra le due istituzioni, quando vi sono stati, appartengono a situazioni particolari, anche in questo caso poco indagate e spesso frutto di una malintesa analisi storica.

Come nella Chiesa esistono posizioni diverse tra di loro, a volte tanto diverse da apparire contrastanti, così è anche nella Massoneria, dove alcuni massoni (si ricorda sempre a questo proposito Carducci) hanno espresso posizioni apertamente anticlericali.

Non sono mancate, del resto, tra i cattolici, interpretazioni del mondo massonico non solo offensive, ma ridicole, come quelle contenute in un opuscoletto del 1918, dal titolo: “La Massoneria, quel che è, quel che fa e quel che vuole”, edito da “Civiltà cattolica”, la rivista dei Gesuiti., dove si afferma che “… i capi veri della setta massonica sono legati a fil doppio coi capi del giudaismo militante e dipendono da questi, poiché questi nelle alte logge hanno prevalenza del numero”. Il testo, scritto in forma di dialogo avvenuto su un treno tra un colonnello e un magistrato, fa dire al magistrato: “Per me, che son venuto meglio studiando l’abisso della malizia massonica, meglio ancora mi sono persuaso, che nel suo fondo vi è una sopraffina perfidia giudaica”.

Nel volumetto destinato alla propaganda (appartiene alla collana “Nuovi dialoghi popolari”) la Massoneria  viene accusata di organizzare reti di associazioni, leghe di liberi pensatori, società operaie e di mutuo soccorso, corali, orchestrali e di essere al timone di fenomeni come il socialismo, il comunismo, il satanismo.

“La Massoneria—dice il magistrato al colonnello, mentre il treno corre sui binari di inizio Novecento— è l’antichiesa per eccellenza, cioè la chiesa di Satana, in perfettissima contraddizione con quella di Cristo”.

Argomentazioni che stanno in perfetta compagnia con quelle del poeta napoletano Francesco Gaeta, il quale scrisse un volume, edito postumo da Sansoni, dal titolo: “La Massoneria” e rieditato con prefazione di Giovanni Preziosi da Mondadori nel 1944, nella quale  il politico italiano, nonché ministro, pubblicista e traduttore, noto in epoca fascista per il suo antisemitismo, scrive, riferendosi ad alcuni scritti antiebraici del Gaeta del 1913: “L’importanza di questo scritto inedito di Gaeta non può sfuggire: quando il poeta così scriveva, il Fascismo non c‘era, il Concordato non era stato definito, i provvedimenti antiebraici e anticosmopolitici non erano stati adottati, la massoneria non era stata soppressa, la suprema conquista d’Italia, operata con ermetismo e inganno dalle forze occulte dell’ebraismo internazionale, non era ancora riconquistata, la guerra ebraica non era iniziata, né quella del 1914 né quella del 1939”.

L’idiozia antisemita, come si vede, accomunava l’opuscolo della propaganda di Civiltà Cattolica e quello del fascistissimo Preziosi e non mancava di essere dichiarata apertamente sin dal primo capitolo del suo libro dal poeta napoletano Francesco Gaeta, il quale scrive. “Che cos’è la massoneria? E’ l’organo della conquista del mondo da parte degli ebrei, a danno ed a spese dei Goim (Plurale di GoJ) che in ebraico sono tutti i non ebrei ed in particolar modo gli occidentali sotto il convenuto titolo di «cristiani», considerandosi Cristo formalmente come il capostipite delle religioni d’occidente, ma sostanzialmente come il simbolo di tutti i popoli non ebrei da assoggettare”.

Di delirio in delirio, la Massoneria diventa il braccio armato e inconsapevole dei perfidi ebrei e così, guarda caso, insieme ai sei milioni di innocento ebrei, Hitler ha sterminato anche 80 mila massoni tedeschi. Sorte risparmiata ai cattolici.

Un dialogo continuo

lungo tutto il ‘900

Pur in presenza di posizioni connotate da assurdi pregiudizi, il dialogo nel ‘900 è stato intenso, continuativo e prodromico a quanto oggi afferma il Cardinal Ravasi, il quale, nonostante gli stupori dei pasdaran militanti sui due fronti, ne è semplicemente l’intelligente continuatore.

Un volume edito da Sugarco nel 1978 raccoglie, con prefazione di Giordano Gamberini vari scritti sulla Massoneria, tra i quali quelli di don Ernesto Pisoni con l’imprimatur della Curia di Milano e quello di Padre Rosario Esposito.

Don Ernesto Pisoni, dopo aver ricordato la scomunica comminata agli appartenenti alla Massoneria da Clemente XII il 24 aprile 1738, scrive: “Bisogna comunque arrivare al 1938, cioè esattamente a due secoli dopo, per vedere ripreso in esame con diverso animo il problema dei rapporti tra Chiesa e Massoneria, nonostante la permanenza di un veto giuridico apparentemente insormontabile. Bisogna arrivare cioè ai tempi moderni per capire e soprattutto per merito di studiosi, bisogna dirlo anche cattolici, che la Massoneria non ha avuto un’origine anticlericale  e che andava considerata un centro d’unione e non di divisione, un mezzo per legare amicizie sincere tra uomini di ogni clima spirituale tra persone di buona volontà che, come principio, vogliono servire l’umanità”.

Perché proprio il 1938?

“ Il merito  – scrive don Ernesto Pisoni – è di un famoso articolo pubblicato il 15 settembre 1938 da Padre Berteleoot su «La Revue de Paris». Il valoroso gesuita francese in questo articolo continua in pubblico, con estremo coraggio, un discorso da lui iniziazto alcuni anni prima col grande storico massone francese Lantoine, gratificato dal titolo spregiativo di «gesuita» dai suoi confratelli per l’atteggiamento aperto e conciliante nei confronti della Chiesa Cattolica. Continuando lo spirito di questo dialogo, Padre Berteleoot analizza e riscopre le origini cristiane della Massoneria, i principi di tolleranza e di rinuncia a contese religiose e a risse per motivi religiosi, la condanna di guerre civili, tanto inaccettabili anche sotto il profilo evangelico; naturalmente il discorso di Padre Berteleoot era condotto con grande abilità e cautela. Egli cominciò a distinguere tra Massoneria e Massoneria e nell’interno dell’istituzione tra massoni e massoni, non disconoscendo gli errori compiuti da una parte, senza mettere troppo in rilievo gli eccessi di difesa e relativi errori compiuti anche dall’altra parte”.

Il dialogo

di Aquisgrana

Un altro “primo inizio di disgelo”, come lo chiama Don Pisoni, si ebbe in Austria e Germania, iniziato nel 1928, ancora da un gesuita, Padre Hermann Gruber, il quale ha intessuto un dialogo con due studiosi massoni. Il filosofo viennese Kurt Reichl e lo storico Eugenio Lenouf, ai quali si unì successivamente il segretario generale della Gran Loggia di New York, Ossian Lang. “I colloqui tra Padre Gruber – scrive don Pisoni – e gli esponenti massonici portarono addirittura ad un incontro noto come il Dialogo di Aquisagrana che certamente consentì un primo contatto tra eminenti responsabili delle due istituzioni, contatto non certamente ufficiale ma non per questo meno utile e meno carico di risultati. Lo spirito di Aquisgrana ero lo spirito del dialogo e del confronto, premesse indispensabili per i rapporti non soltanto correnti ma aperti a futuri sviluppi: nessun cedimento dottrinale da una parte o dall’altra ma deciso sgombero del terreno da parte di sovrastrutture leggendarie, polemiche animose e spesso totalmente infondate, e cattive informazioni”.

La storia del rapporto tra Padre Josef Berteloot e Albert Lantoine è stata narrata dal religioso nel volume: Jésuite et Franc Maçon: Souvenir d’une amitié, edito con l’imprimatur della Curia parigina nel 1952 dall’Editore Dervy.

A chi gli rimproverava le sue frequentazioni, Padre Berteleoot rispose, mettendo a nudo il solito metodo delle pubbliche virtù e dei vizi privati dei soliti integralisti: “Potrei citare il nome di molti miei benefattori i quali non si fanno alcuno scrupolo di collaborare con i massoni nei Consigli di Amministrazione in cui vengono difesi i loro interessi politici ed economici”.

Dieci anni dopo, nel 1948, finito il periodo del grande conflitto mondiale, il dialogo riprende, facendo registrare un salto di qualità. I due interlocutori sono il Cardinale Innitzer, arcivescovo di Vienna e il Gran Maestro della Massoneria austriaca Scheichelbauer. Gli incontri si svolsero nella stazione termale di Bad Hofgastein sul tema concordato: “Chiesa e Massoneria in Austria”. Conseguentemente ai colloqui il Nunzio a Vienna, Monsignor Delle Piane, inoltrò a Roma la memoria di due massoni che chiedevano l’abolizione delle censure contro la Massoneria. Un giornalista cattolico, direttore del giornale Die Fürche, il dottor Funder, scrisse al Gran Maestro il 20 gennaio del 1954, per comunicargli il suo dispiacere in seguito ai silenzi di Roma.

Se nel 1948 Vienna si muoveva, alcuni passi importanti venivano fatti anche a Parigi, con la visita del celebre quaresimalista di Nȏtre Dame, P. Riquet alla Loggia massonica Volney di Laval il 18 marzo del 1961, “con – come scrive don Pisoni  – le stupende e profonde allocuzioni scambiate in quell’occasione”.

Negli Stati Uniti vanno registrati i rapporti del cardinale  Cushing e del vescovo Robert Joyce con la Massoneria americana, delle cui logge furono in più occasioni ospiti dal 1961 al 1965. Il cardinale Cushing il 26 ottobre del 1965 fu ospite d’onore della Loggia Brotherhood di Boston Herald scrisse  che quella era la prima volta che un principe della Chiesa Cattolica Romana era ospite della Gran Loggia Massonica del Massachusset.

Nel 1976, come ricorda don Ernesto Pisoni, “l’intero espiscopato di una regione ecclesiastica quale la regione scandinava, prese posizione ufficialmente sul tema Chiesa e Massoneria”. Nel comunicato emesso congiuntamente dagli episcopati danese, norvegese, finlandese e svedese, pubblicato nel bollettino dell’episcopato norvegese «Sankt Olaw» nel mese di giugno 1967”, si rendeva noto che i membri della Massoneria che intendevano essere cattolici potevano essere individualmente ammessi, senza rinunciare ad essere membri attivi della Massoneria.

In una lettera datata19 luglio del 1974 e indirizzata agli episcopati di tutto il mondo, il cardinal Seper, Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, mentre riaffermava che rimaneva in vigore la legislazione generale, autorizzava, secondo il parere di don Pisoni, “gli episcopati di tutto il mondo a comportarsi come l’episcopato scandinavo, cioè a decidere sulla liceità per i cattolici d’appartenere alla Massoneria in base alle situazioni locali”.

Nel suo “La Massoneria” (Editrice Queriniana), don Franco Molinari, docente di Storia della Chiesa all’Università statale e professore di Storia Moderna all’Università cattolica, cita  il libro Massoni nostri fratelli separati, di Alec Mellor, magistrato francese, cattolico e massone. “La sua posizione – ricorda Molinari – si può sintetizzare in termini estremamente semplici: la Massoneria regolare non cade sotto la scomunica, perché è una scuola di etica sublime e non conduce guerra alla Chiesa”.

Sempre Molinari cita un articolo di Padre Giovanni Caprile sul mensile Jesus (agosto 1981) dove il gesuita scrive, a proposito della stupidaggine ricorrente che i massoni adorerebbero Dio e desterebbero Cristo: «La fede religiosa personale di ciascuno deve essere rispettata. Anche sotto questo profilo, quindi, il nostro interrogativo ammette un’unica risposta: di fronte alla figura di Cristo, la Massoneria rispettava le convinzioni di ciascuno».

“Fondamentalmente, perciò – aggiunge Molinari – si può dire che la Massoneria nutre, verso Cristo, grande rispetto come uomo, come animatore di fraternità universale, come martire dell’umanità. Sul terreno della fede non si entra e non si vuol entrare”.

Una scomunica

tutta politica

Don Ernesto Pisoni, in un articolo contenuto nel volume edito da Sugarco nel 1978, a proposito della scomunica comminata ai massoni da Clemente XII il 24 aprile 1738 con la Bolla In Eminenti, sostiene che il documento presenta “strane anomalie di stesura soprattutto laddove si motiva la condanna con queste testuali parole: «Per sbarrare la via tanto larga che potrebbe condurre alla penetrazione non punita dell’ingiustizia anche in base ad altri motivi a noi noti, giusti e legittimi, abbiamo ritenuto giusto ed abbiamo deciso di condannare e proibire le dette Società, Circoli, Associazioni Segrete, Assemblee e Bande Clandestine note con il nome di Massoni o con qualsiasi altra denominazione». Come ha fatto giustamente notare qualche studioso (cfr. R. Esposito, Le buone opere dei Laicisti degli Anticlericali e dei Framassoni, Ediz. Paoline, 1970) questo documento – sottolinea don Pisoni – pecca di incongruenza giuridica là dove emette una grave sentenza  di condanna contro gente che mantiene il segreto, senza assicurarsi circa il contenuto di tale segreto e un paio di righe dopo nasconde gli ulteriori motivi della sua decisione come un segreto. Forse tale anomalia trova giustificazione nel fatto che il pontefice Clemente XII era già cieco e gravemente ammalato quando il documento fu emesso e fu il cardinale segretario di Stato Giuseppe Firrao che gli sorresse la mano per firmare la bolla. Un Papa che fosse stato nel pieno possesso delle sue facoltà non avrebbe forse avallato un documento nella forma piuttosto contorta e non del tutto congruente con lo stilus curiae. Questo testo, ritenuto abbastanza anomalo anche per gli studiosi di parte cattolica è forse il frutto di un clima emotivo, più politico che morale, che lo fa assomigliare ad una condanna sommaria senza appello più che un motivato provvedimento pastorale”.

La scomunica di Clemente XII sembrerebbe, pertanto, viziata fin dall’origine, sia per il contenuto, sia per la forma, sia, infine, per la dubbia attribuzione alla volontà del Papa.

 

La scomunica

nel diritto

La scomunica è entrata nel Codice di Diritto Canonico promulgato in data 27 maggio 1817 e, in questo documento, scrive don Pisoni, “ assume una meno anomala formulazione permettendo agli esegeti pacati e attenti di sollevare qualche sottile «distinguo» già sul testo canonico che così suona: (Canone 2335) «Coloro che danno il loro nome alla setta Massonica o alle altre Associazioni della medesima specie che tramano contro la Chiesa e contro le legittime Autorità Civili, contraggono ispo facto la scomunica semplicemente riservata alla santa Sede». A differenza che nella Bolla, nel Canone è data una motivazione «religiosa» della condanna e si restringe il campo della censura a quelle Associazioni che realmente tramano contro la Chiesa o le legittime Autorità Civili”.

Qui deve intervenire l’analisi storica, che deve circonstanziare accuratamente tempi, modi e luoghi ove il conflitto non con la Chiesa in quanto istituzione religiosa, ma con la Chiesa in quanto sedicente erede dell’ Impero romano si è svolto, non solo con la Massoneria, ma con una lunga serie di istituzioni, di personaggi illustri, di re e imperatori.

“La Massoneria comunque – scrive don Pisoni – non ha avuto un’origine anticlericale, la Chiesa l’ha condannata in un momento in cui pensava che questa associazione per la sua segretezza ed atmosfera di cospirazione cui amava spesso circondarsi tramasse contro di essa e contro le legittime autorità”.

Uno dei più gravi e usuali errori della storiografia massonica è quello di datare la nascita della Massoneria al 21 giugno del 1717, quando fu fondata la Gran Loggia d’Inghilterra.

La costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra, voluta dai regnanti  protestanti  di origine tedesca Hannover, i quali avevano esiliato gli Stuart, rappresenta l’interruzione di una tradizione.

Gli Stuart, esiliati a Parigi e Roma, come ho tentato di dimostrare nel mio: “Le radici scozzesi della Massoneria”, erano i legittimi rappresentanti di una Massoneria tradizionale che non ha mai avuto conflitti con la Chiesa cattolica a meno ché non si voglia risalire al confronto secolare che ci fu, e per lungo tempo, tra la Chiesa cristiana celtica e quella romana. Confronto di ben alta natura e importanza di quello instauratosi tra la Chiesa anglicana e quella Cattolica, essendo la prima nata non per questioni religiose, ma solo ed esclusivamente per questioni politiche, come dimostrano le vicende storiche legate a Enrico VIII.

L’attività massonica dei «residenti» inglesi sul continente e, in particolare in Italia, non poteva che essere motivo di irritazione per la Santa Sede. Dai rapporti dei nunzi pontifici, infatti, come fa opportunamente osservare Padre Rosario F. Esposito, in un suo articolo contenuto nel volume: “La libera Muratoria” edito da Sugarco e al quale ho già fatto cenno,  “la Santa Sede deduceva in primo luogo l’origine «protestante» della Massoneria simbolica e i contenuti «eretici» dell’Istituzione”.

Le altre Bolle di condanna non sono meno motivate da questioni politiche della prima.

La seconda Bolla di condanna,  firmata da Benedetto XIV (Providas Romanorum Pontificum del 18 maggio 1751) trova le motivazioni in quanto si stava agitando nel napoletano.  Il 13 settembre 1821 Pio VII pubblicò la costituzione apostolica Ecclesiam a Ieasu Christo nella quale condannava la Carboneria, ritenuta un’emanazione massonica.

Leone XII, reso inquieto dai moti costituzionali,  il 13 marzo 1825 pubblicò l’enciclica Quo graviora. Pio VIII nell’enciclica Traditi humilitati del 24 maggio 1830 considerò la Massoneria come fonte della rovina sociale.

Gregorio XVI nella sua enciclica Mirari vos del 15 agosto 1832 si esercita in affermazioni assurde. “Si tratta – scrive Padre Rosario F. Esposito – di un documento molto umiliante, che indica come «deliri» tutte le libertà: di pensiero, di parola, di stampa, di religione”. La Massoneria, ovviamente, è indicata come massima responsabile di tutte queste scelleratezze.

I documenti antimassonici di Pio IX sono molteplici e motivati da fatti storici ben precisi, ossia i moti risorgimentali, che chiuderanno per sempre il potere temporale del Papa nella ristretta sede del Vaticano. “Le nostre ricerche –scrive  Padre Rosario F. Esposito – ci hanno portato a catalogare ben 116 documenti antimassonici piani, così suddivisi: 11 encicliche, 53 lettere e brevi, 33 fra allocuzioni e discorsi, 19 documenti maggiori di Curia”.  I più noti sono il Sillabo (8 dicembre 1864 e l’allocuzione Multiplices inter (25 novembre 1864).

Leone XIII è stato il Papa che nella condanna alla Massoneria ha superato anche Pio IX, ma anche in questo caso la motivazione è del tutto politica e riguarda la costruzione dello Stato unitario italiano, che è avvenuta a discapito dei territori papalini.

Leone XIII, che regnò dal 1870 al 1903, nella sua lotta contro coloro i quali stavano mettendo le basi del Regno d’Italia, promosse a Trento, nell’autunno del 1896, il primo Congresso Antimassonico Internazionale, per mobilitare tutta la cristianità contro la Massoneria. Le prove delle nefandezze della Massoneria furono tratte dalle testimonianze di Leo Taxil, sedicente ex massone pentito, il quale nel 1987, in una conferenza alla Società Geografica di Parigi confessò di aver inventato tutto.

Il furfante scrisse che il Gran Maestro era in contatto con Satana, dal quale riceveva gli ordini e che nelle riunioni massoniche si sputava sulle ostie consacrate o le ostie  erano trafitte su spade. Sull’altare erano collocate fanciulle vergini al servizio di Belzebù e altre insensatezze del genere. Poco importa quanto fosse furfante Leo Taxil, ma è importante ricordare che il libro di Taxil:  I misteri della framassoneria,  fu addirittura pubblicato a puntate nei giornali cattolici.

Alle accuse alla Massoneria di trarre le proprie idee dal Naturalismo e di essere una setta satanica, fecero seguito iniziative concrete, che si possono ascrivere alla concorrenza. In funzione antimassonica, anti liberale e anti socialista  nacquero associazioni cattoliche, società di mutuo soccorso, banche cattoliche (Banco di Roma, Banco Ambrosiano, in seguito tristemente noto, Credito Romagnolo,  le Banche Cattoliche del Veneto, le Casse Rurali, le Società cattoliche di assicurazione).

Qui, come è del tutto evidente, Satana ha ben poco a che fare. Chi si agita molto è il Papa, che vuole ricostituire il potere perso con la costituzione del Regno d’Italia in altro modo, ossia costituendo un insieme di roccaforti nella società civile. L’attacco alla Massoneria è il risultato del fatto che nel Parlamento e nei governi del Regno d’Italia ci sono molti massoni dichiarati e riconosciuti. Come è del tutto evidente, lo scontro riguarda un ben preciso territorio, in un particolare periodo storico e comunque ha come motivazione la perdita di quel potere temporale che la Chiesa aveva attribuito a sé con un falso storico, ossia con il documento Donatio Constantini, smascherato, come falso, da Lorenzo Valla.

Pio X ha semplicemente ribadito con la Gratum quidem la condanna, nell’occasione, nel 1911, dei festeggiamenti solenni del cinquantenario della proclamazione dell’Unità d’Italia, avvenuta il 17 marzo 1861. Ovviamente non erano state dimenticate altre due date: la fine dello Stato pontificio, avvenuta il 20 settembre 1870, con la presa di Roma e il 1871, quando a Roma fu trasferita la capitale del Regno.

Nel corso del pontificato di Benedetto XV si ha la codificazione canonica del 1917 che con i canoni 2335 e 2336 conferma la scomunica.

Pio XI interviene contro la Massoneria nell’enciclica Non abbiamo bisogno pubblicata nel 1931.

Pio XII non interviene nel merito.

Con Giovanni XXIII e con Paolo VI si apre una stagione di dialogo

Nel 1970, un importante moralista cattolico, Padre Häring, rispondendo su Famiglia Cristiana a delle domande di una lettrice scriveva: “La scomunica comminata a coloro  che appartenevano alla Massoneria aveva lo scopo di proteggere la fede e di richiamare l’attenzione sul peccato che si commette nel sostenere associazioni ostili alla Chiesa. Tale scomunica oggi subentra soltanto quando,  nelle nuove circostanze, si commette un peccato grave” (citazione in Molinari, op. cit).

Al Concilio Vaticano II il vescovo messicano Mendeza Arceo, nei dibattiti conciliari, ebbe a dire: “La Chiesa nostra madre misericordiosa deve cercare la strada del dialogo con la Massoneria sotto la guida dello Spirito Santo”. (citazione in Molinari, op. cit).

Il 17 luglio 1974 il cardinale Franjo Seper, presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una lettera al cardinale John Joseph Krol, presidente della Conferenza Episcopale Nordamericana, prende posizione a favore dell’apertura verso la Massoneria: «I laici», scrive Seper, «possono iscriversi alla Massoneria, i chierici no».

“Nel prendere in considerazione i casi particolari, bisogna tener presente che la legge penale va sempre interpretata nel senso restrittivo. Si può quindi insegnare con sicurezza e applicare l’opinione di quegli Autori i quali ritengono che il canone 2335 tocchi soltanto quei cattolici iscritti ad associazioni che cospirano contro la Chiesa”.

I Canoni in questione sono:

2335 Coloro che danno il proprio nome a una setta massonica o ad altre associazioni dello stesso genere che complottano contro la Chiesa o le legittime autorità civili, contraggono per il fatto stesso la scomunica riservata alla sola Sede Apostolica.

1374 – Chi dà il nome ad una associazione, che cospira contro la Chiesa, sia punito con una giusta pena; chi poi tale associazione promuove o dirige sia punito con l’interdetto.

Sembra dunque che la scomunica del Codice del 1917 non venga più applicata.

Ma puntuale, due giorni dopo, il 19 luglio, la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede in una notificazione ufficiale smentisce quella lettera e conferma che e sempre in vigore il canone 2335 del Codice di Diritto Canonico contro la Massoneria, con una precisazione: «II predetto canone 2335 riguarda soltanto quei cattolici che si iscrivono ad associazioni le quali di fatto operano contro la Chiesa. Rimane tuttavia in ogni caso la proibizione a chierici, religiosi e membri di istituti secolari di iscriversi alle associazioni massoniche».

Il Codice del 1983

e il no di Ratzinger

Nel nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 e confermato il 26 novembre 1983 dal documento Dichiarazione sulla Massoneria della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, firmato dall’allora prefetto Joseph Ratzinger, quindi Papa Benedetto XVI (2005-20013) e approvato da Giovanni Paolo II è ribadita la condanna e la diffida relativa all’appartenenza alla Massoneria, valendo come interpretazione del Canone 1374

Nella dichiarazione si legge: “È stato chiesto se sia mutato il giudizio del Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore. Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie. Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione. Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la Dichiarazione di questa S. Congregazione del 17 febbraio 1981 (Cf. AAS 73, 1981, p. 240-241). Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione, decisa nella riunione ordinaria di questa S. Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983. – Joseph Card. RATZINGER Prefetto Fr. Jérôme  Hamer,O.P.Arcivescovo tit. di Lorium

Potrei aggiungere altri fatti e altri documenti, ma lo spazio di un articolo non consente di andare oltre.

La storia di un secolo, il XX dell’era volgare, ha visto la Chiesa cattolica passare dall’anatema al dialogo, ma ad un dialogo altalenante tra aperture e chiusure. Di questo dialogo altalenante l’articolo del Cardinal Ravasi è, per ora, l’ultima significativa interessante puntata, che si muove lungo la linea di un confronto vero e leale, che non può che essere tale e che non può che partire, come egli stesso afferma, dal riconoscimento delle differenze.

La questione

del Logos

La prima e fondamentale delle differenze è costituita dal Logos. Chi ha affermato che i massoni adorano Dio e disprezzano Cristo dicono, evidentemente una maligna corbelleria. I massoni ricercano il Divino, al quale danno l’appellativo di Grande Architetto dell’Universo, in quanto il Logos è arché-tecton, il realizzatore del Principio, che non è principio temporale, ma ontologico. I cristiani credono che questo principio si sia incarnato in un uomo, ossia in Gesù, detto il Cristo, traduzione greca del termine ebraico מָשִׁיחַ (mašía, cioè “unto”), dal quale proviene l’italiano Messia.

La Massoneria non disprezza per nulla Gesù, anzi, lo apprezza per il suo messaggio, che ci è riportato dalla letteratura evangelica, ma non impone la credenza della sua essenza divina, lasciando la più totale libertà a chi crede di credere.

Il credere che Gesù sia il Cristo e sia il Logos fattosi uomo comporta tutta una serie di conseguenze teologiche sulle quali la discussione è aperta da secoli tra i cristiani e i non cristiani attenti all’evolversi del cristianesimo, così come delle altre religioni presenti nel mondo.  Entrare nel merito di tali discussioni teologiche senza essere cattolici non significa essere adepti di una setta satanica dedita al peccato e alla perversione.

Del resto, Papa Francesco, ha recentemente affermato: “Dio non è cattolico”. Se è così, la ricerca è libera, così come libero è l’approdo ad una o più certezze e altrettanto libera è la navigatio.

Ben venga, pertanto, un confronto aperto e senza remore. Non può che essere produttivo di importanti risultati per l’umanità, oggi sempre più schiava di un materialismo che la rende dimentica dello spirito che anima l’uomo.

 

Il consenso nel congelatore

Un articolo di Salvatore Merlo (Il Foglio) dal titolo: “L’affaire Casaleggio”, presenta una regia informatica del Movimento 5 Stelle onnicontrollante e in grado di indirizzare le risposte della rete in ragione dei suoi obbiettivi. In buona sostanza, la democrazia telematica è una democrazia finta che consente di far eleggere nelle istituzioni della Repubblica persone il cui consenso elettorale è manipolato e la cui libertà d’azione è limitata.

La notizia interessante contenuta nell’articolo è che l’azienda di Casaleggio ha avuto dal 2006 al 2009 come cliente da core business l’Idv di Di Pietro e che, solo dopo la rottura con l’Idv, Casaleggio avrebbe deciso di mettersi in proprio con l’esperimento 5 Stelle.

Merlo scrive dei rapporti di Casaleggio con Di Pietro e attribuisce a Massimo Donadi, che dell’Idv fu capogruppo alla Camera, la seguente frase: “A me risulta che il rapporto con Di Pietro si interrompe quando Casaleggio suggerì in modo perentorio, perché secondo lui altra via non c’era, che l’Idv rompesse con il centrosinistra e diventasse una forza antisistema”.

Salvatore Merlo descrive, tuttavia, attraverso molte testimonianze, lo staff di Casaleggio come una sorta di Grande Fratello e riprende l’argomento su Il Foglio di sabato 5 marzo in un articolo dal titolo emblematico: “Un’email scovata dal Foglio dimostra come funziona il controllo della Casaleggio Associati sulle vite (e i server) degli altri”.

Sempre Salvatore Merlo, nel lungo articolo su Il Foglio del 21 febbraio 2016 dal titolo: “L’affaire Casaleggio” traccia un quadro del personaggio e del suo modo di operare e ad un certo punto, a proposito del “pissi pissi malizioso” che lo riguarda, scrive che attraverso “leggende senza fondamento (persino l’indimostrato e risibile legame con le massonerie, i fantasiosi collegamenti con i servizi segreti americani e addirittura con non meglio precisati e grotteschi centri di potere finanziario anglo-olandese) gli riconoscono straordinarie conoscenze e pure profetiche qualità professionali”.

Eppure, a quanto si legge, alcuni rapporti non sono del tutto fantasiosi.

Panorama, nell’edizione del 28 marzo 2013 scriveva: “Particolarmente interessanti sono i rapporti di Casaleggio con Giuliano Di Bernardo, già Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e fondatore della Gran Loggia Regolare, massima autorità sulla e nella massoneria italiana. Con Panorama Di Bernardo sottolinea il comune sentire che lo lega a Casaleggio: «La sua visione e la mia sono molto simili» dice Di Bernardo. «Entrambi riteniamo che nel futuro dell’umanità scompariranno le differenziazioni ideologiche, religiose e politiche. Per me a governare sarà una comunione di illuminati, presieduta dal “tiranno illuminato”, per Casaleggio a condurre l’umanità sarà la rete». «Non mi risulta che Casaleggio sia massone» aggiunge Di Bernardo. Che conclude: «Grillo si rivolge alle masse; Casaleggio, invece, con il suo messaggio parla a un’élite. Io non votavo da 15 anni, ma sono tornato a farlo e ho dato la mia preferenza al Movimento 5 stelle. E molte delle persone che conosco e che condividono la mia visione del mondo hanno fatto lo stesso. L’importante è che Casaleggio non si faccia corrompere, che non accetti il compromesso con le altre forze politiche. Il rinnovamento deve essere radicale».”.

Giuliano Di Bernardo che, nel suo percorso successivo alla Gran Loggia Regolare, ha fondato l’Accademia degli Illuminati e Dignity e che ha sempre mostrato di avere ottimi rapporti con gli inglesi (Il vice presidente di Dignity è il Marchese di Northampton), in una lunga intervista a Giacomo Amadori su Libero (22 febbraio 2016), alla domanda: “Il fondatore del Movimento 5 Stelle Gian Roberto Casaleggio si dice sia molto interessato alle questioni iniziatiche e che abbia incontrato per parlarne un suo stretto collaboratore”, risponde: “Si, lui vede la Rete in maniera esotericaSolo il M5S per le sue dichiarazioni programmatiche potrebbe far saltare questo sistema politico e portarci verso un nuovo ordine sociale. Ma per riuscirci dovrebbe continuare a non accordarsi con nessun partito politico”. Nuova domanda: “Nel suo libro [Filosofia della Massoneria e della tradizione iniziatica, ndr] lei ci fa sapere che non crede più nella democrazia, ma sogna una tirannia illuminata. Ritiene che Beppe Grillo e Casaleggio la pensino come lei?”. Risposta: “Il modo di intendere la Rete di Casaleggio va nella mia stessa direzione. La differenza è che lui crede che un’intelligenza artificiale forte acquisirà una coscienza e governerà il mondo, io no. Per me la rete sarà sempre controllata dagli uomini”.

Il quadro d’insieme, se corrispondesse al vero, sarebbe preoccupante, in quanto sarebbe in atto un progetto di trasformazione della democrazia in una sorta di Grande Fratello orwelliano, per di più disincarnato, che manipola il consenso ed eterodirige le scelte degli organismi istituzionali, i quali, a questo punto, sarebbero del tutto esautorati di ogni potere reale.

Per ora quel che si capisce è che ad essere strettamente controllati sono i parlamentari e i vari eletti del Movimento 5 Stelle e che la strategia del Movimento è quella di non assumere posizioni di governo, ma di congelare i voti in una sorta di limbo protestatario.

Va da sé che in un Paese dove il 25 per cento degli aventi diritto non vota (astensioni), con un 25 per cento dei voti congelati, si restringe notevolmente l’area di chi governa, consentendo, così come è avvenuto, a minoranze di essere maggioranze, anche grazie ad un trasformismo mostruoso degli eletti.

Anche l’Idv, per un certo periodo, ha svolto la funzione di congelatore dei voti della protesta e non è un caso che quando ha smesso di farlo, secondo le testimonianze fornite da Merlo, Casaleggio abbia deciso di mettersi in proprio.

La strategia dei voti in congelatore, qualunque siano le intenzioni di chi dirige il Movimento 5 Stelle, di fatto ha consentito quel colpo di stato strisciante, ancora in atto, che sta producendo guasti per il Paese e che risponde a logiche esterne agli interessi dell’Italia.

Non è un caso che dopo l’allarme di Draghi su manovre tese a mantenere la depressione, ora si faccia avanti Lord Mervyn King, ex governatore della banca centrale britannica, il quale ha detto, papale papale: “La depressione in cui vi affondano è una scelta deliberata dell’Unione Europea”. E chi vuole l’Europa depressa e in deflazione? La Germania, che continua imperterrita a mantenere il suo saldo commerciale superiore al 6 per cento violando le norme comunitarie, mentre chiede ai partner europei rigore e rispetto delle regole. Non è estranea l’America, che non ha mai voluto un’Europa unita e che con Obama ha raggiunto il massimo della distanza dal vecchio continente.

I voti in frigorifero a chi servono?

Bancomat, la nuova gleba.

Da servi della gleba, nel feudalesimo agrario, a servi del bancomat nel feudalesimo finanziario.

bancomatAccade così che il terzo millennio è nella sostanza simile, anche se in forma diversa, al primo millennio: sudditi e servi eravamo e sudditi e servi rimaniamo.

La normativa fiscale ci obbliga ad avere un conto corrente, un bancomat e una carta di credito, dal momento che i movimenti in denaro devono essere rintracciabili. Non solo. Alcuni pagamenti relativi alle tasse devono essere fatti solo per via elettronica, in base ad una follia informatica onnipervasiva, quanto inefficiente. Infatti, quando c’è un errore, il servo della gleba deve rivolgersi umilmente a chi lo ha commesso, con procedure da incubo e a volte lascia perdere, subendo un sopruso e pagando una tassa non dovuta.

Essendo i tassi ormai a zero, tenere un conto in banca costa parecchio, a tutto vantaggio del sistema bancario, il quale sulle spalle dei servi del bancomat, sta asciugando le sue ferite, dovute a conduzioni scellerate. (Banca Etruria docet).

Quando i tassi saranno negativi pagheremo le banche per tenerci i nostri soldi sui quali abbiamo pagato le tasse, che in Italia sono intorno al 50 per cento.

Con l’introduzione dell’Euro ci hanno dimezzato stipendi e pensioni e il valore della casa, che nonna e mamma ci avevano insegnato a comprare (pagando tasse e mutui) perché bisognava essere parsimoniosi e pensare alla vecchiaia. Se poi hai risparmiato e hai una casa in più sei un facoltoso schifoso capitalista da bastonare e da grassare.

Se hai in corso un mutuo, ora la banca, dopo sette volte che non paghi più, può requisirti la casa. Questa l’idea di un mondo politico vassallo del sistema bancario che ama definirsi di sinistra ed è solo sinistro.

Lo sheriffo di Sherwood è all’opera al servizio del feudalesimo finanziario.

Se hai la corrente elettrica devi pagare il canone di una tv di stato portavoce di una dittatura strisciante garantita dal voltagabbanismo istituzionale, in base al quale tu, servo del bancomat, se hai votato un tizio perché pensavi che fosse verde te lo ritrovi rosso e se hai votato uno pensando che fosse blu te lo ritrovi giallo.

Vassalli, valvassini e valvassori si coprono l’un l’altro e tu schiavo, servo del bancomat, devi stare zitto e andare ad applaudire alle trombonate quotidiane che escono dai palazzi del potere. Nel frattempo gli appartenenti alla casta rubano a mani basse.

Ora, in base ad una scelta ideologica e propagandistica, dal sapore sinistro, il braccio armato del Fisco può andare ad aprire le cassette di sicurezza nei caveau delle banche. Un modo per rompere le scatole a chi ha messo da parte la spilla della nonna, perché, come è noto, chi i soldi li ha davvero, li spedisce alle Cajman, in barba agli ideologi dello scasso. In buona sostanza, anche l’apertura delle cassette di sicurezza è un modo per bastonare i servi del bancomat, i quali, ovviamente, le chiuderanno di corsa, sostituendole con il materasso.

Caro servo, sei passato dalla zappa al bancomat, ma sei sempre servo. A proposito, gli amici di Robin Hood sono andati in ferie o sono passati armi e bagagli dalla parte dello sheriffo. I sindacati, trasformati in succursali dello Stato, sono ormai sportelli pluriservizio, per pratiche di ogni genere. Confindustria ha tra i suoi maggiori soci le aziende pubbliche e pertanto chiunque la presieda dovrà dire quel che pensa la casta.

Quindi, caro servo del bancomat, sono solo cavoli tuoi. Manca solo che ti dicano che puzzi ed è fatta.

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La deriva nazista dell’utero in affitto

I nazisti lo chiamavano Lebensborn, “sorgente di vita” e doveva servire a produrre individui selezionati.

Nei centri Lebensborn – diverse decine in tutto il territorio del Reich – venivano fatti nascere e crescere i figli illegittimi di soldati tedeschi; ma qui venivano anche portati i ragazzi, ritenuti “razzialmente adeguati”, strappati alle famiglie (che spesso venivano uccise) nelle zone di occupazione, per essere germanizzati e poi dati in adozione.

Erwin, ex bebè della “sorgente di vita”, biondo, alto, occhi azzurri, è nato il 21 maggio 1944, da una francese e un tedesco, nell’unica fabbrica di “bambini perfetti” in Francia. Al settimanale L’Express, Erwin racconta per la prima volta la sua storia, perché si sente solo. Dal `Lebensborn´ francese – `fonte di vita´, in tedesco antico – che si trovava a una quarantina di chilometri a nord di Parigi, a Lamorlaye, nella foresta di Chantilly – sono usciti una ventina di `bimbi superiori, come Erwin, frutto dell’incrocio di donne francesi e di tedeschi membri delle SS, dell’esercito o del partito nazista.

Quando si ritirarono in tutta fretta, i nazisti portano con loro i bebè perfetti nati nella foresta di Chantilly e li misero insieme a quelli nati nelle maternità naziste della Germania e di altri paesi occupati.

In Germania c’erano una decina di `fabbriche´, 9 in Norvegia, 3 in Polonia, due in Austria, uno in Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo e in Francia, appunto.  La casa madre era a Steinhoring, vicino a Monaco, dove il programma eugenetico dell’ideologo del Reich, Henrich Himmler, era nato una decina d’anni prima.

Erwin, a due anni, viene rimpatriato ad Avignone, accolto da una zia, poi torna anche la madre. Mai visto il padre – Erwin Konstant Johannes Schmidt – il cui nome scoprirà per caso solo tanti anni dopo quando gli capita in mano il suo certificato di nascita. «Mia madre me l’ha preso, poi l’ha strappato e bruciato», racconta Erwin. A scuola è stata dura: lui con quel fisico imponente, «ma nessuno ha mai saputo delle mie origini». Ora rompe il silenzio, e – racconta L’Express – una lacrima riga il suo viso: «Perché lo faccio?» Perché finalmente – risponde – mi si riconosca per quello che sono e mi si accetti senza attribuirmi alcuna responsabilità.

Sempre al fine di incrementare la razza germanica, si parlò anche di inseminazione artificiale (fino ad allora sperimentata da Americani e Russi nell’allevamento animale): questo era il progetto del dottor Leonardo Conti, Ministro della Sanità del Reich, anche perché l’inseminazione artificiale avrebbe eliminato “il complesso psicologico dell’esperienza sessuale”.

Ci siamo.

Ovuli in affitto da una donna, inseminati da un uomo che non desidera avere esperienze sessuali con la stessa, e poi gli ovuli inseminati vengono collocati in un “utero gestionale”, ovviamente circondato, che importa!, da una donna, altrimenti definibile come essere umano. L’utero gestionale produce un bambino destinato a soddisfare le pulsioni di chi ha messo in moto il meccanismo.

Siamo sulla buona strada, quella che porta al Lebensborn. Il nazismo ha fatto buona scuola.

All’inseminazione artificiale e all’utero in affitto si erano ribellate persino le dee degli Annunaki. Ninursag, per formare i lulu (esseri umani da far lavorare al posto degli dei, che si erano stancati) aveva impastato materiale genetico terrestre con il seme degli dei e aveva messo il tutto nell’utero di sette dee. L’esperimento provocò la protesta delle dee e Ninursag dovette modificare la strategia rendendo fertili gli uomini.

La storia è vecchia, ma il mondo radical chic sinistroide (non di sinistra, che era una cosa seria) non si rende conto che la deriva nella quale si è messo è quella del nazismo.

Proconsoli e vice proconsoli di un Impero allo sfascio

Antonio Socci, dopo aver ricordato che Renzi per l’approvazione della Cirinnà ha ricevuto una telefonata di congratulazioni da Obama, scrive che questa è “la conferma che il nostro premier ha obbedito all’agenda imposta dall’Impero” e prosegue: “Da questo «contesto internazionale» Renzi ha avuto la sua vera legittimazione, perché non sono stati certo gli italiani a mandarlo a Palazzo Chigi. Da circa vent’anni l’Italia è una sorta di colonia, quasi completamente priva di vera sovranità e sballotatta fra Unione Europea a egemonia tedesca e Stati Uniti, i quali, richiesti in questi giorni di chiarimento sulle intercettazioni di Palazzo Chigi del 2011, hanno risposto esplicitamente che loro, in territorio italiano, fanno quello che vogliono”. Non a caso, dopo le riunioni del Copasir sul caso rivelato da Wikileaks sulle intercettazioni riguardanti Silvio Berlusconi, Palazzo Chigi ha spiegato il tutto con uno stringato: “Collaborazione strettissima con gli Usa”. Da tali intercettazioni emerge quanto già era abbondantemente emerso in passato, ossia che l’asse franco tedesco (Nicolas Sarkozy e Angela Merkel) aveva fatto pressioni su Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica, affinché il Quirinale desse all’Italia un governo che non fosse quello presieduto da Silvio Berlusconi.

Sbaglia Antonio Socci sulle date. Non sono vent’anni che siamo una provincia dell’Impero. Lo siamo diventati nel 1945, quando fingendo di aver vinto la guerra, grazie ai partigiani (rossi, verdi e azzurri), abbiamo chiamato alleati quelli che in effetti erano fino al giorno prima nemici. L’Italia era fascista e alleata della Germania di Hitler e dei Giapponesi e combatteva contro gli “alleati”. L’Italia ha perso la guerra (si è arresa nel 1943)  ed è diventata una colonia dell’Impero. Fino alla seconda metà degli anni Ottanta, i proconoli dell’Impero avevano filato d’amore e d’accordo con la nuova Roma, ossia con Washington, che ha salvato l’Italia dalla miseria con il piano Marshall e ha consentito agli italiani di diventare una potenza economica mondiale in un contesto di guerra fredda. Alla Germania era stato riservato un triste destino: la divisione in due con il conseguente muro di Berlino. Nel frattempo era nato un mostro: l’Europa, malvisto dagli Usa e uscito da una fecondazione artificiale con utero in affitto. Un mostro figlio di un padre finanziario e di un padre burocratico, messo in gestazione da governi, accompagnato da un parlamento senza poteri. In seguito, e qui ci avviciniamo alle date di Socci, nel 1989 è caduto il muro di Berlino e la Germania s’è messa in tesa di essere quello che voleva essere con Bismark e con Hitler: Uber Alles, sopra tutti.

In questi vent’anni che ci separano dal 1989 molte cose sono cambiate, ma non il nostro vassallaggio nei confronti degli Usa, che ci hanno conquistati avendo, noi italiani, perso la guerra. In un sistema fatto di un Impero con molte provincie, nelle provincie comandano i proconsoli, che si avvalgono dei vari re Erode per dare al popolo la sensazione che esista da parte sua la legittimazione del potere. Così è stato per l’Italia fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Poi, pian piano, si è andati oltre e nel frattempo, accanto all’Impero è cresciuta una chimera, l’Europa, a guida tedesca e si sa, certi imperatori romani sono stati grandi, come Adriano, ma altri hanno avuto la vista corta o addirittura erano folli. L’Impero, al quale non è mai piaciuta l’idea di un’Europa federale fatta come gli Stati Uniti d’America, ha pensato bene di nominare un proconsole scelto nel popolo che fu tra i massimi responsabili della tragedia della seconda guerra mondiale: Angela Merkel, la quale aveva il solo merito di essere figlia di un pastore protestante e di essere una “liberata” dal giogo sovietico della Ddr.

L’Italia, così, anziché avere un proconsole occulto e un Presidente del Consiglio evidente si è trovata ad avere un proconsole occulto e un proconsole evidente in Angela Merkel.

I suoi Presidenti del Consiglio sono stati chiamati premier, per nascondere la loro vera natura di vice-proconsoli.

Nasce da qui la storia attuale, dove l’Italia è sotto la tutela dell’Impero, che ha delegato la politica europea ad un proconsole tedesco (i francesi, come al solito fanno i blageur), e ha messo al governo degli italiani un vice-proconsole.

Conseguentemente siamo impotenti.

Martin Wolf sul Financial Time scrive di élite globali che sostengono l’immigrazione di massa perché affermano che degli stranieri c’è bisogno per sostenere il welfare. Nulla di più falso, visti i risultati dell’immigrazione incontrollata.

Mario Draghi dice che nell’economia globale “ci sono forze che cospirano per tenere bassa l’inflazione” e che la Bce non si arrenderà.

In un vuoto di potere del parlamento europeo, che conta meno di zero, si pensa ad un ministro del tesoro comunitario per gestire la crisi. Un ministro, che ovviamente, risponda al proconsole tedesco e al quale i vice proconsoli dovranno allinearsi.

Non stupisce, pertanto, che la Gran Bretagna, la quale la guerra l’ha vinta davvero e che non è una provincia dell’Impero, ma un alleato degli Usa, abbia deciso di non sottostare al proconsole e di recuperare pienamente la sua sovranità nazionale. La seguiranno probabilmente altre nazioni che non hanno vice proconsoli a comandarle.

In questo panorama sconsolante la vera domanda da porsi è dove stia la testa dell’Impero, atteso che l’ultimo imperatore è stato ed è un vero disastro.

L’Impero romano, dopo Costantino, che spostò la capitale a Costantinopoli (Istambul ), ogni riferimento è puramente casuale, e abbandonò l’imperium per l’ideologia, precipitò nel caos.

Fu così anche con Akhenaton, il quale scelse l’ideologia e precipitò l’Egitto nel caos fino a quando non fu mandato in esilio.

Quando arriveranno i Ramessidi?

Massoneria e Chiesa, confronto necessario.

Un commento all’articolo scritto dal Cardinal Gianfranco Ravasi su Il Sole 24 Ore del 14 febbraio 2016, dal titolo: “Cari fratelli massoni” non può, a mio avviso, che partire dalla conclusione di Ravasi, ove egli scrive: “In conclusione, come scrivevano già i vescovi di Germania, bisogna andare oltre «ostilità, oltraggi, pregiudizi» reciproci, perché «rispetto ai secoli passati sono migliorati il tono, il livello e il modo di manifestare le differenze» che pure continuano a permanere in modo netto”.

L’avvio di un dialogo, non solo utile, ma necessario in un mondo in grave crisi di riferimenti ideali e sempre meno volto al sacro, non può che partire dal concetto di «differenza», che non è sinonimo di «contrapposizione». Un’analisi onesta e obbiettiva delle differenze è il presupposto fondativo di un confronto costruttivo che parta da ambiti specifici, come (cito Ravasi) la dignità umana, la conoscenza reciproca, la dimensione comunitaria, il contrasto al materialismo, le beneficienza.

Quelli citati sono titoli di altrettanti capitoli di un confronto che può condurre non solo a orizzonti comuni di pensiero, ma anche a percorsi comuni d’azione.

Fatta questa opportuna premessa, che pone le basi per una risposta positiva all’apertura al dialogo e al confronto espressa dal Cardinale Ravasi, va detto fermamente che le differenze non implicano necessariamente l’incompatibilità, che non è mai stata posta dalla Massoneria ad è stata in più occasioni dichiarata dalla Chiesa.

La Chiesa dialoga senza «ostilità, oltraggi, pregiudizi» con altre confessioni religiose la cui appartenenza è chiaramente incompatibile con l’essere cristiani o, più nello specifico, cattolici.

La Chiesa dialoga con esponenti di varie correnti filosofiche le cui idee sono assai distanti da quelle del cristianesimo e del cattolicesimo.

E’ del tutto incomprensibile per quale motivo non possa dialogare, confrontarsi, distinguersi e anche convergere con quanto va maturando il dibattito interno alla Massoneria, riguardo alla quale, come ha puntualmente colto il Cardinale Ravasi, da acuto osservatore e da raffinato intellettuale (cito): “si può parlare di un orizzonte e di un metodo più che di un sistema dottrinale codificato” e di “un’antropologia basata sulla libertà di coscienza”.

Molte incomprensioni sono da collocare nella storia del potere temporale della Chiesa e nella contemporanea storia della Massoneria, ossia in un orizzonte profano, sia dal punto di vista ecclesiale, sia dal punto di vista massonico e va detto che anche in questo ambito di analisi andrebbero fatte molte proficue puntualizzazioni.

La Massoneria, come ho avuto modo di scrivere nel mio “Exempla” (ilmiolibro.it) non è e non deve essere, come potrebbe apparire a osservatori superficiali, in special modo per il suo sviluppo settecentesco, un’associazione ove ricchi borghesi anelano ad accreditamenti pseudo nobiliari e ove nobili al tramonto tentano accreditamenti nelle ricchezze borghesi.

La Massoneria non è e non deve essere luogo di incontri di interessi profani e nemmeno mallevatrice di scalate sociali o, peggio, rifugio di complessati in cerca di certezze o, ancora, di paranoici alla ricerca di un piedistallo sul quale collocare la loro inutile statua.

La Massoneria è e deve essere luogo di ricerca, di conoscenza e di elevazione spirituale.

La Massoneria è e deve essere luogo di libero pensiero e di sviluppo della e delle libertà.

La Massoneria è una importante radice d’Europa, che alimenta e vivifica l’albero europeo, a sua volta alimentata da radici profonde.

L’autentica Massoneria tradizionale, alla quale guardano i massoni che si riferiscono alla Tradizione, è quella operativa, quella delle corporazioni dei costruttori, della cui sapienza preclara sono testimonianza ineludibile e incontrovertibile le opere, come le splendide cattedrali gotiche, tra le quali eccelle, non solo per stile e bellezza, quella di Chartres.

La Massoneria tradizionale ha vissuto per secoli a fianco della Chiesa, interpretando nelle opere le acquisizioni maturate dal dibattito filosofico e teologico sviluppatosi nei conventi e nelle schole. “I «dottori in pietre” – scrive Georges Duby – avevano perfettamente assimilato la scienza dei numeri insegnata nelle scuole, e si autodefinivano «maestri», intendendo così riallacciarsi all’università. Gli edifici che era loro compito costruire, infatti, inscrivevano nella materia inerte il pensiero dei professori e il suo cammino dialettico”. [1]

Per l’uomo romanico e per quello gotico la creazione non è finita e l’uomo vi contribuisce con le sue opere. L’Artefice lo chiama a collaborare e così il lavoro assume una funzione sacra e creatrice. E l’uomo collabora. E a collaborare sono soprattutto gli specialisti, i maestri d’opera. “Quegli uomini – scrive Duby – conoscevano perfettamente il proprio mestiere, ed erano in grande familiarità con i dottori di teologia, pari loro, con cui condividevano le scienze dei numeri e delle combinazioni dialettiche…”. [2]

Il dialogo, pertanto, ha fondamenta solide, anche se lo sviluppo del pensiero europeo (di questo si tratta) per molti secoli, sia pure connotato dal cristianesimo non è stato lineare e nemmeno pacifico e sono stati in molti, anche tra i chierici, anzi, direi soprattutto tra i chierici, a rivendicare una libertà di ricerca del rapporto con il divino che andasse oltre i dogmi, le verità rivelate (ossia date a qualcuno e poi velate ai molti), le idee imposte dall’auctoritas. Margherita Porete, Meister Echkart, il movimento delle Beghine, Giovanni Scoto Eriugena, Pelagio, Abelardo, gli Amalriciani, i Papelardi, Giordano Bruno sono solo alcuni esempi di un confronto serrato, a volte cruento, relativo alla via da percorrere alla ricerca del Divino.

La questione del Divino è sicuramente una differenza radicale tra chi, come la Massoneria, non definisce Dio in alcun modo, se non con l’appellativo generico di Grande Architetto dell’Universo, che non implica alcuna affermazione ontologica e chi lo definisce e lo vuole incarnato in un uomo. La Massoneria chiede al massone di ipotizzare il Divino e di tendere ad esso attraverso un processo di conoscenza. Se un massone crede che il Divino abbia le caratteristiche che la dottrina cristiana gli suggerisce e crede che il Divino si sia incarnato in un uomo, ossia in Gesù, la Massoneria lo rispetta, purchè egli non pensi che tutti gli altri debbano necessariamente condividere le sue idee.

La Massoneria, pertanto, non complotta contro la Chiesa e l’idea stessa di complotto, contenuta nella varie condanne, è politicamente (sottolineo il termine) datata e riguarda la Chiesa come istituzione temporale, nei confronti della quale, in alcuni periodi storici ben precisi, chi affermava il diritto al libero pensiero si è scontrato.

Oggi, come dice bene il Cardinale Ravasi, sono mutati (aggiungo: dovrebbero definitivamente mutare) il tono, il livello e il modi di manifestare le differenze e anche le ultime affermazioni del 1983, sia del Canone, sia della Congregazione della dottrina della fede, sono datate e da superare.

Il Cardinal Ravasi è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie. Quanto ha scritto sul quotidiano Il Sole 24 Ore rappresenta un importante motivo di riflessione.

Ragioniamo, dunque, delle diversità e dei valori comuni. C’è lavoro da fare, per il bene dell’Umanità.

Silvano Danesi

[1] Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza.

[2] Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza.

Un “valentino” d’amore per le streghe

Sin dal quindicesimo secolo i “valentini” erano i biglietti d’amore e di tenerezze che gli innamorati si scambiavano quando la natura dava i primi segni di risveglio.

In questi giorni di annuncio di primavera vorrei dedicare un “valentino” alle streghe assassinate sui roghi della Santa Inquisizione, condannate, dopo essere state torturate, da delinquenti psicopatici al servizio di Santa Romana Chiesa.

Roghi di streghe

Primavera è tempo di riti di fertilità e i nostri antenati, in questo periodo, nei campi, propiziavano le forze della natura.

Molte forme rituali si svolgevano nei boschi e nei campi, dove venivano accesi fuochi e consumati banchetti, accompagnati da musiche e balli che spesso proseguivano fino a tarda notte o all’alba.

Gli antichi dei, scacciati dalla cristianizzazione, non cessarono di vivere nelle tradizioni popolari e di essere venerati secondo le antiche usanze, ma le divinità furono trasformate dai sacerdoti della nuova religione in diavoli, i riti mutati in sabba infernali e coloro che li praticavano in maghi, streghe e stregoni, donne e uomini dediti al peccato.

In terra bresciana la leggenda narra di streghe che dalle sponde del Sebino e dalla Valcamonica si raccoglievano sul Tonale in nefandi conciliaboli. Quando si trovavano assieme, queste “bestie heretiche” facevano diventare cavallo la scopa, andavano a braccetto col demonio e con gli occhi seccavano piante e fiori.

La leggenda si fa tragicamente storia quando la realtà, superando di gran lunga la fantasia, si veste dei panni degli inquisitori domenicani, come quel “prete Grosso” il quale, dopo una visita al Tonale, fece bruciare otto streghe, mentre alcuni suoi colleghi a Lovere ne mandavano al supplizio sessanta, con otto stregoni, colpevoli di essere scesi dal Tonale a sconvolgere il lago (anche la Sarneghera era opera del diavolo!).

Roghi di streghe dueIl nobile veneziano Marin Sanudo, testimone dei misfatti, scrive: “ … mentre venivano lette le loro sentenze, ho visto queste donne veramente pentite, secondo me, infatti recitavano molte preghiere e si racomandavano a Dio e alla santissima Vergine, dicendo sempre: o Dio misericordia! E tra di loro ce ne fu una che, alla mia presenza, si rivolse al vicario frate Bernardino dicendogli: “Mi fate un grande torto. Gli altri devono saperlo, che siccome io non dicevo come voi volevate, mi avete detto ‘brutta vacca’ e altre parolacce. E poi non mi avevi giurato di lasciarmi andare se avessi detto come volevate voi? Mi avete sull’anima (oppure: lo avete giurato) com’è vero che avete addosso un vestito. Tu sei peggio di me”. E aggiungeva: “Dio mi è testimone, lui che ci vede da lassù”. E quasi tutte gli dicevano che aveva promesso di rilasciarle se avessero confessato. E aggiungo che ho udito una di quelle donne che doveva pure essere bruciata, la quale diceva davanti a tutti: “Sappiate in verità che discolpo Antonino Decus e il Ciabattino e Bartolomio Mori” poi nominava degli altri dicendo: “Non è vero che io li abbia mai visti al sabba sul monte Tonale; me lo hanno fatto dire per forza, e questo lo dico per scaricare la mia coscienza”.

“E dico che lo spettacolo che mi si presentava era di tale crudeltà, vedere quelle donne sul rogo che bruciavano vive, che arretrai attonito: due o tre erano morte e quasi completamente arse prima ancora che il fuoco avesse raggiunto le altre.
E aggiungo di aver udito pubblicamente che alle streghe si infliggono torture eccessive; tra le altre cose ad una donna fu dato il tormento del fuoco perché confessasse al punto che per la violenza del fuoco quella ebbe i piedi staccati; io penso che anche per questo motivo si raccontino molte cose false. E dico che simili processi dovrebbero essere istruiti da uomini di grandissima competenza, teologi e canonisti di retta coscienza e pieni del timor di Dio, perché qui si tratta della morte di esseri umani”.

Questo accadeva, grazie all’opera del frate Bernardinus de Grossis, nell’anno di grazia 1518, nel territorio bresciano della Serenissima Repubblica di Venezia.

Frate Bernardinus de Grossis, un nome da ricordare ad esecranda memoria nei secoli dei secoli, perché non ne nascano altri come lui e perché la memoria delle sue nefandezze ci ricordi quanto vili possono essere gli uomini.

Questo immondo personaggio merita la condanna che Severino Boezio asserisce essere connaturata a “chi abbandona il fine comune [il platonico Bene] a tutte le cose che sono cessa in pari tempo di essere. Questa mia affermazione – dice Boezio -, cioè che proprio i cattivi, ….., non sono, potrà forse sembrare strana a qualcuno; ma la questione sta proprio in questi termini. Io – continua Boezio – non contesto infatti che i cattivi siano, appunto cattivi; ma nego nettamente e semplicemente che essi siano”.

E’, infatti, ciò che si mantiene nella propria condizione e conserva la propria natura; quello che invece si stacca da questa abbandona anche l’essere, che è insito nella sua natura”.

Bernardinus de Grossis, i suoi colleghi, così come coloro i quali hanno dato a questi psicopatici l’ordine di inquisire e condannare, a cominciare dal quel papa Innocenzo III mai sufficientemente esecrato, hanno cessato di essere degli essere umani e sono divenuti inesistenti: hanno perso la loro anima e il loro nucleo spirituale.

Seguiamo le cronache e la triste contabilità dei roghi.

Nei primi mesi del 1485, suggeriscono le cronache del tempo, il frate domenicano Antonio Petoselli, altro delinquente psicopatico che ha perso la sua essenza di essere umano e si è perso nell’inesistente, parte per la Valcamonica, dove nei boschi e nelle radure si riuniscono “a foter e balar” uomini, donne, diavoli e diavolesse e a Edolo scopre molte persone che conducono vita eretica. Le accuse sono di bestemmiare il nome di Dio, di sputare sulla croce di Cristo, di eseguire fatture e di immolare bambini.

Nel 1499 tre sacerdoti “assatanati” sono accusati di eresia, di apostasia di Cristo, di pratiche diaboliche ed orgiastiche. I tre imputati sono Martino Raimondi, parroco di Ossimo, Ermanno de Fostinibus, di Breno e don Donato de Buzolo di Paisco Loveno. Le accuse? Aver frequentato il “zuogo del Tonale”, aver rifiutato Cristo calpestandone la croce e, si badi bene, aver causato violente grandinate sull’intera valle, secondo le regole apprese in un vecchio libro, ricevuto in dono dal Signore della radura.

Seguono le accuse di aver consegnato ostie, olio e acqua santa al diavolo, di aver celebrato messe nere, di aver consegnato lo sperma al demonio perché ne facesse unguenti (qui gli psicologi avrebbero molto materiale su cui lavorare), di aver lasciato morire senza sacramenti alcuni moribondi per consegnarne le anime al demonio.

Nel 1518 gli inquisitori Bernardino de Grossis (il “prete Grosso”) e Giacomo de Gablani, altro condannatosi all’inesistenza, a Pisogne, Rogno e Darfo vagliano testimonianze e delazioni. In poche settimane nelle loro mani finiscono 5 mila dei 34 mila abitanti della valle: un camuno su sette è inquisito.

Il 23 giugno, vigilia di San Giovanni Battista, giorno nel quale nell’antichità si accendevano fuochi per invocare l’azione del sole e la fertilità della terra, a Cemmo furono mandati al rogo sette donne e un uomo.

I roghi si moltiplicano. Il 14 luglio del 1518 un cronachista riporta l’esecuzione di settanta streghe. Un’altra testimonianza parla di sessantaquattro persone bruciate in quattro luoghi della Valcamonica. Un’altra cronaca elenca: tra streghe e stregoni 66 in tutto, dei quali 10 uomini e 56 donne. Una carneficina in nome di Dio.

Nei giorni attuali, nei quali la Chiesa parla di persecuzione dei cristiani, dovrebbe chiedere quantomeno scusa per le carneficine perpetrate in nome del suo dio.

Nei giorni in cui si inorridisce per i delitti orrendi degli estremisti islamici, è politicamente corretto (un concetto che va di moda) ricordare gli orrendi crimini della Chiesa perpetrati da psicopatici al servizio del Papa e in nome di Cristo.

 

 

L’arte e i suoi nemici

Il tema dell’arte, che sottende quello della bellezza, è connaturato con la Massoneria.

Il percorso storico della strutturazione della Massoneria è connotato, infatti, dalla volontà di conoscere il mondo e le sue regole, per proiettare la conoscenza verso il Divino, la cui presenza si intuisce nell’universo regolato; dalla volontà di applicare le regole dell’universo, percepite come armoniche, all’agire umano; dalla volontà di operare in accordo con l’armonia, superando con il coraggio le prove che la conoscenza e la vita pongono davanti ad ogni essere umano.

I concetti di bellezza, di conoscenza che tende al Divino e di volontà sono rappresentati simbolicamente nelle statue di tre archetipi: Venere, Minerva, Ercole, cosicché ancora una volta il simbolismo del Tempio ci conduce a riflessioni complesse. Non è un caso, infatti, che i tre archetipi siano nel Tempio e a loro ci si rivolga, contemporaneamente e contestualmente, all’apertura dei lavori, in quanto la conoscenza, la bellezza e la forza sono una trinità inscindibile. Minerva, la conoscenza divina, ossia la Sapienza, tramite la forza e la volontà, (Ercole) si manifesta nella vita ordinata del cosmo (Venere) che, in quanto ordinata, ha in sé il concetto di bellezza.

Sapienza, forza, vita.

I Druidi direbbero Skiant, Nerz, Karantez e il simbolo del Triskel è la rappresentazione grafica di questa Trinità dinamica

Di questa Trinità l’essere umano, che ne comprende l’essenziale valore, è imitatore e collaboratore; attiva la sua volontà per conoscere le regole della natura, ossia della vita, e per essere un cosciente e libero imitatore del divino nel suo agire.

L’arte, nelle sue varie espressioni, è pertanto la modalità con la quale l’essere umano dichiara e dimostra di essere un elemento della natura e un essere dotato di spirito immortale.

L’esercizio dell’arte è un’attivita sacerdotale, in quanto conduce al sacro.

“La via della bellezza – afferma in un’intervista a Lucia Galli (Il giornale 12 ottobre 2015) il cardinale Gianfranco Ravasi, è da sempre una lingua della religione. La bruttezza estetica genera bruttezza etica. …. Un ateo come Cioran ha scritto di Bach che dopo la messa in si minore Dio deve esistere. Sottoscrivo ed aggiungo la volta di Michelangelo della Sistina e i neuroni nella scatola cranica: sono 100 miliardi quanto le stelle della via Lattea. La complessità estrema di queste opere ti spinge a cercare un livello ulteriore che tenda all’infinito, al divino”.

I distruttori dell’arte

Chi distrugge le opere d’arte, chi dileggia, distrugge, violenta, stupra la bellezza, è nemico del sacro e compie un’opera coscientemente di distruzione del rapporto tra l’essere umano e il Divino.

Chi distrugge la bellezza sa di distruggere, vuole distruggere, contestualmente e contemporaneamente la conoscenza e la forza.

Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza è un violentatore della Trinità che rende esplicita,  archetipicamente, l’opera incessante della manifestazione.

Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza odia il divino, la natura, gli esseri viventi e la loro esperienza terrena; non è degno, per questo, di essere considerato un essere umano; è divenuto, per sua volontà, una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina.

Il terrorismo islamico, che distrugge, dileggia, violenta e stupra la bellezza, radendo al suolo monumenti storici che sono patrimonio dell’Umanità, che brucia immagini, in una furia iconoclasta demenziale, è praticato da individui che hanno perso il diritto di essere considerati esseri umani; sono cose senza anima e senza spirito.

Un manipolo di assatanati ha distrutto il museo di Mosul, dove erano conservate le scoperte di Paul Emile Botta e di Rahman Layard che hanno riportato alla luce le antiche civiltà assira e babilonese, patria di Gilgamesh. Austen Henry Layard, nel suo libro: “Della scoperta di Ninive. Descrizione di Austero Enrico Layard” racconta di un suo incontro con lo sceicco Abd-er-Rahman, al quale aveva spiegato le sue scoperte. “Mio padre e il padre di mio padre – aveva risposto lo sceicco – piantarono qui la loro tenda prima di me…Da dodici secoli i veri credenti – e Dio sia lodato, essi soli posseggono la vera saggezza – si sono stabiliti in questa contrada e nessuno di essi, né di quelli che vennero prima di loro, ha mai sentito parlare di un palazzo sotterraneo. E guarda! Viene uno da una terra distante molti giorni di viaggio e va diritto sul posto e prende un bastone e traccia una linea di qua e l’altra di là. «Qui – dice – il palazzo e la porta» e ci mostra ciò che per tutta la vita è stato sotto i nostri piedi, senza che ne sapessimo nulla. Meraviglioso! Meraviglioso! Hai appreso questo sui libri, per magia o attraverso i profeti? Parla! Dimmi il segreto della sapienza”.  (Tratto da Giuseppe Mercenaro, Il Foglio, sabato 7 marzo 2015).

Lo sceicco, considerato che si diceva vero credente e, in quanto tale,  possessore della saggezza, avrebbe dovuto conoscere il segreto della sapienza, ma evidentemente il suo dio non lo aveva informato. Tuttavia, va sottolineato il suo atteggiamento diametralmente opposto a quello degli assatanati islamici distruttori di quanto lo sceicco riteneva meraviglioso.

Lo sceicco che esclamava meraviglioso, pur dichiarando la sua acclarata ignoranza, era ben distante dai fanatici assassini assatanati che hanno ucciso barbaramente Khaled al Asaad, l’archeologo custode di Palmira, distrutta da esseri umani senza onore, che hanno perso l’anima e lo spirito e si sono ridotti a cose: cose che camminano.

L’imam di Brest, tale Rachid Habou Hodeyfa, ha detto, rivolgendosi a una ventina di ragazzini: “Chi ascolta musica verrà trasformato in scimmia o in maiale”. Questo individuo, corruttore di anime semplici, stupratore della bellezza, non è più un essere umano; è una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina.

Le affermazioni del corruttore di anime semplici trovano fondamento nella Sunna, laddove, ad esempio, si sostiene che “il Profeta ha detto che Allah gli ha ordinato di distruggere tutti gli strumenti musicali, gli idoli, le croci e tutti gli altri vessilli di ignoranza” (Hadith Qudsi 19:5).

Siamo distanti anni luce da quanto ha affermato Benedetto XVI durante la cerimonia di conferimento del dottorato honoris causa da parte della Pontificia Università Giovanni Paolo II e dell’Accademia di musica di Cracovia: “Rimane indelebilmente impresso nella mia memoria come, ad esempio, appena risuonavano le prime note della Messa dell’Incoronazione, il cielo quasi si aprisse e si sperimentasse la presenza del Signore”.

Siamo distanti anni luce anche da Ugo di Cluny, il quale mise al centro della basilica, sui capitelli del coro, una rappresentazione dei toni musicali. “Essi costituivano per lui gli elementi di una cosmogonia, in virtù delle segrete corrispondenze che, secondo Boezio, legano le sette note della gamma ai sette pianeti, dandoci la chiave dell’armonia dell’universo…”. (George Duby, L’arte e la società medievale, Laterza).

Questa masnada di terroristi islamici divenuti, per loro scelta, cose senza anima e senza spirito, è un insieme di nemici dell’Umanità e, conseguentemente, di ogni massone, il quale, sin dai suoi primi passi nel percorso latomistico, si è impegnato a lavorare per il bene dell’Umanità.

L’arte e il Divino

L’arte, in special modo nelle sue forme rituali, sin dai primordi dell’Umanità è anche stata la modalità con la quale l’essere umano ha tentato di stabilire un contatto con il Divino, la cui potenza vedeva esplicarsi nei fenomeni naturali. Un contatto propiziatorio che, sia pure nelle sue forme più evolute e recenti, non ha perso la sua natura sacerdotale. L’architettura e le arti figurative nell’XI secolo vanno considerate come un processo iniziatico, come la musica e la liturgia.

La Massoneria nel Medioevo è stata l’artefice di magnifiche opere d’arte ispiranti il rapporto con il Divino, ossia l’artefice di un processo iniziatico.

Georges Duby, nel suo: “L’arte e la società medievale” (Laterza), riferendosi all’Europa dell’XI secolo, scrive: “Ciò che noi chiamiamo arte, o almeno la parte meno fragile e più solidamente costruita che ne resta a distanza di mille anni, aveva a quell’epoca l’esclusiva funzione di offrire a Dio le ricchezze del mondo visibile, di permettere all’uomo di placare con tali doni la collera dell’Onnipotente e di conciliarsene la benevolenza. A quel tempo la grande arte era tutta sacrificio, e aveva molto più a vedere con la magia che con l’estetica”.

Non v’è grande differenza valoriale, sia pure nella grande differenza stilistica, tra le offerte artistiche dell’XI secolo e le raffinate opere degli esseri umani del Neolitico, o dell’Età del bronzo o di quella del ferro che, spezzate e rese inservibili in questo mondo, venivano donate al Divino; e non v’è grande differenza con opere d’arte, come l’Albero della Vita, che i bresciani hanno donato ad Expo, il quale evoca simbolicamente il continuo dinamico rapporto tra la terra e il cielo, tra il manifesto e l’immanifesto e l’intrecciato fluire degli elementi simbolicamente costitutivi della vita: terra, acqua, aria e fuoco. L’Albero della Vita è un simbolo antico che l’arte moderna e la moderna tecnologia hanno riproposto all’Umanità.

A vedere l’Albero della vita sono giunte a Milano oltre 20 milioni di persone da tutto il mondo, lasciandosi affascinare dalle luci e dai getti d’acqua che danzavano seguendo le armonie musicali e che inducevano il pensiero alla sacralità della vita e della natura.

Nel XII secolo, con Sugerio e le sue modifiche alla cattedrale di Saint Denis, l’architettura diventa un inno alla luce. Le scuole attive sono le cattedrali e lo spazio adiacente alla cattedrale in quell’epoca si gremisce di alunni. L’attività scolastica si sposta dal monastero alla cattedrale. “Per le scuole di Chartres si tradussero Euclide, Tolomeo e trattati di algebra, e nei livelli d’istruzione che a poco a poco si sostituivano agli schemi dell’antico trivium, la geometria e l’aritmetica si collocarono in prima fila… Nata dalla scuola della cattedrale, l’arte di Francia si diletta di rappresentare sui basamenti delle sue chiese le sette arti liberali”. (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).

“La denominazione «Liberi Muratori» – scrive Philaletes – deriva dal diploma rilasciato loro da papa Nicolò III, nel 1277 e confermato nel 1344 da Benedetto XII. Questi Liberi Muratori si chiamavano prima Muratori di San Dionigi e di San Giovanni. Essi costruirono come prototipo del tempio la cattedrale dedicata a san Dionigi, quale modello simbolico di tutte le chiese che dovrebbero essere costruite secondo dettami del rito, perché siano come un libro nel quale ogni iniziato possa leggere tutti i misteri dell’Antico e del Nuovo Testamento”. [1]

La Massoneria contemporanea conserva gelosamente, nei suoi rituali, il significato profondo delle “sette vie della conoscenza”, ossia delle arti liberali.

“I «dottori in pietre” – scrive Duby – avevano perfettamente assimilato la scienza dei numeri insegnata nelle scuole, e si autodefinivano «maestri», intendendo così riallacciarsi all’università. Gli edifici ch’era loro compito costruire, infatti, inscrivevano nella materia inerte il pensiero dei professori e il suo cammino dialettico”. (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).

Il potere delle immagini

Nel Corano non esisterebbe, secondo alcuni, alcun esplicito divieto di rappresentare creature viventi. La discussione sull’argomento è aperta tra gli esperti: alcuni sostengono che lo stesso Corano contenga il divieto a rappresentare esseri umani o animali, mentre altri si interrogano se la proibizione si debba riferire ad alcune forme di arti figurative o se la si debba considerare assoluta.

Negli hadith, i “racconti” della vita del Profeta raccolti e messi per iscritto molti anni dopo la sua morte, esiste il divieto di raffigurare qualsiasi creatura vivente. Altri hadith non vietano esplicitamente le rappresentazioni, ma non le incoraggiano nemmeno. Questi divieti avevano probabilmente origine nella necessità dei primi musulmani di cancellare i culti precedenti praticati dagli abitanti di quella che è oggi l’Arabia Saudita: vietare le immagini, infatti, significava vietare gli idoli adorati da quelli che venivano considerati “pagani”.

Quindi non nel Corano si trovano divieti espliciti, ma è negli hadith che è contenuto il divieto, per non mettersi in competizione con Dio, l’unico che può realizzare opere dotate di vita.

In ogni caso, resta il fatto che laddove il terrorismo islamico controlla territori, le opere d’arte vengono distrutte.

Azar Nafisi, scrittrice iraniana riparata in America, in un’intervista a Edoardo Rialti (Il Foglio quotidiano 10.10.2015) si pone una domanda: “Nella sua essenza, qual è la relazione tra una statua antica di migliaia di anni e il nostro mondo oggi? La statua è il simbolo di tutto ciò che una mente dittatoriale odia, e la prima cosa che fanno i regimi totalitari è appunto distruggere il passato per legittimare il loro presente. Non riescono a tollerare ciò che è stato, non solo ciò che è, e da ciò traggono il loro potere. Mi domando spesso cosa c’è in una statua che faccia infuriare questa gente così tanto? Deve contenere molto potere se vogliono distruggerla”.

Giulio Sapelli, in proposito scrive che la distruzione di opere d’arte da parte dei terroristi islamici si ispira “a norme teologico-estetiche radicate nella lotta all’idolatria condivisa dalle differenti anime dell’Islam” e aggiunge: “L’essenza estetica della teologia islamica è la lotta contro l’idolatria che inizia sin dalla prima delle cosiddette tre fasi dello sviluppo dell’arte islamica. Questa prima fase si estende tra il 634 e il 751 d.C. quando l’Islam comincia ad espandersi al di fuori della penisola arabica, ed è caratterizzata da un’assenza del magistero teologico sull’estetica islamica che inizia solo a partire dal IX secolo; a partire cioè dalla compilazione dello Hadih, in cui iniziano ad essere resi espliciti i divieti contro le arti, attraverso brani che si estraggono da descrizioni della vita del Profeta”.

L’interdizione riguarda ogni rappresentazione di esseri animali e umani in pittura e scultura, perché l’artista, così facendo, entra in competizione con Dio.

La Natura testimonia il Divino

“Più giustamente del volgo e dei retori – scrive Giordano Bruno nel suo “Il triplice minimo e la misura” –  affermiamo che noi non possiamo scorgere il punto originario della luce (che né con il senso, né con la ragione derivata dal senso possiamo determinare in rapporto al punto d’origine), ma la sua diffusione”.  E la sua diffusione è il cosmo; è la natura.

Dante (Paradiso, 1, 103-113) scrive:

“Le cose tutte quante

hann’ordine tra loro: e questo è forma

che l’universo a Dio fa simigliante”.

L’universo, secondo Platone, è la più bella delle cose che sono state generate: un universo fatto a immagine dell’esemplare eterno. Un esemplare eterno sconosciuto e ritenuto inconoscibile: un nascosto Principio di puro pensiero (Arché) la cui azione improntante (Logos) produce archetipi (arché typos): impronte che testimoniano del Principio.

E’ questo, così ben espresso da Platone, un pensiero che l’essere umano coltiva da millenni, sulla base dell’osservazione delle armonie della Natura.

Nel Timeo, a proposito dell’Artefice, ossia del Demiurgo, Platone scrive: “Ma è evidente a tutti che Egli guardò all’esemplare eterno: infatti l’universo è la più bella delle cose che sono state generate, e l’Artefice è la migliore delle cause. Se pertanto l’Universo è stato generato così, fu realizzato dall’Artefice guardando a ciò che si comprende con la ragione e con l’intelligenza e che è sempre allo stesso modo”.

“Stando così le cose – aggiunge Platone -, è assolutamente necessario che questo cosmo sia immagine di qualche cosa”.

Per l’uomo romanico e per quello gotico la creazione non è finita e l’uomo vi contribuisce con le sue opere. L’Artefice lo chiama a collaborare e così il lavoro assume una funzione sacra e creatrice.

E l’uomo collabora. E a collaborare sono soprattutto gli specialisti, i maestri d’opera. “Essi stavano molto al di sopra dei semplici artigiani che dirigevano, non correggevano più le pietre, né scolpivano di propria mano: adoperavano il compasso e, minuziosamente disegnate sulla pergamena, presentavano ai canonici la proiezione assonometrica del futuro edificio. «Certuni lavoravano con la parola – dice un predicatore dell’epoca -. In queste grandi costruzioni c’è generalmente un maestro capo che organizza i lavori con la parola, e raramente, o addirittura mai, ci mette mano. Muniti di regolo e compasso, i maestri d’opera dicono agli altri ‘taglia qui’. Non lavorano, e tuttavia ricevono i più alti compensi». Quegli uomini conoscevano perfettamente il proprio mestiere, ed erano in grande familiarità con i dottori di teologia, pari loro, con cui condividevano le scienze dei numeri e delle combinazioni dialettiche…” (Georges Duby, “L’arte e la società medievale”, Laterza).

Ecco delineati, con precisione millimetrica, il ruolo e le caratteristiche della Massoneria operativa, che è la vera, autentica Massoneria, capace di essere collaboratrice dell’Artefice, ossia di avere al proprio interno architetti e artigiani capaci di collaborare con il Grande Architetto dell’Universo, con il Grande Artigiano autore dei mondi. Una Massoneria formata non da violenti e protervi “cavalieri” feudali, ma di sapienti collaboratori del Divino, amanti della Sapienza.

Molti secoli dopo, Giordano Bruno, nel suo “Il sigillo dei sigilli”, scrive: “Sono preesistite nella mente del primo artefice le idee di tutte le cose che si producono in natura e delle quali possiamo agevolmente farci contemplatori, idee secondo il cui modello esemplare vengono prodotti tutti quelli che sono i generi e le specie dei generi”. Bruno prosegue: “Queste idee—voglio dire—si comunicano dalla prima mente al primo intelletto, per opera del quale (dopo che in qualche modo erano preesistite in un archetipo immenso) procedendo verso la natura vengono quasi a racchiudersi entro un margine commensurato e così prendono a sussistere secondo l’ordine naturale”.  “ E così—continua Bruno— dal mondo supremo, che è fonte delle idee, in cui si dice sia Dio o che si dice sia in Dio, si dà il discenso al mondo ideato, che si dice formato dal supremo e attraverso il supremo, e da questo mondo ideato si da il discenso a quel mondo che è capace di contemplare entrambi i precedenti e che derivando dal primo attraverso il secondo, ugualmente potrà conoscere il primo attraverso il secondo”.

La Natura ordinata e l’Artefice

L’idea condivisa per secoli è che la natura sia fatta a immagine di esemplari eterni.

Con le scoperte di Keplero, Newton e Galilei il modello del Sei-Settecento è quello di un universo meccanismo: un cosmo orologio regolato da una legge universale della gravitazione. Un grande orologiaio interviene per regolarne i movimenti.

Un secondo modello è la cosmologia dei lumi. L’orologiaio non c’è più. Kant ipotizza oggetti e forze che si muovono sulla tela dello spazio e del tempo assolutamente governati da leggi deterministiche. Non c’è atto creativo. Il cosmo è infinito, statico, eterno.

Si arriva poi alla relatività, alla fisica quantistica, con un universo in espansione, cosicché, riavvolgendo il film si arriva alle costanti di Plank, che sono prossime al Punto. Ricompare il Pantocrator e si fanno sottili i confini tra la materia, l’energia e lo stesso pensiero.

Confini sottili che l’arte celtica e norrena esprime negli intrecci. “I Druidi  dell’epoca più antica non scolpivano immagini figurative – scrive in proposito Robert Graffin – ma solamente delle cose astratte, degli intrecci, dei simboli, dei supporti di meditazioni….. I Druidi, la cui arte interamente a base di intrecci e spirali, dove nulla è rettilineo (salvo gli Ogham) hanno ben mostrato lì che il loro spirito era tutto curve, cerchi ed ellissi, in senso proprio a figurato”. (Robert Graffin, L’art templier des cathédrales – Celtisme et tradition universelle – Éditions Garnier).

I nemici della bellezza sono “cose che parlano”

Severino Boezio asserisce che “chi abbandona il fine comune [il platonico Bene] a tutte le cose che sono cessa in pari tempo di essere. Questa mia affermazione – dice Boezio -, cioè che proprio i cattivi, ….., non sono, potrà forse sembrare strana a qualcuno; ma la questione sta proprio in questi termini. Io – continua Boezio – non contesto infatti che i cattivi siano, appunto cattivi; ma nego nettamente e semplicemente che essi siano”.

E’, infatti, ciò che si mantiene nella propria condizione e conserva la propria natura; quello che invece si stacca da questa abbandona anche l’essere, che è insito nella sua natura”.

Chi distrugge, dileggia, violenta, stupra la bellezza odia il divino, la natura, gli esseri viventi e la loro esperienza terrena; non è degno, per questo, di essere considerato un essere umano; è divenuto, per sua volontà, una cosa senza anima e senza spirito: una cosa che cammina, ha perso il suo essere, è divenuto una cosa che parla.

Il terrorismo islamico, che distrugge, dileggia, violenta e stupra la bellezza, radendo al suolo monumenti storici che sono patrimonio dell’Umanità, che brucia immagini, in una furia iconoclasta demenziale, è praticato da individui che hanno perso il diritto di essere considerati esseri umani; sono cose senza anima e senza spirito; sono carne che cammina; cose che parlano.

Glam dicin sui nemici dell’arte e della bellezza.

Glam dicin sui nemici della libertà.

Glam dicin sui nemici della conoscenza. 

 

[1] AE Phlilaletes, L’esoterismo dei Rosacroce nella Divina Commedia, Bastogi