Quale sindacato per il terzo millennio

“Quale sindacato per il nuovo millennio?” non è solo il titolo del saggio di Antonio Foccillo (Datanews), ma anche un interrogativo esistenziale per le organizzazioni sindacali italiane, da tempo incapaci di strategia, in quanto succubi dei vecchi schemi, politici e sociali, del Novecento e oscillanti tra rigurgiti di antagonismo e subordinazione culturale all’ideologia dominante del neo-liberismo.

Foccillo, prima di tracciare una possibile risposta all’interrogativo, ripropone alcuni “fondamentali”: l’essere umano al centro dei valori, la libertà, la fratellanza, l’uguaglianza.

Sono i valori fondativi delle organizzazioni sindacali, figlie delle società di mutuo soccorso e non sono al tramonto, ma accanto ad essi (il Dna) è necessario collocarne altri, tra i quali, in primo luogo, il liberalismo e il pragmatismo.

Sul liberalismo è più che mai opportuna l’osservazione scritta da Sergio Romano nella prefazione a Benedetto Croce-Luigi Einaudi, Liberismo e liberalismo: “Benedetto Croce era convinto che l’esistenza di due termini simili ma diversi permettesse di evitare la confusione fra un concetto che appartiene alla sfera morale (liberalismo) e un concetto che appartiene alla sfera economica (liberismo). Mentre il primo definiva il trionfo della libertà, il secondo era per lui uno «schema astratto» (noi diremmo oggi un’ideologia), vale a dire una ricetta con cui si vorrebbero risolvere, una volta per tutte, i problemi pratici che un governo liberale può affrontare con formule e mezzi diversi. Il liberalismo non può identificarsi con il liberismo perché gli è moralmente superiore. In uno Stato liberale è possibile, a seconda delle circostanze, privatizzare o statizzare, lasciare all’economia un largo margine di spontaneità o pianificare alcune sue tappe”.

Il liberismo, in buona sostanza, non è una qualità necessaria del liberalismo. Ed è sulla artatamente costruita confusione identitaria di liberalismo e liberismo che si innesta quello che Foccillo chiama “l’integralismo di mercato”, connotato da un neo-liberismo assurto a “nuova religione politica”, che nasconde quello che Carlo Azeglio Ciampi ha definito un insano predominio della finanza.

La “religione politica” neo-liberista ha prodotto i mostri di una bolla finanziaria esiziale per l’economia reale, che ora si scarica sugli stati, in una “guerra mondiale” che vede i colossi  finanziari americani attaccare l’Europa per spostare i flussi finanziari sul dollaro, indebolito da una scellerata politica economica statunitense.

Liberalismo, dunque, come orizzonte valoriale per la Uil di Foccillo, ma non liberismo.

Riguardo all’auspicato pragmatismo, in un paese come l’Italia, dove la forma mentis normativa è basata sul diritto cristiano-romano-bizantino giustinianeo (l’antica Roma è molto lontana), la sua introduzione sarebbe una svolta culturale epocale, che per il sindacato comporterebbe uno sforzo titanico di ridefinizione dei suoi fondamenti culturali. Si dovrebbe guardare ad altre radici d’Europa: quelle da cui nasce la common law. E’ possibile? Forse si, ma con la rimessa in moto del “cervello”, che deve prevalere sull’inerzia degli apparati.

Foccillo introduce il concetto di “deficit” etico. Il concetto di etica è della massima importanza, in quanto è fonte di uno dei mali peggiori del Novecento: lo stato etico. E’ l’idea dello stato etico che ha prodotto, nelle sue aberrazioni, il nazismo, il fascismo e il comunismo.

Êthos, nella sua etimologia originaria, significa “soggiorno”, “luogo dell’abitare” ed etica è dunque il soggiornare. L’etica è il soggiornare dell’uomo presso l’essere. “Êthos anthrópoi daímon” (“Il soggiorno dell’uomo è presso gli dèi” – Eraclito, Frammento B119). L’etica non è, dunque, un sistema valoriale definito di riferimento e non è assimilabile alla morale (regole degli uomini). L’etica, in quanto soggiorno, è una tensione (soggiornare presso) conoscitiva del punto limite, costituito dall’orizzonte divino. Per traslazione, l’etica è tendere verso un orizzonte conoscitivo che si sposta continuamente. E’ costante ricerca. Ed è questa l’etica della quale ha bisogno il sindacato: una costante ricerca, un tendere conoscitivo verso un nuovo orizzonte, del quale ancora poco o nulla si sa, in una realtà in rapido e tumultuoso cambiamento che, proprio per questo, abbisogna del massimo sforzo intellettuale. Nuove idee non nascono dalla ripetizione ossessiva delle “verità” degli apparati o dalla ripetizione soteriologica delle liturgie sindacali; nascono da un investimento strutturale in conoscenza, dalla messa in campo di intelligenze, dall’innalzamento del livello del confronto interno al sindacato, da troppi anni steso su prassi consolidate e autoreferenziali.

Il sindacato per il nuovo millennio parte da qui: dalla messa al bando degli schemi consunti, per aprire nuove vie di ricerca. La sua etica è l’etica della conoscenza e del progetto.

Foccillo, nella presentazione del suo saggio a Brescia, il 7 dicembre, ha chiaramente parlato di una strategia in atto, da parte delle grandi corporazioni finanziarie e delle multinazionali, di attacco alla sovranità degli stati, al sindacato, alla stessa democrazia. “Il principio – ha detto – è che l’economia finanziaria prevale su tutto”.

Non vi è dubbio che il sistema finanziario mondiale abbia creato, con un’immensa speculazione, un guasto ciclopico e che, con l’algida protervia che gli è consustanziale, voglia farsi passare per il solerte medico in grado di curare i mali del mondo. Bildelberg, Trilateral, Goldman Sachs: banchieri al comando degli stati, banche che dettano regole, la finanza, con la sua religione, al posto della democrazia. E’ possibile che il sindacato non sappia riflettere, al giusto livello, su questo nuovo orizzonte mondiale? O tutto il “cervello” verrà speso nel difendere l’articolo 18 della Statuto dei lavoratori in uno scenario dove sono saltati i confini nazionali?

Sarebbe interessante che Foccillo, che ne ha competenza, scrivesse un seguito del suo saggio, redatto con qualche profetica asserzione, dopo che quel che si temeva accadesse è accaduto. Un saggio su banche e banchieri, sui nuovi padroni del mondo, mentre il sindacato continua ad occuparsi dei vecchi “padroni”, che sono in Italia, al novanta per cento, artigiani cottimisti che si pensano industriali.

            Silvano Danesi

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