I politici europei a scuola da Costantino

Nel 313 l’imperatore romano Costantino, figlio di Elena e di Costanzo Cloro, disse di aver visto nel cielo il segno della croce e concepì una strategia ben precisa dal titolo: “In hoc signo vinces”.

Costantino aveva capito, forse lo aveva capito prima di lui sua madre Elena, che l’Impero romano era messo male e che era necessaria una svolta.

Costantino pose così le basi della Nuova Roma, quella Costantinopoli, poi Bisanzio e ora Istambul, la cui potenza territoriale e militare durò fino al 1453, esattamente 977 anni dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, con la deposizione di Romolo Augustolo.

A Occidente, con un’intuizione geniale, Costantino sostituì la potenza militare e territoriale, ormai in disfacimento, con quella ideologica: il cattolicesimo apostolico romano, al quale ha delegato il compito di legittimare i re, facendo del Papa di Roma il nuovo pontifex romano, ossia un imperatore in altra forma.

Teodosio ha poi affinato l’operazione dichiarando la religione cattolica apostolica romana religione di stato ed eliminando tutte le altre come illegali. Il cattolicesimo apostolico romano è così diventato il gendarme dell’Impero romano in Europa per oltre 15 secoli.

I papi, a loro volta, hanno legittimato la successione con un falso, la “Donazione di Costantino”, ma, si sa, la “verità” storica la scrivono i vincitori, anche se il diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi e così, la verità, grazie a Lorenzo Valla, è venuta alla luce.

La cosiddetta “Donazione di Costantino” è il documento su cui, per secoli, la Chiesa di Roma ha fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente; si attribuiva infatti all’imperatore Costantino la decisione di donare a Papa Silvestro I, una sua creatura,  i domini dell’Impero romano d’Occidente.

A Costantino si deve il Concilio di Nicea del 325 che pose le basi di quella che oggi è la religione cattolica, ossia il cristianesimo costantiniano.

Il cattolicesimo apostolico romano ha regalato all’Europa luminosi esempi di cultura e di civiltà e, al contempo, nefandi esempi di incultura e di inciviltà, ma nei secoli si è affermato come una radice significativa d’Europa, non essendo riuscito, peraltro e per nostra fortuna, nonostante la violenza usata, ad eliminare le altre, precedenti e ben profonde e vitali.

Il genio di Costantino è consistito nel saper interpretare la lezione della storia e nel saper cambiare regole e scenario.

Alla scuola di Costantino dovrebbero iscriversi i politici europei di questo inizio di terzo millennio, chiusi nella rigidità di regole superate da eventi che hanno cambiato, dal Trattato di Roma ad oggi, il mondo a tal punto da renderlo irriconoscibile agli occhi di un uomo del 1957.

Classi dirigenti ossificate, incapaci di dare risposte all’altezza delle sfide attuali, stanno portando l’Europa alla deriva.

La vicenda spagnola di questi giorni è solo uno degli esempi di tragica incapacità delle classi dirigenti.

Gli italiani non sono da meno. Ministri e parlamentari che fanno lo sciopero della fame per far approvare una legge che divide il Paese sono semplicemente patetici. Meritano un cappuccino e, alle prossime elezioni, quando finalmente ci saranno, un cortese accompagnamento alle loro privatissime dimore.

Per l’Europa ci vuole una svolta decisa ed epocale, che chiuda la fase dell’oicofobia, malattia che la devasta e che presenta le nostre conquiste di civiltà inferiori a quelle di mondi e di popoli che sono prigionieri di logiche tribali e teocratiche che l’Europa ha superato grazie a secoli di elaborazione culturale, non facile, spesso dolorosa, ma alla fine efficace.

Dobbiamo essere di nuovo orgogliosi della nostra civiltà e dei suoi valori, tra i quali, al di là delle questioni di fede e degli errori secolari delle chiese, ci sono quelli che ha prodotto il cristianesimo, che ora va difeso e riproposto in termini unitari come acquisizione culturale.

Dobbiamo rivendicare un ruolo dell’Europa nel mondo, così come lo rivendicano altre grandi potenze, come Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina.

Dobbiamo smetterla di fingere di essere accoglienti, secondo gli schemi del Papa venuto dai confini del mondo, dove avrebbe fatto bene a rimanere, lasciandoci in compagnia di Benedetto XVI (costretto a dimettersi), perché l’accoglienza si è rivelata ormai con il suo vero volto: acquisizione di riserva di manodopera a basso costo, caporalato, sfruttamento, alimento di mafie e di criminalità organizzate.

Dobbiamo anche pensare che gli stati ottocenteschi, per quanto rinfrescati nel secolo scorso, non sono più all’altezza della sfida e sono destinati a dover cambiare profondamente il loro essere, a fronte della globalizzazione se non vogliono essere causa di tensioni crescenti.

Dobbiamo, infine, toglierci di dosso il senso di colpa che ci distrugge e mandare al diavolo i predicatori del buonismo imbelle e del politicamente corretto, che è diventato la nuova Santa Inquisizione per impedire una delle conquiste più alte della civiltà europea: l’espressione del libero pensiero, senza che i censori  dell’intellettualismo mondialista ci dicano cosa dobbiamo pensare per essere etici, corretti, buoni, accettabili, intelligenti, colti, civili. Di lor signori, che “tirano quattro paghe per il lesso” alla greppia del mondialismo, non sappiamo cosa farcene e, a dire il vero, di lor signori non ne possiamo più.

Silvano Danesi

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